Unione Europea-Unione Africana, belle parole e progetti inefficaci

Nena News Agency – 30/11/2017

Molti programmi europei in Africa, ideati per offrire formazione e incoraggiare le imprese locali, non hanno né corpo, né consistenza, né azioni concrete. Gli investimenti diretti esteri rappresentano solo il 3% del PIL africano

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di Federica Iezzi

Roma, 30 novembre 2017, Nena NewsE’ stato un summit di serrate discussioni su disoccupazione giovanile, sicurezza e soprattutto migrazione quello tra Unione Europea e Unione Africana che si è tenuto a inizio settimana ad Abijan, in Costa d’Avorio.

Tema ufficiale sono stati i giovani africani. L’incontro, arrivato ormai alla sua quinta edizione, è stato disegnato in un momento in cui la migrazione è in cima alle agende dei governi.

L’attenzione in codice, per le superpotenze europee, sono le paure sul numero di membri della popolazione africana, in rapida ed esponenziale crescita, che troveranno la loro strada verso l’Europa nei prossimi anni.

Secondo il presidente del Parlamento europeo, l’impatto sarà una ‘bomba demografica’. Risposta contraria arriva dalla politica estera dell’Unione Europea, secondo cui troppe mani in tutto il mondo si affacciano sull’incredibile energia e sul desiderio di cambiamento dell’Africa.

L’Unione Europea ha acquistato tempo, finanziando azioni per coprire le rotte del contrabbando di esseri umani trans-sahariano, fino ad arrivare a un accordo multimiliardario con la Turchia, atto a riportare indietro i migranti dalla black-road balcanica. Per finire con una manovra, l’Italia ne è protagonista, creata ad hoc ad arginare il flusso massiccio di migranti dall’Africa attraverso il Mediterraneo, costringendo i richiedenti asilo ad affrontare, senza diritti, condizioni inumane, fino alle torture vere e proprie, nei campi di detenzione in territorio libico.

Molti progetti europei di sussistenza a lungo termine in Africa, ideati per offrire formazione e incoraggiare le imprese locali, non hanno né corpo, né consistenza, né azioni concrete. Gli investimenti diretti esteri rappresentano solo il 3% del PIL africano, secondo le cifre mostrate dalla Banca mondiale.

Con potenze emergenti come Cina, Turchia, India e Singapore, che fanno ormai sempre più ingenti incursioni in Africa, Bruxelles cerca disperatamente una posizione da protagonista nel continente, decantando una leadership nei settori della tecnologia, della qualità, del know-how industriale e della formazione.

La verità è che l’approccio dell’Europa continua ad essere frammentario, con i singoli Paesi che cadono gli uni sugli altri nel perseguimento dei propri interessi e programmi. Il risultato è una strada lastricata di buone intenzioni, molte opportunità mancate e pochi successi. L’Europa non ha esercitato alcuna reale influenza politica ed economica sul futuro dell’Africa.

Il vertice è avvenuto dopo la reazione orripilata da parte di tutto il mondo riguardo le ‘aste umane’ battute tra i migranti in Libia. Dopo le pesanti denunce perpetrate da Medici Senza Frontiere e avallate dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, niente è cambiato nel sistema criminale libico di abusi nei confronti dei migranti, ancora tenuto in piedi dalla politica dei governi europei.

La risposta europea a tanta illegalità riguarda uno scarno programma di azioni poco consistenti, mirate a preparare i giovani nel trovare opportunità di lavoro, investendo nell’istruzione, nella scienza e nello sviluppo delle competenze, nell’ambito dei propri Paesi. Nena News

Nena News Agency “Unione Europea-Unione Africana, belle parole e progetti inefficaci” di Federica Iezzi

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IMMIGRAZIONE. L’inferno dei centri di detenzione libici

Nena News Agency – 12/09/2017

Gli immigrati sono detenuti in celle sovraffollate, con scarsa luce naturale e ventilazione e con un inadeguato numero di latrine o bagni. Per loro non è previsto alcun processo legale, né hanno la possibilità di contestare la legittimità della loro prigionia o del loro trattamento. Secondo la ONG internazionale Medici Senza Frontiere, l’Unione Europea finanzia e perpetua il ciclo di sofferenza degli immigrati nello stato africano

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di Federica Iezzi

Roma, 12 settembre 2017, Nena News – L’Unione Europea finanzia e perpetua il ciclo di sofferenza dei migranti in Libia, costringendoli a reclusioni arbitrarie in centri di detenzione. Questo è quanto affermato nell’ultima conferenza stampa da Joanne Liu, il presidente internazionale di Medici Senza Frontiere.

