REPORTAGE. I racconti dei sopravvissuti di Garissa «Cristiani da un lato, musulmani dall’altro»

Il Manifesto – 06 aprile 2015

Kenya. Tra gli studenti feriti durante l’attacco di al-Shabab al campus universitario. Chi non conosceva il Corano non ha avuto scampo. Ma in ospedale scatta la gara di solidarietà: persone di diverse etnie e religioni in fila per donare il sangue

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di Federica Iezzi

GARISSA (KENYA) – Le 16 ore dram­ma­ti­che nel cam­pus universitario di Garissa, nel Kenya del nord, a 150 chi­lo­me­tri dal con­fine somalo, sono ini­ziate gio­vedì scorso subito dopo l’alba, ora della salat al-fajr, la pre­ghiera isla­mica del mat­tino. Almeno cin­que uomini con volto coperto e pesan­te­mente armati, affi­liati al gruppo jiha­di­sta somalo al-Shabaab, hanno aperto il fuoco con­tro i custodi dei dor­mi­tori, riu­scendo a infil­trarsi in stanze, aule, biblio­te­che e labo­ra­tori dell’università. Char­les, stu­dente di scienze informatiche, rac­conta che dalla sua stanza al piano terra, ha sen­tito colpi di arma da fuoco e grida. Nel suo dor­mi­to­rio gli stu­denti sono stati divisi in gruppi, in base alla loro reli­gione. I non-musulmani sono stati giu­sti­ziati e i musul­mani sono stati liberati.

Il bilan­cio delle vit­time, ancora oggi prov­vi­so­rio, parla di 153 morti, tra cui 148 stu­denti e cin­que addetti alla sicu­rezza, e 104 feriti, tra cui 19 in con­di­zioni cri­ti­che. Già nella notte di gio­vedì il Natio­nal Disa­ster Ope­ra­tion Cen­ter kenyano, par­lava di 587 stu­denti eva­cuati dal cam­pus, su 850 iscritti. Almeno in cento man­cano all’appello, ma potreb­bero essere anche di più i gio­vani ancora nelle mani dei mili­ziani. Le forze armate di Nai­robi con­ti­nuano a pat­tu­gliare l’università. Jacob Kai­me­nyi, segre­ta­rio di Gabi­netto per l’Educazione, ha annun­ciato che la strut­tura rimarrà chiusa. A Garissa, Wajir, Man­dera e nella con­tea di Tana River, rimarrà il copri­fuoco dalle ore 18.30 alle ore 6.30, per due settimane.

Il mini­stro dell’Interno Joseph Nkais­sery, ha comu­ni­cato l’uccisione di quat­tro pre­sunti aggres­sori e dell’arresto di altri cin­que. Uno dei mili­ziani che hanno preso parte all’assalto sarebbe Abdi­ra­him Moham­med Abdul­lahi, kenyano, figlio del gover­na­tore della con­tea di Man­dera. Mente dell’attacco viene invece con­si­de­rato Mohammed Moha­mud Kuno, fino al 2000 diret­tore del Madrasa Najah Insti­tute a Garissa, una scuola cora­nica, ben noto come lea­der di al-Shabaab nella regione auto­noma di Juba­land, a sud della Soma­lia, che con­di­vide più di 700 chi­lo­me­tri di con­fine con il Kenya. Kuno ha riven­di­cato anche l’attacco a Man­dera, pic­colo centro al con­fine tra Kenya e Soma­lia, dove lo scorso novem­bre vennero uccisi 28 civili non musul­mani, a bordo di un auto­bus diretto a Nai­robi. Ed è col­le­gato all’attacco del set­tem­bre 2013 nel cen­tro com­mer­ciale West­gate a Nai­robi, quando 67 per­sone per­sero la vita in quat­tro giorni di asse­dio. Lati­tante dallo scorso dicem­bre, le forze dell’ordine kenyane hanno messo sulla sua testa una taglia di 220 mila dol­lari. E al-Shabaab minac­cia nuovi attac­chi fin­ché il Kenya man­terrà le truppe in Somalia.

