Il rumore sordo della povertà attraversa le strade di Caracas

Il Manifesto – 04/07/2018

REPORTAGE. Venezuela. In Venezuela crisi petrolifera e scelte economiche, embargo illegale Usa, sanzioni illecite della UE e governi golpisti in America Latina, rendono sempre più dura la vita della popolazione. A pagare il prezzo più alto, come al solito, sono i bambini

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Venezuela – Asì se vive en Caracas

di Federica Iezzi

Caracas – «Qua la guerriglia si sposta di città in città ma non finisce mai». Sono le crude parole di Franco. Ha solo sette anni. L’abbiamo incontrato da solo nelle strade tutte uguali di Caracas, con una busta di verdura in mano. Suo padre faceva parte della schiera di quelli che chiamavano «ribelli». Ma poi chi sono i «ribelli» agli occhi dei bambini? Le turbolenze economiche e politiche spediscono regolarmente migliaia di persone nelle strade per protestare, a favore o contro il governo del presidente Nicolas Maduro.

E LONTANO DALLE STRADE, la nuova normalità per i venezuelani è diventata lotta quotidiana. Lottano per sopravvivere a fronte di gravi carenze di cibo, medicine, acqua. Da mesi manca la farina. Centinaia di forni industriali sono in silenzio, manca il lavoro che c’era dietro la preparazione del pane.
E negli scaffali delle farmacie non c’è nemmeno l’aspirina: se sei così fortunato da trovarla, il prezzo per poterla comprare è ingiustificabilmente fuori misura. Il tutto è stato sapientemente stabilito da un duro embargo che coinvolge le più grandi compagnie multinazionali di farmaci e vaccini. E su chi hanno effetto certe scelte? Sui bambini con la febbre che i genitori non possono curare, per esempio.

I pochi ristoranti rimasti chiudono le porte prima di sera a causa dell’aumentata paura della violenza. Hanno acqua corrente solo il lunedì e il martedì, il resto della settimana si vive grazie a un serbatoio.

E BISOGNA SPERARE che non si rompa nulla dei macchinari usati in cucina, perché ottenere pezzi di ricambio diventa un incubo, si possono arrivare a investire fino a due mesi di stipendio per l’acquisto di un pezzo rotto. Con un’economia in declino, la gente è tornata a scambiarsi i materiali. Si scambia farina di mais con le uova. I barbieri fuori città tagliano i capelli per yucca, banane o carne di scarto. I proprietari dei ristoranti offrono un piatto caldo in cambio di pacchetti di tovaglioli di carta.

IL SALARIO MEDIO MENSILE del Paese è di 1.300.000 bolívar, circa 6 euro sul mercato nero, cifra sufficiente per acquistare due cartoni di uova, un chilo di farina di mais e una scatola di pasta, due litri di latte, tonno e pane. Mentre l’iperinflazione continua a salire a livelli esorbitanti, i soldi perdono sempre più valore.

«El dinero no alcanza para nada» («I soldi non sono sufficienti per comprare nulla» nda), ci dice la gente che incontriamo ogni giorno nelle perenni file sulle strade. Anche quando il cibo è disponibile nei negozi, lo stipendio medio non è sufficiente per sfamare una famiglia.

«Non sappiamo se ci possiamo permettere di comprare da mangiare la prossima settimana»: questa è una delle preoccupazioni più comuni all’interno delle case.
Lo spirito della revolución bolivariana contro i grandi proprietari terrieri, i vecchi latifondisti, la borghesia compradora, i militari golpisti e a favore di contadini, operai, senza terra e indigeni, si è affidata totalmente alle entrate petrolifere. Questo è stato sufficiente per finanziare i nobili programmi di alfabetizzazione, gli investimenti per garanzie sociali, la lotta anticolonialista. Ma quando il prezzo del petrolio è crollato nel 2014, il governo ha tagliato le importazioni e utilizzato le sue piccole riserve per pagare il suo debito estero ed evitare il default. Questo si è trasformato nella crisi di oggi.

IL BLOCCO ECONOMICO illegale guidato dagli Usa, le sanzioni illecite di Stati uniti, UE e governi golpisti dell’America latina hanno fatto il resto. Tentativi di corruzione, boicottaggi economici e finanziari, embarghi, finanziamento di oppositori politici, controllo dei mass media locali, militarizzazione di gruppi radicali. È una storia già vista in America latina che crudelmente si ripete oggi ai danni del governo Maduro. Al mercato nero il prezzo di un dollaro si aggira intorno a 200.000 bolívar. Lo stipendio medio settimanale è di 250.000 bolívar. Una saponetta costa 200.000 bolívar, quindi spesso bisogna scegliere se mangiare o lavarsi adeguatamente. ‘Una scatola di antibiotico, quando lo trovi, può costare più dell’intero stipendio mensile’ ci dice Linda.

Visto che anche i contanti sono scarsi, non è raro trovare lunghe code di persone in tutta la città in attesa di prelevare denaro. In media, gli sportelli automatici consentono il ritiro di soli 10.000 bolívar al giorno (5 centesimi di dollaro).

«Se si guarda dall’alto la città, sembriamo tutti piccole formiche che corrono impazzite da una parte all’altra. La sensazione è quella di vivere in una prigione. La libertà non fa più parte delle nostre vite», continua Linda.
«Senza essere prigionieri, non abbiamo la libertà di muoverci. Non siamo liberi di consumare ciò che vogliamo, ma ciò che gli altri scelgono per noi». Gli effetti della crisi capitalista e della recessione economica hanno avuto un impatto sull’economia globale di ciascun Paese, siano essi colonialisti o territori dipendenti. Gli effetti sono diversi in quanto i primi hanno il controllo diretto su ogni settore dell’economia, mentre i secondi sono subordinati alle decisioni delle grandi potenze.

IL VENEZUELA NON È SFUGGITO a questa realtà. Ci sono molte parole per descrivere cosa sta succedendo nel Paese: crisi, implosione, caduta. C’è l’inflazione alle stelle, la mancanza di generi alimentari e medicine di base, la crisi della sanità pubblica. C’è la crisi energetica, con ostinati black-out e carenza d’acqua. C’è violenza diffusa. Certamente, la situazione in Venezuela è complessa. Complessa come la realtà in ogni Paese che si sta avvicinando a una rottura definitiva con la sua realtà.

IL SABOTAGGIO della produzione, il blocco internazionale e il boicottaggio economico si esprimono in molteplici forme, tra cui la fuga di commercianti nei Paesi limitrofi, il deflusso di capitali e di forza lavoro, con un conseguente impatto diretto su economia locale e condizioni di vita della popolazione. «La prassi è questa. Dall’alba mi metto in fila fuori dal negozio di alimentari più vicino a casa. Dopo molte ore viene scannerizzata la mia impronta digitale e il sofisticato database governativo recupera le mie informazioni personali. Questo dirà alla cassiera non solo il mio indirizzo, il mio nome completo e il mio numero di telefono, ma anche se ho già comprato la razione di cibo assegnata alla mia famiglia in quel mese», ci racconta Adelita.

