Kenya pronto a chiudere campi e a cacciare via centinaia di migliaia di profughi

Nena News Agency – 19/05/2016

Dietro questa sempre più probabile decisione ci sono presunte ‘ragioni di sicurezza’ legate alle attività terroristiche del gruppo al-Shabaab. Il passo avrebbe conseguenze umanitarie devastanti 

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di Federica Iezzi

Nairobi, 19 maggio 2016, Nena News Il governo kenyano sta discutendo la possibilità di chiudere i campi profughi di Dadaab e Kakuma entro un anno e rinviare centinaia di migliaia di rifugiati indietro in Paesi dilaniati da guerre e carestie o in Paesi terzi per il reinsediamento.

Un piano già denunciato da gruppi umanitari e dei diritti umani come imprudente, illegale e di dubbia efficacia.

Al momento rimandata la decisione sul campo di Kakuma, nel distretto di Turkana, che ospita circa 200.000 rifugiati dal Sud Sudan. Attualmente ogni giorno 70-100 richiedenti asilo entrano in Kenya dal Sud Sudan, ma nessuno può essere registrato e spostato nel campo di Kakuma.

Invece, la soluzione per proteggere la sicurezza del Paese, dopo una serie di attacchi terroristici da parte dei jihadisti somali di al-Shabaab, secondo il governo di Uhuru Kenyatta, sarebbe quella di chiudere la rete di campi di Dadaab, che per 25 anni ha dato accoglienza a 330.000 rifugiati, in gran parte somali.

Il Ministro degli Interni kenyano, Joseph Ole Nkaissery, in un recente comunicato ha ribadito che i combattenti di al-Shabaab continuano ad utilizzare i più di 50 chilometri quadrati sull’arido confine somalo-kenyano, del campo di Dadaab, come base per il contrabbando di armi.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati sostiene che la chiusura di uno o entrambi i campi potrebbe avere conseguenze umanitarie devastanti. Potrebbe inoltre non essere possibile forzare civili oltre confine, in Paesi in cui si continua a combattere.

Human Rights Watch teme che il governo kenyano per svuotare i campi ricorra ad abusi, molestie, violenze e detenzioni arbitrarie, come già successe nel 2013, quando 55 mila rifugiati furono costretti ad abbandonare aree urbane per essere trasferiti in campi profughi.

Si teme anche che la polizia sfrutterà la minaccia di espulsione, intensificando gli arresti tra i rifugiati e le richieste di tangenti per evitare l’arresto.

Il Kenya sarebbe disposto a indietreggiare se ricevesse più sostegno internazionale? Già l’anno scorso, dal Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, la distribuzione di razioni alimentari si era ridotta del 30%.

E se le Nazioni Unite rinnovassero il mandato in scadenza a 3.500 soldati kenyani attualmente facenti parte della forza dell’Unione Africana in Somalia?

Intanto il governo di Kenyatta avrebbe già impostato una linea temporale e un bilancio di 10 milioni di dollari che lascerebbe in un limbo amministrativo i rifugiati e le organizzazioni umanitarie che lavorano per loro.

Secondo il Ministero degli Interni kenyano il primo gruppo di rifugiati lascerebbe Dadaab entro il prossimo novembre, e il campo verrebbe  completamente chiuso entro il mese di maggio, contro ogni principio del diritto umanitario internazionale.

Dadaab ospita intere generazioni di famiglie somale, fuggite dalla sanguinosa guerra civile scoppiata nel 1991. Nonostante le restrizioni severe l’attività economica nel campo è impressionante, circa 14 milioni di dollari all’anno entrano nelle casse kenyane dalle imprese gestite dai rifugiati. E solo una piccola frazione dei costi di gestione di Dadaab proviene dal Ministero dell’Interno del Kenya.

L’esecutivo di Nairobi comunica ufficialmente anche la chiusura del Dipartimento per gli Affari dei Rifugiati, da cui dipendono i permessi dei rifugiati per potersi muovere all’interno del Paese, gli spostamenti per le cure mediche, le certificazioni per il lavoro.

La sconsiderata decisione da parte del governo del Kenya potrebbe portare al ritorno involontario di migliaia di rifugiati nei Paesi di origine, dove la vita rimane costantemente in pericolo, o peggio potrebbe alimentare il fiorente mercato dei trafficanti.

