Sud Sudan. 20 anni di feroci conflitti

Nena News Agency – 15 maggio 2014

Fame e malnutrizione aggravano la vita a Leer, mentre viene firmato l’ennesimo vano cessate il fuoco

 

Sudan1

 

di Federica Iezzi

Leer (Sud-Sudan), 14 maggio 2014, Nena News – E’ una zona paludosa Leer, per lo più sconosciuta al mondo, fino a quando non si trivellò il sottosuolo ricco di petrolio.

Fanno da teatro in questa zona dell’estremo nord del Sud-Sudan, schieramenti ordinati di fucili, proiettili e bombe dei ribelli sudanesi contro quelle degli eserciti governativi, con accanto uno schieramento altrettanto ordinato di corpi di civili uccisi. Qui la popolazione è in gran parte di etnia nuer.

Dopo l’ultima sanguinosa guerra civile, durata più di 20 anni, il Sud-Sudan trova l’indipendenza nel 2011. Fin dalla sua nascita, il presidente del governo del Paese è stato Salva Kiir Mayardit, militare del popolo dinka, cresciuto a Bahr el Ghazal. La regione dell’oro bianco. Il fertile bacino bagnato dalle acque del Nilo.

Nel 1991, in piena guerra civile, Riek Machar, ex vice-presidente del neo sbocciato Paese, provoca la scissione dell’esercito sudanese di liberazione popolare. Il movimento ribelle viene guidato dal suo leader storico, John Garang, guerrigliero di etnia dinka di Bor. La nuova unione recluta soldati di etnia nuer, viene guidata da Riek Machar e si allea con il governo di Khartoum contro l’esercito sudanese di liberazione popolare di Garang.

Gli scontri tra le due fazioni degenerano rapidamente in conflitti tribali, provocando decine di migliaia di vittime.

Oggi ancora contro i civili, spesso sigillati dentro assedi infiniti, si ripetono bombardamenti indiscriminati, esecuzioni sommarie, stupri, privazione dei beni di prima necessità, fino alla fame, arma di guerra che ha sempre consumato la popolazione.

La vita è diventata così incomprensibilmente terrificante. Povertà assoluta, con lo stretto indispensabile per non morire. In questo Paese anche le attività più semplici privano la gente della dignità.

Molte strade sono bloccate, i ponti distrutti, spesso anche le linee telefoniche sono inutilizzabili. L’elettricità è un lontano lusso. Le abitazioni nelle città sono incompiute, con i balconi aperti come bocche sdentate e le finestre offuscate come occhiaie vuote. Gran parte della popolazione è analfabeta.

Secondo l’ONU, i morti dall’inizio dell’insensata lotta politica per il potere sono oltre 13.000. Più di 1,3 milioni di persone sono fuggite dalla loro terra a causa del conflitto di matrice interetnica, sullo sfondo della rivalità tra le tribù dinka e nuer, che ha partorito unicamente massacri e ferocia contro i civili.

3,2 milioni di persone hanno urgente bisogno di assistenza. Solo a Leer più di 270.000 persone non hanno accesso alle cure mediche.

Meno di una settimana fa, ad Addis Abeba, il presidente Salva Kiir e il capo dei ribelli Riek Machar hanno firmato il cessate il fuoco, dopo cinque mesi di duri conflitti armati.

Ora nuvole color rame cariche di pioggia peggiorano la già vacillante sopravvivenza. La stagione delle piogge equivale a una trappola, per le fitte famiglie raccolte accanto alle proprie case, senza tetto e annerite dal fumo. Si sentono le pungenti voci dei bambini che giocano sulle strade con il fango e le grida soffocate dei 250.000 bambini consumati dalla malnutrizione. Nena News

Nena News Agency “Sud Sudan. 20 anni di feroci conflitti” – di Federica Iezzi

 

 

Annunci
Standard

SUDAN. Khartoum, nel campo profughi di Mayo

Nena News Agency – 11 aprile 2014

Il racconto di un giorno trascorso nell’inferno dove vivono più di 500 mila  sfollati del Sud Sudan.