Se è così, Adelita verrà rimandata a casa a mani vuote. Ci sono droni che sorvolano la fila che si estende per svariati isolati nelle strade e nessuno ne conosce lo scopo.

Il Manifesto “Il rumore sordo della povertà attraversa le strade di Caracas” di Federica Iezzi

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Un mondo spietato con i bambini, in Somalia

Il Manifesto – 03 gennaio 2018

REPORTAGE. Nel Paese con i più alti tassi di malnutrizione acuta e mortalità infantile del mondo, dopo un anno di conflitti in cui 5 milioni di persone sono rimaste prive dei servizi sanitari essenziali. La salute è un modo potente per uno Stato di esercitare la sua autorità. E spesso le guerre civili coinvolgono Nazioni che sono grandi beneficiarie di aiuti internazionali. La malattia non rispetta i confini di un Paese. Tra i chirurghi italiani che operano nella regione del Somaliland, abbandonata dall’OMS perché ‘autonoma’

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Hargheisa, Somalia – Mohamed Aden Sheikh Children Teaching Hospital

di Federica Iezzi

Hargheisa (Somalia) – La situazione umanitaria in Somalia continua a deteriorarsi per portata geografica e complessità. Secondo il recente report Somalia – Humanitarian Needs Overview 2018, più di sei milioni di persone – dunque metà della popolazione, compresi tre milioni e mezzo di bambini – hanno bisogno di assistenza e protezione umanitaria. Il numero di bambini con diagnosi di malnutrizione acuta è aumentato del 50% dall’inizio del 2017, sfiorando il milione. I tassi di «Malnutrizione acuta globale» si confermano al 17,4%, ben al di sopra delle soglie di emergenza, fissate dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

OLTRE 5,7 MILIONI DI PERSONE hanno bisogno di servizi sanitari di base, compresi i bisogni critici nella salute materna e infantile. Malattie prevenibili nella prima infanzia come diarrea, colera e morbillo continuano a mietere spietatamente vittime. Più di 20.000 casi sospetti di morbillo sono stati recentemente segnalati nelle aree di Nugaal, Mudug, Bari, Banadir e Lower Shabelle, l’84% di questi casi in bambini sotto i dieci anni.

E le promesse del governo di Mohamed Abdullahi Mohamed per il 2018, prevedono una campagna nazionale di vaccinazione contro il morbillo che si prefigge di raggiungere più di quattro milioni di bambini.

SE L’ATTIVITÀ VACCINALE è ormai ritenuta come affidabile indice di qualità di buona sanità in Occidente, nelle realtà rurali africane è considerata ancora un bene di lusso. E il governo di Mogadiscio, al momento, si classifica negli ultimi posti del panorama mondiale. La copertura vaccinale del tetano-pertosse raggiunge il 51%, per il morbillo è stata invece segnalata una copertura del solo 6% nel periodo neonatale.

IL SISTEMA SANITARIO SOMALO è stato significativamente sotto pressione per anni a causa dell’instabilità legata al conflitto civile, che affonda le sue radici negli anni ’90. Ulteriormente sovraccaricato durante il 2017 a causa di siccità, malnutrizione e malattie infettive, è stato contrassegnato da elevati tassi di morbilità e mortalità evitabili.

La mancanza di un servizio di epidemiologia completo e affidabile, ha reso difficile identificazione, valutazione e informazione sui focolai infettivi in tutte le regioni del Paese, con riscontro di lacune nella fornitura di servizi conseguentemente faticoso.

Per un bambino nato in Somalia, il rischio di morire è il più alto al mondo. Il tasso di mortalità dei bambini sotto i 5 anni è di 137/1000 nati vivi e il tasso di mortalità materna non è molto più rassicurante, è dello 0,7%.

Su più di mille strutture sanitarie in Somalia, quasi 300 sono inaccessibili o impraticabili. C’è meno di una struttura sanitaria per 10.000 abitanti. Persino questi numeri nascondono le significative disuguaglianze in termini di disponibilità di servizi sanitari nelle diverse aree del Paese.

Le stime attuali parlano di almeno cinque milioni di persone, rispetto ai 12 milioni della popolazione complessiva, senza accesso ai servizi sanitari essenziali. Almeno tre milioni di civili vivono in aree difficilmente raggiungibili dai corridoi umanitari, che cercano di far fronte al dramma di un Paese mai uscito dalla guerra, un Paese che cerca invano di opporsi al potere delle decine di milizie senza distintivo che amministrano il territorio.

NELLE AREE PIÙ COLPITE da conflitti e dislocamenti, la fornitura di farmaci essenziali e del materiale sanitario di base segue percorsi infiniti. Lo conferma il direttore internazionale del Mohamed Aden Sheikh – Children Teaching Hospital di Hargheisa, nella regione autonoma del Somaliland, il professor Piero Abbruzzese. «Il programma dell’ospedale – dice -, risultato della professionalità italiana, dovrebbe essere quello di autonomizzarsi almeno per le spese del personale e per le forniture mediche di base. Occorre ancora il supporto italiano invece per i programmi di teaching e per il reintegro di materiali di alta specializzazione». L’ospedale resta un punto di riferimento nell’intero territorio del Somaliland, incidendo tenacemente sulle politiche sanitarie del Paese.

La fornitura di servizi sanitari di base è ancora scadente per i circa 30.000 sfollati interni che abitano le regioni di Lower Shabelle e Galmudug. E considerando la grande portata degli spostamenti interni e la persistente siccità, gli sfollati interni delle aree di Doolow, Luuq, Baidoa, Marka, Bossaso, Garowe, Burco, Gaalkacyo e Buuhoodle, non hanno addirittura un accesso sicuro all’acqua.

L’impegno esclusivo con le istituzioni ufficiali, in realtà valuta male l’impatto politico di quegli aiuti internazionali che dovrebbero essere neutrali e apolitici.

La limitatezza di assistenza di base in quelle zone in cui la minima soglia di sicurezza non viene assicurata, alimenta il vortice della strumentalizzazione dell’accesso ai servizi sanitari, che sempre più spesso purtroppo etichetta il corso dei conflitti armati. E allora, il benessere diventa un modo ancora più potente per uno Stato di esercitare ed estendere la sua autorità. Spesso, i territori contesi nelle lotte civili, coinvolgono Nazioni catalogate come grandi beneficiarie di aiuti internazionali.

LE MALATTIE non considerano i confini di un Paese come limitazioni. Ne è un esempio evidente la regione indipendente del Somaliland, di fatto non riconosciuta come tale dalla comunità internazionale. Abbandonata totalmente, per esempio, dall’Organizzazione mondiale della sanità, che considera la sovranità di un Paese come prerequisito essenziale per l’accesso agli aiuti. Il risultato è una fetta di popolazione, che conta 750.000 persone rinchiuse nella soglia di povertà, esclusa da servizi igienici e sanitari, scolarizzazione, assistenza sociale.

Con programmi centralizzati che si dimostrano inefficaci e fallimentari, la cooperazione diretta con le giurisdizioni locali, sembra l’unica soluzione.

