SIRIA, il dramma dei milioni di feriti

Siria (17 giugno 2014) – Dopo il raid aereo sul campo rifugiati di al-Shajara, area di Daraa, al confine con la Giordania. 12 morti

Nena News Agency – 08 luglio 2014

 

Un milione e centomila è la stima dei feriti dovuti al conflitto siriano dal 2011. La mancanza di medicine, la carenza di personale medico e di strutture mediche rendono le cure incostanti e gravose

 

Douma (Siria) - Ramadan Kareem - by Abd Doumany

Douma (Siria) – Ramadan Kareem – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi

Aleppo (Siria), 8 luglio 2014, Nena News – Dagli ultimi report del Syrian Network for Human Rights, sono stati documentati un milione e centomila feriti dal marzo 2011, data di inizio del conflitto siriano. Il 45% sono bambini. 120.000 persone sono costrette a vivere con una disabilità permanente e con complicanze dovute all’amputazione di arti.

Il numero di morti è salito a 133.586, di cui 15.149 bambini. La maggior parte delle morti e dei ferimenti sono stati causati da ordigni esplosivi improvvisati e ordigni inesplosi. La terra siriana si è riempita di ordigni inesplosi, che hanno contribuito duramente ad uccidere e ferire chiunque ne entrasse in contatto. E spesso hanno marcato crudelmente il destino dei bambini. Alla costante ricerca di rottami da rivendere a poco prezzo, l’impercettibile movimento dell’ordigno ha atrocemente significato, per i bambini: amputazioni, cecità, sordità e mutilazioni eterne.

Il 50% dei colpi di arma da fuoco diretti, da fucili di precisione o da kalashnikov, dei colpi di mortai e autobombe, sono stati la causa di ferite a torace e addome di civili inermi.

Gravoso è il trattamento dei feriti nelle aree sotto assedio, per la mancanza di farmaci, di materiale chirurgico e di personale medico. Più di 1000 feriti sono i morti per mancanza di medicazioni adeguate e altre migliaia sono peggiorati per complicanze legate alle ferite principali. Ad Homs la situazione peggiore. 187.000 feriti, di cui la maggiorparte con disabilità totali o parziali. L’80% dei presidi medici è distrutto. Va meglio nelle aree del distretto di Homs al confine con il Libano, per la possibilità di reperire antibiotici e antidolorifici e per l’eventualità di varcare il confine.

A Damasco si contano almeno 194.000 feriti. Civili sorpresi nel mezzo di uno scambio a fuoco, bersagli degli attentati suicidi o semplicemente vittime di errori, per avere infranto i confini non codificati dalle nuove divisioni con le forze di opposizione. Disagevole il reperimento di medicinali a Eastern Ghouta, sotto assedio da 14 mesi. Il monopolio dei farmaci è in mano a Russia, Cina e Iran. A causa delle sanzioni occidentali contro il governo siriano, non si ricevono più medicine dalle grandi compagnie farmaceutiche.

Al Doma medical point di Ghouta, si ricevono ogni giorno circa 130 pazienti con ferite da arma da fuoco. Vengono eseguite circa 400 procedure di piccola chirurgia, per la rimozione di frammenti di ordigni, schegge di bossoli e materiale estraneo. La carenza di antibiotici e disinfettanti induce un’elevata percentuale di infezioni, che spesso ha come unica cura l’amputazione dell’arto. L’impossibilità di accesso a banche del sangue rende incurabili le gravi ferite e le pesanti emorragie interne, provocate da granate, da colpi di mortaio e da esplosioni. Anche la permanenza in terapia intensiva spesso aggrava le condizioni dei pazienti, per i sempre più frequenti blackout elettrici.

Nelle aree sotto assedio, un barile di diesel arriva a costare anche 2500 dollari. E’ necessario un barile di diesel al giorno, per permettere il funzionamento di attrezzature mediche e chirurgiche e per far fronte al numero di feriti in perenne crescita, in una popolazione di circa 12.500 persone.

La situazione nel governatorato di Idlib, ricalca quella a Homs e Aleppo. Ogni giorno 250 nuovi feriti. Il 5% delle ferite da arma da fuoco provoca morte. Il 20% determina amputazioni, paresi e disabilità permanenti. Il 30% dei feriti sono bambini.

Nella provincia di Daraa documentati 92.000 feriti. Gli ospedali funzionanti sono appena 8. Mancano staff medico e materiali sterili.L’ospedale di Al-Saqlabya di Hama, funzionante assieme ad altre 6 strutture, accoglie 1500 feriti al mese. 300 procedure chirurgiche. Almeno 78.000 feriti. A Der-Ezzor documentati 85.000 feriti. A Latakia 30.000. Ad Ar-Raqqah 14.000. Ad Al-Hasakah 11.000.

Gli attacchi ad Aleppo hanno ferito 183.000 persone e distrutto 127 ospedali e centri medici. Severi sanguinamenti, ustioni, fratture ossee e lacerazioni muscolari sono le maggiori lesioni. L’80% delle quali a bambini. Ogni giorno, in ognuno degli ambulatori dei quartieri di Aleppo si contano almeno 50 nuovi feriti.

