REPORTAGE. Unica assicurazione, il clan. Così abbiamo aiutato i somali a casa loro

Il Manifesto – 28 agosto 2019

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di Federica Iezzi

Mogadiscio – La storia moderna della Somalia è un turbine di indipendenza, prosperità e democrazia negli anni ’60 e di dittatura militare dagli anni ’70, seguita da un disperato declino, regolato da una sanguinosa guerra civile e dal conseguente caos politico. L’effetto immediato della guerra è stato quello di disperdere il popolo somalo nei campi profughi e nei Paesi limitrofi.

Etichettata spesso in passato come la “Svizzera d’Africa”, la Somalia ha goduto di quasi un decennio di democrazia, grazie all’operato impeccabile del primo presidente popolarmente eletto, Adam Abdullah Osman. Dopo l’assassinio di Aden Adde e il governo dei sei giorni di Mukhtar Mohamed Hussein, esplode il colpo di stato militare guidato dal generale Mohammed Siad Barre, che ha messo fine definitivamente al periodo di governo democratico. Il regime dittatoriale di Barre creò efficacemente la Somalia moderna, costruì uno degli eserciti più forti dell’Africa e migliorò in maniera massiccia l’alfabetizzazione della popolazione. Appoggiato alternativamente da Stati uniti e Unione sovietica, ha sospeso la costituzione, bandito i partiti politici, arrestato politici e frenato la libertà di stampa.
A partire dagli anni della guerra dell’Ogaden, in Etiopia, la sua presa sul potere si indeboliva gradatamente. Uno dei risultati del suo fallimento fu l’autoproclamazione della regione settentrionale del Somaliland, che ancora oggi mantiene il suo separatismo, ma non ha quasi alcun riconoscimento internazionale.

E l’altro risultato duraturo fu la guerra civile, con fazioni in contrapposizione violenta, frequenti interventi sul territorio da parte di potenze straniere, gravi danni alle infrastrutture e all’economia dell’intero territorio.

Facente parte di una più ampia costellazione di attori internazionali che hanno invano cercato di stabilizzare il Paese per anni, l’Italia è stata in prima linea nelle vorticose e disastrose missioni di peace-enforcement in terra somala.

Né la famosa operazione Restore Hope né la successiva UNOSOM II, hanno svolto il ruolo guida nel rispondere al problema fondamentale della Somalia. Una crisi politica caratterizzata da disaccordi sulle strutture di governance, mancanza di riconciliazione e nutriti conflitti armati. Il tutto inoltre accompagnato dallo spettro di 500.000 somali morti per fame solo nell’autunno del 1992.
L’Italia, dopo quasi mezzo secolo di colonizzazione, ha sempre spinto per ricoprire un ruolo nel Corno d’Africa pur persistendo nella sua linea di politica estera di non prendere una posizione chiara in nessuna delle dispute.

Un’ondata di aiuti da parte delle Nazioni Unite, a partire dagli anni ’90 ha portato all’implacabile crollo dell’agricoltura somala e ha ridotto di fatto i contadini alla povertà. Con il profondo collasso del governo, la popolazione somala è tornata ad appoggiarsi alle proprie tribù, clan e sottoclan, per riempire il vuoto, come lungimirante forma di assicurazione.

L’insicurezza, la mancanza di protezione e garanzie da parte dello Stato e le ricorrenti crisi umanitarie oggi hanno un impatto devastante sui civili somali. Il numero di sfollati interni raggiunge i 2,7 milioni, molti dei quali senza alcuna assistenza e a grave rischio di abusi, soprattutto confinati nelle conflittuali regioni meridionali. Mentre le autorità federali e regionali hanno compiuto alcuni progressi nel chiarire ruoli e responsabilità nei settori della sicurezza e della giustizia, le lotte politiche e le tensioni interne, sono ferme in Parlamento.
Secondo i dati delle Nazioni Unite le forze di sicurezza continuano a usare violenza contro i civili durante le lotte interne, per il controllo dei posti di blocco, per le operazioni di disarmo, in particolare nella regione di Benadir, con la sua capitale Mogadiscio, e nella regione del Basso Scebeli.

Le agenzie di intelligence a livello federale, nelle regioni settentrionali, continuano arbitrariamente ad arrestare e detenere civili per periodi prolungati, senza accuse né accesso a consulenti legali o familiari. I tribunali militari reiterano procedimenti che sono molto lontani dagli standard internazionali del processo equo. Il governo non ha ancora compiuto progressi tangibili nella gestione delle forze di sicurezza abusive, in particolare in merito all’agenzia dei servizi segreti.

Le rinnovate tensioni tra le regioni autonome settentrionali del Somaliland e del Puntland, nelle contestate storiche terre di confine di Sool, hanno provocato lo spostamento di almeno 12.500 civili.

Gli stessi civili hanno subito attacchi indiscriminati durante la violenza tra clan, in particolare nelle aree di Sanaag, Galgudud e Hiraan.

Le Nazioni unite hanno evidenziato la mancanza di trasparenza riguardo le indagini e i procedimenti giudiziari della missione internazionale di peacekeeping AMISOM e hanno espresso profonda preoccupazione per la mancanza di sforzi formali, per proteggere le vittime e i testimoni delle rappresaglie.

Gravi abusi, reclutamento forzato, esecuzioni arbitrarie, spionaggio, minacce sono il terreno fertile in cui si muove il gruppo al-Shabaab. I feroci attacchi del movimento di matrice sunnita contro civili e infrastrutture, usando ordigni esplosivi improvvisati, attentati suicidi e bombardamenti, in particolare nelle regioni meridionali somale, si sono ormai trasformati in regola.

Al-Shabaab continua a vietare alla maggior parte delle organizzazioni non governative e tutte le agenzie delle Nazioni unite di lavorare nelle aree sotto il proprio controllo.

Sono passati più di nove anni da quando il Kenyan Defence Force (KDF) ha dato il via all’operazione ‘Protect the Country’ (in swahili ‘Linda Nchi’) sul confine somalo, contro gli attacchi seriati di al-Shabaab. Non ci è voluto molto perché il coinvolgimento unilaterale del Kenya fosse assorbito, e retrospettivamente legittimato, dalla missione AMISOM. Ciò ha conferito al KDF un mandato più definito: sradicare al-Shabaab e sostenere il Governo Federale della Somalia, internazionalmente riconosciuto con sede a Mogadiscio.

Con quartier generale di fatto nella città di Kismayo, le Forze di Difesa del Kenya, piuttosto che sostenere la lotta contro al-Shabaab, sono in realtà impegnate in pratiche commerciali corrotte con l’amministrazione semi-autonoma dello Jubaland e gli estremisti stessi.
Navi cariche di zucchero non raffinato entrano nel porto di Kismayo e le lasciano con un carico di carbone: pratica ormai salda e ben collaudata. Il KDF riscuote una tassa di due dollari su ogni sacchetto di zucchero, mentre al-Shabaab rastrella circa 1000 dollari per ogni camion che lascia il porto. Ognuno dei camion, inoltre, viene tassato di nuovo attraverso la Somalia dall’amministrazione dello Jubaland, e poi di nuovo da altri elementi KDF, quando attraversa il confine con il Kenya. Per il carbone, lo stesso processo lavora al contrario.
Dunque l’intervento del Kenya in Somalia è diventato un perfetto esempio dell’intersezione tra crimine organizzato e politica, con costi di gestione coperti dai donatori internazionali che finanziano AMISOM.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, più di due milioni di somali vivono di spostamenti interni prolungati, affrontando gravi abusi, tra cui uccisioni indiscriminate, sfratti forzati, violenza sessuale e accesso limitato ai servizi di base.