Riapparsa in queste settimane è infatti la ‘rotta egiziana’. Sempre più numerose le partenze dei rifugiati dai porti egiziani di Alessandria d’Egitto e Port Said verso le coste europee. Nena News

Nena News Agency “Kenya pronto a chiudere campi e a cacciare via centinaia di migliaia di profughi” di Federica Iezzi

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SIRIA. Assedio e fame a Deir Ezzor

Nena News Agency – 11/04/2016

L’ONU ha consegnato ieri aiuti umanitari alla città contesa tra opposizioni e governo e in parte occupata dall’ISIS, dove i prezzi del cibo sono alle stelle e in 200mila non hanno accesso a cibo e acqua con regolarità 

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di Federica Iezzi

Roma, 11 aprile 2016, Nena News – Con il Programma Alimentare Mondiale sono state distribuite altre 20 tonnellate di forniture alimentari ai civili assediati nella città di Deir Ezzor, all’inizio del conflitto siriano, intrappolata in un territorio conteso tra ribelli e forze governative, ora in parte sotto il controllo dei combattenti dello Stato Islamico. Deir Ezzor, provincia orientale della Siria, collega la “capitale” siriana dell’Isis, la città di al-Raqqa, al territorio controllato dal gruppo jihadista nel vicino Iraq.

Dopo il primo lancio aereo degli aiuti umanitari dai mezzi cargo delle Nazioni Unite, avvenuti lo scorso febbraio, ieri consegnato ai civili altro materiale in collaborazione con la Mezzaluna Rossa Araba Siriana. Prima dello scorso febbraio l’ONU non era stato in grado di raggiungere una stima di almeno 720mila persone in aree come Deir Ezzor e al-Raqqa.

Il lancio aereo di aiuti umanitari, per pericolosità e poche garanzie di riuscita, era l’ultima risorsa disponibile per la popolazione intrappolata a Deir Ezzor, che subisce senza sosta un doloroso declino. Volti di bambini uccisi dalla fame, in un posto dove il pane costa 40 dollari, un chilo di riso 80 dollari, un litro di olio 50 dollari e un chilo di pomodori 35 dollari. Dove la malnutrizione è più frequente dell’influenza. Dove le code per prendere meno di 20 litri di acqua, possono durare anche dieci ore. Dove manca il latte in polvere per i neonati che viene sostituito con cocktail di amido e tisane o da zucchero diluito in acqua. E dove la gente paga anche 25.000 dollari per fuggire. Questa è la realtà di vita a Deir Ezzor, un tempo prospera città nel cuore dell’industria petrolifera siriana.

Oltre 200mila persone vivono sotto assedio nei distretti di Deir Ezzor dal marzo 2014, critiche le condizioni negli ultimi undici mesi. Fino all’80% della popolazione non ha più pasti regolari. L’ingresso a cibo, acqua, vestiti e medicine è bloccato ed è impossibile entrare via terra con gli aiuti umanitari. Impossibile è anche l’ingresso al personale sanitario, se non nei campi spontanei alla periferia della città, dove migliaia di sfollati sono stati costretti a sopravvivere.

I rappresentanti delle 17 Nazioni, dell’organizzazione non governativa International Syrian Support Group, hanno specificato che l’obiettivo delle Nazioni Unite è quello di fornire aiuto alimentare alle 18 aree assediate del Paese entro poche settimane, con il sistema del lancio aereo degli aiuti.

In tutto il territorio siriano, il Programma Alimentare Mondiale fornisce cibo a più di quattro milioni di persone ogni mese, lasciando però fuori la maggior parte dei civili che vive nelle zone difficili da raggiungere o in quelle assediate. L’ONU stima che sono più di 480.000 i siriani che vivono nelle zone assediate da parte del governo, dei ribelli e delle forze della dello Stato Islamico, dove le razioni alimentari di un mese sono costituite da una manciata di legumi o riso, da appena due triangoli di formaggio fuso, da 200 grammi di margarina e 100 di zucchero.

Secondo Human Rights Watch, il governo siriano ha fermato gli aiuti ad almeno sei delle 18 aree assediate, dal momento della cessazione delle ostilità lo scorso febbraio. Rimangono dunque ancora bloccati i 250mila civili di Douma, Harasta, Arbin, Zamalka, Zabadin e Daraya. Solo negli ultimi giorni, mezzi delle Nazioni Unite sono riusciti a fornire cibo e forniture mediche a più di 80mila siriani in cinque zone assediate.