La rispo­sta del Kenya Defence For­ces è arri­vata imme­diata domenica, con bom­bar­da­menti a tap­peto nei campi di Gon­do­dowe e Ismail, entrambi nella regione di Gedo, al con­fine tra Kenya, Etiopia e Soma­lia, fer­tile rete dei mili­ziani di Kuno.
I mili­ziani di Kuno hanno inten­zio­nal­mente scelto la Garissa Univer­sity Col­lege, per­ché iden­ti­fi­cata come facile obiet­tivo, pienamente con­sa­pe­voli della cor­ru­zione para­liz­zante e della carente gestione della sicu­rezza nella scuola. «Rumori di gra­nate, di colpi di arma da fuoco e di esplo­sioni ci hanno sve­gliate», raccontano Jene e Nadja, che divi­de­vano la stessa stanza del dormito­rio fem­mi­nile da 360 posti. «Con­ti­nua­vano a chie­dere se tutti noi era­vamo cri­stiani o musul­mani. Ci chie­de­vano di pronunciare versi del Corano in arabo. Chi non l’ha fatto è stato ucciso».

Jene ha volato con i pic­coli aerei dei fly­ing doc­tors al Kenyatta Natio­nal Hospi­tal di Nai­robi, dopo essere stata col­pita da una scheggia all’addome. È stata sot­to­po­sta a un deli­cato inter­vento chirur­gico. Era entrata solo da pochi mesi al Garissa Uni­ver­sity College. Ci rac­conta che i colpi di kala­sh­ni­kov dei guer­ri­glieri sono diven­tati più fitti quando l’esercito kenyano ha rag­giunto e circondato il col­lege, ben sette ore dopo l’irruzione.

Lun­ghe file di uomini e donne di diverse nazio­na­lità, etnie e religioni, si sono river­sate nel cor­tile del pic­colo ospe­dale di Garissa, in attesa di donare il pro­prio san­gue alle vit­time dell’attacco jiha­di­sta. Il per­so­nale della Croce Rossa locale ha alle­stito una sorta di cen­tro di primo soc­corso nel cor­tile del Garissa Pro­vin­cial General Hospi­tal, per lo smi­sta­mento dei pazienti. Anche un’equipe di Medici Senza Fron­tiere ha sup­por­tato l’ospedale nella fase di emer­genza. I ragazzi soprav­vis­suti insieme alle fami­glie ora sono al Nai­robi Nyayo Natio­nal Sta­dium, adi­bito a cen­tro di gestione dei disa­stri. Gra­zie al lavoro dello staff della St Johns Ambu­lance e del Kenya Blood Tran­sfu­sion and Sto­rage Ser­vi­ces, pro­prio dallo sta­dio è partita una staf­fetta di soli­da­rietà, della durata di tre giorni, per continuare la dona­zione di san­gue alle vit­time dell’attacco che ancora lottano per la vita, nelle sale ope­ra­to­rie dell’ospedale di Nairobi.

Tra la gente in fila anche la madre di Faith, che ha perso la vita nell’attentato. «Faith non c’è più – dice -, ho visto e rico­no­sciuto il suo corpo. Ma sua sorella è ancora in tera­pia inten­siva e ha biso­gno di me ora. Non posso per­met­termi di pian­gere».
Intanto nelle strade della capi­tale si sono dispie­gati cor­tei di protesta e di soli­da­rietà. Ieri mat­tina pre­si­dio di fronte alla succursale della Moi Uni­ver­sity, a Nai­robi. Decine di car­telli a ricordare i nomi e le foto degli stu­denti uccisi. «I ragazzi di Garissa pos­sono stu­diare con noi», scan­di­vano a gran voce i gio­vani universi­tari, dopo la nota dira­mata dal Mini­stero dell’Istruzione di tenere ancora chiuso il Col­lege e di tra­sfe­rire gli stu­denti nella sede prin­ci­pale della Moi Uni­ver­sity a Eldo­ret, nel Kenya dell’ovest.