Secondo le agenzie umanitarie, oltre 204.000 persone sono state allontanate dalle proprie case con la forza nei primi mesi del 2019, anche dalle forze governative, principalmente nelle regioni meridionali di Benadir e Bai. Nella regione di Benadir le forze di sicurezza hanno demolito dozzine di insediamenti informali, comprese le infrastrutture umanitarie, senza avvertimenti sufficienti e senza fornire ai residenti insediamenti alternativi, lasciando circa 30.000 persone senza casa.

Le agenzie umanitarie continuano oggi ad affrontare serie sfide nell’accedere alle popolazioni vulnerabili a causa dell’insicurezza, delle restrizioni imposte dalle parti in conflitto, dei checkpoint illegali e dell’estorsione.

Il Manifesto “REPORTAGE. Unica assicurazione, il clan. Così abbiamo aiutato i somali a casa loro” di Federica Iezzi

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L’orizzonte di tende visto da Mogadiscio

Il Manifesto – 28 agosto 2019

REPORTAGE. La capitale somala prova invano a risollevarsi. Senza riuscire a integrare nel suo tessuto urbano la più alta concentrazione di sfollati interni del mondo, frutto di un complesso intreccio di conflitti, insicurezza alimentare e violazioni dei diritti umani

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di Federica Iezzi

Mogadiscio – In alcuni punti, Mogadiscio, da anni ormai sinonimo di anarchia, terrorismo e guerra urbana, è indistinguibile da molte altre città dei Paesi in via di sviluppo. Lungo la centralissima Jidka Warshaddaha, strada in prima linea della spietata guerra civile agli inizi degli anni ’90, nuovi negozi e marciapiedi hanno trasformato i pochi edifici spogli, cimeli di un duro conflitto, in arrangiate attività commerciali. Luci al neon dai colori dell’arcobaleno rimangono accese fino a notte fonda, in vuoti negozi con cianfrusaglie cinesi rigorosamente di plastica.

NELL’EX QUARTIERE governativo, le imponenti ambasciate e gli edifici del ministero, con i proiettili ancora indovati nei muri, sono ancora cinti con sacchi di sabbia. Sul lungomare, dove la distruzione è quasi totale, ora sbucano marciapiedi pavimentati che fiancheggiano le strade. È vero senza un unico edificio abitabile e con tralicci dalle decine di cavi pendenti. Qualche anno fa in piena lotta tra le milizie di al-Shabaab e i soldati della scellerata missione Amisom, una visita sul lungomare sarebbe stata fuori discussione. Anche nella sua forma più polverizzata, Mogadiscio accenna al suo potenziale recupero.

L’improvvisato progresso della capitale, si dissolve una volta raggiunti i siti non ufficiali dove stanziano quelli che le Nazioni unite qualificano come Internally Displaced People. Il fenomeno del dislocamento interno in Somalia è stato esacerbato negli ultimi anni da complesse interconnessioni tra conflitti, soprusi, insicurezza alimentare e violazioni dei diritti umani. Dei 2,7 milioni di sfollati interni, almeno la metà sono stati costretti a spostamenti a partire dalla fine del 2016. E nella maggior parte dei casi i movimenti sono avvenuti da zone rurali a siti informali urbani e peri-urbani, con al seguito condizioni non dignitose, sfratti illeciti, ambienti sovraffollati con accesso limitato ai servizi di base, violenza di genere, lavoro minorile.

EMARGINATI E DISCRIMINATI, in particolare se appartengono a una minoranza o se vengono separati dalla protezione dei propri clan, gli sfollati interni sono spesso nel mirino dei soprusi. Nel 2018 sono stati registrati circa 550.000 nuovi spostamenti dalle regioni meridionali del Paese, Galgudud, Basso e Medio Scebeli: i valori più alti nell’ultimo decennio. I più alti livelli di povertà in Somalia, si mostrano in questi insediamenti. In condizioni di quasi carestia, la gente continua ad essere dipendente da assistenza e protezione umanitaria, compreso il semplice accesso a cibo, acqua, servizi igienici, servizi sanitari, alloggio e istruzione.

Già nel 2010, Mogadiscio ospitava la più grande concentrazione di sfollati interni sul pianeta, una città all’interno di una città di 400.000 rifugiati che vivevano in un’espansione spontanea di tende costruite di stracci, nella periferia devastata del centro urbano.

Mogadiscio ha un orizzonte piena di tende, una cornice di legno. È una metropoli tesa che si estende per chilometri in ogni direzione. Sorgono tende su entrambi i lati delle alte pareti di scheletri di case o di case piegate su loro stesse, tende attorno a ex-ospedali sventrati e tende su entrambi i lati del viale imperiale, sito di parate militari e luogo fortemente voluto dall’ex dittatore Siad Barre. I bambini oggi giocano sui resti polverizzati della città e gli sfollati interni si stringono in quella poca ombra che fornisce. Mentre le tende la circondano da tutti i lati.

I CAMPI RAPPRESENTANO tutt’oggi una sfida unica per il governo della Repubblica federale somala. Nel tentativo di disconnetterli dal tessuto urbano di Mogadiscio, ancora in fase di recupero, il governo municipale ha articolato piani per spostare gli sfollati interni in una nuova posizione più gestibile, lontana dal centro della città.

Il campo profughi di Badbaado fondato dal Governo Federale di Transizione somalo nel lontano 2011, progettato per poco più di 7000 posti, oggi accoglie più di 30.000 sfollati interni. È un ammasso confuso di tende, divenute le case del popolo degli invisibili, con i loro stracci, le loro lacerazioni, il loro tracoma. A Mogadiscio è difficile dire esattamente dove finisce un campo e dove ne inizia un altro. Il confine tra sfollati e gente del posto dentro e intorno a questi campi è sfocato. E i campi periferici, come quello di Badbaado sono considerati zone vietate in qualsiasi momento della giornata.

Il settore della sicurezza nei siti spontanei è in gran parte costituito da milizie di clan sottopagate che hanno un’alleanza spesso temporanea con il governo. Il sistema è una sorta di feudo personale.

La distribuzione di cibo all’interno del campo si è arrestata ormai da anni. Molti sfollati oggi lavorano a giornata nel tentacolare suq di Bakaara a Mogadiscio in un caldo asfissiante. Come Ibrahim, 29 anni: «I miei genitori mi hanno trascinato fuori dalla nostra casa quando avevo 8 anni. La maggior parte della mia vita l’ho trascorsa in un campo profughi. Non ho più visto la mia casa, non so se è ancora in piedi, se ci abita qualcuno dentro. Non so nemmeno se la riconoscerei». L’atto stesso di selezionare chi è più “vulnerabile” incoraggia i rifugiati a rimanere vulnerabili.

LA MAGGIOR PARTE DEI PASTI presume farina di mais o grano. L’acqua, che viene trasportata su camion, è spesso severamente razionata, a causa della siccità ormai trentennale che affligge il Paese. Poiché la legna da ardere è estremamente scarsa, l’ebollizione dell’acqua viene spesso trascurata, con conseguente diffusione di infezioni gastrointestinali.