Dunque la pesante accusa, appoggiata anche dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, è che la politica dei governi europei, alimentando un sistema criminale di abusi, è diretta complice delle violenze subite dai migranti in Libia. Il governo di al-Sarraj controlla ufficialmente circa due dozzine di centri di detenzione in territorio libico, attraverso la sua direzione per la lotta alla migrazione irregolare (DCIM), secondo gli ultimi dati dell’EUBAM (European Border Assistence Mission in Libya).

I finanziamenti previsti dai Paesi europei per le attività dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) e dell’UNHCR per migliorare le condizioni nei centri di detenzione governativi libici rappresentano oggi solo un’illusione di fronte al milione di profughi intrappolati in Libia.

L’unica soluzione ragionevole e civile sarebbe quella di aprire percorsi legali per chi fugge da guerre, fame e violenze. La rotta migratoria africana maggiore parte da Agadez, passa per Dirkou in Niger, per arrivare alla città libica di Sabha. I migranti vengono poi dirottati dai contrabbandieri verso i porti di Tripoli o Zawiya.

La rotta percorsa dai migranti dei Paesi africani dell’ovest, invece, parte sempre dalla porta di Agadez in Niger, passa per Bamako e Gao, in Mali, e arriva a Tamanrasset, in Algeria. L’ultima parte del viaggio è comune per tutti fino alle coste libiche.

Pane, burro e acqua è tutto ciò che i migranti ricevono nell’unico pasto giornaliero, nei centri di detenzione libici. Malattie legate alle scadenti condizioni sanitarie, malnutrizione e violenze fisiche sono cicatrici indelebili di ogni migrante, secondo le molteplici denunce del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Vengono rinchiusi in celle sovraccariche, con scarsa luce naturale e ventilazione. Gli edifici sono spesso vecchie fabbriche o magazzini, con un inadeguato numero di latrine o bagni. Per i migranti è prevista una detenzione ma non è previsto nessun processo legale, nessuna possibilità di contestare la legittimità della loro prigionia o del loro trattamento.

Secondo i report dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, un considerevole numero di profughi che entra in Libia, viene scambiato nei cosiddetti mercati di schiavi, prima di finire nei centri di detenzione. A questo segue una richiesta di riscatto da parte dei trafficanti, in accordo con i militari libici, verso le famiglie dei più giovani. Se il denaro non arriva, il viaggio si ferma in Libia.

Dopo Medici Senza Frontiere, anche Save The Children e la maltese MOAS (Migrant Offshore Aid Station) sospendono le operazioni di salvataggio nel mar Mediterraneo, a causa delle forzature dettate dal codice di condotta per le ONG, imposto dal Viminale con il benestare dell’Europa, e a causa di una guardia costiera libica ostile alle attività di soccorso.

La Commissione europea risponde decantando un programma di 46 milioni di euro, per formare e rafforzare la guardia costiera libica, e stimando un brusco calo degli arrivi in Italia nel mese di agosto, scesi dell’80% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. E’ cieca invece di fronte a quanto accade nei centri di detenzione in Libia, dove torture, stupri, fame e uccisioni, sono la quotidianità. I migranti arrestati in mare dalla guardia costiera libica, modellata irresponsabilmente dai nostri militari, vengono inviati, senza dignità, nel sistema di detenzione del Paese. Qui inizia la fiorente impresa di rapimento, tortura e estorsione, di cui l’Europa è corresponsabile.

Dunque, per raggiungere un accordo con gli attori coinvolti nel traffico di esseri umani, il prezzo da pagare è quello di accettare un certo grado di violenza e violazioni dei diritti umani? L’Europa sembra disposta a pagare quel prezzo per porre fine alla crisi migratoria. A sei anni dalla rivoluzione che rovesciò la dittatura Gaddafi, una Libia, senza regole né governo, è diventata la meta per migliaia di profughi pronti a rischiare la vita, su sovraffollate imbarcazioni, pur di attraversare il Mediterraneo. Gli abusi che i rifugiati affrontano durante il pericoloso viaggio verso l’Europa, meritano una risposta globale, secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad al-Hussein.

