KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta

Nena News Agency – 26/10/2017

Seggi aperti dalle 6 di questa mattina. Il Paese africano sceglie di nuovo il presidente dopo l’annullamento delle elezioni di agosto. Ma senza l’oppositore Odinga, che boicotta il voto, il risultato è scontato

Nairobi commercial district, graffiti per elezioni_UNDP

Nairobi, Kenya – Election graffiti in Nairobi commercial district

di Federica Iezzi

Roma, 26 ottobre 2017, Nena NewsIl Kenya torna a votare oggi dopo le massicce proteste nelle strade e le violenze, seguite alle elezioni presidenziali dello scorso agosto, annullate per irregolarità dalla Corte Suprema quando si attendeva la vittoria del capo dello stato uscente Uhuru Kenyatta, sull’oppositore Raila Odinga, il leader della National Super Alliance. Quest’ultimo si è poi fatto da parte lamentando la mancanza di una autentica riforma elettorale.

Come si è arrivati a questo punto?

All’inizio di agosto, il Kenya aveva votato per un nuovo presidente. Più di 15 milioni di persone hanno partecipato attivamente alla tornata elettorale. Per la prima volta è stato usato un nuovo sistema di votazione elettronico, volto ad evitare il rischio di brogli e voti non idonei. Tuttavia, nonostante il nuovo sistema in vigore, Odinga e sostenitori hanno contestato i risultati, che proclamano come vincitore Kenyatta, denunciando infiltrazioni alla banca dati dell’organo elettorale e dunque profonde manipolazioni di tutto il processo democratico.

Manifestazioni contro la vittoria di Kenyatta si sono susseguite in tutti i maggiori centri kenyani, secondo i rapporti diffusi da Amnesty International e Human Rights Watch. Quei report internazionali rafforzano le denunce degli attivisti locali e dei gruppi che difendono i diritti umani, i quali accusano la polizia kenyana di brutalità e omicidi extragiudiziali. Trentatré persone sono state uccise dalle forze di polizia nei giorni immediatamente successivi alla data del voto presidenziale di agosto.

Il portavoce della polizia Charles Owino non ha esplicitamente risposto alle denunce.

Sulle base delle accuse di frode elettorale formalizzate da Raila Odinga, la Corte Suprema ha perciò deciso di annullare il risultato elettorale, stabilendo una una nuova data entro 60 giorni. Prima al 17 ottobre, poi al 26 ottobre. Odinga in reazione ha perciò dichiarato che avrebbe partecipato alla nuova consultazione soltanto se le riforme elettorali da lui richieste sarebbero state attuate. A cominciare dalla sostituzione del capo della commissione elettorale.

Infine il 10 ottobre il leader del National Super Alliance si è ritirato dalle elezioni, a causa del mancato compimento delle riforme auspicate da parte dell’Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC).

Poco dopo la decisione di abbandono di Odinga, il parlamento kenyano ha approvto una nuova legge elettorale, secondo la quale alla rinuncia di un candidato segue automaticamente la vincita del candidato contrapposto. Immediate sono state le proteste da parte dei sostenitori di Odinga che hanno colorato le strade kenyane.

Una nuova petizione è stata presentata alla Corte Suprema kenyana da attivisti per i diritti umani, secondo la quale l’attuale commissione elettorale non è pronta a verificare un sondaggio credibile.

Così mentre la macchina elettorale è in moto e i cittadini esprimono oggi la loro scelta, l’opposizione lancia nuovi pressanti appelli a boicottare il “voto vergognoso” non libero, nè giusto, dice. Il governo Kenyatta risponde invitando le persone ad esercitare il loro diritto democratico. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta” di Federica Iezzi

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YEMEN. I bambini e le bombe saudite

Nena News Agency – 04/09/2017

Buthina ha sei anni e ha perso otto membri della sua famiglia la scorsa settimana quando un ‘errore tecnico’ di Riyadh ha devastato la sua casa seppellendola viva per ore sotto le macerie. L’ennesimo massacro di civili a cui la Comunità Internazionale ha risposto con il consueto silenzio

La campagna mediatica #I_speak_for_Buthina

di Federica Iezzi

Roma, 4 settembre 2017, Nena News – Neppure una bambina di sei anni appena, rimasta per ore seppellita viva dalle macerie, riesce a scuotere le coscienze dei potenti sulla sanguinosa guerra che sta frantumando lo Yemen. E intanto il grido sul web non trova pace: #I_speak_for_Buthina. Questa è la storia di Buthina Muhammad Mansour Saad al-Raimi, uno squarcio sul mondo dei bambini in Yemen.