Cosa significherebbe integrare sfollati interni in un’area fragile come Mogadiscio? La tradizionale economia nomade della Somalia, basata sul bestiame, sta subendo cambiamenti traumatici e drastici a causa dei sempre più pesanti periodi di siccità.

Il governo guidato dal presidente Mohamed Abdullahi «Farmajo» dovrebbe percepire gli sfollati interni di Mogadiscio come migranti permanenti, piuttosto che come temporaneamente sfollati, e far fronte ai grandi cambiamenti economici e sociali riflessi nella rapida urbanizzazione. Il raggiungimento di soluzioni durature e stabili richiederà approcci solidi, strategici e collettivi, indipendentemente dal fatto che gli sfollati interni scelgano di tornare nei luoghi di nascita, integrarsi localmente o stabilirsi altrove.

Spesso la vita nei nuovi insediamenti per quanto dura, risulta migliore rispetto al rientro nelle aree di origine, covo di rappresaglie, fortemente carenti in servizi sociali e opportunità di sostentamento.

Il Manifesto “L’orizzonte di tende visto da Mogadiscio” di Federica Iezzi

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REPORTAGE. Nei Balcani la guerra dopo la guerra

Il Manifesto – 09 aprile 2019

La “nuova rotta”. Reportage dal confine croato-bosniaco, dove migranti, rifugiati e richiedenti asilo sono vittime dei respingimenti illegali e spesso violenti messi in atto con la complicità dell’Unione europea. Che all’assistenza umanitaria preferisce le frontiere blindate

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Bihać (Bosnia & Erzegovina) – Bira refugees centre One Life ONLUS/Renato Ferrantini

di Federica Iezzi

Velika Kladuša – Il viaggio di Nazim parte dal campo di Zeralda, a circa 30 chilometri da Algeri. È questo il punto di ritrovo per i trafficanti, ormai padroni indiscussi dei grandi deserti africani. Caricato come un numero su vecchi camion, con l’inconfondibile vessillo della Mercedes, viene trasferito a Tamanrasset, città dell’estremo sud algerino. «Lì arriva il biglietto per Agadez» ci dice Nazim con gli occhi di chi ricorda un momento di speranza. Il potente hub nigerino è la porta d’ingresso per la Libia. Abbiamo incontrato Nazim al Bira Refugees Centre di Bihac, nel nord-ovest della Bosnia. È qui che adesso vive.

I NUMERI UFFICIALI parlano di 2250 posti letto e 3914 persone registrate. Per l’81% si tratta di ragazzi soli provenienti per lo più da Siria, Afghanistan, Pakistan, Iraq, Iran. Dal gennaio 2018, oltre 23.000 migranti e richiedenti asilo sono arrivati in Bosnia. L’anno prima erano meno di 1.000.

Da Algeri sembra partire un filo diretto anche per la Turchia. Racconta Nazim: «In 24 ore e 80 euro si ottiene un visto online per la Turchia valido 180 giorni». Una volta a Istanbul la tappa successiva è la città portuale di Izmir. Da qui il passaggio nelle isole greche di Agathonisi prima e Samos poi, aprono la strada verso Atene.

DALLA GRECIA inizia la “nuova rotta balcanica” attraverso Albania, Montenegro e Serbia. «Dopo aver attraversato il confine serbo-bosniaco e passate le città di Bijeljina, Zvornik, Sapna, Kalesija, ci hanno trascinato nella città di Tuzla». Nella città nord-orientale bosniaca di Tuzla non si rimane per più di 24 ore. «Si parte presto per Sarajevo prima, e per Bihac poi».
Ufficialmente mediante una facile registrazione si ottiene il diritto legale di soggiornare in Bosnia per 14 giorni. Spesso questi documenti temporanei vengono distrutti per evitare la riammissione nel Paese e si chiede una protezione internazionale, in modo da avere almeno libertà di movimento dentro il territorio bosniaco.

«Stasera provo a prendere un autobus che da Bihac arriva direttamente a Zagabria – dice ancora Nazim -. Ho pagato il biglietto 13 euro. Spero solo che nell’autobus non ci siano controlli alla frontiera croata».

ANCHE AMNESTY International accusa l’Unione europea di essere complice dei respingimenti sistematici, illegali e spesso violenti e delle espulsioni collettive verso migranti, rifugiati e richiedenti asilo, sul confine croato-bosniaco.

Per capire le priorità dei governi europei, basta seguire il flusso di denaro. Il contributo finanziario all’assistenza umanitaria è marginale rispetto ai fondi forniti per la sicurezza delle frontiere, che includono equipaggiamenti “da guerra” per la polizia croata, aggiuntivi di generose retribuzioni.

E.B. è di nazionalità afghana. È di etnia pasthun. È un perseguitato politico. Il suo racconto è ricco di dettagli e particolari e parte da Helmand nel profondo sud dell’Afghanistan. Inizia con un’affermazione estremamente consapevole: «La distanza più breve tra l’Afghanistan e la Turchia, in linea d’aria, è di 2.947 chilometri e passa attraverso l’Iran».

E. B. RACCONTA come la rotta terrestre dall’Afghanistan attraverso l’Iran e la Turchia sia tradizionalmente usata anche per il contrabbando di oppiacei verso l’Europa». Gli chiediamo come mai in Afghanistan scelgono di passare attraverso l’Iran. La risposta è rapida e precisa: «L’Iran è la strada che tutti gli altri prendono». Le opzioni sono solo due. La prima, la meno quotata, è quella di avere un passaporto afgano e un visto iraniano valido. La seconda è quella invece di raggiungere l’Iran attraverso il Pakistan. E.B. mostra una mappa con una serie ordinata di punti rossi: Peshawar, Quetta, valico di frontiera Taftan-Mirjaveh (sul confine tra Pakistan e Iran), Taft, Tehran, Maku (nella stretta gola tra le montagne al confine con la Turchia), Dogubayazid e Istanbul. «Nell’area tra il confine pakistano e quello iraniano – racconta -, abbiamo dovuto camminare per 10 ore al giorno, senza acqua per 15 giorni. Al mattino, i contrabbandieri ci consegnavano pane e una bottiglia d’acqua che dovevano bastare per tutto il giorno. Seppur in 40 dentro lo stesso pick-up ci siamo mossi rapidamente attraverso l’Iran, ma in Turchia ci è sembrato di vivere in una moviola. Siamo arrivati a Istanbul dopo più di un mese. Da lì, i contrabbandieri ci hanno portato a Izmir».

LA TAPPA SUCCESSIVA, ci racconta, è stata la città della Turchia occidentale di Edirne, per arrivare sulla costa greca, evitando la Bulgaria.

La porta di ingresso nei Balcani è diventata la Macedonia. Qui i migranti ricevono documenti di transito ufficiali e aspettano un treno che li porti a nord verso il confine serbo. In alternativa attraversano frastagliate montagne e fitti boschi per raggiungere l’Albania prima, il Montenegro poi, solo per ritrovarsi bloccati nel collo di bottiglia bosniaco.