L’accordo di Parigi, tra i leader di Francia, Germania, Italia, Spagna, Ciad, Niger e Libia sponsorizza un poco lungimirante piano per affrontare il traffico illegale di esseri umani, sostenendo i Paesi che combattono per bloccare il flusso di richiedenti asilo, attraverso prima il Sahara e poi il Mar Mediterraneo. E’ molto sottile la linea che divide queste attività dalla tutela dei diritti umani dei migranti. Nena News

Nena News Agency “IMMIGRAZIONE. L’inferno dei centri di detenzione libici” di Federica Iezzi

“Human suffering. Inside Libya’s migrant detention centres”

“MSF President Dr Joanne Liu on horrific migrant detention centres in Libya”

 

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NIGERIA. Emergenza alimentare nello stato di Borno

Nena News Agency – 21/11/2016

14 milioni di persone, tra cui 400.000 bambini, hanno oggi bisogno di assistenza umanitaria nella regione, ex roccaforte di Boko Haram. Da quando il gruppo jihadista ha iniziato i suoi attacchi nel Paese nel 2009, sono state uccise decine di migliaia di persone. Oltre 2 milioni gli sfollati

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di Federica Iezzi

Maiduguri (Nigeria), 21 novembre 2016 – In mezzo a fame e migrazioni forzate, sono quasi spariti i bambini al di sotto dei cinque anni di età. E’ l’allarmante appello di Medici Senza Frontiere. Siamo nello stato di Borno, nel nord-est della Nigeria. Non ci sono più nei centri per la cura della malnutrizione, non ci sono più negli ambulatori medici, non ci sono più nei reparti degli ospedali, non ci sono più legati sulle spalle delle loro madri. E’ singolare non vedere bambini piccoli quando vengono allestiti nuovi campi per gli sfollati interni. Esistono sempre e solo fratelli e sorelle più grandi. Allora, dove sono andati?

Tra il 2013 e il 2014, i civili del nord-est della Nigeria lasciano le proprie case per sfuggire agli attacchi dei jihadisti di Boko Haram. Da villaggi limitrofi, a migliaia trovarono rifugio a Maiduguri, capitale dello Stato di Borno. Il governo nigeriano ha lanciato una controffensiva nel 2014, che si è intensificata l’anno successivo. Mentre i combattimenti continuavano ad inghiottire la regione, milioni di civili sono stati sradicati dalle loro terre, spogliate di qualsiasi mezzo di sopravvivenza. La mancanza di cibo e di nutrienti essenziali ha portato a tassi di malnutrizione preoccupanti. La malnutrizione spazza via la resistenza di un bambino o di un anziano alle malattie più banali. E allora un focolaio di morbillo diventa mortale. Malaria, diarrea e infezioni respiratorie hanno decimato la popolazione, la mancanza di vaccinazioni ha fatto il resto.

Solo lo scorso giugno, il governo nigeriano ha dichiarato l’emergenza alimentare nello stato di Borno. Ormai troppo tardi. Troppi bambini e neonati avevano già perso la vita a causa della malnutrizione, aggravata da infezioni e malattie prevenibili. Sono state vittime della fame. Le proiezioni nutrizionali svolte in diverse località a Borno nei mesi tra maggio e ottobre hanno rivelato che il 50% dei bambini sotto i cinque anni sono acutamente malnutriti.

Nel mese di luglio, secondo i report redatti dall’ONU, quasi un quarto di milione di bambini in aree dello stato di Borno è affetto da malnutrizione grave. E almeno 75.000 bambini nel nord-est della Nigeria rischiano di morire per la fame nei prossimi mesi. Il prezzo degli alimenti di base è salito alle stelle negli ultimi mesi. E un numero sempre crescente di famiglie residenti o sfollate, semplicemente non può permettersi di mangiare.

La distribuzione gli aiuti umanitari al di fuori della capitale Maiduguri è estremamente difficoltosa. Le aree periferiche sono isolate e la lotta a Boko Haram infuria ancora attorno a villaggi rasi ormai al suolo. L’agricoltura è annientata, i mercati rimangono vuoti, il personale sanitario e le strutture mediche sono in condizioni gravose. 1,8 milioni di bambini a Borno non va a scuola a causa degli attacchi da parte dei combattenti di Boko Haram. I civili rimasti sono alla disperata ricerca di cibo, e hanno bisogno di assistenza medica, comprese le campagne di vaccinazione. Il ministero della salute nigeriano, con il supporto dell’OMS, si propone di raggiungere più di 75.000 bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 15 anni, in 18 campi sfollati, tra cui Muna Garage, Custom House e Fariy, per le campagne di immunizzazione.