È proprio questo lo spirito su cui si basa il lavoro portato avanti dalla dottoressa Elisabetta Teruzzi, direttore f.f. della Chirurgia pediatrica dell’Azienda ospedaliero-universitaria Città della salute e della scienza di Torino, impegnata in una missione umanitaria al Mohamed Aden Sheikh – Children Teaching Hospital di Hargheisa. «Sono rimasta molto colpita dallo stato di indigenza in cui vive la popolazione del Somaliland – ci dice – e in particolar modo dalla mancanza dei basilari servizi igienici e sanitari. I bambini sono le persone che pagano di più in termini di malattie e istruzione, basti pensare che un bambino affetto da una patologia da trattare chirurgicamente, per poter essere assistito, non può che lasciare il Somaliland».

«Non esistono centri ospedalieri – prosegue Teruzzi – dove i piccoli pazienti vengano operati da chirurghi a loro dedicati e questo non solo in Somaliland, ma anche in tutto il territorio somalo e in quello della vicina Etiopia».

È INNEGABILE che l’intera Somalia abbia fatto rilevanti progressi nel rafforzare i suoi servizi sanitari, ma restano aperte notevoli sfide da affrontare: un maggior sostegno nelle voci di bilancio annuale, che al momento garantisce meno del 3% al settore sanitario, l’enorme divario tra le aree urbane e quelle rurali, la necessità di una maggiore professionalizzazione e la regolamentazione dei servizi.

Continua la dottoressa Teruzzi: «L’assistenza sanitaria è solo a pagamento presso cliniche fatiscenti. A una famiglia, composta mediamente da 6 o 7 figli, sottoporre uno di essi a una radiografia o a un’ecografia, costa dai 50 ai 100 dollari americani, l’equivalente di uno stipendio medio mensile. Tengo però anche a sottolineare che i medici e gli infermieri incontrati durante la missione umanitaria si sono rivelati tutti validi e preparati, anche se rassegnati alla situazione imperante. La speranza è quella di poter continuare a sostenere strutture di assistenza sanitaria, in cooperazione con le giurisdizioni ministeriali locali, in modo che tali strutture possano continuare ad esistere e lavorare dopo che le missioni internazionali abbiano concluso il loro intervento locale».

Il Manifesto 03/01/2018 “Un mondo spietato per i bambini, in Somalia” di Federica Iezzi

Nena News Agency “Un mondo spietato con i bambini, in Somalia” di Federica Iezzi

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Il milione dello Yemen

Il Manifesto – 30 settembre 2017

Golfo. L’allarme della Croce Rossa: già 700mila i casi di colera, entro l’anno altri 300mila contagiati. Ci si ammala bevendo dai pozzi. E con gli ospedali distrutti o troppo lontani si muore nel proprio letto, senza nessuna assistenza. Quando per salvarsi basterebbe acqua pulita.

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di Federica Iezzi

Il colera è ovunque. L’ultimo preoccupante report del Comitato Internazionale della Croce Rossa afferma che l’epidemia di colera in Yemen è una spirale fuori controllo.

I casi sospetti hanno sfiorato i 700mila, più di 2mila le morti correlate alla malattia. Secondo quanto riferito in un briefing a Ginevra da Alexandre Faite, capo della delegazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Yemen, è verosimile che si raggiunga un milione di casi di colera entro la fine dell’anno.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità disegna un piano in cui i casi sospetti di colera ormai serpeggiano nel 95,6% dei governatorati, in particolare in 22 su 23 governatorati e 304 su 333 distretti.

SI CONTANO PIÙ DI 5MILA nuovi sospetti contagi ogni giorno. La malattia continua a diffondersi a causa del deterioramento delle condizioni igieniche e sanitarie e delle interruzioni dell’approvvigionamento idrico.

Più di 14 milioni di yemeniti sono stati tagliati fuori dall’accesso regolare all’acqua, per non parlare del servizio di raccolta di rifiuti interrotto in tutte le grandi città. Il tasso complessivo di mortalità nel paese è dello 0,31%, il più alto è nel governatorato di Raymah, a est. I governatorati più colpiti comprendono Amran, al-Mahwit e Hajjah, al nord, e al-Dhale’e e Abyan, al sud.

Il disastro umanitario in Yemen non accenna a placarsi. Il paese è imprigionato in una spirale di violenze e patimenti che irrompono nelle vite di civili inermi, senza risparmiare neppure anziani e bambini.

E PROPRIO AI BAMBINI sono riservati i numeri più crudeli: il 54,9% di possibilità di contrarre il colera. Il colera è un’infezione acuta diarroica che si diffonde attraverso cibo o acqua contaminati. Può essere efficacemente trattata con l’immediata idratazione e con il repentino ripristino dei normali livelli di sali minerali nell’organismo, ma senza trattamento può risultare fatale.

LO YEMEN È DA ANNI teatro di una spietata guerra, capitanata ardentemente dalle forze militari di Riyadh. Mentre le morti da combattimento ottengono sporadicamente attenzione, i risultati indiretti del conflitto rimangono celati.
L’epidemia di colera, la malnutrizione incalzante, l’aumento delle morti da malattia infettive curabili, rimangono i più grandi assassini.

L’acqua che arriva nelle case è contaminata e la gente non la beve più. Si incontrano grossi serbatoi, spesso vuoti, su quelli che un tempo erano i marciapiedi delle strade principali delle città, ma non c’è approvvigionamento regolare. Nel governatorato di Hajjah, la gente beve acqua contaminata da pozzi e cisterne.

E la situazione è in peggioramento nel distretto di Abs, nel governatorato di Hajjah, nel nord dello Yemen. Qui nel mese di agosto è stato colpito l’ennesimo ospedale, sostenuto da Medici Senza Frontiere, che trattava i casi di colera.

IL DISTRETTO DI ABS ospita il numero più alto di sfollati interni, ma la maggior parte delle strutture sanitarie non funziona. Non ci sono né personale medico né attrezzature, né forniture sanitarie di base.

In 49 distretti, non ci sono medici. Almeno 30mila operatori sanitari locali non hanno ricevuto i loro stipendi da più di un anno, 3.500 centri medicali non hanno ricevuto fondi per il regolare rifornimento.

Quasi tutte le strutture e i servizi sanitari del paese hanno raggiunto livelli di cedimento irreversibili, non sono in grado di rispondere alla crescente necessità della popolazione, non sono in grado di affrontare malattie e traumi legati alla guerra. E, tuttora, molti ospedali vengono utilizzati illegittimamente come presidi militari.

LA MAGGIORPARTE della gente rimasta nelle proprie case non può permettersi nemmeno il trasporto dalle aree rurali ai centri medici più vicini. E allora diarrea, vomito, lento e tormentato spegnimento: si muore di colera in casa.

Nel suo piano di affrontare la malattia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha previsto la distribuzione di vaccini per contenere il colera e sradicare il 90% dei casi entro il 2030. Ma contenere un’epidemia di tale entità è estremamente difficile e le probabilità di perdere sono molto elevate.

Secondo il Cholera Emergency Operations Centre, i partner umanitari in Yemen supportano 250 centri di trattamento, con più di 4mila posti letti e almeno mille punti di reidratazione orale in 20 governatorati. Una campagna di sensibilizzazione porta a porta continua a coinvolgere 40mila volontari, raggiungendo circa 14 milioni di abitanti persone.

