PRIMO MAGGIO. Le trasformazioni del lavoro nell’Africa del precariato

Nena News Agency – 01/05/2019

Nel continente con il 60% di disoccupazione giovanile, contratti a tempo e lavoro nero, a tentare il cambiamento sono piccoli imprenditori e settore agricolo

Foundation for Economic Education

#specialeprimomaggio

di Federica Iezzi

Roma, 1 maggio 2019, Nena News – Secondo gli ultimi dati divulgati dalla Foundation for Economic Education, il tasso di disoccupazione tra i ragazzi dai 18 ai 24 anni negli Stati Uniti raggiunge il 6,8%. Nel continente africano il 60% di tutti i disoccupati sono giovani. Nel solo Sudafrica si arriva a oltre il 55%. 

I pochi impiegati sono sottoccupati con lavori saltuari nel settore terziario. Per altri la prospettiva sono le fattorie o le imprese familiari. E troppo spesso i ragazzi sono costretti a destreggiarsi tra sottopagati lavori multipli.

L’Africa ha la popolazione più giovane del mondo, la mancanza di posti di lavoro fissi è un enorme fattore di rischio politico ed economico. I giovani disoccupati sono spesso attirati in gruppi militanti e contribuiscono a disordini politici. La vulnerabilità economica nella fascia giovanile è direttamente legata all’instabilità sociale che vanifica la crescita economica.

Le cattive politiche contribuiscono da decenni alla povertà del continente africano. In troppi Paesi africani, assumere e licenziare lavoratori è troppo costoso. I governi creano barriere legali e normative o non riescono a far fronte a norme sociali discriminatorie.

Come riporta la più recente relazione di Doing Business, pubblicata come ogni anno dalla Banca Mondiale, le economie a basso-medio reddito tendono ad avere una carenza di protezione. Almeno il 60% dei Paesi sub-sahariani consente contratti a tempo determinato.

I termini di avvio di un’impresa sono abissali. Ad esempio in Sierra Leone un datore di lavoro ha l’obbligo di saldare il trattamento di fine rapporto con un salario posticipato di 132 settimane, per 10 anni di lavoro continuativi. In Ghana e Zambia di 86 settimane. In Mozambico di 65 settimane. In Guinea Equatoriale di 64 settimane. Questo significa che 5 dei primi 10 Paesi con i più elevati requisiti di trattamento di fine rapporto sono nell’Africa sub-sahariana. E nessuno di questi è tra i Paesi a medio reddito.

In termini di avvio di un’impresa esecuzione di contratti, registrazione di proprietà, negoziazione trans-frontiera, ottenimento di crediti, protezione di investitori di minoranza e accesso all’elettricità, rimangono i punti deboli.

Il cambiamento deve iniziare dall’interno del continente africano. Le economie fanno ancora molto affidamento sulla produzione di materie prime (petrolio, gas, oro, legname). La caduta delle barriere commerciali, in molti Paesi, sta permettendo una notevole espansione delle industrie di servizi.

Le economie più diversificate stanno aiutando a soddisfare le esigenze dei consumatori nazionali e internazionali per beni come prodotti agricoli trasformati, cosmetici, tessuti e abbigliamento. Alcuni dei principali imprenditori africani oggi lavorano in telecomunicazioni, moda, marketing e branding per le principali multinazionali.

Il 70% della popolazione africana rimane dipendente dall’agricoltura. Come settore la sua crescita è fondamentale per aumentare la prosperità, la sicurezza alimentare, l’industrializzazione, il commercio intra-africano e rafforzare il contributo dell’Africa al commercio globale.

Governi, donatori e organizzazioni private riconoscono l’importanza e il potenziale dell’agricoltura nella costruzione di economie sostenibili e inclusive. Con investimenti continui, i piccoli agricoltori possono migliorare i loro mezzi di sostentamento e sperimentare gli effetti diretti di questa crescita.

Tuttavia, quando si tratta di introdurre la tecnologia nelle pratiche di semina, raccolta e stoccaggio, molti agricoltori si attengono agli approcci tradizionali tramandati di generazione in generazione. A volte è una semplice mancanza di consapevolezza che impedisce un cambiamento. Qualunque sia la causa, il divario tra ciò che gli agricoltori hanno e ciò che potrebbero usare per migliorare notevolmente i loro mezzi di sussistenza è persistente. I piccoli agricoltori sono la colonna portante del settore.

Ne è un esempio la Tanzania, dove l’agricoltura legata alla produzione di mais è in continua crescita. L’addestramento di circa 2.000 agricoltori su diverse tecniche per ridurre la perdita post-raccolto, con la coltivazione di almeno 1.400 tonnellate di cereali, si sono semplicemente concentrate su tecnologie di archiviazione. I risultati si sono tradotti in maggiori vendite di prodotti, maggior redditi per gli agricoltori e una migliore alimentazione per la comunità.