E.B. conferma che per molti, è stato necessario prendere in prestito denaro da parenti e amici e addirittura ipotecare le proprie case. Le modalità di pagamento, così come il costo del viaggio in Europa, variano molto: da 1.500 a oltre 8 mila dollari a persona. Il costo iniziale è di circa 500 dollari. I successivi 1.500 dollari vengono pagati all’uscita dall’Iran. Il contrabbandiere, spesso definito come un vero e proprio agente, riceve il pagamento concordato solo se il cliente arriva a destinazione.

LA TRATTA IN AFGHANISTAN funziona per lo più in comunità o in gruppi etnici. Se provieni da una determinata provincia, il tuo contrabbandiere sarà probabilmente della stessa area, percepita come più affidabile.

E.B. racconta che ha provato ad attraversare il confine tra Bosnia e Croazia per due volte. Lo chiamano the game, «il gioco». E sembra di essere all’interno di un malsano videogioco che parte intorno al monte Plješevica, ai piedi dell’abbandonata base aerea militare di Željava, utilizzata intensamente durante la guerra d’indipendenza croata nel 1991, prima dall’armata popolare jugoslava e in seguito dai serbi fino al 1995.

I cartelli rossi con le echeggianti scritte Pazi mine («Attenzione mine») e Zabranjen prolaz («Passaggio vietato»), eredità del conflitto degli anni ’90, disegnano il cammino di una guerra dopo la guerra.

E.B. la prima volta è stato trattenuto nella stazione di polizia di Slunj in Croazia, sul confine croato-bosniaco, senza avere accesso alle procedure di asilo. Rimandato indietro, se l’è cavata con qualche livido sulla schiena. E il ministro degli Interni croato Davor Božinovic continua a dichiarare con fermezza che la Croazia sta soltanto mettendo in atto azioni per impedire l’immigrazione illegale, in conformità con le sue responsabilità verso l’Unione europea.

E.B. MOSTRA UNA CARTINA in cui sono cerchiati i nomi di città e villaggi. «Quando andrà via la neve, voglio provare a camminare a piedi lungo la strada tra Plitvice e Korenica, per arrivare a Vrhovine, una città a metà strada tra i laghi di Plitvice e la città croata di Otocac. Poi attraverso Fiume raggiungere l’Italia settentrionale. Voglio arrivare in Francia o in Belgio».

Il Manifesto “REPORTAGE. Nei Balcani la guerra dopo la guerra” di Federica Iezzi

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I manganelli croati sui sogni dei migranti

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Il Manifesto – 29 dicembre 2019

REPORTAGE. Arrestiamo umani. Braccia e gambe doloranti, con lividi visibili sotto vestiti e coperte: preda dei populismi, la fallimentare politica europea in tema di accoglienza sta affondando nelle fredde colline boscose del confine nord-occidentale della Bosnia con la Croazia

di Federica Iezzi

Sarajevo – Usman non riesce a camminare per più di mezz’ora senza doversi fermare. «E pensare che ho camminato senza sosta da Lashkar Gah». È il triste risultato dei manganelli della polizia croata sulle ossa dei rifugiati, già segnate dal freddo, dopo l’ennesimo sforzo infruttuoso di attraversare il confine croato-bosniaco.
Braccia e gambe doloranti, con visibili lividi sotto i vestiti e sotto le coperte: nuove maschere del rigido inverno bosniaco.

«SONO USCITO DAL CENTRO di accoglienza di Bira, a Bihac, di pomeriggio. Lì sei libero di farlo», ci racconta Usman. In effetti all’accesso al campo si assiste a un via vai quasi frenetico di ragazzi poco più che sedicenni, che arrivano al bar accanto e che tornano con burek e coca cola. «Sono rimasto fuori tutto il pomeriggio, avevo portato con me lo zaino, quindi forse qualcuno ha capito che volevo provare ad attraversare il confine. Ho camminato fino a Velika Kladuša». Dalla città nord-occidentale della Bosnia, la granica, il confine come lo chiamano i bosniaci, è a circa due chilometri.

Poco lontano dalla fila di auto regolari, popolate da famiglie regolari, che entrano in una Croazia pronta a difendere con ogni mezzo lecito e illecito il suo posto in Unione europea, spuntano le distese di reti e filo spinato, provviste di schieramenti di polizia, pronti a mandare indietro chi cerca irregolarmente di metter piede in terra croata.

LA CROAZIA È DAL 2015 governata dall’Unione Democratica Croata, partito nazionalista che onora i criminali di guerra, condannati per la pulizia etnica durante il conflitto degli anni ’90 nell’ex Jugoslavia, e che ha represso i molteplici crimini del regime fantoccio nazista croato, durante la seconda guerra mondiale. Il Paese sta attualmente spingendo per l’ammissione nella zona Schengen dell’Unione europea, e cerca di dimostrare di poter mantenere le sue frontiere sicure. Per cui il corredo dell’ingresso illegale è la violenza.

«Al confine sono stato picchiato dai poliziotti». Usman ha estesi ematomi su una gamba, sulla schiena e sul viso. Difficile non credergli. Difficile pensare che quel segno profondo sulla coscia non sia opera di un manganello.
Il personale del Bira refugees centre di Bihac conosce ormai a memoria le storie come quella di Usman. Mantengono il posto letto per 48 ore ai ragazzi che tentano di attraversare il confine: è un tempo sufficiente per capire se riescono a passare o se vengono mandati indietro. Se i ragazzi tornano dopo le fatidiche 48 ore, è vero che avranno perso il loro posto letto nella loro tenda, ma passeranno comunque le notti in brandine. Nessuno viene lasciato fuori. In realtà nessuno sente «proprio» quel luogo.

SONO SEMPRE PIÙ NUMEROSE le denunce per violenze e furti da parte delle forze dell’ordine croate, durante le espulsioni sommarie dal Paese.
Il Ministero dell’Interno croato respinge con fermezza ogni accusa, dichiarando semplicemente che l’Unione europea ha incaricato gli Stati membri di adottare tutte le necessarie misure legislative e amministrative interne, per contrastare i movimenti migratori. I funzionari dell’Unione europea, pur richiedendo controlli di frontiera più rigorosi, enfatizzano un approccio internazionale riguardo il trattamento umanitario verso migranti e rifugiati.

Nel frattempo, in questa spirale di dispute, senza vincitori né vinti, migliaia di migranti rimangono imbottigliati dentro e intorno alla cittadina nord-occidentale bosniaca di Bihac, prima di quest’anno conosciuta solo dagli amanti del rafting sul fiume Una.

FINO A 200 MIGRANTI continuano ad arrivare ogni giorno nell’area di Bihac. Nel Bira refugees centre ogni giorno inizia con la lotta per le scarpe e con la fila infinita per la colazione.

Secondo i dati diffusi dal Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, nel 2018 la sola Bosnia ha registrato l’ingresso di oltre 27.000 rifugiati e migranti, molti dei quali provenienti da Afghanistan, Iraq, Iran, Siria, Pakistan, Yemen, Africa del nord.
FARIDEH ARRIVA DALLA CITTÀ curda di Hamadan, in Iran. È rimasta per due anni in Serbia, principale punto di partenza verso gli stati dell’Unione europea, per chi attraversava la rotta balcanica, senza visto d’ingresso. Dal 2015 il confine settentrionale della Serbia con l’Ungheria è stato sigillato da una recinzione, per cui il flusso migratorio ha virato verso la Bosnia. I volontari medici dell’italiana One Life Onlus, che opera in Bosnia-Erzegovina a fianco dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, stanno visitando sua figlia Asma al Sedra refugees camp, uno dei due centri di accoglienza allestiti a Bihac, insieme al Bira refugees centre.