Il Paese è entrato nel terzo anno di una feroce guerra civile che non accenna ancora a placarsi, dopo più di 10.000 morti, almeno 48.000 feriti, 19 milioni di persone alla disperata ricerca di aiuti umanitari, tre milioni di sfollati interni.

Lei è tra i sopravvissuti di questa cupa guerra, in cui il ruolo dei sauditi è tanto sporco quanto i venditori di armi occidentali. Altri 1.500 bambini sono stati cancellati dal mondo a suon di bombe, mortai, proiettili, crolli e malattie. E più di 2500 sono i bambini feriti, mutilati, annullati.

Ha perso otto membri della sua famiglia, Buthina, dopo che la scorsa settimana un attacco aereo guidato dall’Arabia Saudita ha rovesciato la casa dove viveva, nel quartiere residenziale di Faj Attan, nella capitale Sana’a, zona controllata dal 2014 dagli Houthi. Ha perso la madre Amal, il padre Muhammad, quattro sorelle, Ala’a, Aya, Berdis e Raghad, il fratello Ammar, e lo zio Mounir. Nei sei appartamenti dell’edificio crollato, altre 17 persone sono state uccise e almeno 16 sono i feriti che si contano a causa dello stesso bombardamento aereo.

1. Buthina con i cinque fratelli – 2. Il crollo dell’edificio dove viveva Buthina a Sana’a – 3. Buthina all’Almutawakel hospital di Sana’a – 4. La gente di Sana’a sostiene Buthina in ospedale

La coalizione saudita ha giustificato per l’ennesima volta l’attacco indiscriminato verso i civili come un ‘errore tecnico’, continuando, senza alcuna prova ufficiale, ad accusare gli Houthi della creazione di centri di comando nelle zone residenziali di Sana’a. E la Comunità Internazionale continua a guardar scorrere il massacro, immobile e in silenzio. Oggi Buthina è ancora ricoverata all’Almutawakel hospital di Sana’a. Ha un trauma cranico, ha iniziato con fatica ad aprire l’occhio sinistro. Da quell’occhio non vede nulla. Non ha miracolosamente avuto bisogno di un intervento chirurgico d’urgenza, per ridurre le multiple fratture a livello del massiccio faciale, ma la strada per una ricostruzione ossea rimane lunga.

Si unisce ai 6000 bambini yemeniti orfani di guerra, con in braccio una bambola più grande di lei, parcheggiata in un letto di ospedale. La gente di Sana’a è, anche oggi, in fila nei corridoi del vecchio ospedale per rassicurarla e per darle anche solo una carezza, un abbraccio, un saluto. Non si sveglierà mai più accanto alla sua mamma e al suo papà, non mangerà mai più insieme ai suoi fratelli, non giocherà mai più sulle spalle dello zio. La guerra in Yemen pesa su due milioni di bambini malnutriti, su otto milioni di bambini che non hanno accesso all’acqua pulita e ai servizi igienici, su centinaia di bambini che continuano a morire e ad ammalarsi di colera, su due milioni di bambini che non vanno più a scuola.

Buthina all_Almutawakel hospital di Sana_a con lo staff sanitario

Buthina all’Almutawakel hospital di Sana’a con lo staff sanitario

Human Rights Watch è il promotore di ripetute richieste, al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, per la conduzione di un’indagine indipendente, sulle violazioni del diritto internazionale umanitario in Yemen. Presto sarà consultabile la relazione annuale ‘Children and armed conflict’, al momento sotto revisione del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres.