Ma il 12% dei distretti in Yemen è ancora classificato come estremamente difficile da raggiungere, tra questi Marib, al-Jawf, Sa’ada, Hajjah, Taizz, al-Bayda. E più di 1,7 milioni di persone, in questi distretti, ha urgente necessità di assistenza umanitaria.

SECONDO I DATI DIFFUSI delle Nazioni Unite, più di 10mila persone sono state uccise dal conflitto, almeno 50mila sono i feriti e i disabili, 1,6 milioni di civili sono stati costretti ad abbandonare il paese e 3 milioni sono gli sfollati interni.

Gli anni di sanguinari abusi hanno trasformato l’agonizzante Yemen nel più grande bacino di insicurezza alimentare. In base ai dati diffusi dalla piattaforma Humanitarian Needs Overview, circa 20 milioni di persone hanno bisogno di assistenza o protezione.

Di questi, per almeno 9 milioni, il bisogno si trasforma in impellente urgenza. Inoltre 17 milioni di persone non si alimentano adeguatamente.

E tra questi, quasi due milioni sono bambini e un milione sono donne in gravidanza. Direttamente correlata alla mancanza di cibo è la malnutrizione: più di 400mila bambini sotto i cinque anni sono affetti da malattie connesse alla malnutrizione acuta.

Il Manifesto 30/09/2017 “Il milione dello Yemen” di Federica Iezzi

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L’universo degli impauriti, a bordo delle navi da salvataggio

Il Manifesto – 12 luglio 2017

REPORTAGE. Arrestiamo umani. A bordo delle navi di salvataggio fuori dalle coste libiche c’è un universo fatto di sudore, urina, vomito, sangue. E sperando di non respirare l’odore della morte, in quel mondo si trovano anche persone provenienti da paesi diversi ma accomunate dalla fuga: da guerre, torture, arresti arbitrari, stupri e violenze

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di Federica Iezzi

Tripoli (Libia) – Sul ventre di un’onda, tra la notte fonda e l’alba, la luna perde il suo bagliore e il cielo e il mare si sciolgono in un’oscurità così profonda che permette soltanto di fiutare il dolore acuto della miseria umana. È una mescolanza informe di sudore, urina, vomito, sangue. E si prega sempre che non ci sia anche l’odore della morte.

IL MAR MEDITERRANEO, lucido alla nuova luce di ogni mattino, è diventato il percorso migratorio più mortale al mondo. Nel 2016 gli sbarchi attraverso il Mediterraneo hanno superato i 360.000 e più di 5.000 migranti hanno perso la vita, prima di raggiungere i tanto bramati porti europei, i quali capofila rimangono quelli italiani. Solo nel 2017 le profondità oscure di questo mare sono diventate la tomba per più di 2.000 migranti.

LE ACQUE SALATE tra Libia e Italia accolgono instancabilmente chi fugge dai fucili, dalla repressione e dalla povertà della propria patria. Sovraffollate imbarcazioni da pesca in legno, imbottite in poliuretano, poco adatte per attraversare un fiume, tanto meno un vasto mare, parlano decine di dialetti diversi. Costa d’Avorio, Nigeria, Liberia, Somalia, Eritrea, Sudan senza dimenticare Siria, Afghanistan, Pakistan e Bangladesh.

Sono rifugiati. Rischiano tutto per avere una possibilità di libertà e dignità. Le centinaia di giubbotti salvavita, verniciati di un arancione che fa male agli occhi, stipati sul ponte principale della nave di soccorso, risvegliano il mondo alla severità imposta dall’Europa. Le storie si sovrappongono tutte. Kamal ha viaggiato per otto mesi da Mvolo, in Sud Sudan.

HA VISSUTO LA GUERRA e ha lasciato che gli passasse accanto, ha partecipato a proteste contro il governo del suo paese, è stato arrestato per le sue idee, è stato percosso, violentato e messo in isolamento, senza cibo e solo con acqua, per giorni nelle carceri sudanesi.

Poi è finito in Libia, dove è stato bloccato dai miliziani. Detenuto nei pressi di Misurata, in uno dei centri da loro gestiti, che non compare in nessuna cartina politica, ha pagato 400 dollari per essere rilasciato. E dopo otto mesi ha pagato ancora, questa volta i contrabbandieri, per attraversare il Mediterraneo.

Kamal ci dice «Le madri nei pescherecci non si rendevano conto che i loro bambini non erano più vivi, non si rendevano conto che tenevano in braccio bambini morti. La morte cancella tutti i lineamenti. Preferisco morire sulla terra. La morte in mare è silenziosa e solitaria».
Lo ascoltiamo abbassando gli occhi e pensando che forse in quel momento, quando l’ultimo respiro ti accompagna in acqua, in mezzo alla vastità del mare, una vita può sembrare insignificante. La speranza è aggrappata con le unghie sanguinanti ai bambini senza voce che sono ancora custoditi nelle pance delle donne.

LE ROTTE NEL MARE NOSTRUM hanno preso quota dopo l’accordo chiuso tra i civili Paesi dell’Unione europea e la Turchia, riguardo la violenta interruzione della via migratoria attraverso i Balcani.

Per i migranti dell’Africa occidentale, la via Agadez-Dirkou-Sabha è quella abitualmente solcata. In viaggi di migliaia di chilometri attraverso Niger e Libia, si arriva, in sella ai pick-up dei contrabbandieri, sulle coste libiche tra Zawarah e Sabratha, a ovest di Tripoli.
I migranti dell’Africa orientale, in particolare del Corno d’Africa, seguono la via Khartoum-Kufra, grazie alla quale i deserti del Sudan e della Libia, sono collegati a Bengasi.

DA TRIPOLI O BENGASI si aspetta il bel tempo, si salpa e non si sa se si arriva. Le piccole imbarcazioni gestite dal business lucrativo di contrabbando di persone, di una Libia totalmente instabile politicamente, viaggiano alla velocità di cinque miglia all’ora. Il distruttivo viaggio fino alle coste europee può durare più di 40 ore. A non meno di sessanta miglia nautiche (110 chilometri) dalla costa libica inizia l’area di azione dell’agenzia europea Frontex: spesso per i migranti è l’unica speranza di arrivare vivi all’altro capo del Mediterraneo.

SULLA NAVE l’odore è pungente. Arrivano da Eritrea, Etiopia, Gambia, Senegal, Nigeria, Mali. La maggior parte è a piedi nudi, con le gambe di ebano coperte di polvere e sale marino incrostato. A soli 17 anni, Jawo è in viaggio dalla capitale gambiana, Banjul. Il suo viaggio è iniziato dopo che il padre è stato arrestato per motivi politici. Ha viaggiato attraverso Mali, Burkina Faso e Niger per raggiungere la Libia sud-occidentale. Ci racconta che i trafficanti lo hanno messo nella parte posteriore di un camioncino e hanno guidato per dieci giorni sulle dune desolate del Sahara.