Nena News Agency “PRIMO MAGGIO. Le trasformazioni del lavoro nell’Africa del precariato” di Federica Iezzi

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PRIMO MAGGIO. L’Africa nel lavoro delle donne, dei medici e delle miniere di diamanti

Nena News Agency – 01/05/2018

Dal Botswana al Kenya, dal Sud Sudan al Ghana, un breve viaggio nel continente africano dove i diritti del lavoro restano negati

di Federica Iezzi

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Ghana – La storia dei malati in Ghana evidenzia il vuoto nelle competenze mediche e chirurgiche disponibili nel continente africano. Molti medici e professionisti della salute africani altamente qualificati praticano la medicina e la chirurgia all’avanguardia nelle principali istituzioni mediche al di fuori dell’Africa. Sono preziosi per gli ospedali e per i paesi in cui lavorano, ma i loro cuori rimangono nella loro terra.

A partire dal 2000, un quinto di tutti i medici di origine africana e un decimo di tutti gli operatori sanitari di origine africana lavorano all’estero. Esperti di politica sanitaria globale hanno suggerito una serie di misure per invertire questa tendenza. Spesso i medici africani che vivono all’estero hanno famiglie in Africa e sono motivati a contribuire al miglioramento dell’assistenza sanitaria nel continente. Mentre alcuni sono pronti a tornare nei loro paesi nativi, altri non sono pronti ad una radicale scelta di vita, senza alcuna assicurazione riguardo il futuro.

E allora, in assenza di leggi governative di tutela del lavoro, i professionisti sanitari africani della diaspora provano a trasferire le loro competenze sul continente attraverso seminari educativi e workshop di formazione.

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Botswana – La miniera di Jwaneng di Debswana è un gigantesco calderone di polvere pallida, di due chilometri di diametro nel punto più largo, pattugliata ogni giorno da colossali camion da 300 tonnellate che lavorano sui pendii terrazzati.

Di proprietà condivisa tra De Beers e il governo del Botswana, è la miniera di diamanti più ricca del mondo. Eppure, i lavoratori dell’industria dei diamanti non condividono questa ricchezza, con salari medi che arrivano al massimo a 225 dollari al mese. A dispetto dell’enorme progetto, la disoccupazione nel paese è costantemente elevata e l’industria mineraria ormai quasi completamente meccanizzata non crea posti di lavoro.

Il Botswana Diamond Workers Union e il Botswana Power Corporation Workers Union hanno rivelato che le aziende nel settore della lucidatura dei diamanti stanno regolarmente infrangendo le leggi sul lavoro.

Secondo i delegati sindacali, i lavoratori sono sommariamente licenziati per reati minori e accuse non testate e la sicurezza sul luogo di lavoro è spesso compromessa. Le pratiche discriminatorie, attraverso cui le società diamantifere offrono maggiori vantaggi agli espatriati rispetto ai lavoratori locali, sono una dura realtà.

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Kenya – Quando si arriva nel campo profughi di Kakuma, nel nord del Kenya, si hanno solo i vestiti addosso e opzioni limitate per la sopravvivenza, secondo i dati dell’Ocha (United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs).

Alcune donne, attraverso la creazione di una rudimentale cooperativa, stanno provando a vendere coperte preparate a mano. Altre hanno costruito partendo dal nulla panetterie che ora permettono di far andare avanti le proprie famiglie. Il pane viene venduto in molte delle istituzioni del campo stesso, comprese le sue scuole.

Si guadagna poco meno di 300 dollari al mese, soldi che vengono investiti per il pagamento delle tasse scolastiche e per l’acquisto di beni di prima necessità per la famiglia.

Queste donne sono convinte che l’autosufficienza sia possibile, anche in un campo rifugiati. È fondamentale l’accesso al credito, il supporto legale per ottenere lo status di rifugiato e i permessi di lavoro dai governi ospitanti.

Aziende e attori governativi keniani stanno creando opportunità per aiutare i rifugiati a diventare autosufficienti in modo sostenibile, attraverso la logistica, l’illuminazione solare, il crowdsourced mapping.

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Sud Sudan – Il tonfo sordo di una noce di cocco lanciata contro una pietra piatta è il richiamo per i bambini attorno al tukul, alla casa dell’Africa orientale. È l’unico momento della giornata in cui il riposo è sacro.

Decine di migliaia di persone in Sud Sudan sono state uccise e più di 3,5 milioni sono gli sfollati. Donne e bambini hanno pagato un prezzo particolarmente alto negli scontri, con oltre due milioni di bambini sfollati, denunce di pulizia etnica e stupri perpetrati da tutte le parti in conflitto.

Mentre gli uomini combattono, molte donne vengono lasciate a casa con l’ingente peso sulle spalle della cura delle proprie famiglie. E allora camminano per ore alla ricerca dell’acqua per curare i campi e raccolgono frutti selvatici dagli alberi per riuscire a vendere prodotti agricoli.Lavorano in aziende secondarie per generare più reddito e lontano dalla linea del conflitto, sembrano difendere davvero il paese.

Oggi la maggior parte delle attività agricole e di pastorizia è rivolta alle donne. Il bestiame è molto importante per i gruppi etnici locali, poiché funziona come una sorta di valuta. Secondo il piano di bilancio nazionale approvato per il 2017/2018, il Sud Sudan ha investito solo il 3% della propria spesa complessiva per la garanzia di lavoro.