Aleela è la sorella mag­giore di Nadira e quest’ultima è in sala d’attesa al Kenyatta Natio­nal Hospi­tal di Nai­robi da almeno 29 ore. Aspetta che Aleela esca dalla tera­pia inten­siva. «È stata col­pita alla testa – ci dice – Non so come sta, i dot­tori non mi sanno dire ancora nulla. Io voglio solo sapere se si sve­glierà». Ci rac­conta che Aleela vuole diven­tare una mae­stra per inse­gnare nelle scuole elemen­tari di Mar­sa­bit, il vil­lag­gio dei loro geni­tori. Aveva otte­nuto dal suo col­lege una borsa di stu­dio, per con­ti­nuare ad andare a scuola. Si era tra­sfe­rita poi a Garissa, a 360 chi­lo­me­tri da casa sua. «Non la vedevo da mesi, ma sapevo che era contenta».

Il Manifesto 06/04/2015 – I racconti dei sopravvissuti di Garissa «Cristiani da un lato, musulmani dall’altro» di Federica Iezzi

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KENYA. Al-Shabaab fa strage di studenti e minaccia nuovi attacchi

Nena News Agency – 04 aprile 2015

L’università di Garissa è rimasta sotto l’assedio dei miliziani islamisti somali per 16 ore. Almeno 150 i morti, in un attacco terroristico che ha preso di mira gli studenti cristiani. “Molti compagni uccisi davanti alle aule”, il racconto di una sopravvissuta

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AGGIORNAMENTO ORE 10.30 – AL SHABAAB MINACCIA NUOVI ATTACCHI

I miliziani islamisti somali promettono nuove stragi in Kenya, dopo quella al campus universitario di Garissa in cui sono morte quasi 150 persone, per lo più studenti cristiani. “Non ci sarà luogo sicuro in Kenya fino a quando manderà le sue truppe in Somalia”, questo il monito di al -Shabaab che ha giurato che le strade delle città kenyiote diventeranno “rosso sangue”. Nena News

 

Testo e foto di Federica Iezzi

Garissa (Kenya), 4 aprile 2015, Nena News – Secondo fonti del ministero degli Interni, è di 147 morti e 79 feriti, il bilancio, ancora provvisorio, dell’attacco nel campus universitario di Garissa, nel nord-est del Kenya, a 150 chilometri dalla frontiera con la Somalia.

Quello avvenuto in Kenya, all’Università di Garissa, è solo l’ultimo di una lunga serie che prende di mira i luoghi di studio. Dal 2009 ci sono stati 9.500 attacchi terroristici nelle scuole di 70 diversi Paesi.

Giovedì all’alba, un piccolo gruppo di miliziani di al-Shabaab, armati di AK-47 e muniti di esplosivi, si è infiltrato nelle aule universitarie del campus, uccidendo studenti non-musulmani. Le prime testimonianze hanno riferito di colpi d’arma da fuoco seguiti da esplosioni. Presi in ostaggio decine di studenti nei dormitori. Gli scontri tra gli estremisti e le truppe kenyane hanno fatto salire il bilancio di morti e feriti. Uccisi anche quattro combattenti del gruppo affiliato ad al-Qaeda.

L’esercito kenyano ha circondato gli edifici universitari riuscendo a far evacuare, tra le giornate di giovedì e venerdì, 587 studenti. Potrebbero essere alcune centinaia i giovani cristiani ancora nelle mani dei miliziani islamici di al-Shabaab.

In un messaggio audio, subito dopo l’attacco, Ali Mohamoud Raghe, portavoce del gruppo al-Shabaab, ha detto che l’università di Garissa è stata presa di mira perché educa studenti cristiani. Inoltre, al-Shabaab minaccia nuovi attacchi finché il Kenya manterrà le truppe in Somalia. Il riferimento è al coinvolgimento dei militari del governo di Uhuru Kenyatta, nella missione dell’Unione Africana dispiegata in Somalia, per la sicurezza e la stabilità del Paese.

Dopo l’attacco, il ministro dell’Interno del Paese, Joseph Nkaissery, ha annunciato un coprifuoco di 12 ore nelle città di Garissa, Wajir, Mandera e nella contea di Tana River. Sono stati trasferiti in aereo, al Kenyatta National Hospital di Nairobi, i feriti più gravi, in attesa di delicati interventi chirurgici.