«Potevamo portare una tanica da quattro litri di acqua ciascuno. Gli ultimi giorni non ho bevuto nulla. La sabbia mi entrava negli occhi e io non avevo nemmeno la forza di chiuderli. Il mio sguardo era fisso verso un orizzonte che sembrava non finire mai».
Ci racconta che una volta arrivati sulla costa libica, prima di imbarcarsi, tutti i migranti ricevono una chiamata. Il trafficante che subentra, li fa riunire in un posto specifico. Tutti i telefoni vengono raccolti e confiscati.

Non si possono portare bagagli e fino al momento dell’imbarco vengono forniti cibo, acqua e servizi igienici. Molti raggiungono di notte il peschereccio sorteggiato per la traversata e non trovano spazio. Questo significa partenza rimandata ma soprattutto altra permanenza in Libia, dove si rischia di finire in carcere. Per Jawo, che ha attraversato il Sahara e il Mediterraneo, un nuovo viaggio è destinato ad iniziare in una nuova terra. Lo aspettano i volontari con scatoloni di cartone pieni di sandali. Gli viene consegnato un paio di scarpe in gomma. Jawo viene contrassegnato con un numero e svanisce dietro una tenda. «Non pensavo di arrivare vivo», è così che ci saluta, impaurito per la vecchia vita lasciata e per la nuova da iniziare.

ABDOULAYE ARRIVA DA GAO, in Mali. È arrivato ad Agadez in autobus. Da lì un contrabbandiere per 800 dollari l’ha portato a Tripoli. Ha dormito per giorni in un magazzino abbandonato a Sabratha: «Mi hanno detto che se mi vedevano, mi avrebbero portato in carcere. È dura in Libia uscire dal carcere. Ti tengono in ostaggio, fino a che non li paghi. Così da quel magazzino affollato, che condividevo con altre 60 persone, uscivo soltanto di notte per bere e mangiare. Il Ramadan mi ha aiutato, digiunavo dall’alba al tramonto, e non pensavo alla sete in quei giorni bollenti».

I CONTRABBANDIERI hanno promesso a Abdoulaye che per 400 dollari l’avrebbero buttato su una barca per raggiungere l’Italia. E l’hanno fatto. Era un gommone di 20 metri di lunghezza, alimentato da un motore esterno.

«Eravamo 130, stipati in uno spazio disegnato per 25 persone. Quel motore faceva un rumore strano. Io sapevo che non saremmo andati lontani, a Gao ero meccanico. Ma avevo paura delle milizie e dei soldati libici, avevo paura dei contrabbandieri. Avevo paura della mia ombra. Così sono salito e ho pregato»

A Abdoulaye hanno dato un giubbotto salvavita che ha pagato quattro dollari, non c’era spazio per altro. Uno dei contrabbandieri con un AK-47 in mano è saltato nel gommone, e li ha diretti verso il mare. Dopo solo un’ora di viaggio, ad aspettarlo in pieno mare un’imbarcazione a vela che lo ha riportato a terra. A capo dei pescherecci spesso rimane un rifugiato dotato di una formazione nautica rudimentale. A volte si riescono a reperire veri pescatori, egiziani o tunisini, che cercano semplicemente un mezzo per arrivare in Europa.

«Improvvisamente il mare e il cielo avevano lo stesso colore: il nero»
LA REALTÀ diventa così pesante che la maggior parte delle persone rimane seduta in silenzio. Troppo impauriti per parlare, per piangere, per gridare, per fare domande.
Poi il primo bip sul radar e Abdoulaye sale sulla nave bianca di soccorso. «Ho visto tute bianche protettive, caschi e giubbotti di salvataggio». Non sapeva chi avrebbe trovato, non sapeva che l’avrebbe visitato un medico, non sapeva che gli avrebbero dato da bere e da mangiare. Ci dice «grazie», l’aveva imparato in Mali dal suo telefono sequestrato dal contrabbandiere con l’AK-47 in Libia. È il grazie che ci ha fatto commuovere.

Il Manifesto “REPORTAGE. L’universo degli impauriti, a bordo delle navi da salvataggio” di Federica Iezzi

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REPORTAGE. Voci dal limbo ‘Perchè siamo qui’

Il Manifesto – 21 giugno 2017

Libia. Dietro le sbarre del centro di detenzione Abu Salim, dove migliaia di migranti, donne e bambini inclusi, aspettano per mesi, in condizioni estreme, una risposta alle loro domande. Storie di persone in fuga da guerre e fame, che dopo aver attraversato il deserto subiscono lunghe detenzioni illegali, private di ogni diritto

Abu Salim Detention Centre - Tripoli (Libia)

di Federica Iezzi

Tripoli (Libia) – Si sentono ripetere le stesse domande come una martellante litania, in attesa di una risposta che nella migliore delle ipotesi arriva dopo mesi. Le detenzioni arbitrarie in Libia sembrano legalizzate.

Silenzio, oscurità e solitudine accompagnano il già duro viaggio di migliaia di famiglie che provano a fuggire da guerra, persecuzione, violenza, fame.

Tra gabbie, sbarre e temperature che sfiorano i 38 gradi, le voci dei migranti scandiscono nei vari dialetti «Perché sono qui? E quando posso uscire?».

SIAMO BLOCCATI nel vortice dell’Abu Salim Detention Centre, nell’omonimo distretto di Tripoli, dove le stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), parlano di almeno 6 mila migranti detenuti.

L’ottenimento di decine di permessi rallentano l’attività sanitaria, monitoraggio e iter giudiziari nei 44 centri di detenzione dichiarati dai libici, di cui 24 gestiti direttamente dal governo di al-Sarraj. Ore e ore di inutile attesa, il tempo non esiste. Il tempo è lo stesso momento che si vive.

LE PARTENZE DEI MIGRANTI dalle coste libiche non si fermano mai. Migliaia di persone continuano ad arrivare in Libia ogni giorno. Molti cercano di nascondersi, aspettando di salire su un vecchio peschereccio, dopo aver pagato la somma richiesta dal trafficante di turno, per affrontare i 470 chilometri di mare che separano la Libia dall’Italia, diventati un cimitero per più di 4.500 persone nel 2016 e già quest’anno per più di 1.500 persone .

Ma la maggior parte della gente rimane intrappolata nel limbo dei centri di detenzione. La situazione legale in Libia si districa tra leggi incostituzionali e leggi transitorie, frutto del conflitto in corso e dell’eredità dell’era Gheddafi.

Il risultato è che oggi migranti, rifugiati e richiedenti asilo sono tutti considerati illegali, e dunque soggetti a multe, detenzione e espulsione, in base a vecchie leggi del 1987 e del 2004.

Le multe arrivano fino a 1.000 dinari libici (circa 700 euro), che salgono alle stelle se si è sprovvisti di documenti d’ingresso. Le detenzioni prevedono lavori forzati e si concludono praticamente sempre con l’espulsione dal territorio libico. La durata della prigionia per un migrante è arbitraria e imprevedibile, può durare da qualche mese a due anni.

LO SPAZIO DI UNA CELLA pensato per quattro persone, viene condiviso da 20 donne e 20 bambini, stipati uno accanto all’altro. Anche i quattro angoli della stanza sono occupati da decine di materassi buttati caoticamente a terra.