«NON C’È SPERANZA di passare» ci dice Farideh, con lacrime di disperazione e vergogna negli occhi. La fallimentare politica europea incapace di riconciliare la realtà populista anti-immigrati con la lotta umana per una dignità di sopravvivenza, è affondata nelle fredde colline boscose, lungo il confine nord-occidentale della Bosnia con la Croazia.

Le risposte arrivano anche dagli spiriti spezzati e dai corpi contusi di persone come Maned. Un giaccone di qualche misura più grande, una grossa busta sulle spalle, una mano sempre tesa verso chi è più in difficoltà.

In queste ultime settimane una coltre spessa di neve nasconde case, strade e montagne. La Bosnia appare così impervia, eppure nei -9 gradi del nord, gruppi di migranti e rifugiati si fanno largo tra i banchi di nebbia e le tormente di neve.

Maned ha percorso chilometri di manti ghiacciati all’alba, su tratti desolati, fuori dai centri abitati e dalle mappe stradali, per giungere con la sua famiglia a Bihac, teatro di orrendi combattimenti durante la guerra che ha travolto l’ex Jugoslavia nei primi anni ’90.

«ABBIAMO CAMMINATO per 15 ore al giorno, ogni giorno. Il nostro viaggio è iniziato nel 2015 da Herat» ci racconta.
Con un autobus da Kabul hanno raggiunto la città di Zaranj, nella provincia sudoccidentale afgana di Nimroz, al confine con Iran e Pakistan. «Abbiamo attraversato insieme ad altre 20 persone prima il confine con l’Iran a Pul-e-Abrisham e poi il confine con la Turchia, per entrare nella provincia orientale turca di Van».
Il viaggio continua a piedi, al seguito di trafficanti, fino alla città occidentale turca di Edirne, al confine con la Grecia. «Abbiamo trascorso un anno intrappolati a Idomeni, in tende umide e campi non ufficiali. Poi il passaggio in Macedonia, fino alla cittadina macedone di Lojane, ricettacolo di trafficanti e corruzione, al confine nordorientale con la Serbia. Per un altro anno siamo stati rimbalzati da un campo rifugiati all’altro in Serbia».

DALLA SERBIA ALLA BOSNIA l’ultimo ostacolo è la città di Zvornik, sulle rive del fiume Drina. Sconfitto dalla stanchezza e dal dolore, spogliato dei suoi ultimi risparmi, ci dice «Sono un ingegnere e dal 2015 non lavoro».

Chiediamo a Maned come vengono pagati i contrabbandieri. Il sistema è totalmente differente rispetto a quello usato dai migranti africani, per esempio. In Afghanistan il denaro per il viaggio viene affidato ad un cambiavalute, spesso nei bazar di Kabul.

«Il pacchetto di denaro viene consegnato al contrabbandiere solo se il migrante arriva in sicurezza nel Paese di destinazione prescelto, altrimenti l’accordo viene annullato e il denaro torna nelle tasche del migrante».

C’è dunque una sorta di garanzia di rimborso sul contrabbando. Continua «Come si sta in Italia? Mi hanno chiesto 4.000 euro per raggiungere Trieste o Milano».

Il Manifesto “REPORTAGE. I manganelli croati sui sogni dei migranti” di Federica Iezzi

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REPORTAGE “In fuga sulla ferita balcanica”

Il Manifesto – 27/10/2018

Reportage dalla Valle di Bihać. La rotta balcanica è ‘chiusa’ dal marzo 2016, ma nel 2018 sono stati migliaia i passaggi. Al confine croato-bosniaco 400 profughi da Siria, Iraq, Afghanistan e Sahel sono bloccati dalla polizia. Dietro c’è il Muro di Orbán. Camminano con una sola certezza ‘La guerra ci guarda da ogni direzione’

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Bosnia – Campo rifugiati di Velika Kladuša

di Federica Iezzi

Sarajevo – La rotta balcanica è stata calpestata da milioni di passi fino al 2016. Da Turchia e Grecia si addentrava per arrivare in Europa occidentale, attraversando Bulgaria e Macedonia prima, Serbia e Ungheria poi. Sebbene la rotta sia stata ufficialmente chiusa da quando il criminale accordo tra UE e Turchia è entrato in vigore nel marzo 2016, ci sono stati almeno 4.000 attraversamenti non documentati in Bosnia nei primi mesi del 2018. Spesso la provenienza è dai centri per richiedenti asilo e di accoglienza-migranti nelle regioni balcaniche meridionali, dove i rifugiati permangono ai limiti della sopravvivenza per mesi.

«LA POLIZIA di frontiera croata è l’ennesimo incubo» ci dice Faisal con visibili segni di percosse sul viso. Violenze, aggressioni e abusi sono i protagonisti dei racconti dei rifugiati. Il Ministero degli Interni croato nega tutte le accuse, insistendo sul fatto che la polizia ha sempre osservato la legge. «I rapporti della polizia croata sui cosiddetti pushback illegali non sono corretti», raccontano le dichiarazioni ufficiali.

LA POLITICA violenta di Orbán in Ungheria, la dura sorveglianza dei confini e la brutalità della polizia ungherese contro i migranti hanno spalancato le porte ad una nuova rotta attraverso i Balcani, che attraversa Albania, Montenegro e Bosnia. E così il commercio clandestino di essere umani, dal Sahel ha raggiunto anche la Bosnia. Qui i rifugiati pagano i contrabbandieri fino a 1200 dollari per il passaggio in Croazia o Slovenia. Altri tentano di attraversare il confine su camion o treni. La maggior parte ancora cerca di entrare in territorio croato a piedi.

DALLA GRECIA il passaggio in Albania è relativamente semplice sulla città di confine di Kakavia. A Tirana i taxi collettivi traghettano illecitamente i rifugiati fino al confine nord con il Montenegro. Nonostante il governo Rama conosca esattamente l’entità dei movimenti del passaggio non legale dei rifugiati, lo permette senza osservazioni. «In fondo in Albania rimangono solo per qualche giorno», sono le affermazioni dei funzionari, secondo i racconti raccolti tra i rifugiati.

UNA VOLTA giunti a Bozaj, sul confine montenegrino, la via continua seguendo a piedi la rete ferroviaria fino a Podgorica, la capitale montenegrina. È da qui che inizia il tragitto verso la Bosnia-Erzegovina, dove la sopravvivenza è legata spesso a campi non ufficiali e edifici abbandonati. Le strade partono dalle città meridionali di Trebinjie, Višegrad, Foca e Goražde, che attraversano l’intero Paese per arrivare nelle città nord-occidentali di confine di Bihać e Velika Kladuša. L’uso della violenza deliberata e calcolata da parte della polizia croata sul confine bosniaco-croato è l’ostacolo successivo, come accadeva con la brutalità della polizia ungherese sui confini della vecchia rotta balcanica. La Bosnia è sempre stata un rifugio per chi era in fuga. Nel 1400 accoglieva i profughi ebrei perseguitati in Spagna e Portogallo, e non nei ghetti, come fece la maggior parte dei Paesi europei, ma con l’integrazione a Sarajevo. E già dal Medioevo, il Paese accoglieva i catari del sud della Francia e i gli eretici bogomili.