 

 

 

di Federica Iezzi

 

Khartoum - Campo profughi di Mayo

Khartoum – Campo profughi di Mayo

Roma, 11 aprile 2014, Nena News Era il 09 luglio del 2011 e il Sudan si lacera in due stati. Nasce il Sud Sudan. Nei lunghi anni di guerriglia tra nord e sud, migliaia di profughi provenienti dal sud del Paese, si sono riversati come fiumi in piena in questo posto dimenticato da Dio. Piramidi di valigie, cartoni, sacchi di tela che diventano giacigli cenciosi, sono ammucchiati su traballanti carretti. Figli seminudi sguazzano nella melma.

Il campo profughi di Mayo. Nasce nell’area di insediamento chiamata Angola, un dimenticato sobborgo di Khartoum. Quaggiù ci sono generazioni perse, contadini senza terra, migliaia di profughi che neppure qui hanno diritti. Tutte le foto sono attimi rubati alle estreme condizioni di miseria e disagio. 50 anni di conflitto, due guerre civili e milioni di morti segnano gli abitanti delle variopinte tribù.

Una giungla di case costruite con fango e paglia secca, tetti fatti con lamiere svigorite. Il campo si gonfia come se non sapesse più come contenersi. In mezzo, per sopravvivere, ci si aiuta come sI può. Nessuna strada asfaltata. Vecchi stracci bianchi e vermigli, intrisi della sabbia del Sahara trascinata dal vento, sono stesi intorno ai cortili di queste catapecchie, come a proteggere gli sguardi delle persone che non hanno voce. Tutto quello che riescono a fare è tenersi in vita respirando. Capre scheletriche, sagome umane vestite di stracci, qualche scarno somaro carico di tutto e di niente.

Sporchi di polvere e terra fulva, scalzi, spesso nudi o solo con lunghe magliette sudice che arrivano alle ginocchia, i bambini sono sui margini delle strade. Aspettano di bere dai rivoli di acqua che scorrono lerci sulla terra che costeggia i muri delle case. Sono lì seduti e aspettano. Un uomo costruisce mattoni con la fanghiglia che si accumula vicino i rifiuti. Il sole cocente fa il resto.

Alti, snelli, dalla carnagione vigorosamente scura, i ragazzini giocano a calcio con palloni creati dalla bizzarra unione di spago, paglia e pezzi di copertone. Chissà magari sognano di poter scappare da quell’inferno, grazie al pallone. Ma chi si accorgerà mai di loro?

E poi ci sono le donne. Giovanni donne che sembrano sessantenni. Sulla schiena portano il figlio più piccolo, legato armoniosamente al loro corpo scarno, grazie ad un gracile telo. In braccio il figlio più leggero, quello che non mangia mai, quello malnutrito. Attaccati alla lunga jellabiya di lino ruvido, lo stuolo dei figli più grandicelli. Sono all’eterna ricerca dell’acqua. L’acqua è la più miracolosa tra le medicine.

Aspettano con pazienza, senza dire una parola, con i bambini arrotolati addosso: allattano e scacciano mosche. Sono ogni giorno ferme ad aspettare la distribuzione delle medicine per la malaria, degli intrugli per la malnutrizione, delle vaccinazioni. Le donne i cui figli non ce l’hanno fatta, stringono tra le mani il tasbeeh, invocando come un’inquietante litania i novantanove nomi di Allah, tanti quanti i grani del rosario.

Fuori è mezzogiorno, il campo si piega su se stesso tra afa, pulviscolo e abbandono. Si accendono gli altoparlanti sui lontani minareti. E’ il tempo della preghiera. Nena News

 

Nena News Agency “SUDAN. Khartoum, nel campo profughi di Mayo” – di Federica Iezzi

 

 

 

Standard

La tempestosa danza dei dervishi

Tariqa

Tariqa

 

Khartoum (Sudan) Le case sono in roccia corallina e fango, le strade in terra battuta percorse da uomini e donne con le tradizionali jellabiya, lunghe tuniche bianche che coprono anche i piedi.
E’ proprio a Khartoum che il Nilo Bianco si fonde con il Nilo Azzurro dando vita al fiume Nilo solcato dalle doa, tipiche imbarcazioni arabe a vela triangolare.
Questo paesaggio ospita ogni venerdì, un’ora prima del tramonto, attorno alle grandi moschee cittadine, mentre l’Imam si prepara alla recita della ṣalāt al-maghrib, le danze rituali dei darwīsh.