Nel 2016 la breve nomina dell’Arabia Saudita nell’elenco dei violatori dei diritti dell’infanzia, nel corso della guerra in Yemen, scatenò la collera e l’indignazione dei ricchi Paesi occidentali. Sotto una costante pressione saudita e in seguito alla sottile minaccia di interrompere i finanziamenti alle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, il segretario generale all’epoca, rimosse il Paese dall’elenco. Nena News

#I_speak_for_Buthina #StopTheWarOnYemen

Nena News Agency “YEMEN. I bambini e le bombe saudite” di Federica Iezzi

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AFRICA. Kenya al voto, in vista nessun cambiamento

Nena News Agency – 01/08/2017

La base elettorale di Uhuru Kenyatta è costituita da agricoltori di piccole-medie imprese agricole. Quella di Raila Odinga sono i suoi governatorati fortificati. In ogni caso nessuna delle due figure rappresenta il marchio del cambiamento per il Kenya

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di Federica Iezzi

Roma, 1 agosto 2017, Nena NewsIl prossimo otto agosto il Kenya voterà per le sue quinte elezione presidenziali a partire dalla fine dello stato unilaterale del 1991. Delle quattro elezioni precedenti, tre sono state alterate dalla violenza, compresa l’elezione 2007-2008, quando 1.100 persone sono state uccise e 650.000 sfollate, in cui il presidente in carica fu accusato di crimini contro l’umanità nei riguardi delle etnie Luo, Luhya e Kalenjin, all’epoca principali oppositori.

Gli ultimi sondaggi vedono in testa il presidente in carica Uhuru Kenyatta, con il 47% dei voti, appoggiati dal partito liberale Jubilee. Dall’opposizione risponde, con il 42% dei voti, il partito National Super Alliance (NASA), coalizione di centro-sinistra, con il suo candidato Raila Odinga.

Secondo la legge costituzionale kenyana dunque, almeno per adesso, nessun candidato ha abbastanza voti per superare la fatidica soglia del 50%, indispensabile per aggiudicarsi la vittoria. A questo si aggiunge più del 10% degli elettori registrati che non prevede di partecipare alle prossime elezioni.

Nel 2013 Kenyatta ebbe la meglio su Odinga per soli 4.000 voti, con la piaga dilagante dei voti invalidi.

In un Paese in cui l’80% della popolazione ha meno di 35 anni, solo il 13% per cento di coloro che corrono per cariche politiche, sono in quella fascia d’età. Questo dice qualcosa sulla politica paternalistica che il Kenya sta lottando per allontanare. Per anni i giovani non hanno avuto e continuano a non avere alcun ruolo nella politica nazionale del Paese. La macchina elettorale è ancora guidata da vecchi politici e vecchie politiche che non riflettono la volontà del giovane elettorato.

La base elettorale di Uhuru Kenyatta è costituita da agricoltori di piccole-medie imprese agricole che si aspettavano autorevoli investimenti nell’agricoltura, in cambio del loro sostegno alla candidatura del 2013 dello stesso Kenyatta. Promesse puntualmente disattese.

La base di Raila Odinga, sono i suoi governatorati fortificati, durante il suo mandato quinquennale come primo ministro. Il resto del Paese è inesistente. Nessuna delle due figure insomma rappresenta il marchio del cambiamento per il Kenya.

Oggi la differenza in Kenya la fanno le 47 contee, in cui è stato suddiviso il Paese nel 2010, ciascuna con un proprio bilancio e con le proprie strutture politiche. Dunque, la politica iper-locale salva gli elettori dalla delusione collettiva verso la politica nazionale. La politica di ciascuna contea ha un impatto reale sulla vita degli abitanti. Le strade che non esistevano ora esistono. I pozzi che prima non c’erano ora vengono scavati.

Secondo gli osservatori di Human Rights Watch, le contee di Mandera, Baringo South, Laikipia e Turkana, sono a più alto rischio di violenze elettorali. Al momento non è garantita nè un’adeguata sicurezza nel corretto espletamento delle operazioni di legge, né un’adeguata protezione verso i residenti. Nena News

Nena News Agency “AFRICA. Kenya al voto, in vista nessun cambiamento” di Federica Iezzi

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YEMEN. Sette giorni in sette foto: Ramadan

Nena News Agency – 10/06/2017

Per una settimana vi proporremo ogni giorno una foto scattata dalla nostra collaboratrice Federica Iezzi a Sana’a. Sette foto per raccontare la vita quotidiana in un paese martoriato dalla guerra

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di Federica Iezzi

Sana’a, 10 giugno 2017, Nena News – Inizia con ondate di bombardamenti e poca speranza di un cessate il fuoco il Ramadan per lo Yemen. Le temperature che spesso superano i 40°C, le scarse forniture elettriche e il difficoltoso accesso all’acqua rendono particolarmente impegnativo il digiuno che i musulmani devono osservare dall’alba al crepuscolo.

