Il confine tra Siria e Turchia: la terra di nessuno

Nena News Agency – 11 dicembre 2014 

Nonostante Ankara dica di non armare i ribelli siriani, i combattenti jihadisti sostengono di ricevere finanziamenti da ricchi siriani o arabi del Golfo con la complicità turca. La guerra siriana ha sconvolto, ma non estinto, il commercio spesso illegale con la Turchia

Syrians within a group of refugees wait near the Turkish-Syrian border after fleeing Syria, near Sanliurfa

Syrians within a group of refugees wait near the Turkish-Syrian border after fleeing Syria, near Sanliurfa

di Federica Iezzi

Al-Hasakah (Siria), 11 dicembre 2014, Nena News – Ai checkpoint da Mursitpinar a Reyhanli, all’inizio della terra di nessuno, lungo tutto il confine turco-siriano, funzionari turchi in alta divisa e dall’aria seriosa spiegano alle centinaia di persone in coda che solo a siriani, rifugiati registrati o titolari di passaporti stranieri anche se nati in Siria, è permesso entrare. La maggior parte dei checkpoint non è contrassegnato nelle cartine. E’ solo disegnato attorno a torri circondate di filo spinato. Durante i tre interminabili anni di conflitto che hanno divorato la terra siriana, i posti di blocco sono stati tunnel naturali per l’entrata di armi e dei combattenti stranieri che si sono uniti ai gruppi di ribelli siriani. In particolare all’Esercito Siriano Libero guidato strategicamente da Riyad al-Assad, la cui roccaforte è in Turchia, da sempre sostenitrice delle milizie anti-governative siriane.

Di recente i cancelli turchi erano diventati un passaggio facilitato per i jihadisti dell’ISIS, quelli stranieri provenienti dai Paesi Europei. Dopo anni di tolleranza a traffici di combattenti e all’apertura illimitata dei confini, la Turchia di Davotoglu oggi sembra aver intensificato sulle linee di confine pattuglie, posti di blocco e recinzioni. Molti tra i rifugiati siriani nei campi di Suruc, Habit e Sanliurfa, mi raccontano che hanno attraversato il confine turco grazie a contrabbandieri che traghettavano la gente avanti e indietro per la modica somma di 70 dollari a persona. Stessa sorte per i combattenti feriti portati nelle strutture sanitarie siriane, in particolare nella zona di Aleppo. Negli ospedali siriani, ormai distrutti e senza materiali, se sei un combattente dell’ISIS o delle altre decine di gruppi e fronti jihadisti non fa molta differenza. Paghi e entri in Turchia. Questo il racconto di Nassan. Ribelle ferito ritrovato in uno degli improvvisati ospedali da campo di confine. Nassan sostiene che a Oncupinar, nel centro-sud della Turchia a un’ora di macchina da Aleppo, è stato facile corrompere con 25 lire turche (poco meno di 14 dollari) un agente turco per arrivare a Kilis. Un infermiere mi dice che combatteva per l’ISIS. Per quelli che hanno passaporto straniero bastano invece 25 dollari per il passaggio immediato. Il funzionario turco di turno suggerisce luogo e ora e dà garanzia di una macchina sul lato siriano. Nella provincia di Idlib non c’è nessun controllo di frontiera. Uomini con passaporto siriano sono ancora in grado di attraversare legalmente e facilmente il territorio dello Stato Islamico così il movimento illecito di esseri umani continua fra gli uliveti e i terreni agricoli di Aleppo, al-Raqqa e Deir Ezzor. Ne è un esempio il checkpoint di Akçakale (sud-est della Turchia) da dove sono transitati centinaia di combattenti dell’ISIS.

Tranne che per i valichi di frontiera ufficiali tra Siria e Turchia, è quasi impossibile il controllo su tutti i 911 chilometri di confine. I contrabbandieri hanno negli anni elaborato percorsi sicuri nei campi dove sono disseminate 650.000 mine. Storiche vie di contrabbando lungo i confini iracheni, iraniani e siriani, topografia e condizioni meteorologiche, hanno facilitato la poca sicurezza e l’esiguo controllo delle frontiere. In Turchia la supervisione delle dogane non è affidata ad un unico corpo. Si passano la palla esercito, polizia di stato e polizia doganale. I commerci abusivi non risparmiano materiali e carburanti. Camion carichi di ferro e cemento aspettano ogni giorno di entrare in Siria davanti ai cancelli di Reyhanli e Kilis. Aiuti umanitari che cadono nelle mani dei membri dell’Esercito Siriano Libero e vengono rivenduti ripetutamente al doppio del prezzo ai commercianti turchi.