14 milioni di persone, tra cui 400.000 bambini, hanno oggi bisogno di assistenza umanitaria nella regione, ex roccaforte dei militanti di Boko Haram. Decine di migliaia di persone sono state uccise e si contano più di due milioni di sfollati da quando Boko Haram ha iniziato le sue operazioni militari nel 2009 nello stato di Borno e in altre aree nord-nigeriane. Nena News

Nena News Agency “NIGERIA. Emergenza alimentare nello stato di Borno” di Federica Iezzi

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Kenya, lotta contro il colera

Nena News Agency – 19 gennaio 2016

L’epidemia, iniziata lo scorso novembre a Dadaab nel nord-est del Paese, potrebbe peggiorare e durare a lungo a causa dell’elevata mobilità della popolazione e della situazione di vita congestionata all’interno del campo profughi. Finora si contano più di 1.000 contagi e almeno 10 morti. Il 30% dei pazienti è rappresentato da bambini sotto i 12 anni 

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di Federica Iezzi

Dadaab (Kenya), 19 gennaio 2015, Nena News – Le autorità sanitarie del Kenya stanno combattendo l’ennesima epidemia di colera nel campo di Dadaab, nel nord-est del Paese. Sebbene il colera sia una malattia curabile, l’epidemia potrebbe peggiorare e durare più a lungo a causa dell’elevata mobilità della popolazione e della situazione di vita congestionata nel campo profughi. E’ facile il trasferimento dell’infezione da una località all’altra.

Nel campo, che attualmente è arrivato ad accogliere 350.000 civili, per lo più rifugiati e richiedenti asilo di cittadinanza somala, si visitano in media 200 pazienti a settimana. Una stessa epidemia è stata registrata lo scorso anno nello stesso periodo. Associazioni come Medici Senza Frontiere, hanno fornito costante assistenza e hanno trattato oltre 4.200 pazienti per garantire il controllo delle infezioni. Secondo i dati diffusi dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, nel campo profughi più grande del Kenya ad oggi si contano già più di 1.000 contagi e almeno dieci morti. Già allestiti quattro centri di trattamento dell’infezione, in cui sono stati ammessi più di 300 pazienti nelle ultime tre settimane. Una volta stabilizzati, tutti i pazienti vengono trasferiti fuori dall’area critica, per un ricovero che dura in media tre giorni. Il 30% dei pazienti è rappresentato da bambini sotto i 12 anni.

Il colera si diffonde attraverso cibo contaminato e acqua potabile, provoca diarrea, nausea e vomito. Può essere fatale se non trattato, anche se la maggior parte dei pazienti guarisce con una tempestiva terapia reidratante orale. La malattia si diffonde facilmente in campi affollati con scarsa igiene come Dadaab. E mantenere un’igiene adeguata diventa difficile per carenza di latrine e acqua potabile. Il regolare lavaggio delle mani è uno dei modi più semplici ed efficaci per prevenire la diffusione del colera. E i rifugiati a Dadaab non ricevono sapone da due mesi. Nello scorso mese di giugno, l’UNHCR aveva ridotto del 30% razioni alimentari e beni di sussistenza per i campi kenyani di Dadaab e Kakuma.

L’epidemia ha avuto inizio lo scorso novembre nel campo di Dadaab. Il primo caso è stato segnalato presso l’area Ifo, uno dei tre spazi in cui è diviso il campo di Dadaab, insieme a Hagadera e Dagahaley. Vittima un bambino di dieci anni, dopo l’ingestione di acqua contaminata. Tra attenuazione di focolai in atto e riacutizzazioni, continua ancora la coda di infezioni. E il numero di casi sta crescendo esponenzialmente. Si susseguono campagne di sensibilizzazione e di promozione dell’igiene pubblica soprattutto in seguito alle piogge torrenziali, causate dal fenomeno atmosferico ‘El Niño’, che hanno colpito con maggior violenza alcune zone orientali dell’Africa, così facilitando lo scarso controllo della diffusione della malattia. Continuano anche i lavori di disinfezione nelle latrine delle diverse aree del campo di Dadaab.