I numeri sono preoccupanti visto che sono sempre meno i convogli di aiuti delle Nazioni Unite che riescono ad entrare nelle zone assediate della Siria. Secondo i dati del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel mese di marzo gli aiuti umanitari hanno raggiunto solo il 21% dei civili intrappolati in aree assediate. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Assedio e fame a Deir Ezzor” di Federica Iezzi

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ALEPPO, l’ostinazione di chi resta

Il Manifesto – 13 maggio 2015

REPORTAGE. Nella seconda città della Siria 400 mila persone, quel che rimane di suoi 2 milioni di abitanti, resistono a una guerra che non risparmia neanche gli ospedali. Tra cumuli di macerie, senza luce né acqua, monta l’odio per tutti gli schieramenti. “Non vogliamo né le forze di Assad né i ribelli”

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di Federica Iezzi

Aleppo (Siria) – Yaman ci dice che «il tonfo delle pale del rotore di coda degli eli­cot­teri e l’esplosione di ordi­gni libe­rati dalle truppe del governo siriano ormai sono rumori fami­liari; fami­liare è la corsa dispe­rata delle mamme con in brac­cio i figli verso i piani più bassi degli edi­fici già deva­stati; e fami­liare è anche l’inevitabile car­ne­fi­cina umana negli ospe­dali». Non sono sicuri nem­meno quelli. Bombe e mor­tai can­cel­lano senza alcun pre­av­viso l’esistenza di uomini che lavo­rano, vivono e muo­iono tra quelle vec­chie mura mac­chiate di iodio.

Nella metà orien­tale di Aleppo si muore. La città è con­tesa tra le forze gover­na­tive, che hanno il con­trollo della parte occi­den­tale e che con­ti­nuano ad avan­zare verso nord, e le forze di oppo­si­zione, con capo­li­sta il Fronte al-Nusra, il brac­cio siriano di al-Qaeda, che ha il con­trollo della parte orien­tale della città. Il quar­tiere di Sheikh Maq­soud è sotto il con­trollo delle auto­rità curde. Almeno 19 gruppi armati invece gareg­giano per i quar­tieri al con­fine tra le tre aree. Cumuli di mace­rie alti decine di metri coprono vie e strade dell’antico trac­ciato elle­ni­stico. I segni di una guerra che ha pro­messo la spe­ranza, ma ha invece con­se­gnato alla Siria solo anni di disumanità.

Solo pol­vere gri­gia e odore di fuoco

«Ieri pome­rig­gio ho respi­rato den­tro una nuvola di fumo e pol­vere, dopo aver sen­tito quel rumore assor­dante che ti scop­pia den­tro il torace. Era un’esplosione vicino a una ban­ca­rella di frutta. Né il ven­di­tore né il suo cliente si sono tirati indie­tro. Io ero dall’altra parte della strada», ci rac­conta Hanan. Car­relli di arance, mele, banane e coco­meri get­tati vio­len­te­mente per terra senza più colori né sapori. Solo pol­vere gri­gia e odore di fuoco. E’ que­sta oggi Aleppo.
Chie­diamo a Kha­lil, un vec­chio signore del quar­tiere di al-Sakhour, per­ché 400.000 per­sone si osti­nano a rima­nere ancora ad Aleppo. Risponde con un sor­riso, una rarità nel nord della Siria. «Que­sto è il posto da dove vengo e que­sto è il posto dove morirò».

Nei giorni scorsi, il quar­tiere è stato nuo­va­mente e dura­mente ferito da raid aerei delle truppe gover­na­tive. Col­pito l’al-Sakhour hospi­tal, costretto a sospen­dere tutte le atti­vità. Nel solo mese di marzo nell’ospedale sono stati ammessi 2444 pazienti e sono state ese­guite più di 300 pro­ce­dure chi­rur­gi­che d’urgenza. Men­tre ad al-Sakhour i feriti ven­gono mala­mente medi­cati nei pochi sot­ter­ra­nei e rifugi rima­sti, di fronte, nel quar­tiere di al-Shaar, il Fronte Isla­mico cura i suoi com­bat­tenti in un ospe­dale da campo, ambi­gua­mente spon­so­riz­zato dagli Emi­rati Arabi.

La nuova fami­glia di Ammar

Ammar cam­mina sui ciot­toli lisci e tra i palazzi smem­brati di al-Shaar, zop­pi­cando visto­sa­mente. Kefiah a qua­dretti bian­chi e neri in testa, una sorta di uni­forme mili­tare verde scuro, nes­suna arma. Ha 21 anni e il Fronte Isla­mico è la sua nuova fami­glia. Lui la chiama così. È sal­tato su un ordi­gno: «Sono stato ope­rato già una volta — dice -, ho viti e plac­che di acciaio nella mia gamba sini­stra. Ho avuto un’infezione sulla ferita. Non cam­mino ancora bene. Ma tor­nerò pre­sto a com­bat­tere. Allah mi ha dato una seconda possibilità».