Il mercato di carburanti è fiorente in direzione Siria-Turchia attraverso una rete ben costruita, ed evidentemente ben conosciuta, di tubi sotterranei. Ai militanti siriani frutta almeno un milione e mezzo al giorno di dollari. Il governo turco quest’estate ha distrutto 320 tubi adattati ad oleodotti artigianali nell’area di Hacipasa. I trafficanti lavorano indiscriminatamente con i guerriglieri dell’ISIS. Un barile di petrolio, il cui prezzo al mercato vale anche 100 dollari, può essere scontato fino al 75 per cento. Il greggio viene trasportato in Turchia via Mosul. La confusione burocratica e la sicurezza dei confini turco-siriani si sono riaccese a Kobane. Con il consumarsi della guerra civile in Siria e l’instabilità politica in Iraq, non sembrano più esistere linee demarcate di confine. Solo mondi paralleli che si incrociano quando spinti da interessi comuni. Nena News

Nena News Agency “Il confine tra Siria e Turchia: la terra di nessuno” – di Federica Iezzi

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KOBANE. Vita e lotta dentro la città assediata

Nena News Agency – 08 dicembre 2014

I campi profughi turchi sono diventati una sorta di casa per gli abitanti di Kobane. Ma c’è chi non vuole lasciare la città dove è cresciuto e le strade dove correva da bambino. Perdere Kobane significherebbe consegnare all’ISIS un legame diretto tra Aleppo e la roccaforte al-Raqqa e abbandonare il controllo di un ampio tratto del confine turco-siriano

Syria - Kobane

Syria – Kobane

di Federica Iezzi 

Kobane, 8 dicembre 2014, Nena News – Al confine tra Siria e Turchia, vecchie colonne grigie di fumo  non smettono  di soffocare l’aria tiepida, scaldata dal sole invernale. Frutto degli almeno 200 raid aerei della Coalizione Internazionale, in ormai due mesi di combattimenti.

Siamo a Kobane. Dalle montagne brulle di Tel Shair, che circondano la città, si vedono solo edifici ridotti in macerie sotto un’aria velata di polvere. Dal 16 settembre scorso, Kobane è simbolo e arena di scontri tra i jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, che seguono pedissequamente il programma di avanzata, e i combattenti siriani dell’Unità di Protezione Popolare.

Le porte di Kobane sono custodite dai mortai. Fuoristrada grigi scuri, con le bandiere nere dello Stato Islamico tatuate sulle porte e con MG30 al seguito, sfrecciano ferocemente sulla Halnaj-Kobani, strada a sud-est della città.

Gli anziani, con le numerose famiglie, non lasciano le proprie case, in una città alle prese con pesanti problemi idrici, in una città alimentata dai cancelli di confine di Mursitpinar, a pochi chilometri dalla provincia turca di Sanliurfa. Da settembre il quotidiano silenzio di Kobane, si è trasformato nel fragore dei proiettili che crivellano gli edifici crollati, delle auto bruciate, degli spari e delle esplosioni. Almeno 300.000 persone hanno attraversato il confine turco. 150.000 persone abitavano Kobane.

I ragazzi rimasti raccontano che a loro manca la scuola. Hanno paura di non riuscire più a ritrovare quel tipo di vita. Adesso vagano sgomenti per le strade, non hanno notizie dei loro amici. L’arrivo dei combattenti dell’ISIS per gli uomini significa non poter più indossare un paio di jeans, per le donne significa niente più scuola, niente trucco, nè capelli tinti. Divieto di fumo e musica.

La battaglia non è finita, dicono i difensori della città: i curdi dell’YPG. Questi, insieme alle brigate dell’Esercito Siriano Libero, ai raid aerei statunitensi e ai peshmerga iracheni, si oppongono alle azioni oppressive e sconvolgenti dell’ISIS. La tenace resistenza, contro combattimenti che infuriano nella periferia e nei quartieri interni della città, è guidata da un popolo assediato, a corto di cibo, carburante, armi e senza un adeguato sostegno internazionale.

Medici e infermieri lavorano gratuitamente in ospedali di fortuna, protetti dai kalashnikov degli uomini e donne dell’YPG. Non ci sono più ospedali pubblici funzionanti e le scorte di medicine stanno finendo. Svuotati i negozi di alimenti e bevande per i combattenti e per i civili. Ogni giorno, le madri dei combattenti cucinano per chi ha fame, negli angoli senza luce, distrutti e asserragliati, di una città diventata un forte militare.

Gli scontri si sono trasformati in una vera e propria guerriglia urbana nei distretti orientali, nella zona industriale di Sina’a, in prossimità delle colline scoscese di Mushta Nur, nel quartiere di Misher e nel distretto di Taxa Araban. In un gioco infinito di pedine, i combattenti dell’YPG strappano ai sunniti dello Stato Islamico, il controllo di strade ed edifici nell’area del Municipio e della moschea di al-Haj Rashad, a sud di Kobane; nell’area di al-Hal e di Azadi Roundabout, nella zona est della città. Ripreso il controllo anche della strada Halnaj-Kobani. Ultimi raid aerei della Coalizione Internazionale sull’area di Souq al-Hal e sulla piazza governativa. Almeno quattro nella sola giornata di oggi.

E’ in mano all’ISIS ogni edificio in cui sventola la bandiera nera nella zona est della città. Le zone ad ovest sono invece interamente controllate dall’YPG. Gli edifici amministrativi sono apparentemente funzionanti, ad eccezione dell’Asaish security forces building, caduto nelle mani dei jihadisti.

Secondo gli ultimi dati del Syrian Observatory for Human Rights, dall’inizio dei combattimenti su Kobane le vittime sono salite a 1153: di cui 54 civili, 387 combattenti dell’YPG, 712 combattenti dell’ISIS.