Gli enormi spazi davanti alle moschee si riempiono di bancarelle che esibiscono: spezie, tè aromatizzato al cardamomo, ciambelle e fritti.
I dervishi sono asceti che vivono in mistica povertà in confraternite islamiche (turuq) che, per il loro cammino di salvezza, sono chiamati a distaccarsi dalle passioni mondane e dai beni e dalle lusinghe del mondo.
Le Confraternite islamiche (arabo: ﻃﺮﻴﻘـة, ṭarīqa, pl. ṭuruq) sono un tardo fenomeno del sufismo che sotto la guida di un Maestro, imparavano a percorrere la Via mistica per giungere ad una diretta conoscenza di Dio.
La cerimonia inizia con l’espressione di parole di graditudine verso il profeta Mohammed.
Dopo un lungo periodo di meditazione, i dervishi si alzano, si muovono lentamente lungo un immaginario cerchio.
I loro occhi guardano senza vedere. Incenso e fumo riempiono l’aria.
Continua con la dhikr, invocazioni ritmate ad Allah, prosegue con una celere roteazione dei corpi, che sembrano disegnare un grosso cerchio nella sabbia trasportata dal vento del Sahara.
Musica di tamburi e canti religiosi ossessionanti, danze vorticose, profumo penetrante di incenso: tutto il corpo ne viene coinvolto per cercare di raggiungere l’estasi mistica.

Ecco allora manifestarsi un tipico rituale con vesti verdi e rosse, con perle intorno al collo, con la testa reclinata sulla spalla, con gli occhi socchiusi, con l’energica rotazione su se stessi, accompagnate da vertigini mistiche.
Nel mondo islamico, il movimento ripetitivo, la rotazione dal centro verso l’esterno rivestono la completa armonia con il movimento cosmico.
Il rito continua con la condivisione del cibo e si trasforma in evento sociale e comunitario.
Al termine della cerimonia, poco prima del tramonto, i danzatori, spossati dal volteggiare, passeggiano intorno alla platea con in mano incenso fumante, delineando una sorta di benedizione ai fedeli.

 

LiberArt “La tempestosa danza dei dervishi” – di Federica Iezzi

 

Standard

Cadono i manghi

Ntylian

 

Missione cardiochirurgica – Emergency – Salam centre for cardiac surgery – Khartoum (Sudan)

 

 

Ho scelto la chirurgia per la pace. Entrare in sala operatoria, chiudere quella porta dietro la mia schiena, non ascoltare il ritmo drammatico del mondo, non sentire i ghirigori della mia anima. Solo pace. Solo silenzio. Solo l’acuirsi di quella preziosa solitudine che accompagna l’uomo ogni giorno.

Quei gesti familiari che non mi abbandonano mai, quel luogo riconosciuto, quegli oggetti che appaiono come tratti del mio corpo, abbracciati dalla percepibile essenza della quiete.

In tutta questa perpetua ricerca di solitudine, si addentra uno spiraglio di pungente blu: Ntylian. Una bimbetta del selvaggio Kenya che ha viaggiato su un aereo, attraverso il continente africano, per arrivare all’ospedale di Khartoum, dove le avevano promesso che l’avrebbero operata.

Mesi e mesi senza la mamma e il papà.

Con dignità, non cercava le coccole dei dottori che la curavano. Ma la sera, in silenzio, mi aspettavano quegli occhi profondi, come la savana che l’aveva cresciuta, che sfidavano il buio, in quel letto enorme dell’ospedale. E solo prima di addormentarsi, concedeva quel suo raro sorriso.

Uno sguardo di intesa che percuoteva la carne, una carezza su quel visino vellutato. L’impressione di vegliare sul suo cuore e poi la consapevolezza che era lei che vegliava su di me.

Ho girato lo sguardo verso la mia aria africana e sono stata avvolta e nutrita dalle lacrime che custodivano tacitamente la fine di un altro anno.

 

https://www.facebook.com/notes/federica-iezzi/cadono-i-manghi/10150426021345984

Standard

In the wonderland

Munnira

 

Missione di cardiochirurgia

Emergency – Salam centre for cardiac surgery – Soba Hilla (Khartoum) – Sudan

 

 

Occhi scuri come la notte, capelli lanuginosi e dentini bianchi come il latte, in un corpicino di appena 15 chili.

Munnira è arrivata a Khartoum, da Mogadiscio, dopo giorni di viaggio polveroso.