Nena News Agency “PRIMO MAGGIO. L’Africa nel lavoro delle donne, dei medici e delle miniere di diamanti” di Federica Iezzi

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PRIMO MAGGIO. Il lavoro minorile nell’Africa sub-sahariana

Nena News Agency – 01/05/2017

Nelle piantagioni di cacao e nelle miniere d’oro: è il destino di molti bambini africani, costretti a lavorare per sostenere le famiglie. In totale assenza di sicurezza

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di Federica Iezzi

Roma, 1 maggio 2017, Nena News – Sul terreno roccioso al di fuori del villaggio minerario di Kollo, vicino al confine tra Burkina Faso e Ghana, le mani laboriose di bambini di poco più di dieci anni, rompono massi in ciottoli e ciottoli in pietra per intercalare la mescolanza fangosa in acqua e sperare di trovare schegge di oro.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che fino a un milione di bambini di età compresa tra i 5 ei 17 anni lavorino nelle miniere d’oro di piccole dimensioni nell’Africa sub-sahariana, per soli due dollari al giorno. Ed è considerata una delle peggiori forme di lavoro minorile a causa delle conseguenze a lungo termine per la salute da esposizione costante alla polvere, ai prodotti chimici tossici e al lavoro manuale pesante.

Si passa dai danni polmonari permanenti, causati dall’inspirazione di minerali polverizzati, a lesioni muscolari e scheletriche, perdita dell’udito, avvelenamento da metalli pesanti, come il mercurio, con i relativi danni neurologici. Il mercurio attrae l’oro, ma per chi lo maneggia senza protezione distrugge le cellule cerebrali, causando tremori, turbe alla parola, ritardo mentale, cecità.

Come si può eliminare il lavoro minorile in una comunità quando il reddito di una famiglia è così basso? Questo è uno dei motivi per il quale i bambini lavorano invece di andare a scuola. Bisogna dunque necessariamente affrontare la questione dei mezzi di sussistenza per i genitori, prima di imporre il rispetto delle leggi. Spesso le miniere sono illegali e scoperte su proprietà private. Secondo le autorità locali il compito di vigilanza è schiacciante.

Sono gli adulti a gestire le macchine di frantumazione di minerali, mentre i bambini affilano le molatrici metalliche senza protezione per gli occhi, riversano nei macchinari frammenti di rocce e pietre senza mascherine per proteggersi dalla polvere. Tosse costante e sordità acquisita, dovuta al rumore delle apparecchiature, sono all’ordine del giorno.

Nel Sahel africano, regione semiarida che si estende dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso attraverso alcune zone di Mali, Ghana, Burkina Faso e Niger, per il 30-50% i lavoratori nelle miniere sono rappresentati dai bambini. E insieme, producono un quinto dell’oro del mondo, secondo i rapporti delle Nazioni Unite. Qui non si raffina l’oro ma viene semplicemente preparato per la vendita, attraverso esportatori, in Arabia Saudita e in Europa. Da lì l’oro entra nella catena di fornitura mondiale.

L’uso diffuso del lavoro minorile è vizio comune anche nelle aziende di cacao dell’Africa Occidentale, che vendono ai giganti internazionali, rivelando la connessione diretta del settore con le peggiori forme di traffico di esseri umani e schiavitù.

In media, gli agricoltori di cacao guadagnano meno di due dollari al giorno, un reddito inferiore alla soglia di povertà. Di conseguenza, spesso ricorrono all’uso del lavoro minorile per mantenere i loro prezzi competitivi. La maggior parte dei bambini che lavora nelle aziende di cacao ha un’età compresa tra i 12 e i 16 anni.

In quest’angolo di mondo i bambini sono quotidianamente circondati da un’intensa povertà e la maggior parte di loro comincia a lavorare in giovane età per aiutare le loro famiglie. Alcuni bambini vengono ‘affidati’ dalle stesse famiglie ai proprietari delle aziende agricole in cambio di un reddito mensile fisso. Spesso, i trafficanti rapiscono i bambini dai piccoli villaggi dei paesi limitrofi, per poi utilizzarli come forza lavoro.

Il giorno lavorativo di un bambino inizia solitamente alle sei del mattino e termina a sera inoltrata. Si fanno strada tra il fitto sottobosco delle foreste, si arrampicano sugli alberi di cacao per tagliare i baccelli con il machete, impacchettano i baccelli in sacchi che arrivano a pesare anche 50 chili quando sono pieni e li trascinano attraverso la foresta.

La maggior parte dei bambini ha cicatrici su mani, braccia, gambe, spalle. Inoltre sono esposti a sostanze chimiche agricole. Per una giornata di lavoro guadagnano un piatto di pasta di mais e banane, dormono su tavole di legno in piccoli edifici senza finestre, senza latrine e senza accesso ad acqua potabile.

L’Africa ha la più alta incidenza per lavoro minorile nel mondo. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il 41% di tutti i bambini africani tra i 5 ei 14 anni sono coinvolti in una qualche forma di attività economica. Nena News

Nena News Agency “PRIMO MAGGIO. Il lavoro minorile nell’Africa sub-sahariana” di Federica Iezzi

 

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