Jene, prima di entrare in sala operatoria, per un colpo di arma da fuoco all’addome, ci racconta che uomini a volto coperto continuavano a chiederle, urlando, se era cristiana.“Molti miei compagni di corso hanno perso la vita davanti alle aule dove studiavamo. Tutti erano di religione cristiana”. Ci dice di aver paura di non riuscire a superare l’intervento. “Tornerò a studiare una volta uscita dall’ospedale”: queste le sue ultime parole prima dell’anestesia.

L’atto terroristico si rivela il peggior attacco in Kenya, dopo l’attentato del 1998 all’ambasciata degli Stati Uniti da parte di al-Qaeda, che ha ucciso più di 200 persone. E viene dopo l’attacco al centro commerciale Westgate della capitale kenyana, che ha ucciso 67 persone, nel 2013. Dal 2012, più di 600 persone sono state uccise in Kenya dai jihadisti di al- Shabaab. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Al-Shabaab fa strage di studenti e minaccia nuovi attacchi” – di Federica Iezzi

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KENYA, oltre 40 bimbi operati da missione italiana

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ANSA.it

Equipe delle associazioni lombarde Ndugu Zangu e Mission Bambini

In sala operatoria del Kenyatta National Hospital di Nairobi

di Federica Iezzi

(ANSA) – TRIESTE, 27 MAR – Sono 40 i bambini già operati al cuore al Kenyatta National Hospital di Nairobi (Kenya) nell’ambito della terza missione italiana di cardiochirurgia con staff medico delle associazioni lombarde “Amici di Ndugu Zangu ONLUS” e “Mission Bambini”. Gli interventi sono stati compiuti all’interno del programma “bambini cardiopatici” e, per la prima volta in quest’ultima missione, sono stati sottoposti a delicati interventi di cardiochirurgia anche quattro bambini provenienti dallo Zimbabwe. Le missioni italiane completano il programma con la formazione di medici e infermieri keniani, che si svolge alla School of Medicine dell’università di Nairobi.

Luigi Panzeri, che i bambini chiamano Mzee Luigi (nonno Luigi), ha fondato nel 1996 la Comunità di Ndugu Zangu, a Oldonyiro, nel nord del Paese; da 14 anni accoglie bambini cardiopatici provenienti dalle famiglie samburu. La Fondazione Mission Bambini fu costituita invece dall’ ingegnere bolognese Goffredo Modena a Milano nel 2000 per aiutare i bimbi poveri, ammalati, emarginati, senza istruzione. (ANSA)
DO/ S0B QBXB

http://www.ansa.it

L’Unione Sarda – 27 marzo 2015 “Kenya: oltre 40 bimbi operati da missione italiana” – di Federica Iezzi

Trieste Prima – 30 marzo 2015 “Kenya, cardiochirurgia italiana protagonista: già operati 40 bambini“ – di Federica Iezzi

Il Tirreno Edizione Massa-Carrara – 08 aprile 2015 “Il cuore dell’OPA cura i bambini del Kenya” – di Federica Iezzi

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KENYA. I bambini operati al cuore tornano a correre nella savana

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Missione di cardiochirurgia – Luglio 2014

Kenyatta National Hospital – Nairobi (Kenya)

 

 

Nena News Agency – 25 luglio 2014

 

Dalle regioni più povere del Kenya a Nairobi. Il viaggio dei piccoli operati al cuore, nella missione italiana di cardiochirurgia al Kenyatta National Hospital di Nairobi

 

Nairobi (Kenya) - Kenyatta National Hospital 18 luglio 2014  - Steria e Sinante in reparto, dopo l'intervento al cuore

Nairobi (Kenya) – Kenyatta National Hospital 18 luglio 2014 – Steria e Sinante in reparto, dopo l’intervento al cuore

 

Testo e foto di Federica Iezzi

Nairobi (Kenya), 25 luglio 2014, Nena News – Il vento che graffia la terra arida. La polvere che si insinua ovunque. Si sente fin dentro l’anima. Tutt’intorno il deserto e le carovane cariche di sale. Qualche piccolo villaggio a ricordare che anche in questa parte del mondo c’è qualcuno che prova a vivere. Un Paese ancora schiacciato tra deserto e povertà. Il 60% della popolazione sopravvive con un dollaro al giorno.