E’ nata sei anni fa con una malattia al cuore. Ha un buco tra i due atri, due delle quattro camere che formano il cuore.

La mamma mi ha raccontato che a Mogadiscio, non poteva giocare con le altre bambine sulla strada.

L’abbiamo operata in una fresca giornata di gennaio, quando l’aria africana contava 38 gradi.

In sala operatoria nessuna lacrima dai suoi occhi scuri come la notte.

Sapeva che la sua mamma le voleva bene e che i “khwaja”  le avrebbero insegnato a giocare.

Ed ecco che, come un sortilegio, in pochi minuti, quel cuoricino che si vedeva battere sotto la pelle e che non si era mai arreso, si ferma dopo quella stanchezza durata sei anni. I bianchi chirurghi provenienti dalle lussuose università europee hanno chiuso quel buco nel suo cuoricino.

Accanto a quel corpicino esile, sotto le mie mani nascoste dai guanti sterili, il piccolo cuore riprende a muoversi. Batte lentamente come per respirare la guarigione e poi si mette a correre libero.

Adesso non si vede più il cuore sotto la pelle, è tornato a stare al suo posto.

Quel sorriso contagioso in terapia intensiva e in reparto mentre medicavo le sue ferite, riscaldava l’anima.

Ogni giorno aspettava pazientemente che passassi in reparto, aveva imparato a riconoscere la porta dalla quale uscivo dal blocco operatorio e così aspettava  lì.

Poi, quel “ciao” sussurrato dai fragili polmoni e la sua scarna manina che prendeva la mia, ancora coperta dal talco dei guanti.

Adesso gioca a piedi scalzi nel colorato giardino dell’ospedale, con il suo vestitino a quadri verde.

Adesso è lei che ci insegna come si vive.

 

https://www.facebook.com/notes/federica-iezzi/in-the-wonderland/10150178527530984

Standard

Racconti dal Sudan

Khartoum

 

https://www.facebook.com/federica.iezzi.16/media_set?set=a.2430170043926.133358.1541863947&type=3

 

Racconti tratti dalla missione cardiochirurgica al Salam Centre for Cardiac Surgery di Khartoum in Sudan, nel 2010-2011

 

 

Sono arrivata a Khartoum nella notte del 3 dicembre. Di nuovo investita dalla mia aria africana: secca e bruciante, sotto quel cielo limpido e immerso nelle stelle lontane.

Dall’aereoporto, attraverso le strade sempre piene di traffico di Khartoum, in direzione del Nilo Azzurro.

Era quasi l’alba. La luce si faceva spazio nel buio sconfinato dell’orizzonte africano. Dalle moschee di Soba Hilla (una vecchia zona di Khartoum) l’eco delle parole dei Mu‘adhdhin”, gridate dal punto più altodel minareto, richiamava all’ “adhān”.

C‘era un’atmosfera quieta, una leggera brezza mi si poggiava sulla pelle, trasportando odori nuovi.

Rosso e bianco: era solo di due colori l’ospedale dall’esterno. Una struttura quadrangolare che ruotava attorno ad una corte, rappresentata da un giardino, curato da sudanesi dai sorrisi contagiosi.

All’interno i colori cambiavano: il bianco e il blu elettrico.

Dalle finestre di ogni stanza si poteva guardare il sole africano. Dai vetri sigillati non si permetteva alla sabbia di entrare.

Una miscela di colore che andava dal marrone al viola, si muoveva nei corridoi dell’ospedale: i cleaner, vestiti con larghe divise bordeaux, addetti a lavare ogni angolo dell’edificio. Li trovavi ad ogni ora, chini sul pavimento, raschiando con pazienza sabbia, terra, polvere o vernice.

Il lunedì cercavo di pranzare insieme alle mie compagne di vita sudanesi, nella mensa dell’ospedale. Uno spazio aerato con grossi ventilatori, con una ventina di tavoli rettangolari.

Il lunedì era il giorno del “full”: una zuppa di fave, arricchita con spezie, cipolla e “ghibna”. Il tutto annaffiato da un bicchiere di acqua filtrata.

E durante la giornata, quando si trovava un momento libero, mi prendevano per mano e, con quel sorriso scaltro che si stampava sulle loro labbra, si andava a prendere lo “jabanà”, una sorta di caffè bollente e speziato.

Una serie di piccoli sgabelli erano disposti sotto un capanno, creato da cartoni, pezzi di tessuto rammendato e rami di acacia.