NEI CAMPI profughi il tempo è fermo al giorno in cui ognuno dei rifugiati ha lasciato la propria casa. Per i bambini: lezioni a scuola congelate. Nessun lavoro per gli uomini. Nessuna quotidianità per le donne. Si dipende interamente dalla bontà o dall’indifferenza del vicino. Un crudele esperimento sociale. Nel centro di accoglienza di Bihać, per ora sono presenti almeno 400 rifugiati, per lo più provenienti da Afghanistan, Pakistan, Siria e Iraq, qualcuno dal Sahel dopo aver attraversato la rotta di Agadez. Di questi, la metà sono bambini tra i due mesi e i 16 anni. Alcuni con le mamme, altri sono soli, altri ancora sono accompagnati da amici di famiglia.

LA SITUAZIONE è totalmente diversa nel campo di Borici, tra Bihać e Cazin, dove le presenze cambiano freneticamente ogni giorno. Il ritmo incessante di nuovi arrivi e nuove partenze non permettono un censimento esatto. Ed è la stessa situazione che troviamo nel campo di Velika Kladuša, unico punto di raccolta gestito dalla municipalità della città, dopo la decisione dello stesso sindaco, Fikret Abdić , «originale» figura della crisi bosniaca. Già discusso manager del colosso agroalimentare jugoslavo Agrokomerc, a inizio guerra anni Novanta era il leader musulmano più popolare di Alja Izetbegovic. La rottura tra i due provocò quella con i musulmani di Sarajevo, quando Abdić proclamò la Regione autonoma del Bihać. Ne nacque una guerra feroce tra musulmani. Fu condannato a 20 anni per crimini di guerra in Croazia.

SEGUIAMO con gli occhi la ferrovia che attraversa la terra bosniaca e che si perde ai piedi dei boschi e tra i villaggi. Piccoli gruppi di rifugiati si fanno strada nella fitta nebbia delle montagne. Instancabili camminano verso nord, su strade secondarie, seguendo i binari dei treni o sfidando i boschi, dove non di rado pernottano. Basta guardare quanto fitti siano questi boschi di conifere, faggi e castagni, per capire come mai la scelta dei rifugiati sia caduta su questa via, in cui scemano le percentuali di essere arrestati e rimandati a morire nei propri Paesi. «La guerra ci osserva da ogni direzione. Non sai mai se ti stanno seguendo con un mirino o se sarai tu la prossima vittima», ci dice Saad. Le storie sono comuni e si ripetono in duri corsi e ricorsi storici. Il desiderio di ogni rifugiato è tornare nel proprio Paese di origine, anche se attanagliato e tormentato da migliaia di problemi. La guerra, la fame, la disperazione più profonda impedisce il rientro di questa gente nelle proprie case, nelle proprie vite. «Vedere morti e feriti abbandonati nelle nostre strade è normale», continua Saad. Questa è la grande distorsione dell’anima di quanto vivono. E allora chi è il vero responsabile dei flussi migratori?

«NON SO QUANTI chilometri a piedi ho fatto da Herat. Hai un paio di scarpe che ti devono bastare per tutto. Se è caldo o freddo non ha importanza. Alla fine di ogni giornata di cammino avevo le caviglie gonfie e ferite sulla pelle che non si rimarginavano mai. Si impara a sopportare quel dolore, così come quello delle ferite da freddo sulle mani. Respiri l’aria di chi cammina davanti a te. Il freddo ti entra nelle ossa. Ti scorre nel sangue. Di notte a volte non sai se sei ancora vivo o se sei morto. Se muoio, solo e abbandonato, a 4000 chilometri da casa chi lo dirà alla mia mamma? Quanto tempo ci vorrà per dimenticare tutto questo?». Ascoltiamo, indifesi contro l’indifferenza del mondo, in rispettoso silenzio, le parole e le lacrime di Tawfiq. Non c’è da aggiungere altro. Vengono etichettati come profughi, pensando che avere un permesso di soggiorno rappresenti il fine ultimo, quello che spalancherà loro la porta della felicità. Ma non è così perché quando la gente è costretta a lasciare il proprio Paese, quel Paese smette di vivere. Le poche cose che riescono a crescervi, marciscono in fretta.

IN QUELL’INFINITO viaggio porti con te solo un nome e cognome che ti martella la testa, nessun documento, nessun segno del passato. Sai solo come ti chiami e questo è l’unico patrimonio che puoi consegnare. Alla domanda come si continua a vivere in fuga dalla guerra, Taiba ci risponde: «Devi almeno pensare a quello che farai oggi e domani». Ha lasciato l’Iraq quattro mesi fa e spesso durante il viaggio l’unico tetto sopra la sua testa è stato un sottile telo di plastica sostenuto da bastoni. Ha smesso di fare piani per il futuro, ha smesso di sperare che tornerà a lavorare a scuola, ha smesso di credere che tutta la sua famiglia un giorno si riunirà. Ci dice, con una malinconica rassegnazione: «A Mosul non sarà possibile vivere per altri 20 anni».

NELL’ULTIMA campagna elettorale bosniaca, le voci nazionaliste sono state preponderanti. Qui il dopoguerra, in qualche modo, non è ancora concluso. In Bosnia Erzegovina tutti hanno vissuto la condizione di profughi e ora la nuova rotta balcanica occidentale, riapre lacerazioni non ancora cicatrizzate.

Il Manifesto “In fuga sulla ferita balcanica” di Federica Iezzi

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Il rumore sordo della povertà attraversa le strade di Caracas

Il Manifesto – 04/07/2018

REPORTAGE. Venezuela. In Venezuela crisi petrolifera e scelte economiche, embargo illegale Usa, sanzioni illecite della UE e governi golpisti in America Latina, rendono sempre più dura la vita della popolazione. A pagare il prezzo più alto, come al solito, sono i bambini

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Venezuela – Asì se vive en Caracas

di Federica Iezzi

Caracas – «Qua la guerriglia si sposta di città in città ma non finisce mai». Sono le crude parole di Franco. Ha solo sette anni. L’abbiamo incontrato da solo nelle strade tutte uguali di Caracas, con una busta di verdura in mano. Suo padre faceva parte della schiera di quelli che chiamavano «ribelli». Ma poi chi sono i «ribelli» agli occhi dei bambini? Le turbolenze economiche e politiche spediscono regolarmente migliaia di persone nelle strade per protestare, a favore o contro il governo del presidente Nicolas Maduro.

E LONTANO DALLE STRADE, la nuova normalità per i venezuelani è diventata lotta quotidiana. Lottano per sopravvivere a fronte di gravi carenze di cibo, medicine, acqua. Da mesi manca la farina. Centinaia di forni industriali sono in silenzio, manca il lavoro che c’era dietro la preparazione del pane.
E negli scaffali delle farmacie non c’è nemmeno l’aspirina: se sei così fortunato da trovarla, il prezzo per poterla comprare è ingiustificabilmente fuori misura. Il tutto è stato sapientemente stabilito da un duro embargo che coinvolge le più grandi compagnie multinazionali di farmaci e vaccini. E su chi hanno effetto certe scelte? Sui bambini con la febbre che i genitori non possono curare, per esempio.

I pochi ristoranti rimasti chiudono le porte prima di sera a causa dell’aumentata paura della violenza. Hanno acqua corrente solo il lunedì e il martedì, il resto della settimana si vive grazie a un serbatoio.