La città ha un aspetto livido ma vive nei sobborghi, nelle cucine, nelle strade bloccate. Le finestre rimangono scure al tramonto. Polvere e sabbia cadono dai soffitti incompiuti. Mosche ronzano sui volti dei bambini così come la pioggia batte forte, fuori dalle finestre. Ma da quelle finestre restano svegli gli occhi di ciascuna famiglia rimasta. Nena News

Nena News Agency “KOBANE. Vita e lotta dentro la città assediata” – di Federica Iezzi

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Siria. A Nowruz, tra le tende degli yazidi

Nena News Agency – 04 dicembre 2014

Ad agosto erano su tutti i media occidentali, simbolo dell’orrore jihadista. Oggi sono di nuovo soli ad affrontare il freddo, la fame e la minaccia dell’ISIS, mentre la Coalizione ha rivolto i suoi raid altrove. E in Iraq le milizie di al al-Baghdadi assediano di nuovo il monte Sinjar. Il reportage di Federica Iezzi

Siria. Nowruz refugees camp

Siria. Nowruz refugees camp

di Federica Iezzi

Al-Hasakah (Siria), 4 dicemre 2014, Nena News Costretti a fuggire fuori da tutte le rotte di approvvigionamento, quest’estate circa 15.000 yazidi si sono fermati tra Siria e Iraq, dispersi nel Kurdistan iracheno, rifugiandosi in parchi, tende e scuole, senza cibo né acqua. In molti hanno trovato riparo nel campo profughi di Nowruz, nei pressi di Derike, città curda nel nord-est della Siria. Altri nel campo di Delal, nel villaggio di Zakho, in quello di Sharya, a Dohuk e nella città di Khanke, a nord dell’Iraq.

Circa 50.000 yazidi hanno attraversato il confine turco dal checkpoint di Habur, nei pressi di Silopi, e a piedi, attraverso le montagne, si sono riversati nell’area attorno al villaggio di Roboski. La maggior parte di loro ha trovato rifugio a sud-est della provincia turca di Sirnak, al confine con l’Iraq. Altri nel villaggio di Silopi. In Turchia in media sono distribuite 600 tende per ogni campo, per 4.500 rifugiati, di cui poco meno della metà bambini. Hanno vissuto in villaggi, tende, città e campi profughi. Si sono rifugiati in aule scolastiche, cantieri e sotto i ponti o teloni di plastica. Più di 5.000 morti. Più di 2.000 rapiti.

Il campo profughi di Nowruz, nei pressi della città di Qamishli, nel nord-est siriano, con le prime piogge è diventato rapidamente una trappola di fango. Arriva il freddo pungente. Non si accende il riscaldamento nelle tende per il pericolo d’incendio, racconta a Nena News Adeela, una ragazzina irachena costretta a crescere in fretta.

Non c’è nemmeno acqua corrente. Questo significa bagni e docce che funzionano solo con catini zeppi di acqua gelida Nella stessa tenda della famiglia di Adeela, abita Ghaaliya, una delle donne riuscite a sfuggire all’orrore dell’ISIS. Singhiozza mentre ripete sconvolta che lei e i suoi figli non riusciranno a tornare indietro e non rivedranno mai più la loro casa a Lalesh, nel distretto di Shekhan, nel nord del governatorato di Nineveh, in Iraq.

Sulla linea di confine tra Siria e Iraq, vicino a edifici in cemento armato abbandonati, nascono campi spontanei. Non ci sono vetri alle finestre. File di enormi tende. Ogni alloggio ospita circa 70 persone. Qui si respira l’anima di chi si incontra.

Mentre una bimba gioca da sola fuori dalla tenda, Raahim racconta che ha perso suo figlio sulle montagne del Sinjar. Era troppo piccolo e debilitato, non ce l’ha fatta senza acqua, mi dice, con rabbia e rassegnazione. E’ stato strappato dal seno di sua madre, mentre iniziavano i raid aerei americani sulla terra irachena. Racconta la sua storia, ma è rassegnato, sa che non cambierà nulla. Si volta verso l’ingresso della tenda e guarda la pioggia, dondolandosi avanti e indietro, con gli occhi vitrei, da solo.

Ad agosto attacchi aerei e lanci umanitari avevano aperto un corridoio di fuga per molti yazidi. Ma nel mese di ottobre, da quando la Coalizione Internazionale si è concentrata su Kobane, Deir Ezzor, al-Hasakah, al-Raqqa e Aleppo, sul versante siriano, gli yazidi sono stati nuovamente lasciati soli.

L’ISIS ora ha assediato nuovamente il monte Sinjar, intrappolando almeno 10.000 yazidi, e ha preso il controllo di altri cinque grossi centri abitati dalla minoranza etnica. Circa cento combattenti curdi peshmerga sono sulla montagna, a supporto di un migliaio di improvvisati combattenti yazidi, contro i militanti di al-Baghdadi, che continuano a devastare villaggi, con il ridondante rituale di uccidere gli uomini e vendere donne e bambini tra Fallujah, al-Raqqa e alcune città dell’Arabia Saudita. E questa non è jihad. Nena News

Nena News Agency “Siria. A Nowruz tra le tende degli yazidi” – di Federica Iezzi

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VIDEO. Nelle strade di Kobane

Nena News Agency – 27 novembre 2014

Nena News vi offre un altro documento filmato eccezionale. Le immagini girate dalla nostra collaboratrice Federica Iezzi all’interno della città curda sotto assedio dei jihadisti dello Stato Islamico 

di Federica Iezzi

Kobane , 27 novembre 2014,  Nena News – Siamo a Kobane. Dal settembre scorso, simbolo e arena di scontri tra i jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, che seguono pedissequamente il programma di avanzata, e i combattenti curdi dell’Unità di Protezione Popolare.