Una donna, avvolta in quei colorati vestiti sudanesi, riscaldava, su un arrangiato fuoco, chicchi di caffè, zenzero, cannella e zucchero e poi con regalità filtrava la mistura, versandola in bicchierini di vetro, sciacquati con l’acqua di un recipiente lurido che aveva a fianco.

Il Nilo Azzurro era di fronte a me ogni mattina. I papiri, queste fitte colonie di piante rivierasche, che a ciuffi emergevano dalle acque basse e le palme, che verdeggianti crescevano sul terreno solido delle due rive, dipingevano l’immagine di questo possente fiume.

Spuntavano immobili, sulle maestose palme, ombre di uccelli dalle piume variopinte che, senza preavviso, sembrava si tuffassero in acqua, in realtà ne sfioravano appena la superficie e vittoriose, con il loro pesce nel becco, tornavano a dare al fiume una cornice di calma.

Di tanto in tanto una feluca, con la sua vela triangolare spiegata, fendeva il fiume controcorrente. A bordo, come in un passato lontano, uomini a torso nudo, buttavano le reti.

Un fumo chiaro saliva lento verso il cielo azzurro, illuminato solamente da un sole terso, mai minacciato dalle nuvole. L’acre odore di quel fumo si muoveva traghettato da una leggera brezza. Era l’odore delle fornaci, disseminate lungo il corso del fiume, in cui ardevano i mattoni, che erano lavorati con l’argilla stessa del fiume.

Un esercito di uomini, ragazzi e bambini prendevano con le mani il limo dagli argini dell’imponente fiume, lo impastavano con argilla grigia e, grondanti di sudore, lo mettevano in una sorta di scatola di legno rettangolare senza fondo. Poi stendevano queste sagome al sole per farle asciugare e seccare. Che lavoro. E’ facile così immaginare la storia della schiavitù. Il giorno dopo avrebbero pazientemente accatastato queste inverosimili sagome formando una piramide, che rimaneva vuota al centro, e le avrebbero cotte infilando dei pezzi di legno nello spazio vuoto. Il legno avrebbe avuto il compito di mantenere acceso il fuoco.

La paga era di un dollaro circa al giorno.

La terra, dopo che le acque del fiume si ritirano, appare disegnata di crepe. E il sole, serpeggiando tra le fessure delle profonde incisioni, nutre di luce e calore i giovani arbusti.

Nelle strette e selvagge stradine di terra battuta, che si dipanavano dal letto in cui riposava il Nilo, camminavano veloci frotte di bambini, che con un vociare allegro, con un gesticolare continuo e con saltelli e corse, cercavano di conquistare la prima posizione.

Avevano addosso magliette variopinte, strappate e impolverate; i piedi erano nudi, solo qualcuno di loro portava colorate ciabattine di plastica. Le bimbe, quelle che non portavano il velo sulla testa, avevano i capelli raccolti in treccioline bizzarre e colorate. Tutti avevano in comune quel sorriso accattivante e spontaneo e quegli occhi magnetici, capaci di raccontare la storia della loro vita.

La mattina mi alzavo presto, prima dell’alba, quando fuori la luce era ancora velata e l’aria ancora fresca.

Portavo il mio latte ancora fumante sul terrazzo, aspettavo che ad oriente si levava quel bagliore di luce che poi si spandeva sull’orizzonte, a cui si accompagnava la “Salat al-sobh”, la preghiera del mattino, gridata dal Muezzin.

Quella voce metallica arrivava come un’ondata, seguita dal levarsi di un fiammante sole.

Spesso, prima del tramonto, uscivo fuori dalle mura dell’ospedale. Mi addentravo nelle polverose vie di Soba e mi perdevo nella vita quotidiana che incontravo. Sabbiosi e improvvisati campetti di calcio, proteggevano gruppetti di ragazzi, che correvano scalzi dietro un pallone consumato, con un vociare continuo. Orci di terracotta e bicchieri di metallo, per raccogliere l’acqua, erano spesso l’unico mezzo per dissetarsi, in quell’arso territorio. Gruppi di ragazzini, alcuni accovacciati per terra, altri seduti su instabili sgabelli, abbozzavano una specie di scacchiera sulla terra e poi muovevano pietre di diverso colore, lanciandole su quel disegno.