E BISOGNA SPERARE che non si rompa nulla dei macchinari usati in cucina, perché ottenere pezzi di ricambio diventa un incubo, si possono arrivare a investire fino a due mesi di stipendio per l’acquisto di un pezzo rotto. Con un’economia in declino, la gente è tornata a scambiarsi i materiali. Si scambia farina di mais con le uova. I barbieri fuori città tagliano i capelli per yucca, banane o carne di scarto. I proprietari dei ristoranti offrono un piatto caldo in cambio di pacchetti di tovaglioli di carta.

IL SALARIO MEDIO MENSILE del Paese è di 1.300.000 bolívar, circa 6 euro sul mercato nero, cifra sufficiente per acquistare due cartoni di uova, un chilo di farina di mais e una scatola di pasta, due litri di latte, tonno e pane. Mentre l’iperinflazione continua a salire a livelli esorbitanti, i soldi perdono sempre più valore.

«El dinero no alcanza para nada» («I soldi non sono sufficienti per comprare nulla» nda), ci dice la gente che incontriamo ogni giorno nelle perenni file sulle strade. Anche quando il cibo è disponibile nei negozi, lo stipendio medio non è sufficiente per sfamare una famiglia.

«Non sappiamo se ci possiamo permettere di comprare da mangiare la prossima settimana»: questa è una delle preoccupazioni più comuni all’interno delle case.
Lo spirito della revolución bolivariana contro i grandi proprietari terrieri, i vecchi latifondisti, la borghesia compradora, i militari golpisti e a favore di contadini, operai, senza terra e indigeni, si è affidata totalmente alle entrate petrolifere. Questo è stato sufficiente per finanziare i nobili programmi di alfabetizzazione, gli investimenti per garanzie sociali, la lotta anticolonialista. Ma quando il prezzo del petrolio è crollato nel 2014, il governo ha tagliato le importazioni e utilizzato le sue piccole riserve per pagare il suo debito estero ed evitare il default. Questo si è trasformato nella crisi di oggi.

IL BLOCCO ECONOMICO illegale guidato dagli Usa, le sanzioni illecite di Stati uniti, UE e governi golpisti dell’America latina hanno fatto il resto. Tentativi di corruzione, boicottaggi economici e finanziari, embarghi, finanziamento di oppositori politici, controllo dei mass media locali, militarizzazione di gruppi radicali. È una storia già vista in America latina che crudelmente si ripete oggi ai danni del governo Maduro. Al mercato nero il prezzo di un dollaro si aggira intorno a 200.000 bolívar. Lo stipendio medio settimanale è di 250.000 bolívar. Una saponetta costa 200.000 bolívar, quindi spesso bisogna scegliere se mangiare o lavarsi adeguatamente. ‘Una scatola di antibiotico, quando lo trovi, può costare più dell’intero stipendio mensile’ ci dice Linda.

Visto che anche i contanti sono scarsi, non è raro trovare lunghe code di persone in tutta la città in attesa di prelevare denaro. In media, gli sportelli automatici consentono il ritiro di soli 10.000 bolívar al giorno (5 centesimi di dollaro).

«Se si guarda dall’alto la città, sembriamo tutti piccole formiche che corrono impazzite da una parte all’altra. La sensazione è quella di vivere in una prigione. La libertà non fa più parte delle nostre vite», continua Linda.
«Senza essere prigionieri, non abbiamo la libertà di muoverci. Non siamo liberi di consumare ciò che vogliamo, ma ciò che gli altri scelgono per noi». Gli effetti della crisi capitalista e della recessione economica hanno avuto un impatto sull’economia globale di ciascun Paese, siano essi colonialisti o territori dipendenti. Gli effetti sono diversi in quanto i primi hanno il controllo diretto su ogni settore dell’economia, mentre i secondi sono subordinati alle decisioni delle grandi potenze.

IL VENEZUELA NON È SFUGGITO a questa realtà. Ci sono molte parole per descrivere cosa sta succedendo nel Paese: crisi, implosione, caduta. C’è l’inflazione alle stelle, la mancanza di generi alimentari e medicine di base, la crisi della sanità pubblica. C’è la crisi energetica, con ostinati black-out e carenza d’acqua. C’è violenza diffusa. Certamente, la situazione in Venezuela è complessa. Complessa come la realtà in ogni Paese che si sta avvicinando a una rottura definitiva con la sua realtà.

IL SABOTAGGIO della produzione, il blocco internazionale e il boicottaggio economico si esprimono in molteplici forme, tra cui la fuga di commercianti nei Paesi limitrofi, il deflusso di capitali e di forza lavoro, con un conseguente impatto diretto su economia locale e condizioni di vita della popolazione. «La prassi è questa. Dall’alba mi metto in fila fuori dal negozio di alimentari più vicino a casa. Dopo molte ore viene scannerizzata la mia impronta digitale e il sofisticato database governativo recupera le mie informazioni personali. Questo dirà alla cassiera non solo il mio indirizzo, il mio nome completo e il mio numero di telefono, ma anche se ho già comprato la razione di cibo assegnata alla mia famiglia in quel mese», ci racconta Adelita.

Se è così, Adelita verrà rimandata a casa a mani vuote. Ci sono droni che sorvolano la fila che si estende per svariati isolati nelle strade e nessuno ne conosce lo scopo.

Il Manifesto “Il rumore sordo della povertà attraversa le strade di Caracas” di Federica Iezzi

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Un mondo spietato con i bambini, in Somalia

Il Manifesto – 03 gennaio 2018

REPORTAGE. Nel Paese con i più alti tassi di malnutrizione acuta e mortalità infantile del mondo, dopo un anno di conflitti in cui 5 milioni di persone sono rimaste prive dei servizi sanitari essenziali. La salute è un modo potente per uno Stato di esercitare la sua autorità. E spesso le guerre civili coinvolgono Nazioni che sono grandi beneficiarie di aiuti internazionali. La malattia non rispetta i confini di un Paese. Tra i chirurghi italiani che operano nella regione del Somaliland, abbandonata dall’OMS perché ‘autonoma’

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Hargheisa, Somalia – Mohamed Aden Sheikh Children Teaching Hospital

di Federica Iezzi

Hargheisa (Somalia) – La situazione umanitaria in Somalia continua a deteriorarsi per portata geografica e complessità. Secondo il recente report Somalia – Humanitarian Needs Overview 2018, più di sei milioni di persone – dunque metà della popolazione, compresi tre milioni e mezzo di bambini – hanno bisogno di assistenza e protezione umanitaria. Il numero di bambini con diagnosi di malnutrizione acuta è aumentato del 50% dall’inizio del 2017, sfiorando il milione. I tassi di «Malnutrizione acuta globale» si confermano al 17,4%, ben al di sopra delle soglie di emergenza, fissate dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

OLTRE 5,7 MILIONI DI PERSONE hanno bisogno di servizi sanitari di base, compresi i bisogni critici nella salute materna e infantile. Malattie prevenibili nella prima infanzia come diarrea, colera e morbillo continuano a mietere spietatamente vittime. Più di 20.000 casi sospetti di morbillo sono stati recentemente segnalati nelle aree di Nugaal, Mudug, Bari, Banadir e Lower Shabelle, l’84% di questi casi in bambini sotto i dieci anni.