Secondo i dati dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani le vittime sono ormai salite a quasi 1200.

Le porte di Kobane sono custodite dai mortai. Fuoristrada grigi scuri, con le bandiere nere dello Stato Islamico tatuate sulle porte e con MG30 al seguito, sfrecciano ferocemente sulla Halnaj-Kobani, strada a sud-est della città. C’è chi ancora non vuole lasciare la casa dove è cresciuto e le strade dove correva da bambino.

La quotidiana pace di Kobane, si è trasformata nel fragore dei proiettili che crivellano gli edifici crollati, delle auto bruciate, degli spari e delle esplosioni. E la battaglia non accenna a finire: giochi di controllo di strade ed edifici continuano nella zona a sud-est.

Angoli senza luce, sono il teatro distrutto e asserragliato di una città diventata un forte militare. Non ci sono più ospedali pubblici funzionanti e le scorte di medicine stanno finendo. Svuotati i negozi di alimenti e bevande per i combattenti e per i civili. Lungo le strade dritte ed infinite spesso non si incontra nessuno.

Le vie sono piene di buche, di mucchi di spazzatura e di macerie. Sono pattugliate da soldati a volte nemmeno riconoscibili dalle uniformi. Volti incorniciati da una folta barba, muscolosi ma zoppicanti. Le serrande sono abbassate, le porte e le finestre scure sono chiuse sul mondo. Nena News

Nena News Agency “VIDEO. Nelle strade di Kobane” – di Federica Iezzi

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FOTO. Siria, gli Yazidi di Nowruz

Nena News Agency – 24 novembre 2014

Nel campo profughi a nord est della Siria, 20mila rifugiati della minoranza yazidi – sfuggiti all’avanzata dell’ISIS – vivono di aiuti umanitari nelle tende dell’UNHCR

Syria - Nowruz refugees camp

Syria – Nowruz refugees camp

testo di Federica Iezzi – Immagini di Federica Iezzi e Alan Ali 

Nowruz, 24 novembre 2014, Nena News – Un sole pallido illumina la giornata in quest’angolo di Siria. Ma il freddo ti entra  nelle vene. Nelle pozzanghere riempite dai giorni di pioggia passati, l’acqua stagnante non ancora viene riassorbita dal terreno saturo e colora questa terra arsa.

Siamo nell’area di Ain al-Khadra, nel campo rifugiati di Nowruz, a pochi chilometri dalla città siriana di Derek, nel nord-est del Paese. Qui almeno 20.000 yazidi vivono in tende disposte dall’UNHCR e dal Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Quando fuori dai cancelli arrivano i camion pieni di aiuti umanitari, i bambini si accalcano attorno agli operatori per vedere cosa portano, cosa arriva di nuovo nelle tende, cosa ci sarà da mangiare per il venerdì e il sabato. I ragazzi non vanno ancora a scuola e l’anno scolastico va avanti. Nelle tende ci si organizza con giochi e lavori educativi. Molte bambine passano le mattinate a fare le faccende di casa e i bambini ogni giorno si costruiscono pazientemente, con vecchi stracci, un pallone per giocare a calcio.

Al mattino l’acqua da bere si prende in un grande serbatoio al centro del campo, quella che si utilizza per lavare i vestiti si prende invece fuori dal campo. Poche regole che fanno sembrare normale la vita. Nena News

Nena News Agency “FOTO. Siria, gli yazidi di Nowruz” – di Federica Iezzi

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FOTO. Nena News dentro Kobane

Nena News Agency 20 novembre 2014

La nostra agenzia vi offre un documento eccezionale. Le foto scattate dentro la città kurda assediata dai jihadisti dell’ISIS dalla nostra collaboratrice, Federica Iezzi

Kobane

Kobane

di Federica Iezzi

Kobane (Siria), 20 novembre 2014, Nena News Kobane è una città percossa furiosamente da proiettili, spari, colpi di mortaio e bombardamenti. L’aria odora di polvere da sparo. Il cielo è coperto da nuvole nere di fumo. Le strade coperte di detriti, schegge e crolli. Ma molti civili non hanno ancora abbandonato Kobane.

Almeno 500-700 persone hanno deciso di non lasciare la città. E sono per lo più anziani. Anziani che siedono sui gradini delle strade deserte e portano, sulle spalle curve, vecchi fucili.

Alcune famiglie hanno figli e figlie che combattono nell’Unità di Protezione Popolare, la milizia di autodifesa curda, e dunque rimangono nelle loro case, ad aspettare la fine dell’assedio dei jihadisti dell’ISIS. Mentre migliaia di persone sono in attesa sul confine turco-siriano di Mursitpinar. Sperano nella via di fuga dei campi rifugiati.