Case e negozi erano preservati da porte di metallo, colorate di vernici azzurre o verdi, in forte contrasto con la monotona muratura marrone circostante.

La legge di stato in Sudan è la “sharīʿa”, la legge islamica. Per l’Islam, il venerdì è il giorno santo.

Non si lavora ma la città brulica di attività. Khartoum conta più di sette milioni di abitanti: di questi, il dieci per cento vive nell’agio, il resto nella povertà più nera. E’ il souq di Omdurman che raccoglie centinaia di persone, donne e bambini, durante i giorni di festa, tutti alla ricerca di qualcosa.

Si erge a nord di Khartoum, la precoloniale Omdurman, vecchia capitale dei Mahdisti.

Taxi derivati da motocarri o ricavati da strambi veicoli a tre ruote, da sempre emblema delle metropoli del sud-est asiatico, da Bangkok a Phnom-Penh, sono gli unici mezzi per raggiungere il souq.

Dopo quasi un’ora di traffico convulso, dopo turbanti e assidui suoni di clacson, dopo aver osservato il modo di guidare con gli sguardi di questa strabiliante gente, eccomi in questo dedalo sterminato di viuzze.

Si mercanteggiava per abiti e scarpe, stoffe, tappeti, utensili, vasellame, collane, braccialetti e orecchini, maschere e statuette in legno o in rame, pugnali, sciabole e scimitarre.

Osservavo appassionata le mie grandi compagne di vita sudanesi. Tutte indossano abiti lunghi, avvolti nei “kanga”. Tolti questi abiti scuri, rimangono pantaloni e magliette a maniche lunghe, che vengono nascosti dalle divise bianche, verdi o blu, in uso in ospedale. Alcune arrivano con il “niqab” altre solo con la “hijab”, per coprire la testa. In ospedale viene tutto sostituito da veli bianchi, e dal loro rituale per sistemarli, con spille e ferrettini, per tenere i capelli in quelle posizioni innaturali.

Un ardente giovedì pomeriggio mi ritrovai a 200 chilometri a nord di Khartoum, nell’antica città posta sulla riva orientale del Nilo, oggi sito archeologico di Meruwah.

Durante le prime due ore di viaggio, si correva su una strada asfaltata, lungo la quale mano a mano si perdevano case, che venivano sostituite da gruppi di acacie ombrellifere. Nei pressi del sito si trovavano solo alcuni villaggi chiamati “Bragrawiyah” con poca gente e molte capre.

Agglomerati di case in mattoni, che sembravano disabitati, riuscivano a sorprenderti quando si riempivano in un attimo di vita. Apparivano immagini deliziose e lontane di donne, con abiti pieni di colore, che si opponevano alla desolazione reale del deserto. Gli uomini tenevano costantemente in bocca un rametto di pianta, morsicato in punta, lungo una decina di centimetri, e inamovibili, davanti alle loro abitazioni, regalavano la percezione della difesa.

Cosa facevano tutto il giorno, tutte le settimane, tutti i mesi, tutti gli anni quelle creature?

D’improvviso il paesaggio cambiò, un profilo vagamente montuoso affiancò l’ultimo tratto di strada: un improbabile sentiero arido, intervallato da ciottoli e pietre calcaree.

In pieno deserto nubiano, svettavano con la forma aguzza verso il cielo, le piramidi della necropoli reale di Meroe. Il sole fulvo del tramonto le tingeva, accarezzando dolcemente le piccole dune di sabbia gialla.

Un leggero venticello cominciò a soffiare, solleticando la sabbia. La magia della notte nel deserto: lo spazio più incontaminato del pianeta, il deserto e il firmamento sotto i miei occhi. Il disegno della via lattea, le forme irregolari dei crateri della luna, le stelle che ti soffocavano.

E l’alba, con il suo pallido e giovane sole che dava vita ad ombre brune e colorava d’oro la sabbia.

Proseguendo nell’ideale percorso dell’antica Nubia, affiorano i templi di Naga, luoghi sacri tra deserto e savana, di una dimenticata civiltà dell’alto Nilo.

Il sole colpiva la terra bruciata perpendicolarmente, e un vecchio e stanco asino, trainato da una donna coperta di veli insabbiati, continuava senza sosta a issare acqua da un pozzo.