Secondo l’ultimo report di Human Rights Watch, su Aleppo si com­batte una guerra aerea indi­scri­mi­nata e ille­gale con­tro i civili. Nell’ospedale da campo di al-Shaar c’è una con­nes­sione inter­net via satel­lite. Ammar segue così i suoi “fra­telli”. Que­sto è l’unico modo per avere noti­zie. Per quasi due anni nelle zone della Siria con­tro il regime, tutti i mezzi di comu­ni­ca­zione, tele­foni fissi e rete mobile sono stati tagliati. «Quando com­bat­tevo avevo un walkie-talkie sem­pre con me, è così che comu­ni­cavo le mie posi­zioni, i miei spo­sta­menti, le mie azioni».

Dai rubi­netti che riman­gono nelle case mar­to­riate, l’acqua cor­rente c’è per un’ora a set­ti­mana. È appena suf­fi­ciente per riem­pire i ser­ba­toi sti­pati sui tetti delle case. Layal ci dice: «Quando non ci rie­sco devo com­prare l’acqua da un pozzo. I nuovi pozzi sono stati sca­vati in modo casuale, in mezzo a quar­tieri affol­lati, senza gli inge­gneri o gli studi».

Ci rac­conta che nel quar­tiere di al-Sukkari hanno ener­gia elet­trica per circa quat­tro ore al giorno, così tante per­sone pagano per avere una fonte alter­na­tiva di luce. Spesso l’elettricità manca per una set­ti­mana intera. I com­mer­cianti locali hanno inve­stito molto denaro in grossi gene­ra­tori e distri­bui­scono ener­gia elet­trica agli altri con un canone men­sile. Men­tre parla, Moha­mad pian­gendo le tira l’hijab. «Voglio por­tare la mia bici fuori per gio­care, ma i miei fra­telli non me lo per­met­tono, per­ché è pas­sato un aereo di Assad nel cielo». Moha­mad ha solo sette anni e non ricorda la vita prima della guerra.

Layal gli spiega pazien­te­mente che qual­cuno potrebbe pren­derlo. Ci dice con il ter­rore negli occhi: «Potreb­bero but­tare il suo corpo ovun­que. Non ci sono le auto­rità a inda­gare, non c’è poli­zia. Ci sono gruppi di ribelli grandi e pic­coli che si divi­dono strade e edi­fici e la gente cono­sce solo quelli che hanno basi nel loro distretto. Qui vicino ci sono i com­bat­tenti del gruppo Fista­qum Kama Oma­rit. Gli altri non li conosco».

Il mondo dei ribelli e la vec­chia Aleppo sono sepa­rate da una linea a zig-zag da sud-est a nord e il con­trollo dei ter­ri­tori è rima­sto pra­ti­ca­mente inva­riato per mesi. Le uni­che cose che hanno ancora in comune sono il caffè e il nar­ghilè.
Il pae­sag­gio è ripe­ti­tivo: sagome di edi­fici quasi crol­lati, camere aperte e fac­ciate intatte. Squa­dre di elet­tri­ci­sti rat­top­pano linee elet­tri­che rotte dopo ogni attacco. Ospe­dali sot­ter­ra­nei con­ti­nuano a fun­zio­nare, man­ten­gono ban­che del san­gue e con­ti­nuano cam­pa­gne di vaccinazione.

La solita infe­zione cutanea

Le indi­ca­zioni per arri­vare nel quar­tiere di Bustan al-Qasr suo­nano addo­lo­ranti. «Passa l’edificio com­ple­ta­mente distrutto. Poi gira a destra dopo l’edificio con i graf­fiti colo­rati e appena dopo sor­passa la casa da cui si vede l’interno di una came­retta con una culla rosa».

L’ospedale del quar­tiere è ormai un relitto: un gro­vi­glio di mace­rie, cavi e pol­vere, con la metà del sof­fitto man­cante e parti dell’edificio com­ple­ta­mente rase al suolo. È saturo di bam­bini con la solita infe­zione cuta­nea che torna con il caldo, l’«Aleppo bol­lire» come la chia­mano qui.

«Non ci sono più medi­cine, che prima arri­va­vano dalla Tur­chia, e que­ste pia­ghe diven­tano ogni giorno più grandi. Non posso fare niente» rac­conta Amira, gio­vane dot­to­ressa con alle spalle anni di studi a Dama­sco. Non va via da Aleppo per­ché non vuole entrare nella schiera dei sette milioni di sfol­lati interni in Siria o nella squa­dra dei quasi quat­tro milioni di siriani rifu­giati all’estero.