Secondo Human Rights Watch, il mese sacro islamico di Ramadan potrebbe fornire alle parti coinvolte nel conflitto armato in Yemen un’opportunità per rimediare al trattamento illegale dei detenuti.

Particolarmente gravi le detenzioni arbitrarie e le sparizioni forzate da parte delle forze di sicurezza sostenute dal governo saudita nelle zone meridionali e orientali del paese, tra cui i governatori di Aden, Abyan e Hadramawt. Nena News

Nena News Agency “YEMEN. Sette foto in sette giorni: Ramadan” di Federica Iezzi

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#SaveDinaAli, la donna saudita incarcerata per aver cercato la libertà

Nena News Agency – 02/05/2017

Dina Ali Lasloom in fuga verso l’Australia è stata arrestata a Manila durante uno scalo aereo e subito rimpatriata a Riyadh. Di lei non si sa più nulla. L’Arabia saudita continua a godere di impunità, nonostante le violazioni dei diritti umani, perché alleata dell’Occidente

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di Federica Iezzi

Roma, 2 maggio 2017, Nena NewsDa metà aprile l’hashtag #SaveDinaAli ha riempito gli spazi dei social network. Ma chi è Dina Ali Lasloom? E’ una giovane donna saudita di 24 anni che ha tentato la fuga in Australia per chiedere asilo politico, per sfuggire alle pesanti restrizioni imposte dalla sua famiglia, ed ora è in carcere a Riyadh “colpevole” di alcun reato se non quello di aver cercato la libertà.

Ad una donna saudita non è permesso viaggiare liberamente all’estero, nè sposarsi, lavorare o ottenere assistenza sanitaria, a causa del severo sistema di tutela maschile discriminatorio che è alla radice di molti abusi contro il genere femminile, in Arabia Saudita, Paese che continua a godere di impunità e immunità a causa della sua alleanza con l’Occidente.

Dina Ali Lasloom è stata arrestata in fuga a Manila, nelle Filippine, durante uno scalo aereo, ed è stata prontamente rimpatriata a Riyadh, nonostante la grande campagna condotta dal team di Amnesty International, impegnato nei Paesi del Golfo.

Le autorità filippine l’avrebbero trattenuta in regime di detenzione nel Ninoy Aquino International Airport di Manila, confiscandole il passaporto. L’ambasciata saudita a Manila ha confermato che la donna sarebbe ritornata in Arabia Saudita accompagnata dai suoi parenti, ma non ha fornito ulteriori informazioni.

Da quel momento non sia hanno più notizie di Dina Ali Lasloom. Si parla del suo trasferimento in una struttura di detenzione a Riyadh, la Correctional Facility for Women.

Tutto questo avviene, come una beffa, alla vigilia della folle decisione presa dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, di avere una rappresentanza saudita tra i 45 membri che costituiscono la Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne (UNCSW), l’organismo ONU più impegnato nella lotta per l’uguaglianza di genere. Nomina in netto contrasto con i dati diffusi dal Report sulla Disparità di Genere 2016, redatto dal Forum Economico Mondiale, in cui la monarchia del Golfo occupa la 141esima posizione su 144 per la questione ‘diritti femminili’.

Il sistema di tutela maschile saudita implica che la vita di una donna sia controllata da un parente maschile dalla nascita fino alla morte, il wali al-amr. Chi come Dina fugge dalla famiglia o dal Paese di appartenenza, deve affrontare la punizione riservata a chi lede l’onore familiare. La pena spesso si chiama delitto d’onore: un fenomeno antico quanto le società maschiliste, che viene nascosto, giustificato, tollerato e poco punito. Le autorità considerano queste questioni come ‘affare familiare’. Se la famiglia della donna accusata decide come punizione, la condanna a morte, non seguirà nessuna accusa ad alcun membro della famiglia.