Le mamme pettinano i capelli alle bambine che disorientate mostrano fiere i piedi nudi. Non ci sono giocattoli, né acqua sufficiente per tutti. 5 bagni per 150 persone. I detenuti sono spesso costretti a defecare e urinare nelle loro celle.

«HO PARTORITO IL MIO BAMBINO in uno di questi lerci gabinetti. Era ricoperto di sangue e stava morendo soffocato». Ce lo racconta in piedi di fronte all’odore nauseabondo di quelle latrine, un odore che brucia perfino gli occhi. Un misto di acido, escrementi e urina, lavati da secchiate di acqua stagnante.

«Quell’immagine mi perseguita» continua. Nessun medico è corso a raccogliere Naalia e suo figlio quel giorno. Nessun trattamento privilegiato: il pasto era sempre di 400 calorie e il latte era giallastro e allungato con l’acqua delle pozze.

Ogni guardia carceraria ha il suo kalashnikov in mano, ci giurano che portano fuori i bambini una volta al giorno. In verità i bambini escono una volta ogni quattro. Fuori c’è una grande area aperta, dove rimangono a fare niente per un paio di ore, circondati da recinzioni di filo spinato.

CI SEDIAMO accanto al materasso su cui ha dormito per dieci mesi e Victor ci racconta: «Mi hanno arrestato a Garabulli». Vorrebbe dire alla sua famiglia che è ancora vivo, ma non può. All’arresto i soldati libici confiscano tutti i telefoni, così l’unica forma di comunicazione rimasta viene interrotta.

Victor arriva dalla città di Kano, nord-ovest della Nigeria. «Ho pagato 2 mila dollari per attraversare il Niger, sulla via di Agadez. Poi sono arrivato a Sabha in Libia e per altri 700 mi hanno portato a Garabulli».

PRIMA DI RISCHIARE LA MORTE nel Mediterraneo e prima di attraversare i campi di battaglia della guerra civile libica, la maggior parte degli immigrati dall’Africa occidentale passa per Agadez, dove si può arrivare in autobus da qualunque località. È il bordo più settentrionale della cosiddetta zona Ecowas (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale), simile alla nostra area Schengen, in cui si può viaggiare senza il visto.

A Agadez tutti i conducenti di bus si fermano e inizia il contrabbando di persone alla volta deldeserto. Solo alcuni selezionati autisti locali sanno quali dune conducono al Sahara e quali alla morte. In due settimane si arriva a Sabha, senza cibo né acqua.

FINO A 2 MILA MIGRANTI provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana attraversano la Libia ogni settimana, dal posto di controllo di frontiera del villaggio di Tumo, tra Niger e Libia, uno dei tre punti principali di ingresso, pattugliati dall’esercito libico, insieme a Ghat e Ghadames.

Quando Victor racconta i dettagli del suo viaggio i suoi occhi sembrano persi nel vuoto. «Nessun medico viene al centro», ci dice. Non si riesce ad avere un elenco dettagliato di quanti si trovano nelle celle dell’Abu Salim. Nessuno viene informato della ragione per cui viene rinchiuso. Non esiste alcuna registrazione formale, nessun processo legale viene espletato e non è consentito parlare con le autorità giudiziarie.

Solo una volta al mese in una clinica mobile vengono controllate malattie della pelle, episodi di diarrea, infezioni respiratorie e urinarie. Il sistema sanitario in Libia è prossimo al crollo con mancanza cronica di medicinali, apparecchiature medicali e personale.

VICTOR INTANTO CONTINUA il suo racconto: «Dopo 4.000 chilometri, a Garabulli ero pronto ad imbarcarmi insieme a centinaia di altri poveri cristi. Spesso la guardia costiera, costantemente minacciata dai trafficanti, chiude gli occhi. Quella volta ci hanno presi e ci hanno portati a Abu Salim».

Lì ha lavorato per la loro agricoltura, ha trasportato con le catene alle mani sabbia e pietre, ha partecipato alla pavimentazione delle loro strade e alla costruzione dei collettori per i rifiuti. Schernito, maltrattato, violentato e picchiato. È stato trattenuto in prigione perché non aveva soldi sufficienti per pagare la polizia corrotta, custode di sporchi fili spinati.

Come ne escono? Le guardie forniscono un telefono super-lusso au dernier cri ai detenuti e li forzano a chiamare i propri parenti per chiedere loro di trasferire ingenti somme di denaro e comprare così la libertà.

E si continuano ad ascoltare in silenzio queste storie con il gelo che si infiltra nelle ossa. La sensazione è solo quella che ciascuna detenzione sia completamente illegittima.

Il Manifesto 21/06/2017 – REPORTAGE. Voci dal limbo ‘Perchè siamo qui’ – di Federica Iezzi

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Ricordate la Somalia? Sta morendo di fame

Il Manifesto – 29 marzo 2017

Africa. Vent’anni dopo la missione italiana e l’omicidio di Ilaria Alpi, Mogadiscio è scomparsa dalle cronache. Ma è in piena carestia: 360mila bambini malnutriti, 900mila persone a rischio. L’Italia della cooperazione c’è con un ospedale pediatrico all’avanguardia

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di Federica Iezzi

Hargheisa (Somalia) – La memoria italiana ha lasciato la Somalia a 20 anni fa, con la missione di peacekeeping Restore Hope, a cui partecipò anche il nostro contingente, e l’omicidio di Ilaria Alpi.

Da allora solo notizie sporadiche: raccontati approssimativamente gli attentati del jihadista al-Shabaab, cellula somala di al-Qaeda, sfiorate da lontano le tematiche legate a siccità, carestie e malattie correlate, taciute le questioni politiche che girano intorno a istituzioni deboli, fazioni in lotta e disoccupazione dilagante.

ACCANTO ALLA VITA che riprende su Lido Beach, Jazeera Beach e Warsheekh Beach, le più frequentate spiagge di Mogadiscio, e accanto alle elezioni del nuovo presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, “salutate” a febbraio da un attentato nel mercato di Kaawo-Godeey, nel quartiere Wadajir, il lavoro italiano non si è fermato.

Siamo ad Hargheisa, capitale del Somaliland, riconosciuta dalla comunità internazionale come regione autonoma della Somalia, soggetta al governo federale di Mogadiscio. Le mappe coloniali africane dal 1960 hanno subito solo due modifiche significative: la separazione dell’Eritrea dall’Etiopia nel 1993 e l’autonomia del Sud Sudan nel 2011.

La Somalia britannica nel 1991 ha autoproclamato la sua indipendenza, ma l’affermazione come paese non è mai arrivata. In questo lembo di terra è cresciuto il progetto del Mohamed Aden Sheikh – Children Teaching Hospital (MAS-CTH).

OSPEDALE COSTRUITO grazie all’ingegno italiano, è stato fortemente voluto da Mohamed Aden Sheikh, medico chirurgo, ministro della Salute in Somalia negli anni ’70 e prigioniero politico del regime di Siad Barre. La costruzione nel 2012 è stata seguita da un periodo di formazione in loco di una nuova generazione di medici e infermieri. Ed esattamente un anno dopo, il MAS-CTH ha iniziato la sua attività.