Quelli che restano di solito fanno pochi lavori umili: gui­dano mac­chine tra­sfor­mate in taxi, gesti­scono minu­scoli inter­net caffè, o sem­pli­ce­mente ven­dono merce di con­trab­bando. Le orga­niz­za­zioni non gover­na­tive por­tano solo riso e olio. Tutto il resto entra per vie ille­gali. Un rivolo di aiuti si fa strada attra­verso i con­fini labili della città.

Anche nel silen­zio della notte, in quar­tieri interi con­su­mati dal buio, la guerra va avanti. La gente ha ini­ziato a odiare tutti gli schie­ra­menti. «Non vogliamo né le forze del regime né i ribelli. Vogliamo solo vivere in pace», ci dice Majd. Prima lavo­rava per il pro­getto rifiuti solidi del Pro­gramma Onu per lo svi­luppo. «Avevo un po’ di soldi per com­prare il pane per me e i miei vicini. Ora non ho più niente. Aleppo è un’ombra, un guscio. Interi quar­tieri sono stati svuo­tati di resi­denti e case».

Il Manifesto 14/05/2015 “Aleppo, l’ostinazione di chi resta” – di Federica Iezzi

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BURUNDI. Proteste contro il terzo mandato di Nkurunziza

Nena News Agency – 29 aprile 2015

Manifestazioni dell’opposizione in tutto il paese. Le autorità hanno stretto la morsa su radio e televisioni, le scuole sono rimaste chiuse e gruppi di studenti sono scesi in piazza. La candidatura dell’attuale presidente alle elezioni del 26 giugno viola gli accordi di Arusha, che hanno messo fine a oltre un decennio di guerra civile

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di Federica Iezzi

Bujumbura (Burundi) – Terzo giorno di feroci proteste nella capitale del Burundi. Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), dopo l’annuncio della candidatura, alle prossime elezioni del 26 giugno, dell’attuale presidente Pierre Nkurunziza, i partiti di opposizione e i leader della società civile hanno organizzato manifestazioni in tutto il Paese.

Nkurunziza vinse le ultime elezioni presidenziali con l’88% di preferenze. Salito al potere nel 2005, dopo aver guidato un gruppo di ribelli durante la guerra civile di 12 anni che ha annientato socialmente ed economicamente il piccolo stato africano, è rimasto poi in carica per due mandati. Oggi il tentativo di cercare un terzo incarico appare incostituzionale e contrario allo spirito dell’accordo di pace e riconciliazione di Arusha del 2000, che ha chiuso un decennio di guerra civile nel Paese.

Gli Accordi di Arusha, hanno accompagnato all’epilogo il sanguinario conflitto, che ha ucciso più di 300.000 persone, tra l’esercito di minoranza tutsi e i gruppi ribelli hutu. Essi limitano la funzione presidenziale a due mandati e prevedono la condivisione del potere tra i gruppi etnici del Paese.

L’ultimo rapporto di Amnesty International segnala violenze pre-elettorali, aggressioni e intimidazioni da parte dei membri dell’Imbonerakure, ala giovanile del CNDD-FDD (Conseil National pour la Défense de la Démocratie-Forces de Défense et de la Démocratie), partito di Nkurunziza.

Per l’impunita condotta di abusi, 20.408 burundesi hanno cercato rifugio in Rwanda nel corso delle ultime due settimane, secondo gli ultimi dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Almeno 16.000 rifugiati, sono stati spostati dai due centri di accoglienza di Bugesera e Nyanza, nel Rwanda orientale e meridionale, al nuovo campo profughi Mahama, nel distretto orientale di Kirehe. I numeri dell’UNHCR, in rapida crescita, parlano di 4.000 civili burundesi rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo e poco più di un centinaio in Tanzania.

L’esercito governativo del Burundi ha arrestato 157 persone durante le ultime proteste. Secondo Human Rights Watch, la polizia, guidata da André Ndayambaje, ha usato gas lacrimogeno, cannoni ad acqua e proiettili veri contro i manifestanti.

Le emittenti locali, come Radio Isanganiro, parlano di almeno sei morti. Le autorità hanno posto restrizioni ai media locali, già bloccate le trasmissioni di tre stazioni radio popolari. Linee telefoniche tagliate. Scuole, università e negozi del centro di Bujumbura sono chiusi. Le proteste si sono concentrate nei quartieri periferici. Cortei di studenti anche nella città di Gitega, sulla linea della campagna dell’opposizione “Stop the Third Term”.