I jihadisti oggi controllano circa il  25% della città, ma la vita dei civili curdi nel resto di Kobane resta estremamente difficile,  tra rabbia, incertezza  ma anche tanta fierezza. Nena News

Nena News Agency “FOTO. Nena News dentro Kobane” – di Federica Iezzi

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Abdel Basset Sayda: assicurare aiuti continui a combattenti kurdi

Nena News Agency – 30 ottobre 2014

 

INTERVISTA. Nato ad Amuda, nel governatorato di al-Hasakah, nel 1956, Abdulbaset Sieda (in curdo Abdel Basset Sayda), leader curdo siriano è stato in esilio in Svezia. Poi è tornato a combattere per l’autodeterminazione curda. Oggi a devastare la sua terra è lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) 

 

Abdulbaset Sieda (cente) - Last leader of the Syrian National Council

Abdulbaset Sieda (cente) – Last leader of the Syrian National Council

di Federica Iezzi

 

Quali sono gli ultimi aggiornamenti da Kobane?

L’attuale situazione a Kobane è molto grave. L’ISIS ormai da più di un mese assale barbaramente interi quartieri della città, per ottenerne il completo controllo. Allo stesso tempo, sopravvive l’insistenza da parte dei combattenti dell’Unità di Protezione Popolare, di opporsi fino all’ultimo respiro. I raid aerei della coalizione internazionale, condotti nei giorni scorsi, sono risultati in incursioni di successo su strategici siti Daash (in arabo lo Stato Islamico, ndt). Questo ha contribuito notevolmente ad impedire l’avanzata su Kobane dei combattenti jihadisti. E in molti luoghi addirittura si è assistito ad una loro ritirata. Kobane è attualmente il simbolo dei curdi siriani. La caduta della città potrebbe avere come conseguenza diretta, il convincimento popolare della mancanza di serietà della campagna internazionale contro il terrorismo. I combattenti curdi dell’YPG, che stanno difendendo la città ormai da settimane, hanno mostrato una resistenza eroica e stabile. Continua intanto il desiderio di molti giovani curdi di unirsi alle fila dell’Unità di Protezione Popolare.

 

Molti combattenti si sono uniti alla YPG, dopo l’inizio dell’offensiva su Kobane. Cosa si aspetta il popolo curdo dalla coalizione internazionale?

Confidiamo anche negli attacchi aerei della coalizione internazional, per ottenere il ripiegamento dell’ISIS da Kobane. C’è ancora forte necessità di armamenti, munizioni, materiale logistico e forniture mediche. Tutto ciò dovrebbe essere assicurato ai combattenti curdi continuativamente.

 

Cosa potrebbe realmente creare l’ISIS in Medio Oriente?

Lo Stato Islamico rappresenta un terrorista legittimo e brutale. Contraddice assolutamente il progetto di democrazia nazionale, per il quale più di tre anni fa scoppiò la guerra civile in Siria. L’ISIS non minaccia solo la Siria, ma l’intera regione mediorientale. In breve tempo, a subire il potere dell’ISIS, potrebbero essere Iraq, Libano e Turchia, a causa dei turbinosi rapporti con la politica interna, delle numerose e diverse etnie di cui è composta la popolazione. L’ISIS misura il suo vigore con la destabilizzazione di sicurezza e stabilità in un Paese. In questo caso di tutto il Medio Oriente. Uno degli effetti visibili al mondo è l’ondata di rifugiati verso l’Occidente. Legato a questo fenomeno, oggi iniziano a prendere forma e vita una serie di piccole operazioni di estremismo religioso, destinate a crescere, portate avanti proprio dai membri di quelle comunità strappate violentemente alla loro terra.

 

Parliamo della situazione di tutta la popolazione siriana, i più giovani, i più piccoli sono le prime vittime della guerra civile. Cosa pensa della condizione dei bambini costretti a lavorare?

Il fenomeno del lavoro minorile è fuori da ogni standard civile. I bambini che entrano nel mercato del lavoro, al fine di garantire il raggiungimento delle esigenze di una famiglia, sono forzatamente costretti ad abbandonare l’istruzione. Nello stesso tempo sono esposti a violenze psicologiche e fisiche, come risultato di azioni che non sono commisurate all’età. Il futuro più prossimo è quello della comparsa di una serie di mali sociali. Il fenomeno del lavoro minorile inoltre acuisce il già alto tasso di disoccupazione. E molti dei giovani disoccupati iniziano a spendere il loro tempo nelle reti di gruppi estremisti.

 

Molte scuole siriane sono state danneggiate dagli scontri interni, altre vengono oggi usate come sistemazioni per i rifugiati interni siriani. Pensa che la mancanza di un organizzato sistema di istruzione, incoraggi il lavoro minorile?

L’istruzione in Siria non può attualmente raggiungere tutti gli studenti, a causa della distruzione di un gran numero di edifici scolastici. Gran parte degli edifici rimasti in piedi si sono trasformati in rifugi per gli sfollati, fenomeno che porta ad aggravare, già l’enorme problema. Fornire istruzione a questi bambini è importante, ma non sufficiente. L’allarme potrebbe essere arginato agevolando l’attività lavorativa dei genitori e consentendo loro di ottenere i requisiti di base per vivere e per mandare i figli a scuola.