Il maestoso serpeggiare del Nilo riapparve lungo il cammino, il paesaggio cambiò repentinamente, si lasciava il deserto e man mano tornavano a crescere indisturbate, lungo una pista sassosa, macchie di acacie e palme. A ridosso della vallata, si vedevano le prime elementari coltivazioni di cereali.

La settimana antecedente un matrimonio, culturalmente nell’Islam, è una festa che mostra l’incanto della donna. Durante ognuno di questi riti: si partecipa al salotto culinario, si cantano e si ballano brani tradizionali, si gioca arricchendo la bellezza del proprio corpo.

L’henna, incorporato tra le usanze islamiche a partire dal VI secolo d.C., è preposto a creare disegni su mani, braccia, piedi e gambe.

Il locale era illuminato con fioche e pigmentate lampadine, svettava al centro di questo posto, senza tempo e senza spazio, un baldacchino coperto da teli arabescati e decorati con sfumature d’oro.

Lui composto, saggio e al di là con gli anni; lei una giovane e inesperta dama.

Campo profughi di Mayo, un dimenticato sobborgo di Khartoum.

Abitato circa da 500mila persone, di tribù diverse, per lo più provenienti dal sud del Sudan.

Le infezioni causate dalla mancanza di acqua pulita, dall’inesistenza di un sistema fognario e da condizioni igieniche disastrose, insieme alla malnutrizione, rendono questo posto al limite della sopravvivenza.

Case fatte di fango e paglia, in un paesaggio dove mano a mano aumenta la povertà.

Capre scheletriche, sagome umane vestite di stracci, qualche scarno somaro carico di tutto e di niente.

Le donne aspettavano con pazienza, senza dire una parola, con i bambini arrotolati addosso: allattavano e scacciavano mosche. Erano ferme ad aspettare la distribuzione delle medicine per la malaria, degli intrugli per la malnutrizione, delle vaccinazioni.

Uno dei cinque pilastri dell’Islam è il “sawn” (digiuno), che trova la sua estrema manifestazione durante il “mese caldo”, il Ramadan. Ho iniziato dal primo giorno di agosto il Ramadan. Avevo un foglio su cui erano annotati gli orari di alba e tramonto di ognuno dei 29 giorni di digiuno. La mattina, la mia sveglia suonava quando era ancora buio fuori e quando dalla moschea iniziava la prima preghiera del giorno, con la lettura di passi del Corano (“Al-ahzàb”). Bevevo acqua e mangiavo frutta e quella decisione mi doveva bastare per tutto il giorno, fino a che il sole non avrebbe più accarezzato la terra. Il mio digiuno non è stato un cerimoniale religioso, ma una tentativo di guardare e afferrare cosa alloggia oggi nell’animo di un uomo. L’autodisciplina, la pazienza, l’autocontrollo, la consapevolezza di non avere cibo o acqua e la coscienza di poter radunare le energie, mostrando la stessa operosità. In realtà, in quei momenti si è di fronte a se stessi, si può decidere di nascondersi per mangiare o bere, oppure si può scegliere di farsi accompagnare dalla purità rituale di quel semplice gesto. Non c’è autorità umana che possa controllare, costringere o punire il comportamento dell’uomo, ma è solo la coscienza integra e pulita che fa da guida. Arriva il tramonto, la salat al-maghrib” tuona nell’aria, ed ecco che un bicchiere d’acqua simboleggia l’onestà, la vittoria, la libertà, la dignità.

La “ʿīd al-fiṭr” ha il significato di interrompere il digiuno del mese sacro. E’ un’ancestrale festa che ogni anno si fa spazio nei quattro angoli del pianeta. Passeggiando nei sobborghi di Khartoum, si respira e si assapora l’idea che la diffidenza tra culture e alfabeti differenti, è sempre più cosa da libri di storia. Mi è sembrato di tornare piccola, quando la domenica, il “dì di festa”, bimbi e nonni si incontravano nella piazza del Paese. Vestiti non usati durante la settimana, fermagli e mollettine tra i soffici capelli. Gruppi di anziane signore ai lati delle strade che si raccontavano la settimana. Mamme che badavano e correvano dietro agli scapestrati figli. E gli ubbidienti uomini che portavano a casa i dolci per la fine del pranzo.

 

https://www.facebook.com/notes/federica-iezzi/racconti-dal-sudan-di-federica-iezzi-surgical-mission-2010-2011/10150454828685984

Standard