Già qualche settimana fa, erano state arrestate 65 persone che manifestavano contro un terzo mandato dell’attuale Presidente, notizia tenuta celata dalle autorità locali. Nel mese di febbraio licenziato, dopo soli tre mesi di lavoro, il leader dell’intelligence del Burundi, Godefroid Niyombare, apertamente schierato contro il terzo mandato di Nkurunziza. Nena News

Nena News Agency “BURUNDI. Proteste contro il terzo mandato di Nkurunziza” – di Federica Iezzi

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Zimbabwe. Le coltivazioni forzate

Nena News Agency – 06 febbraio 2015

Il governo di Harare accusato di violazione dei diritti umani per il trasferimento forzato delle vittime dell’inondazione di un anno fa, costrette a stabilirsi su terreni destinati alle piantagioni di canna da zucchero. Agli sfollati non è stata data altra alternativa che coltivare  secondo le disposizioni degli uomini di Mugabe

 

Zimbabwe - Chingwizi transit camp

Zimbabwe – Chingwizi transit camp

di Federica Iezzi

Harare (Zimbabwe), 6 febbraio 2015, Nena News – Secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch, il governo dello Zimbabwe avrebbe limitato deliberatamente gli aiuti umanitari durante l’inondazione dell’inizio del 2014. L’obiettivo sarebbe stato quello di costringere le 20.000 vittime del disastro ambientale a reinsediarsi in terreni dove il governo del Paese sudafricano prevedeva di stabilire piantagioni di canna da zucchero.

Nel febbraio 2014, dopo pesanti piogge, nel bacino di Tokwe-Mukorsi, nella regione di Masvingo, nello Zimbabwe sudorientale, una catastrofica alluvione costrinse l’esercito del Paese a trasferire circa 3.300 famiglie nel campo delle Nazioni Unite di Chingwizi. Dichiarato immediatamente lo stato di disastro nazionale dall’attuale presidente Robert Mugabe. Il governo zimbabwiano chiuse il campo nel mese di agosto, nel tentativo di trasferire in modo permanente tutte le famiglie a Bongo e Nyoni, nell’area di Nuanetsi, dove a ciascuna famiglia fu assegnato un ettaro di terreno da coltivare.

Il Ministro degli affari provinciali di Masvingo, Kudakwashe Bhasikiti, legato al partito di governo ZANU-PF, impose alle famiglie la sola coltivazione di canna da zucchero, per un progetto stabilito dettagliatamente nei piani di Mugabe. Coloro che non seguirono le disposizioni, rimasero senza mezzi di sostentamento e vennero etichettati come “nemici dello Stato”.

La polizia antisommossa ha indiscriminatamente picchiato e arrestato 300 persone durante manifestazioni. L’esercito di Mugabe ha utilizzato la violenza e l’intimidazione per sedare le proteste, e limitato la distribuzione di cibo, servizi sanitari e accesso all’istruzione a coloro che si rifiutavano di accettare i piani di reinsediamento governativi. L’assistenza alimentare era garantita alle sole famiglie reinsediate a Nuanetsi.

Oggi, un anno dopo il disastro, le famiglie di Nuanetsi sono ancora interamente dipendenti dagli aiuti umanitari. Nel settembre 2014 l’ultima derrata di aiuti umanitari dal Programma Alimentare Mondiale. Per raggiungere acqua potabile la gente è costretta a camminare per almeno 20 chilometri. Molti vivono ancora nelle tende. Mugabe ha proibito la costruzione di strutture permanenti in quanto la proprietà del terreno è ancora contesa tra il governo, il Development Trust Fund of Zimbabwe, organizzazione sotto il controllo della Presidenza, e le due società private Nuanetsi Ranch Private Limited e Zimbabwe Bio Energy Limited.

Le accuse al regime di Mugabe sono quelle di abuso e violazione dei diritti umani alle vittime delle inondazioni, costrette a lasciare improvvisamente le loro case e reinsediare terreni per programmi forzati di coltivazione. Il governo dello Zimbabwe ha costretto 20.000 persone ad accettare un pacchetto di reinsediamento che ha fornito lavoro, ad un’irrisoria retribuzione, e ha lasciato le vittime delle inondazioni del tutto indigenti.

I 28 anni del governo di Mugabe non sono stati privi di episodi di violazione dei diritti umani. Amnesty International già nel 2005 denunciò l’Operazione Murambatsvina, che portò alla distruzione di più di 92.000 abitazioni, nelle zone periferiche della città di Harare e dei più grossi centri urbani, occupate dalle baraccopoli. 700.000 persone rimasero senza una casa. Nena News

Nena News Agency “Zimbabwe. Le coltivazioni forzate” – di Federica Iezzi

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SIRIA. Human Rights Watch: gruppi ribelli reclutano bambini

Nena News Agency – 26 giugno 2014

 