Il quadro è quello di un paese con oltre sei milioni di persone che necessitano di assistenza alimentare, più della metà della popolazione secondo le stime dell’ONU.

PIÙ DI 363MILA BAMBINI sono affetti da malnutrizione acuta, tra questi 71mila lottano contro forme di malnutrizione grave. Secondo il Cluster Nutrizione per la Somalia, se non verranno forniti aiuti con urgenza i numeri potrebbero quasi triplicare: in 944mila rischiano di entrare nel tunnel della malnutrizione nell’arco di quest’anno, inclusi 185mila bambini che avranno bisogno di sostegno urgente salvavita, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

PIÙ DI 50MILA BAMBINI, secondo l’ONU, rischiano di perdere la vita. E la risposta della comunità internazionale alla minaccia della carestia in Somalia, ripercorre i gravi errori dell’ultima crisi risalente al 2011, che uccise 250mila persone.

L’UNICEF, con il supporto dell’European Civil protection and Humanitarian aid Operation (ECHO), ha istituito centri di nutrizione nei campi rifugiati somali, che finora hanno permesso un tasso di recupero del 92,4% per i 42.526 bambini gravemente malnutriti in tutta la Somalia. Il programma ha mostrato grandi progressi a partire dal 2013, fornendo assistenza a migliaia di bambini malnutriti e donne in gravidanza o in allattamento.

AD AGGRAVARE IL QUADRO è il gran numero di rifugiati che sta rientrando forzatamente nel paese: 57.329 somali sono tornati a casa dal dicembre 2014, quando l’UNHCR ha iniziato a sostenere il rientro dei rifugiati somali dal Kenya (di cui 17.359 solo nel 2017).

E per la fine dell’anno è previsto il rientro di oltre 79mila rifugiati: prese d’assalto la zona di Baidoa, a nordovest di Mogadiscio, e la zona di Kismayu, a sudovest della capitale.

MA MOLTI RIFUGIATI continuano a ritrovarsi senza un riparo e versano in condizioni igieniche gravi, diretta conseguenza della promiscuità nei campi profughi non ufficiali, nati nelle periferie delle città. La qualità dell’acqua provoca la rapida diffusione di diarrea e malaria.

Non ci sono latrine, le pratiche non igieniche espongono le comunità al rischio di gravi epidemie. Si contano ad oggi oltre 8.400 casi di diarrea acuta e colera. Più di 200 i decessi.

A pieno regime il MAS-CTH, nei suoi 13mila m2, garantisce assistenza sanitaria a tutta la popolazione pediatrica, fino a 14 anni. E ad oggi sono 50mila i bimbi visitati nell’arco dei passati cinque anni. Ogni giorno i piccoli pazienti accolti al MAS-CTH sono tra i 50 e 70.

OTTO CAMERE DI DEGENZA pediatrica e neonatologica per un totale di 36 posti letto, due camere di isolamento dedicate a bambini portatori di malattie infettive contagiose, ambulatori medici e di piccola chirurgia, farmacia, laboratorio analisi, centro malnutrizione e padiglione chirurgico, disegnano il corpo dell’ospedale.

Lo staff sanitario locale è costituito da cinque medici, 15 infermieri, due tecnici di laboratorio, due farmacisti, un nutrizionista, un health promoter e, come supporto, da personale per le pulizie, cuochi, addetti alla lavanderia, autisti, guardie, logisti, tecnici.

Negli anni passati personale internazionale ha accompagnato il team locale con attività di insegnamento e training specialistico. E attualmente specialisti internazionali coadiuvano l’attività del centro mediante missioni umanitarie.

QUALI SONO I PROGRAMMI futuri dell’ospedale? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Khadra Ibrahim, direttore generale: «La gestione amministrativo-finanziaria è attualmente sotto la completa responsabilità del governo del Somaliland. I piani legati alla sostenibilità sono dunque stati ereditati dallo stesso governo. I prossimi passi da affrontare sono l’ottimizzazione dei trattamenti per la malnutrizione, già in esecuzione in un’ala dell’ospedale, la specializzazione delle cure nella già presente terapia intensiva neonatale e l’ampliamento del dipartimento chirurgico, già operativo».

Abbiamo anche chiesto alla dottoressa Ibrahim se il MAS-CTH ha inciso nelle politiche sanitarie del Somaliland. «È l’unico ospedale pediatrico del Somaliland. È diventato, relativamente in poco tempo, un punto di riferimento per l’intera popolazione pediatrica somala. La programmazione di periodi di tirocini formativi per il personale sanitario e l’attenta gestione mirata alle cure dei più piccoli, hanno reso l’ospedale meritevole di guadagnare gli standard qualitativi occidentali».

INTELLIGENTE MODELLO di cooperazione internazionale, entrato imponentemente nell’assetto sanitario del paese, il MAS-CTH, incidendo sulle politiche sanitarie del Somaliland, riveste oggi l’importante compito di punto di riferimento per l’intera popolazione pediatrica.

L’opera, finanziata dall’associazione torinese Soomaaliya, grazie ad un contributo del Ministero degli Affari Esteri, dalla Fondazione La Stampa ‘Specchio dei tempi’, da contributi della Marco Berry Onlus e della Mediafriends Onlus, rimane il più grande progetto sanitario realizzato dalla guerra civile nel 1991.

Il Manifesto 29/03/2017 “Ricordate la Somalia? Sta morendo di fame” di Federica Iezzi

Radio Città Aperta “Somalia, la guerra dimenticata e le nostre responsabilità”

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La speranza di Aleppo

Il Manifesto – 12 gennaio 2017

REPORTAGE. La città assediata dal conflitto dal 2012 prova a ricostruirsi. I primi banchetti di verdure appaiono nel suq, gli ospedali registrano i nuovi nati. Sullo sfondo macerie e ferite aperte

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di Federica Iezzi

Aleppo (Siria) – “L’ospedale dove ero con i miei due bambini è stato attaccato quattro volte in tre giorni. Ci hanno fatto uscire dall’edificio perché era vicino al fronte di battaglia”. Ci arriva da lontano il racconto dalla delicata voce di Jamilaa. Esce dalla cucina e porta con sé una piccola teiera rossa, in quella sua casa attorniata da cadaveri di case.

«Come riescano a rimanere in piedi sventrate, rimane un mistero. In molte mancano porte e finestre». Alla nostra domanda sulle responsabilità di quei bombardamenti, lei risponde: «I nostri uomini sono i responsabili, che siano parte dell’esercito governativo o dell’opposizione. Gente che abitava queste case, gente che veniva curata in questi ospedali, gente che mandava i figli in queste scuole».

Rientrare con lei e la sua famiglia in quelle stanze, seppur profondamente ferite, riempie di gioia l’atmosfera ancora natalizia. Si, perché è stato Natale anche ad Aleppo per i 35mila cristiani rimasti, nel quartiere di Aziziyeh. Jamilaa ci racconta che conserva la carne sotto il sale perché l’elettricità non è sufficiente per il frigorifero. «Me l’aveva insegnato mia nonna quando ero piccola, non pensavo mi sarebbe mai potuto servire».