Intanto l’aggiunta di un terzo produttore di vaccini contro il colera, coreano, oltre a quelli già esistenti svedese e indiano, permetterà di raddoppiare la fornitura globale di circa sei milioni di dosi per il 2016. Questa capacità aggiuntiva dovrebbe così contribuire ad un aumento della domanda, un aumento della produzione, un prezzo ridotto e una maggiore equità di accesso. Nena News

Nena News Agency 19.01.2016 “Kenya, lotta contro il colera” di Federica Iezzi

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YEMEN. Sanità al collasso per bombardamenti sauditi

Nena News Agency – 05 novembre 2015

Devastate da mesi di raid aerei almeno 90 strutture sanitarie nel Paese tra ospedali, poliambulatori, farmacie, centri trasfusionali e laboratori. Il 23% degli ospedali del Paese non è più funzionante

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di Federica Iezzi

Roma, 5 novembre 2015, Nena News – E’ stato solo l’ultimo in ordine di tempo. Bombardamenti della coalizione contro i ribelli houthi, guidati dall’Arabia Saudita, hanno colpito un ospedale di Medici Senza Frontiere, nel distretto di Heedan, nel governatorato di Sa’da, nel nord dello Yemen. Negato così l’accesso alle cure mediche a 200.000 civili.

Devastate da mesi di raid aerei e combattimenti almeno 90 strutture sanitarie nel Paese tra ospedali, poliambulatori, farmacie, centri trasfusionali e laboratori. Il 23% degli ospedali del Paese non è più funzionante.

I dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani parlano di 5.564 morti, tra cui 410 bambini, e 26.568 feriti. 2,3 milioni gli sfollati interni.

La situazione sanitaria in Yemen è catastrofica. 400 membri del personale sanitario hanno lasciato lavoro e Paese dall’inizio del conflitto. Gli ospedali hanno cercato di compensare le mancanze aumentando i turni dei medici fino a 24 ore. 15,2 milioni di civili non hanno libero accesso all’assistenza medica di base. Registrata una diminuzione del 15% nella copertura di immunizzazione pediatrica; colpiti dai mortai anche centri di vaccinazione. Riportati 8004 sospetti di febbre dengue in sei governatorati. 144 persone sono già morte. Solo 2447 bambini sotto i 5 anni, donne incinte e giovani madri hanno beneficiato di supporti nutrizionali. Più di mezzo milione di bambini soffre di malnutrizione. Documentato un aumento del 150% di ricoveri ospedalieri per malnutrizione dallo scorso mese di marzo.

All’inizio di ottobre, distribuite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità 15,7 tonnellate di farmaci essenziali e forniture mediche alle 40.000 persone, nelle aree di al-Moka, al-Hodeida e Taiz. Per garantire una continua fornitura di acqua potabile nell’ospedale di al-Jumuri, nel governatorato di Hajja, usati impianti con 2.800 metri di tubi di collegamento. La carenza di acqua è strettamente connessa alle interruzioni di elettricità e alla insufficienza di combustibile per i generatori.

Forti difficoltà di approvvigionamento nei maggiori ospedali yemeniti sono causati dai continui combattimenti tra ribelli houthi e forze fedeli al presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi. Il Ministero della Salute yemenita gestisce con estrema difficoltà l’importazione di merci.

L’al-Sabeen hospital, il principale ospedale della capitale Sana’a, con più di tre milioni di utenze, continua a lavorare con un ritmo minimo di attività, a causa dell’accesso limitato ai farmaci di base e alle attrezzature. Blocco del 90% dell’approvvigionamento di forniture mediche dal porto di al-Hodeida, imposto dai combattenti pro-Hadi. Mancano i comuni farmaci per il trattamento dell’ipertensione, del diabete e delle malattie psichiatriche.

A Sana’a, il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha invece iniziato la distribuzione di beni essenziali all’al-Thawra hospital, dopo settimane in cui i posti di blocco houthi avevano negato l’ingresso di aiuti umanitari. Completamente fermi pronto soccorso, radiologia, reparto di maternità e servizio dialisi. Giace in frantumi il Republic hospital, nel quartiere di Dar Saad di Aden, gravemente danneggiato dai bombardamenti. Secondo quanto dichiarato dall’associazione non-profit Save the Children, gli ospedali a Taiz sono sotto assedio dai ribelli houthi.