“Maybe we live and maybe we die” è l’ultimo report dell’organizzazione per i diritti umani. L’accusa è quella di assoldare minori di 14 anni nelle milizie che combattono per l’esercito governativo di Bashar al-Assad

 

Siria

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 26 giugno 2014, Nena News – La pratica di arruolare al jihad bambini e ragazzi, di età inferiore ai 14 anni, di trascinarli in prima linea con le armi in spalla, era già stata documentata da Human Rights Watch già nel novembre 2012, in brigate affiliate all’Esercito Siriano Libero nelle città di Daraa e Homs. Ora nell’ultimo rapporto dell’organizzazione  a tutela dei diritti umani, pubblicato il 23 giugno, si documenta come i gruppi jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, l’Esercito Siriano Libero, il Fronte Jabhat al-Nusra, i gruppi armati di Yekîneyên Parastina Gel e le forze di polizia curde di Asayish,  reclutino sistematicamente ragazzi sopra i 15 anni, addestrandoli all’uso delle armi. Anche i bambini sotto i 14 anni vengono impiegati in ruoli di supporto, come tenere posti di blocco, spiare, occuparsi dei feriti o portare munizioni al fronte. Daraa, Aleppo, Damasco e il governatorato di Idlib sono le aree maggiormente coinvolte. I ragazzini sono soprattutto reclutati dai campi profughi nella provincia di Idlib e nelle aree di Hasakeh sotto il controllo curdo, e dai campi rifugiati fuori dal territorio siriano, in quello di Zaatari in Giordania, in Turchia, Libano e Kurdistan iracheno.

Il numero esatto di “bambini soldato” coinvolto nel conflitto siriano non è noto. Il Violations Documenting Center siriano, dal settembre 2011, ha dimostrato la morte di 194 bambini, arruolati nelle forze di opposizione al governo siriano.

La popolazione civile è la vera vittima del sangue versato in Siria. I siriani inermi sono gli unici a subire le peggiori violenze dall’esercito di Assad e dalle fazioni armate a lui avverse, che vanno dall’Esercito Siriano Libero, vicino al governo di transizione, a Jabhat al-Nusra, gruppo affiliato ad al-Qaeda, e all’ISIS, la formazione di animo jihadista oggi più spietata e meglio organizzata. I 25 ragazzini intervistati da HRW raccontano di essere entrati nei gruppi ribelli per seguire amici o parenti, dopo aver subito torture o detenzioni dal regime di Assad. Alcuni ricevendo addirittura un compenso mensile fino a 100 dollari e forniture alimentari, tra cui, olio, prodotti in scatola e cereali.

La mancanza della vita scolastica è una delle motivazioni per cui i ragazzini si avvicinano agli oppositori di Assad. Proposte letture e insegnamenti. I bambini ricevono in più, dai seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi, lezioni sulla sharia’a, sulla cultura islamica e addestramento bellico, dalle tattiche militari all’uso delle armi. Dall’analisi dei più recenti dati dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), dell’UNDP (United Nations Development Programme) e del Syrian Centre for Policy Research, il 52% dei bambini in età scolare non può più frequentare le scuole, percentuale che in alcuni centri, come Al Raqqa e Aleppo raggiunge il 90%, in altri, come Damasco, sfiora il 70%. Alla fine del 2013, 4.000 scuole erano inagibili, distrutte, danneggiate gravemente o usate come rifugio per gli sfollati.

Secondo il II Protocollo Aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra e secondo lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, costringere ragazzi minori di 15 anni all’arruolamento è un crimine di guerra. Il governo siriano non ha mai ratificato il II Protocollo Aggiuntivo e mai aderito allo Statuto. Nel 2003 la Siria ha invece ratificato il Protocollo Opzionale, alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, che all’articolo 4 proibisce il reclutamento alle armi per i ragazzi di età inferiore ai 18 anni.

Nel marzo 2014, il report della Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta ONU sulla Siria parla di reclutamento di ragazzi di età inferiore ai 13 anni, anche da parte dell’esercito governativo siriano, usati nei checkpoint di Aleppo, Dara’a e Tartus. Nena News

 

Nena News Agency “SIRIA. Human Rights Watch: gruppi ribelli reclutano bambini” di Federica Iezzi

 

 

 

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SIRIA. Ad uccidere è anche la fame

Siria – Ad al-Rastan (Homs) manca il latte che è spesso disperatamente sostituito da soluzioni di acqua e zucchero

 

Nena News Agency – 14 giugno 2014

Secondo i dati ONU, almeno 250.000 siriani sono a rischio immediato di fame. I lunghi assedi, i bombardamenti indiscriminati dell’esercito governativo e dei miliziani islamici, l’obbligata assenza di aiuti umanitari, hanno come risultato quello di affamare disastrosamente la popolazione civile 