 

Ci sono milioni di siriani che vivono come rifugiati nei Paesi limitrofi? Sono davvero sfruttati e sottopagati?

I rifugiati siriani che vivono nei paesi confinanti con la Siria, sopportano una vera tragedia a causa delle dure condizioni di asilo. A questo si aggiungono le inclinazioni negative che iniziano ad emergere da parte dei cittadini dei Paesi limitrofi, verso i rifugiati siriani. I rifugiati siriani sono costretti allo sfruttamento come conseguenza di un lavoro abusivo, non regolarizzato. E i salari sono sproporzionatamente inferiori, rispetto ai duri sforzi che stanno vivendo.

 

Pensa che un giorno i rifugiati siriani possano tornare nella loro terra e vivere una vita senza guerra?

Questa guerra deve finire, non importa come e quando. Si deve lavorare ad una soluzione politica. E qualsiasi soluzione non sarebbe corretta se non prendesse in considerazione la questione del ritorno dei profughi, consentendo loro di ripartire da zero nella loro vita quotidiana. Se le cose dovessero continuare in questo modo, il numero delle vittime crescerà esponenzialmente. E tutto questo sarebbe una rigida perdita per la Siria e per i siriani. Nena News

Nena News Agency 30 ottobre 2014 “Abdel Basset Sayda: assicurare aiuti continui a combattenti kurdi” – di Federica Iezzi

 

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SIRIA. Nei campi profughi

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Nena News Agency – 11 ottobre 2014

Dalla Turchia in Siria. Migliaia di rifugiati siriani vivono sulle terre di confine, in centri collettivi senza riscaldamento, medicine, coperte, vestiti e scarpe. Schiacciati tra i bombardamenti aerei del governo di Bashar al-Assad, i colpi di mortaio dei ribelli islamici e i kalashnikov delle brigate dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. 

 

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di Federica Iezzi

Aleppo (Siria), 11 ottobre 2014, Nena News – A nord della Siria, a pochi chilometri da quell’Aleppo strappata ai jihadisti, dopo il lungo assedio durato oltre un anno, villaggi distrutti e strade semi deserte. Qui le bombe continuano a cadere, soprattutto nelle zone liberate, ora sotto il controllo dell’Esercito Siriano Libero, vigorosa coalizione contro il regime di Bashar al-Assad. Colpi di artiglieria e incursioni aeree dipingono i cieli caldi. Le strade corrono sui perimetri dei nuovi posti di blocco militari, che in media sono a 500 metri l’uno dall’altro. Stravolgono le città in labirinti di paure. Il traffico è scarso sulle vie di collegamento.

Nomi in arabo segnano i sovraffollati campi profughi siriani, al confine con la Turchia, che ospitano migliaia di anime, costrette a lasciare le proprie case per gli estenuanti scontri. Molti campi sono nati nei territori liberati dagli uomini dell’Esercito Siriano Libero. L’assedio è rotto dall’alba. Non ci sono regole, non c’è protezione, non c’è rispetto. Fumo nero marchia l’orizzonte. Macchie di carburante, crateri di esplosioni e aloni scuri di rottami bruciati feriscono la terra.

Oltre alla Siria, con i suoi 6,5 milioni di profughi interni, sono cinque i paesi coinvolti dalle conseguenze del conflitto: Libano, Giordania, Turchia, Iraq e Egitto. E il Libano è quello che oggi ospita almeno il 30% dei rifugiati in arrivo. La meta’ di loro e’ ammassata nei campi rifugiati governativi tra leishmaniosi e morbillo. Gli altri sono distribuiti e anonimamente disseminati in migliaia di piccoli, sconosciuti campi spontanei, non tracciati sulle cartine. Ci sono bambini scalzi che corrono tra macerie e fango. Non sono soldati di Assad, non sono ribelli, non sono nelle milizie qaediste, ma combattono ogni giorno per sopravvivere tra filo spinato e melma, razioni di cibo fredde e insipide, coperte logorate da dividersi in dieci.

Vivono nelle tende che si riempiono di acqua durante le improvvise e furiose piogge. Sentono i colpi di mortaio risuonare a pochi metri, incessantemente, senza sosta, tutte le notti. Il filo spinato sembra concedere una fallace protezione. Dall’altra parte delle rete, in fila con i cartoni e i sacchi sulle spalle, moltitudini di siriani che pregano perchè ci sia la guardia giusta che li faccia entrare. Fuori dal campo, in mezzo a bombe e macerie, uomini anziani fumano torpidamente il narghilè e la vita di tutti i giorni va avanti. Desolazione e malattie. Elettricità per un’ora e mezzo al giorno. Dopo il calare del sole, le strade restano al buio, nessuna luce, da nessuna parte. Dai rubinetti non sgorga più acqua, al massimo poche gocce erigono un sottile filo freddo e sterile. Non ci sono più nemmeno le latrine.