E le promesse del governo di Mohamed Abdullahi Mohamed per il 2018, prevedono una campagna nazionale di vaccinazione contro il morbillo che si prefigge di raggiungere più di quattro milioni di bambini.

SE L’ATTIVITÀ VACCINALE è ormai ritenuta come affidabile indice di qualità di buona sanità in Occidente, nelle realtà rurali africane è considerata ancora un bene di lusso. E il governo di Mogadiscio, al momento, si classifica negli ultimi posti del panorama mondiale. La copertura vaccinale del tetano-pertosse raggiunge il 51%, per il morbillo è stata invece segnalata una copertura del solo 6% nel periodo neonatale.

IL SISTEMA SANITARIO SOMALO è stato significativamente sotto pressione per anni a causa dell’instabilità legata al conflitto civile, che affonda le sue radici negli anni ’90. Ulteriormente sovraccaricato durante il 2017 a causa di siccità, malnutrizione e malattie infettive, è stato contrassegnato da elevati tassi di morbilità e mortalità evitabili.

La mancanza di un servizio di epidemiologia completo e affidabile, ha reso difficile identificazione, valutazione e informazione sui focolai infettivi in tutte le regioni del Paese, con riscontro di lacune nella fornitura di servizi conseguentemente faticoso.

Per un bambino nato in Somalia, il rischio di morire è il più alto al mondo. Il tasso di mortalità dei bambini sotto i 5 anni è di 137/1000 nati vivi e il tasso di mortalità materna non è molto più rassicurante, è dello 0,7%.

Su più di mille strutture sanitarie in Somalia, quasi 300 sono inaccessibili o impraticabili. C’è meno di una struttura sanitaria per 10.000 abitanti. Persino questi numeri nascondono le significative disuguaglianze in termini di disponibilità di servizi sanitari nelle diverse aree del Paese.

Le stime attuali parlano di almeno cinque milioni di persone, rispetto ai 12 milioni della popolazione complessiva, senza accesso ai servizi sanitari essenziali. Almeno tre milioni di civili vivono in aree difficilmente raggiungibili dai corridoi umanitari, che cercano di far fronte al dramma di un Paese mai uscito dalla guerra, un Paese che cerca invano di opporsi al potere delle decine di milizie senza distintivo che amministrano il territorio.

NELLE AREE PIÙ COLPITE da conflitti e dislocamenti, la fornitura di farmaci essenziali e del materiale sanitario di base segue percorsi infiniti. Lo conferma il direttore internazionale del Mohamed Aden Sheikh – Children Teaching Hospital di Hargheisa, nella regione autonoma del Somaliland, il professor Piero Abbruzzese. «Il programma dell’ospedale – dice -, risultato della professionalità italiana, dovrebbe essere quello di autonomizzarsi almeno per le spese del personale e per le forniture mediche di base. Occorre ancora il supporto italiano invece per i programmi di teaching e per il reintegro di materiali di alta specializzazione». L’ospedale resta un punto di riferimento nell’intero territorio del Somaliland, incidendo tenacemente sulle politiche sanitarie del Paese.

La fornitura di servizi sanitari di base è ancora scadente per i circa 30.000 sfollati interni che abitano le regioni di Lower Shabelle e Galmudug. E considerando la grande portata degli spostamenti interni e la persistente siccità, gli sfollati interni delle aree di Doolow, Luuq, Baidoa, Marka, Bossaso, Garowe, Burco, Gaalkacyo e Buuhoodle, non hanno addirittura un accesso sicuro all’acqua.

L’impegno esclusivo con le istituzioni ufficiali, in realtà valuta male l’impatto politico di quegli aiuti internazionali che dovrebbero essere neutrali e apolitici.

La limitatezza di assistenza di base in quelle zone in cui la minima soglia di sicurezza non viene assicurata, alimenta il vortice della strumentalizzazione dell’accesso ai servizi sanitari, che sempre più spesso purtroppo etichetta il corso dei conflitti armati. E allora, il benessere diventa un modo ancora più potente per uno Stato di esercitare ed estendere la sua autorità. Spesso, i territori contesi nelle lotte civili, coinvolgono Nazioni catalogate come grandi beneficiarie di aiuti internazionali.

LE MALATTIE non considerano i confini di un Paese come limitazioni. Ne è un esempio evidente la regione indipendente del Somaliland, di fatto non riconosciuta come tale dalla comunità internazionale. Abbandonata totalmente, per esempio, dall’Organizzazione mondiale della sanità, che considera la sovranità di un Paese come prerequisito essenziale per l’accesso agli aiuti. Il risultato è una fetta di popolazione, che conta 750.000 persone rinchiuse nella soglia di povertà, esclusa da servizi igienici e sanitari, scolarizzazione, assistenza sociale.

Con programmi centralizzati che si dimostrano inefficaci e fallimentari, la cooperazione diretta con le giurisdizioni locali, sembra l’unica soluzione.

È proprio questo lo spirito su cui si basa il lavoro portato avanti dalla dottoressa Elisabetta Teruzzi, direttore f.f. della Chirurgia pediatrica dell’Azienda ospedaliero-universitaria Città della salute e della scienza di Torino, impegnata in una missione umanitaria al Mohamed Aden Sheikh – Children Teaching Hospital di Hargheisa. «Sono rimasta molto colpita dallo stato di indigenza in cui vive la popolazione del Somaliland – ci dice – e in particolar modo dalla mancanza dei basilari servizi igienici e sanitari. I bambini sono le persone che pagano di più in termini di malattie e istruzione, basti pensare che un bambino affetto da una patologia da trattare chirurgicamente, per poter essere assistito, non può che lasciare il Somaliland».

«Non esistono centri ospedalieri – prosegue Teruzzi – dove i piccoli pazienti vengano operati da chirurghi a loro dedicati e questo non solo in Somaliland, ma anche in tutto il territorio somalo e in quello della vicina Etiopia».

È INNEGABILE che l’intera Somalia abbia fatto rilevanti progressi nel rafforzare i suoi servizi sanitari, ma restano aperte notevoli sfide da affrontare: un maggior sostegno nelle voci di bilancio annuale, che al momento garantisce meno del 3% al settore sanitario, l’enorme divario tra le aree urbane e quelle rurali, la necessità di una maggiore professionalizzazione e la regolamentazione dei servizi.

Continua la dottoressa Teruzzi: «L’assistenza sanitaria è solo a pagamento presso cliniche fatiscenti. A una famiglia, composta mediamente da 6 o 7 figli, sottoporre uno di essi a una radiografia o a un’ecografia, costa dai 50 ai 100 dollari americani, l’equivalente di uno stipendio medio mensile. Tengo però anche a sottolineare che i medici e gli infermieri incontrati durante la missione umanitaria si sono rivelati tutti validi e preparati, anche se rassegnati alla situazione imperante. La speranza è quella di poter continuare a sostenere strutture di assistenza sanitaria, in cooperazione con le giurisdizioni ministeriali locali, in modo che tali strutture possano continuare ad esistere e lavorare dopo che le missioni internazionali abbiano concluso il loro intervento locale».

Il Manifesto 03/01/2018 “Un mondo spietato per i bambini, in Somalia” di Federica Iezzi

Nena News Agency “Un mondo spietato con i bambini, in Somalia” di Federica Iezzi

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