Chiusi, nella Taiz assediata dai combattenti houthi, lo Yemen international hospital, il military hospital e l’al-Safwa hospital per totale assenza di materiale sanitario. L’al-Rawdah hospital attualmente accetta solo casi di emergenza. Più di 1400 persone sono state trattate nell’ospedale nel solo mese di agosto. Per una popolazione di circa 600.000 persone, a Taiz erano attivi 20 ospedali, prima dell’inizio dei combattimenti. Solo sei di questi, oggi continuano la loro attività. Nena News

Nena News Agency “YEMEN. Sanità al collasso per bombardamenti sauditi” di Federica Iezzi

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Sud Sudan. Il disastro tre anni dopo l’indipendenza

Nena News Agency – 05 luglio 2014

 

Alla vigilia del terzo anno di indipendenza del Paese gli scontri tra opposte fazioni continuano. In pochi mesi, almeno 6 ospedali bruciati e distrutti. 58 i morti tra pazienti e personale sanitario 

 

Sud Sudan - Leer Hospital

Sud Sudan – Leer Hospital

 

di Federica Iezzi

Juba, 5 luglio 2014, Nena News – Il 9 luglio, tra poco meno di una settimana il Sud Sudan salta il traguardo dei tre anni di indipendenza. Dopo decenni di guerra civile, nel dicembre 2013 i ribelli antigovernativi di etnia nuer, guidati dall’ex vicepresidente Riek Machar, attaccarono la città di Bor. Così l’antico conflitto tra nuer e dinka, parzialmente sanato nel 2005, al termine della seconda guerra civile, si è travestito in conflitto politico tra Salva Kiir, attuale Presidente, e Riek Machar, leader dei ribelli. Nonostante il secondo accordo di cessate il fuoco, sigliato alcune settimane fa, gli scontri continuano e tutti i colloqui di pace sono stati sospesi.

Il ventennio di guerra civile contro il Sudan ha lasciato in eredità al nuovo Stato: territori devastati, carenza di infrastrutture come acquedotti e servizi sanitari. Secondo il dettagliato report di Medici Senza Frontiere, sulla situazione sanitaria in Sud Sudan, in pochi mesi, 6 ospedali sono stati  distrutti e bruciati e almeno 58 persone uccise al loro interno.

La campagna di devastazione è iniziata nel Bor State hospital, sulla riva orientale del Nilo, lo scorso dicembre. 14 pazienti e un membro del Ministero della Salute sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco. A gennaio è stato totalmente distrutto, insieme a gran parte della città, il Leer hospital. Nell’Unity State, l’ospedale forniva assistenza medica a un’area abitata da circa 270.000 persone. Ridotti in macerie interi edifici. Smantellati laboratori, attrezzature chirurgiche, stabilimenti per la conservazione dei vaccini, banche del sangue.

Sulle rive del Nilo Bianco, lo scorso febbraio, nel Malakal teaching hospital sono morte 14 persone, tra cui 11 pazienti, a cui hanno sparato mentre erano nei loro letti.

17 tra ambulanze e mezzi sanitari sono stati rubati o distrutti. Almeno 13 episodi di saccheggio e distruzione di strutture sanitarie secondarie. In aprile, nel Bentiu State hospital almeno 28 persone sono state uccise. Lo scorso maggio documentato 1 morto nell’ospedale della città di Nasir, roccaforte dei ribelli.

Una condizione che sembra ricalcare il Darfur degli anni 2003-2006. Il conflitto che vide contrapposti i Janjawid, miliziani arabi reclutati fra i membri delle tribù nomadi dei Baggara, e la popolazione della regione sudanese, composta dai gruppi etnici Fur, Zaghawa e Masalit. Un genocidio dai numeri sconvolgenti. Le Nazioni Unite parlarono di almeno 200.000 morti (anche se fonti locali documentarono 450.000 morti) e più di 2 milioni di rifugiati.

Oltre che villaggi, scuole, chiese e moschee, la guerra distrusse sistematicamente servizi idrici e sanitari. Le strutture mediche delle ONG internazionali per anni hanno coperto le richieste sanitarie di centinaia di chilometri quadrati. Nel resto del Paese furono allestiti ospedali da campo, regolarmente saccheggiati.