Sono partiti nella buia notte africana, al lume di una lampada a petrolio, i piccoli pazienti cardiopatici, dal distretto di Isiolo e dal distretto di Uasin Gishu, nel centro-nord del Kenya. La pista di laterite rossiccia ha accompagnato il lungo viaggio, per raggiungere l’ospedale nella capitale kenyana. Lungo la strada euforbie, palme, manghi e tamarindi riempiono l’aria di odori penetranti.

Le acacie come ombrelli accarezzano il cielo, dagli altipiani. E’ la stagione delle piccole pioggie. Alla terra rosso sangue si alternano sconfinati spazi verdi. I nuovi germogli acerbi delle acacie, sostituiscono le vecchie foglie verdastre. Le pozzanghere sulle strade diventano un prezioso nutrimento per stuoli di piccoli animali che, come anime perennemente in fuga, abitano la savana. Le euforbie giganti tendono le loro lunghe braccia al cielo blu cobalto, verniciato di soffici nuvole bianche.

Centinaia di persone, distese su sottili stuoie, sui pavimenti di terra battuta, nelle loro capanne, aspettano il canto del gallo al mattino, per iniziare la giornata. Risvegli senza acqua, senza elettricità, senza un fornello da accendere. Ma con lo squisito sapore del pane, cotto nella sabbia, e il te bollente con qualche goccia di latte. I bambini indossano l’uniforme scolastica azzurra. A cingere le spalle di giovani donne, dalla pelle levigata, regali kenta a fiori.

L’Africa ha lo straordinario potere di rinascere dalle proprie ceneri a Kigali, a Mogadiscio, a Bamako. La gente sopravvive strappando miglio e nutrimenti alla terra. Sulle rive dei fiumi, dove nei secoli sono fioriti villaggi e mercati di regni scomparsi, oggi vive un popolo di conciatori, pescatori, agricoltori e piccoli mercanti, con le loro necessità incolmabili e con i loro contrasti.

I piccoli samburu della savana, arrivano nella caotica Nairobi, con gli occhi ancora assonnati. Ad aspettarli nell’unico ospedale pubblico della grande città, i muzungu [“uomini senza pelle”: sono gli uomini bianchi, ndr]. E’ la seconda missione umanitaria in meno di un anno. La scorsa missione è stata tra novembre e dicembre scorsi e ha visto protagonisti 19 piccoli pazienti sottoposti a delicati interventi al cuore. Oggi questi bambini imitano i loro giocatori di calcio tra le acacie africane. Portano al pascolo il loro gruppetto di capre. E rassicurano i volti impauriti dei bimbi con il cuore malato, che aspettano pieni di speranza il loro turno in sala operatoria. Inconsapevolmente tinteggiano questa vita umanissima, in cui la felicità e l’infelicità camminano spesso abbracciate.

La lista operatoria riempie velocemente e con precisione decine di fogli bianchi. Sono i nomi dei bambini che aspettano il loro momento in sala operatoria. Da Oldonyiro, nel distretto di Isiolo, a nord del Kenya, i piccoli hanno viaggiato per 5 ore. Da Eldoret, nel distretto di Uasin Gishu, nelle regioni centrosettentrionali kenyane, si arriva a Nairobi dopo aver percorso 300 chilometri di strade sterrate.

Nell’ambulatorio di cardiologia del Kenyatta National Hospital di Nairobi, sono tutti in silenzio accanto all’ecocardiografo. Non ci sono genitori, non ci sono amici. Nessun bambino piange. Si tengono compagnia fra di loro. Si dividono la frutta. In terapia intensiva, finiti gli interventi, chiedono biscottini e yogurt. Dopo due giorni sono in piedi, in reparto, pronti a camminare scalzi, come nella savana.

Tetralogia di Fallot, difetto atrioventricolare, malattia valvolare: non importa quale sia la diagnosi. Dopo l’intervento l’elegante passo dei samburu riempie l’aria. Sotto il sole a picco dell’equatore. Sotto quel cielo che in Africa sembra più vicino alla terra. Nena News

 

Nena News Agency “KENYA. I bambini operati al cuore tornano a correre nella savana” – di Federica Iezzi

 

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