Fuori, nelle abitazioni senza muri, gli occhi percorrono le superfici impolverate di mobili, divani e letti. La gente corre alle finestre per sentire da dove provengono gli spari. All’ingresso di ogni campo profughi siriano guardie o ribelli stringono gelosamente in mano kalashnikov, lanciagranate, caricatori, munizioni e grappoli di bombe a mano. Appena un paio di chilometri più avanti da Aleppo comincia la terra di nessuno. Sventola la bandiera nera del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Un vessillo di morte. E’ lo Stato Islamico che comanda ora. Appare come una guarnigione misera e trascurata, sopra nuvole color rame cariche di pioggia. Nena News

Nena News Agency – 11 ottobre 2014 “SIRIA. Nei campi profughi” – di Federica Iezzi

“Nei campi profughi siriani” – Reportage e immagini di Federica Iezzi

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SIRIA. Cos’è l’ISIS per la gente comune

Nena News Agency – 29 settembre 2014

Nelle strade delle province siriane di al-Raqqa e Deir Ezzor, territori di dominio indiscusso dell’ISIS, parla la gente. Ha paura di uscire, paura di pregare. Paura di non essere parte del gruppo jihadista 

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di Federica Iezzi

Aleppo, 29 settembre 2014, Nena News – Pick-up in fila indiana come convogli, uomini con sciarpe nere aggrovigliate attorno ai magri volti. Kalashnikov in bella vista, puntati verso l’alto. Dietro di loro la bandiera nera dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria vola spietatamente insieme al vento. Ormai si contano tra i 20.000 e i 31.500 combattenti nel gruppo jihadista guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, lontana costola dell’al-Qaeda di Osama Bin Laden.

Gli estremisti sunniti dell’ISIS hanno il dominio di circa un quarto del territorio iracheno. E controllano approssimativamente un terzo della Siria. La roccaforte siriana dell’ISIS è al-Raqqa. Deir Ezzor è soffocata completamente, fatta eccezione per la base aerea militare. I militanti jihadisti regnano su alcuni quartieri nelle città di al-Joura, al-Ummal e al-Hamidiya, su vaste aree nel governatorato di al-Hasakah, tra cui Ash-Shdadi e al-Houl Markda, su molti villaggi nel nord-est di Aleppo, vicino al confine turco, come al-Bab, Akhtarien, al-Mashoudiya, al-Aziziya, Doybaq, al-Ghouz, Turkman Bareh e al-Rahie.

A Mosul, nell’Iraq del nord, la gente nelle strade sa che la maggior parte dei membri dell’ISIS è irachena. L’organizzazione terroristica ha trovato inizialmente terreno fertile nella comunità sunnita locale, scontenta per l’operato del governo a trazione sciita di Nouri al Maliki, ma è stata subito frenata dal nuovo esecutivo di Haider Al-Abadi.  L’ISIS, invece, ha trovato rifugio sicuro in Siria, strozzata da più di tre anni di guerra civile e dalla politica fortemente instabile di Bashar al-Assad.

L’ISIS non è islam. E’ questo che in terra siriana la gente urla. L’ISIS come conseguenza della guerra in Iraq del 2003 e del governo siriano di al-Assad; l’ISIS come gruppo di crudeli terroristi, ma meglio rispetto all’ateismo; l’ISIS come nemico dei musulmani; l’ISIS come kalashnikov, fucili d’assalto, mitragliatrici, obici e mortai, cannoni antiaerei e razzi anticarro, veicoli blindati, carri armati e centinaia di Humvee. Ma il pensiero comune, in terra siriana, è che la forza dei militanti islamici risiede nell’intensa lealtà all’interno dell’organizzazione.

In Siria il gruppo jihadista si scontra con più di 100.000 miliziani del fronte Jabhat al-Nusra, del Fronte Islamico e degli altri movimenti islamici. A opporsi, i ribelli dell’Esercito Siriano Libero e i 50.000 combattenti dell’YPG, Unità di Protezione Popolare curda. In Iraq sono i peshmerga ad affrontare sul campo i jihadisti.

Il muezzin annuncia la preghiera del venerdì, ma le moschee non sono piene. La gente ha paura di camminare per strada, così si accontenta di pregare tra le mura di casa, dove solo Allah può arrivare. Alla domanda “chi sono i combattenti dell’ISIS” risponde con sure del Corano o con brani tratti dai discorsi del profeta Muhammad “leggono il Corano ma non lo capiscono”.

Le donne hanno paura di non coprirsi abbastanza per la shari’a professata dall’ISIS. “Essere bambine è pericoloso” è questo l’assillo della gente, è questa l’inquietudine di ogni madre. I comandanti portano via le giovani vergini per darle come premio ai combattenti più valorosi. E tra le giovani, ci sono bambine che fino al giorno prima giocavano con le bambole nel cortile di casa. In sottofondo il pianto inconsolabile dei bambini, che si accompagna al pianto degli adulti. Fa male. Ogni donna ha perso qualsiasi briciolo di libertà. Le donne possono uscire se accompagnate da un muhram, dal padre, dal fratello, dal marito o da un parente uomo. C’è un coprifuoco. Si rientra a casa alle 7 di sera. Il buio, l’assenza di elettricità, la mancanza di protezione da parte dell’esercito governativo rende potenzialmente fatale ogni spostamento.