Attualmente a causa del conflitto in Sud Sudan, si contano quasi 1,5 milioni di rifugiati in Etiopia, Kenya, Sudan e Uganda. 10.000 i morti. Sullo sfondo un’incontrollabile epidemia di colera è arrivata ormai fino alla capitale Juba. In poche settimane già segnalati 1812 casi di colera, con 18 morti. Inoltre, le ultime stime dell’ONU e del Disasters Emergency Committee, prevedono una dura carestia nelle prossime settimane, che potrebbe essere la più grave dopo quella che nel 1984 colpì l’Etiopia. Donatori internazionali hanno promesso finanziamenti per 600 milioni di dollari e urgenti aiuti alimentari. Nena News

 

Nena News Agency “Sud Sudan. Il disastro tre anni dopo l’indipendenza” – di Federica Iezzi

 

http://www.corriere.it/foto-gallery/esteri/14_luglio_02/sud-sudan-cuore-dell-ospedale-distrutto-286fe48e-01db-11e4-b194-79c20406c0ad.shtml

 

 

 

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Ebola. Epidemia fuori controllo in Guinea, Sierra Leone e Liberia

Nena News Agency – 30 giugno 2014

 

Oltre 600 le infezioni dal virus ebola confermate in laboratorio in Africa Occidentale. 390 i decessi, secondo gli ultimi aggiornamenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

 

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di Federica Iezzi

Conakry (Repubblica di Guinea), 1 luglio 2014, Nena News – Il numero di probabili infezioni e il numero di quelle confermate cambia continuamente e rapidamente. Dallo scorso marzo più di 600 casi di ebola e oltre 390 morti sono stati documentati, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra Guinea, Liberia e Sierra Leone. Oggi i Paesi dell’Africa Occidentale maggiormente colpiti dal virus.

In Guinea riportati 396 casi di infezione convalidati in laboratorio, con 280 morti. Gli ultimi tre casi nei distretti meridionali di Gueckedou e Telimele.

In Liberia sono 63 i casi confermati e 41 i decessi. Solo nelle ultime settimane 10 nuovi casi e 8 decessi.

In Sierra Leone, il virus ebola con i suoi primi 16 casi è comparso per la prima volta lo scorso maggio. Oggi il numero di morti è arrivato a 46, tra i 176 casi confermati. Il maggior numero dei quali a Kailahun, nella zona est del Paese, al confine con la Liberia.

Il virus ha iniziato a diffondersi in Guinea Conakry all’inizio del 2014. Nei primi tre mesi dell’anno i casi confermati raggiunsero il numero di 112. 70 i morti. Sembrava che il numero di contagi fosse contenuto, invece il virus dalle zone rurali, ha lentamente fatto il suo ingresso nelle aree urbane. Alla fine dello scorso marzo, ebola ha attraversato i confini della Liberia, raggiungendo Monrovia. E la propagazione ha perso il controllo, per la difficoltà di tracciare i movimenti delle persone potenzialmente contagiate.

Pazienti infetti dal virus sono stati identificati in più di 60 località dei tre Paesi coinvolti e questo rende il lavoro di limitare l’epidemia estremamente dispendioso. A fronteggiare la seconda ondata di infezioni, il lavoro instancabile e continuo di Medici senza Frontiere, a supporto delle autorità sanitarie nei tre Paesi africani. MSF ha curato finora 470 pazienti, di cui 215 casi confermati.

La febbre emorragica è la più temibile conseguenza dell’infezione, che nel 90% dei casi è fatale. La diffusione poco localizzata del virus rende più complesse le operazioni di intervento, sia per trattare i pazienti, sia per limitare e circoscrivere l’epidemia.

Essenziali diventano educare il personale sanitario locale e informare la popolazione sui metodi per non diffondere la malattia. Necessario l’isolamento di persone infette. Secondo il parere degli infettivologi l’epidemia andrà ancora avanti per alcuni mesi.

Di questo tratterà l’incontro organizzato dall’OMS ad Accra in Ghana, nei prossimi 2-3 luglio, in cui parteciperanno i ministri della Sanità di undici Paesi africani e altri rappresentanti.

L’obiettivo della conferenza è lo sviluppo di un piano globale per fermare l’implacabile avanzata del virus. Nena News

 

Nena News Agency – “Ebola. Epidemia fuori controllo in Guinea, Sierra Leone e Liberia” di Federica Iezzi

 

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