Human Right Watch è il capofila della campagna per esortare il leader saudita, il re Salman Bin Abdulaziz, ad intervenire per assicurare un’adeguata protezione a Dina Ali Lasloom contro l’accusa e contro i trattamenti degradanti che ne derivano.

Il sequestro e la detenzione delle donne saudite non è inusuale: la teocrazia del regno detta che le donne debbano trascorrere tutta la loro vita sotto la tutela maschile. Chiunque disapprovi un matrimonio forzato o le mille altre restrizioni maschili viene redarguito duramente.

La razionalità teocratica per limitare il movimento delle donne, nasce da una visione distorta di un versetto del Corano, contenuto nella Sura IV An-Nisâ’, dedicata alle donne, il quale recita che gli uomini sono ‘protettori e manutentori delle donne’. Nel Corano viene usata la parola qawwamun, è il reale significato è quello di ‘prendersi cura’.

L’interpretazione wahabita-salafita dell’Arabia Saudita, costringe invece le donne ad essere di fatto prigioniere dei loro uomini.

Gli attivisti per i diritti delle donne in Arabia Saudita hanno più volte richiesto al governo di abolire il sistema di tutela maschile. La pratica della tutela maschile nelle sue molteplici forme compromette e, in alcuni casi, annulla una serie di diritti umani femminili, violando la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), che l’Arabia Saudita ha ratificato nel 2000. Nena News

Nena News Agency “#SaveDinaAli, la donna saudita incarcerata per aver cercato la libertà” di Federica Iezzi

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SIRIA. Ospedali al collasso ad Aleppo Est

Nena News Agency – 19/12/2016

Secondo fonti sanitarie, non ci sono più bombole di ossigeno disponibili e tutte le forniture e le scorte si stanno esaurendo. Sono almeno 400 le persone gravemente ferite o malate che necessitano l’evacuazione immediata. Scarseggia il cibo

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di Federica Iezzi

Roma, 19 dicembre 2016, Nena News – Sono ancora insufficienti gli sforzi per garantire l’accesso alle Nazioni Unite al fine di fornire assistenza umanitaria ad Aleppo. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, almeno 4,9 milioni di persone vivono in zone assediate o difficili da raggiungere nel territorio siriano.

E’ iniziata una lenta evacuazione dei feriti di Aleppo, grazie a un fragile accordo fra forze governative e forze di opposizione. Il primo convoglio della Mezzaluna Rossa siriana tra giovedì e venerdì scorso ha trasferito circa 9.000 tra civili e miliziani feriti fuori da Aleppo. Sabato le attività si erano temporaneamente fermate per un presunto non rispetto dell’accordo di tregua e sono riprese lentamente nelle ultime ore. Invece appaiono ancora difficoltose le attività di rifornimento degli ospedali e le attività di assistenza ai 40.000 civili (secondo alcune fonti sarebbero molti di meno) rimasti nei quartieri orientali della città riconquistati nei giorni scorsi dalle forze governative siriane.

In questi mesi non sono state risparmiate le strutture sanitarie nella zona est di Aleppo. Gli ospedali di Aleppo, dicono fonti dell’opposizione, sarebbero stati bombardati in più di 30 attacchi separati. Fornire cure mediche è molto complicato. Ci sono solo piccole cliniche che stanno cercando di far fronte a centinaia di feriti che i pochi medici rimasti non possono fare nulla per aiutare concretamente.

Fonti sanitarie di Aleppo Est affermano che non ci sono bombole di ossigeno disponibili e che tutte le forniture e le scorte si stanno esaurendo. Non esistono più né unità di terapia intensiva, né reparti, né pronto soccorso. Si lavora nei corridoi, nei sottoscala, sotto tettoie all’aperto. Non ci sono veicoli per trasportare i feriti né carburante, alcuni sono trasportati su carri. Non c’è nemmeno più il tempo per segnalare e contare le vittime.

Degli otto ospedali funzionanti ad Aleppo est, oggi l’unico ospedale aperto è un edificio profondamente ferito, è un edificio dai corridoi intrisi dal colore e dall’odore del sangue. Testimoni ci hanno riferito che urla e grida riempiono le sue stanze. Gran parte della zona circostante è stata distrutta. Il personale sanitario lotta con attrezzature danneggiate, mancanza di spazio per i feriti e una quantità insufficiente di forniture. La maggior parte dei pazienti è a terra. Non c’è spazio per camminare.