 

Douma (Siria) - by Abd Doumany

Douma (Siria) – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 14 giugno 2014, Nena News  – Secondo i recenti report dell’ONU, nella Siria in preda alla guerra civile ci sono almeno 250.000 persone che si trovano in zone difficilmente raggiungibili dall’assistenza umanitaria e che sono quindi a rischio fame. Quest’anno il World Food Programme, ha previsto di fornire assistenza alimentare a 6,5 milioni di siriani. 4 milioni di persone all’interno della Siria e 2,5 milioni di rifugiati nei paesi limitrofi: Libano, Giordania, Turchia, Iraq ed Egitto.

In terra siriana, nelle maggiori città e nei più isolati villaggi la situazione è sovrapponibile: gli scaffali dei negozi sono desolatamente vuoti. Dalle strade malridotte si vedono campi abbandonati alla noncuranza, si attraversano villaggi che sopravvivono a stento non potendo più contare sui raccolti agricoli. Troppo pericoloso seminare. Manca il gasolio, per permettere il funzionamento dei sistemi di irrigazione, specialmente nelle aree agricole di Idlib, Aleppo e Homs, le più coinvolte nel conflitto. I trattamenti e i concimi sono costosissimi e spesso introvabili.

Le zone orientali del Paese, lambite dalle acque dell’Eufrate, che consentivano la quasi totalità del sostentamento alimentare della popolazione siriana, sono oggi quelle più colpite dai bombardamenti. A questo si aggiunge la siccità che colpisce le colture nelle zone occidentali. Si vedono i primi segni di una ingente carestia.Alla scarsa produzione si sommano le imponenti difficoltà legate alla distribuzione del cibo. Percorrere le strade militarizzate della Siria, tra le centinaia di posti di blocco e attraversando le linee del fronte, è sempre più pericoloso.

Dai dati dell’Ufficio di Statistica Siriana, il costo di pane e cereali sono aumentati del 115%.

Secondo Human Rights Watch nelle campagne che circondano Damasco e Homs cresce la scarsità di cibo. Nelle zone tenute sotto assedio, 288 mila civili sopravvive mangiando olive, verdure di campo, erbe e radici. Quasi ogni giorno si hanno notizie di scontri a fuoco, attentati falliti e episodi di violenza. E poi si fa i conti con  la pratica dell’assedio e con quel che ne consegue: mancanza di cibo, di medicine, di generi di prima necessità.

Lo scorso febbraio il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2139, ha imposto al governo siriano e alle forze dell’opposizione di consentire l’accesso ai convogli umanitari nelle aree abitate dai civili. Nelle aree controllate dall’esercito regolare, le Agenzie delle Nazioni Unite operano con il consenso di Damasco, permesso che viene spesso rifiutato quando l’intervento è nelle zone, faticosamente accessibili, in mano ai ribelli.

Attualmente il World Food Programme trasporta derrate alimentari nel nord-est della Siria, superando il confine con la Turchia, attraverso il passaggio Nusaybin.

Dunque, oggi, ad uccidere in Siria è anche la fame. Dagli ultimi comunicati del Damascus Center for Human Rights Studies, nel solo mese di maggio in Siria sono morte 2422 persone, tra cui 290 bambini.

Secondo le agenzie umanitarie, prime fra tutte Amnesty International, solo nel campo profughi palestinese di Yarmouk, nella periferia sud di Damasco, circa 20 mila persone si trovano in uno stato di estrema povertà e a rischio malnutrizione, per il mancato arrivo degli aiuti umanitari. Le forze ribelli controllano il campo da oltre un anno e l’esercito ha iniziato un assedio lo scorso giugno. Negli ultimi due mesi più 100 persone sono morte per fame o per mancanza di farmaci essenziali. Nel campo, l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente) riesce saltuariamente a consegnare aiuti, solo dopo estenuanti e ripetute richieste di permesso al governo di Assad.

La mancanza di un coprifuoco e i bombardamenti in pieno giorno senza preavviso, da parte dell’esercito di Assad e da parte dei miliziani jihadisti dell’opposizione, rendono impossibile perfino rovistare per strada alla ricerca di cibo. Rendono impossibile fuggire dai combattimenti che infuriano tutt’intorno. Per il Diritto Internazionale Umanitario, colpire zone densamente popolate da civili, dalle quali la popolazione non ha alcun modo di fuggire, e assediarla fino alla fame, è un crimine di guerra. Nena News

 

Nena News Agency “SIRIA. Ad uccidere è anche la fame” – di Federica Iezzi

 

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