Lesioni spinali e danni cerebrali ingravescenti vengono generalmente trattati con il trasferimento dei pazienti nella vicina Turchia. Più di 2300 pazienti siriani vengono ammessi negli ospedali turchi, ogni mese. 900-1100 negli ospedali giordani. 1500 negli ospedali libanesi. Le spese mediche sono totalmente a carico dei pazienti. Nena News

Nena News Agency “SIRIA, il dramma dei milioni di feriti” di Federica Iezzi

 

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Repubblica Centrafricana dimenticata

Nena News Agency – 30 aprile 2014

La guerra di religione è esplosa quando i Séléka, ribelli musulmani, a marzo dello scorso anno, hanno rovesciato il governo di François Bozizé e insediato Michel Djotodia, primo presidente musulmano a guidare il Paese, a maggioranza cristiana

bangui

di Federica Iezzi

Roma, 30 aprile 2014, Nena News  – E’ un piccolo paese dell’Africa centro-occidentale, la Repubblica Centrafricana. Nell’ex colonia francese da oltre un anno imperversa una guerra tra milizie islamiche e milizie cristiane. Si contano migliaia di persone mutilate a colpi di machete, ad opera di uomini che usano violenza per sopravvivere. Sconvolte le vite di civili che ancora oggi portano sui loro corpi segni di violenza e di barbarie.

La guerra di religione è esplosa quando i Séléka, ribelli musulmani, a marzo dello scorso anno, hanno rovesciato il governo di François Bozizé e insediato Michel Djotodia, primo presidente musulmano a guidare il Paese, a maggioranza cristiana.

Le milizie di Djotodia hanno via via incrementato le proprie fila con la presenza di soldati jihadisti di Ciad e Sudan. I combattenti islamici dopo aver assunto il controllo del territorio centrafricano hanno irrobustito vigorosamente i numeri di violenze e saccheggi indiscriminati. Loro bersagli principali: civili di religione cristiana e strutture come chiese e ospedali. Hanno dato alle fiamme centinaia di villaggi, torturando, stuprando le donne e uccidendo gli uomini della popolazione a maggioranza cristiana.

Si schierano così contro i Séléka le truppe anti-balaka, a maggioranza cristiana. Si tratta di gruppi esistenti, a livello locale, dal 2009, organizzati per difendere i civili da aggressioni e soprusi. Il risultato di tanta brutalità è una spirale infinita di rappresaglie, mutilazioni, genocidi e pulizie etniche.

All’inizio dell’anno il parlamento della Repubblica Centrafricana ha nominato presidente ad interim Catherine Samba-Panza.

Lo scorso dicembre l’ONU ha dato mandato alla Francia per un intervento militare, destinato a ristabilire l’ordine nel Paese. 1600 soldati francesi, a sostegno della Mission internationale de soutien à la Centrafrique sous conduite africaine (MISCA), formata da 3.600 soldati, indirizzata a salire a 6000. L’ultima missione di stabilizzazione, denominata MINUSCA, autorizza il dispiegamento di 10.000 soldati e 1.800 agenti di polizia, a partire dal prossimo settembre, che subentreranno alle unità militari del MISCA. Obiettivi: la protezione dei civili e l’allestimento di corridoi umanitari, in modo sicuro e senza ostacoli.

La Repubblica Centrafricana fin dalla sua indipendenza nel 1960 ha vissuto fasi politiche tormentate, tra regimi totalitari e colpi di stato. Le prime elezioni politiche in cui Ange-Félix Patassé diviene presidente sono datate 1993. Da allora instabilità, fino al colpo di stato, 10 anni dopo,  in cui il generale François Bozizé prende il controllo del governo. Bozizé rimane il capo indiscusso del Paese fino alla comparsa dei soldati mercenari Séléka.

Oggi le milizie cristiane hanno il controllo di tutte le principali strade del Paese. A rischio la minoranza musulmana della popolazione centrafricana, per l’ondata inarrestabile di omicidi, maltrattamenti e abusi, che sta costringendo intere comunità a lasciare il paese.

Centinaia e centinaia i morti. Solo nell’ultima settimana 600. Sono circa 750 mila gli sfollati interni, 250 mila rifugiati nei paesi confinanti, su una popolazione che non supera i quattro milioni.

Non si arresta l’arrivo nella Repubblica Democratica del Congo (nelle località di Zongo, Libenge e Gbadolite), nel Camerun (a nord nelle località di Mbaimboum e Touboro e nella regione orientale di Lolo) e nel Ciad (nei pressi della località di Bozoum) dei centrafricani in fuga dal quartiere fantasma PK12 (Point Kilométrique 12).

La Repubblica Centrafricana è scivolata prima nel caos, poi nella pulizia etnica dei musulmani. Il genocidio è stato solo schivato, obbligando i civili di fede islamica a fuggire in massa, per mettersi in salvo oltre i confini del Paese.

A Bangui piove senza tregua per giorni. La sera c’è un serrato coprifuoco. Le amministrazioni non funzionano più, banche e stazioni di rifornimento aprono solo un paio d’ore di mattina presto, le scuole sono chiuse. Nelle panchine seminate sulle strade e vicino le università non siedono più studenti che aspettano gli autobus ma giovani soldati che imbracciano kalashnikov. Nena News

 

Nena News Agency “Repubblica Centrafricana dimenticata” – di Federica Iezzi

 

 

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