Dentro casa più o meno la temperatura è la stessa di quella fuori. C’è solo una piccola stufa elettrica che rimane accesa per qualche ora al giorno. C’è un caminetto ma non c’è legna da ardere.

I discorsi nelle strade di Aleppo sono velati di speranza. Speranza di tornare ad una vita normale. Per la prima volta dal 2012, le forze governative controllano l’intera Aleppo. Per la prima volta da allora, il conflitto non infuria.«Le notti sono silenziose. La mattina non ci svegliamo con il rumore assordante dei caccia», continua il marito di Jamilaa.

Per la prima volta si parla di ricostruzione. È iniziata sotto il freddo pungente una febbrile rimozione di macerie e detriti dalle strade principali. Tanta gente torna per vedere i propri negozi, le proprie case, per vedere se gli edifici sono in piedi. Nonostante l’enorme trauma e le ferite ancora aperte, tanta gente torna per restare.

Le priorità ora sono quelle del riscaldamento e dell’alimentazione. Le Nazioni Unite, entrate nella città, continuano a distribuire stuoie, coperte, vestiti, teli di plastica, per affrontare il continentale rigido inverno siriano. Le associazioni umanitarie assistono circa 20mila civili ad Aleppo Est, con pasti caldi due volte al giorno e acqua potabile. Più di un milione di persone hanno accesso di nuovo all’acqua pulita in bottiglia o tramite pozzi.

Le vie centrali di Aleppo sono oggi riempite da militari dell’esercito governativo con al seguito armi da fuoco, dalle bandiere siriane, dalla gente rimasta che cerca di comprare qualcosa da mangiare nei mercati ancora semivuoti. Ci sono teli colorati e bancarelle nella zona del mercato dell’antica città di Aleppo. Sono disposti in modo ordinato vicino l’al-Madina souq, il medievale mercato coperto, disegnato sulle mura della città, in gran parte distrutto da una guerra spietata, nonostante la protezione da parte dell’UNESCO.

È difficile da immaginare ora quel fiorente mercato che anni fa era il centro economico della città. Il grado di distruzione è estremamente grave. Le cicatrici profonde. I pezzi di storia perduti lacerano le memorie degli anziani. Le enormi quantità di macerie rendono irriconoscibili i luoghi, i passaggi, le strade, perfino per chi ha abitato la città per anni.

Non restano che crateri, rovine e sbiaditi ricordi di centinaia di negozi di sapone, spezie, seta, lana, rame, oro e prodotti della ricca agricoltura siriana. Molti venditori non possono offrire nulla se non qualche verdura, coltivata in cassette di legno davanti le proprie case. Spinaci e ravanelli sono i più facili da trovare. Il resto delle bancarelle rimane vuoto.

Servizi di Primary Health Care sono disponibili attraverso sette cliniche mobili e 12 team mobili, per la distribuzione di medicine, materiali sanitari e chirurgici, per il trattamento dei traumi, e latte per neonati. 8.836 visite: questi i numeri dall’inizio delle evacuazioni.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i partner del settore sanitario forniscono assistenza a 11 strutture sanitarie pubbliche coprendo un bacino di 60mila persone. Più di 10mila bambini sono stati vaccinati contro la poliomielite; 1.381 malati sono stati trasportati nei più attrezzati ospedali della parte occidentale della città.

Anche se non c’è nessun combattimento, qualche famiglia continua ad uscire dall’Aleppo orientale, dopo approfonditi controlli, attraverso il Ramouseh checkpoint a est della città. Lo stesso da cui sono transitati i feriti nei corridoi umanitari allestiti dalla Croce Rossa Internazionale.

Sono 116mila le persone che hanno lasciato la città dal giorno del cessate il fuoco, mediato da Russia e Turchia. Di questi, 80mila sono sfollati interni ad Aleppo ovest e 36mila hanno raggiunto Idlib. E negli ultimi giorni circa 2.200 famiglie hanno fatto ritorno nel quartiere Massaken Hanano. Sono rimasti in tutta la città circa un milione e mezzo di civili, contro i quattro milioni che si contavano prima dei combattimenti.

Ma sono tornati nelle strade i bambini. E i bambini sono lo specchio di come vanno le cose. Giocano al freddo e sperano nella scuola. Alcuni di loro non entrano in un’aula da cinque anni. Sono entusiasti di sfogliare di nuovo un libro, di fare il dettato in classe, di tornare a casa per fare i compiti invece di essere costretti ad ascoltare i rumori della guerra.

E, allora, chi ha vinto una guerra che ha provocato la perdita di oltre 500mila vite, costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case e scatenato onde di profughi in stati confinanti?

Le tracce di combattimenti sono quasi ovunque. Bossoli, proiettili, vestiti e documenti di soldati uccisi, sacchi di sabbia e teli, verosimilmente tane dei cecchini, pitturano le strade di una Aleppo senza forze. Un campo di battaglia che non ha risparmiato scuole e ospedali. Circondato dalla morte. Ancora traboccante di vittime di guerra. Pericolosamente a corto di provviste, con grave mancanza di acqua pulita e elettricità. Segnato da colpi di mortaio. Ma con di nuovo la possibilità di censire le nascite e permettere ai bambini di essere registrati come siriani. È questo oggi l’al-Bayan hospital nel quartiere di al-Sha’ar, Aleppo Est. Qui si lavora ininterrottamente.

Mezzanotte ad Aleppo significa luci spente. I pochi generatori di corrente rimasti si fermano, gettando interi quartieri nel buio. E l’ospedale non è un’eccezione. I macchinari elettrici iniziano a funzionare con i comandi manuali grazie anche all’aiuto della gente comune. C’è acqua pulita per poche ore al giorno. Ci spiegano che la maggior parte dell’acqua che arriva ad Aleppo proviene dalla diga sull’Eufrate, nell’adiacente provincia di al-Raqqa, roccaforte ISIS. Ad Aleppo arriva acqua per il 20% del suo fabbisogno.

M10 è stato il nome di battaglia dell’al-Sakhour hospital, nel quartiere omonimo, un ospedale nell’Aleppo orientale, diventato sotterraneo negli ultimi mesi di combattimenti. «L’inferno ha visitato l’M10 ogni giorno – ci racconta Hayyan, volontario della Mezzaluna Rossa Siriana – Pazienti dissanguati sui pavimenti, sale operatorie sovraffollate, medici e infermieri costretti a decidere chi avrebbe potuto vivere e chi sarebbe dovuto morire».

L’ospedale è stato bombardato almeno tredici volte fino a quando è stato gravemente danneggiato nel mese di ottobre.

Oggi come molti ospedali, l’M10 è stato sostituito da edifici identificati da una mezzaluna rossa. Nelle strade del centro storico, al disegno della mezzaluna rossa si associano lunghe file di attesa. File che hanno l’aspetto di un timido ritorno alla normalità.

Il Manifesto 12/01/2017 “La speranza di Aleppo” di Federica Iezzi

Il Manifesto Global “Hope for Aleppo as normalcy slowly returns” by Federica Iezzi

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