Africa: il digiuno secondo il Corano

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Uno dei cinque pilastri dell’Islam è il “sawn” (digiuno), che trova la sua estrema manifestazione durante il “mese caldo”: il Ramaḍān .

Al mattino la sveglia suona quando fuori è ancora buio e alla moschea inizia la prima preghiera del giorno, con la lettura di passi del Corano (“Al-ahzàb”).
Il Suhur è il pasto consumato appena prima dell’alba e consiste nel bere acqua e nel mangiare frutta. Quella razione deve bastare per l’intero giorno, fino a che il sole non accarezza più la terra.
La consapevolezza di non avere cibo o acqua e la coscienza di raccogliere tutte le energie, aiuta l’essere umano all’autodisciplina, alla pazienza e all’autocontrollo.

In realtà, in quei momenti si è di fronte a se stessi, si può decidere di nascondersi per mangiare o bere, oppure si può scegliere di farsi accompagnare dalla purità rituale di quel semplice gesto.
Non c’è autorità umana che possa controllare, costringere o punire il comportamento dell’uomo, ma è solo la coscienza integra e pulita che fa da guida.
La “salat al-maghrib” comincia da quando il sole sia del tutto scomparso all’orizzonte , ed ecco che un bicchiere d’acqua simboleggia l’onestà, la vittoria, la libertà, la dignità.
Il pasto segna la rottura giornaliera del digiuno, detto “iftâr”, è spesso costituito da cibi gustosi e particolari, ma a patto che non siano entrati in contatto col fuoco.
Consiste di tre portate. La prima è un numero dispari di datteri, come prescritto dalla tradizione islamica.
La seconda è una zuppa, la più popolare, di lenticchie, ma ve n’è un’ampia varietà: pollo, avena, pane di segale e brodo di pollo, patate, maʿāsh (lenticchie verdi) e altre ancora.
La terza portata è quella principale e di solito è consumata dopo una pausa dedicata alla preghiera.
La tradizione racconta bere acqua d’estate e mangiare datteri d’inverno.

Assumono particolare importanza alcuni piatti che vengono cucinati soprattutto in questo periodo.
Il “khushaf” una macedonia egiziana di frutta secca, e l’”harira” marocchina e algerina, zuppa con carne e legumi secchi.
La “ʿīd al-fiṭr”costituisce la seconda festività religiosa più importante della cultura islamica. Viene celebrata alla fine del mese lunare di digiuno di ramaḍān ed ha il significato di interrompere il digiuno del mese sacro.
E’ un’ancestrale festa che ogni anno si fa spazio nei quattro angoli del pianeta.
Passeggiando nei sobborghi dell’Islam, si respira e si assapora l’idea che la diffidenza tra culture e alfabeti differenti, è sempre più cosa da libri di storia.

Nel “dì di festa” gruppi di anziane signore ai lati delle strade si raccontano la settimana. Mamme che badano e corrono dietro agli scapestrati figli. Vestiti non usati durante la settimana, fermagli e mollettine tra i soffici capelli.

 

LiberArt “Africa: il digiuno secondo il Corano” – di Federica Iezzi

 

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