“Essere curdi, cristiani o sciiti è pericoloso. Non essere ISIS è pericoloso”. Mentre i siriani nelle province di Idlib e Homs manifestano contro gli Stati Uniti, i curdi siriani appoggiano la decisione di bombardare i territori controllati dai miliziani jihadisti. Quelle zone sono deserte, dicono. Le case sono depredate. Gli abitanti scappano quando sentono colpi di mortaio a poca distanza o quando l’YPG li avverte dell’arrivo delle truppe dell’ISIS. Gli abitanti che rimangono o sono fedeli al gruppo terrorista o sono civili sotto assedio.

E mentre continuano i bombardamenti delle forze americane sulle aree intorno ad al-Raqqa, Deir Ezzor, al-Hasakah, sul nord-est di Aleppo e sulle zone del confine iracheno, la morte di civili dipinge le giornate. Nena News

Nena News Agency – 29 settembre 2014 – “SIRIA. Cos’è l’ISIS per la gente comune” di Federica Iezzi

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SIRIA. La battaglia per la conquista di Kobani

Nena News Agency – 20/09/2014

 

Da più di 48 ore nella zona di Kobani, a nord della Siria, si susseguono violenti scontri tra i combattenti curdi dell’YPG e i jihadisti dell’Isis. Si cerca di scongiurare un nuovo massacro, dopo quello degli yazidi, dei turcomanni e dei cristiani

Syrian refugee at turkish border

Syrian refugees at turkish border

di Federica Iezzi

Aleppo, 20 settembre 2014, Nena News – Iniziato l’assedio da parte dei combattenti dell’Isis di 24 villaggi curdi nell’area di Kobane (Ayn al-Arab), nel nord della Siria, vicino al confine con la Turchia. Gli attacchi nelle ultime 48 ore hanno coinvolto carri armati e artiglieria pesante, fucili d’assalto, kalashnikov e granate. Continuano i bombardamenti dell’Isis nei villaggi di Barkel e Qihida a sud di Kobane. Questa notte presi altri 3 villaggi nei pressi del fiume al-Forat, ad ovest di Kobane. Per ora nessuna informazione sul numero di vittime.

Il violento assalto ha spinto i civili ad abbandonare le proprie case nel timore di ritorsioni da parte dei jihadisti. Circa 3.000 rifugiati tra uomini, donne e bambini sono arrivati al confine turco nella notte. Hanno lasciato le loro case, nei villaggi circondati dalle forze dell’Isis, e hanno camminato per almeno 10 chilometri senza acqua né cibo. I più piccoli, avvolti in coperte di fortuna, sono arrivati in stato di disidratazione marcata.

Già dallo scorso mercoledì, aree ad ovest di Kobani, battevano la bandiera nera dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. L’Isis ha cercato di stabilire il controllo su una fascia di territorio vicino al confine con la Turchia, ha tentato l’espansione verso est, fuori dalle proprie roccaforti, nelle province di al-Raqqa e Der Ezzor, al confine con l’Iraq. L’intera area curda di Kobani, nella zona di Aleppo, è sempre stata  una spina nel fianco per i ribelli jihadisti, fonte di pesanti passati insuccessi. Oggi Kobani è una piccola tasca di terreno siriano, isolata dalle vaste aree di territorio controllato dall’Isis e dalle aree controllate dalle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad. E’ difficile da difendere.

I 50.000 combattenti siriani dell’YPG, Unità di Protezione Popolare, hanno richiesto al governo turco urgenti aiuti nella lotta contro l’Isis, nel nord della Siria. Il governo di Davotoglu ha assicurato aiuti ai rifugiati siriani curdi. In un conflitto che contrappone militanti curdi contro gli estremisti sunniti, armare il PKK e l’YPG rimane ancora un dilemma. 46 cittadini turchi sono ancora oggi in ostaggio in Iraq, nelle mani dell’ISIS.

I rapporti tra l’YPG e il governo siriano di al-Assad rimangono ambigui. Finora l’YPG non sarebbe stato supportato dalle forze di Damasco. Invece sembrano rafforzarsi i rapporti con i gruppi di insorti non islamici, nella provincia di Aleppo. Per più di un anno, combattenti dell’ISIS e milizie curde si sono affrontati in lotte feroci, in diverse zone del nord della Siria, dove le grandi popolazioni curde risiedono. Gli scontri sono solo un aspetto della più ampia guerra civile in Siria.

Intanto si ripetono massacri e rapimenti di donne nelle aree sequestrate di recente. I timori della comunità internazionale sono puntati sul rivivere le atrocità degli yazidi, nella regione di Sinjar, nel vicino Iraq, mentre in Siria proseguono gli scontri tra i ribelli siriani e l’ISIS a Dabeq, nel governatorato di Aleppo.

Bombardamenti dalle forze di al-Assad sui villaggi di Nahya Aqirbat, Hamada Omar, Kafar Zita, Demo e Tal al-Meleh, nella provincia di Hama, e sui vilaggi di al-Bab, Balat e al-Jaboul, vicino Aleppo, tutti controllati dall’Isis. Nena News

Nena News Agency – “SIRIA. La battaglia per la conquista di Kobani” – di Federica Iezzi

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