Scarseggiano cibo e medicine. La gente rimasta mangia fagioli bianchi schiacciati con il grano. I costi dei prodotti alimentari sono alle stelle, un chilo di farina costa venti dollari, uno di zucchero 13 dollari. Il pane è razionato: solo cinque fette per famiglia. Non ci sono più le verdure.

Per questo le autorità governative siriane e i gruppi armati di opposizione devono immediatamente e senza condizioni facilitare la consegna degli aiuti umanitari nella zona est di Aleppo: questo il disperato appello di Human Rights Watch. Secondo l’organizzazione non governativa internazionale, migliaia di sfollati sopravvivono stipati nei vicoli e negli edifici vuoti dei quartieri ad est della città. Sono almeno 400 le persone gravemente ferite o malate che necessitano l’evacuazione immediata.

Le organizzazioni umanitarie parlano di fame, malnutrizione, freddo, malattie, mancanza di acqua potabile e forniture mediche. L’offensiva ha spostato decine di migliaia di persone. Molte di loro hanno lasciato l’Aleppo orientale, altre sono state trasferite all’interno della parte occidentale della città.

Secondo fonti dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, centinaia di civili sono stati bloccati da gruppi di opposizione armati mentre tentavano di fuggire da violenze e rappresaglie. Non diverso il comportamento dell’esercito governativo che avrebbe colpito civili sospettati di sostenere i gruppi armati di opposizione. Nena News

Nena News Agency “SIRIA. Ospedali al collasso ad Aleppo Est” di Federica Iezzi

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GAMBIA. Jammeh sconfitto insiste, vuole un nuovo voto

Nena News Agency – 15/12/2016

Il presidente sconfitto, accusato di gravi violazioni dei diritti umani, parla di gravi irregolarità che avrebbero consentito al suo rivale, Adama Barrow, di vincere con il 4% di margine

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di Federica Iezzi

Roma, 16 dicembre 2016, Nena News – A sorpresa ha vinto l’opposizione nel piccolo stato anglofono dell’Africa Occidentale a maggioranza islamica. Il voto presidenziale del primo dicembre ha spazzato via l’autoritario governo di Yahya Jammeh in piedi dal 1994, quando un colpo di stato militare lo incoronava Presidente. A vincere le elezioni il candidato dell’opposizione Adama Barrow. Basso il margine di vittoria del neoeletto presidente Barrow su Jammeh: solo il 4%.

Perdita scioccante che all’inizio sembrava essere stata accettata dal presidente uscente Jammeh. Dichiarazione ritrattata solo dopo una settimana, contestando sia il processo che l’esito del voto presidenziale. Secondo Jammeh a invalidare le elezioni ci sarebbero state numerose irregolarità. Le ore successive all’annuncio hanno gettato il Paese in una profonda crisi politica interna. Jammeh chiede di tornare alle urne.

Gli Stati Uniti hanno criticato immediatamente la proposta di Jammeh a nuove elezioni, significherebbe ‘rimanere al potere illegittimamente’, ha sottolineato il Dipartimento di Stato in un comunicato.

Human Rights Watch, ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) e Unione Africana, hanno iniziato le proteste contro ogni tentativo illegale di sovvertire la volontà del popolo del Gambia. “Detenere, torturare e uccidere dissidenti e oppositori politici era abitudine del governo di Jammeh” ricordano a gran voce.

Il ministro degli esteri del Senegal, Mankeur Ndiaye, ha richiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, visto che in questo momento il Senegal è uno dei membri non permanenti del Consiglio.

Nel 1981 l’esercito dello stesso Senegal era intervenuto in Gambia per impedire un tentativo di colpo di stato contro l’allora presidente Dawda Jawara. Secondo Jammeh il Senegal avrebbe poi sostenuto un tentativo di colpo di stato contro di lui nel 2006.

La portavoce dell’opposizione Isatou Touray, ha criticato la decisione di Jammeh descrivendola come una ‘violazione della democrazia’.

Alcuni ufficiali militari si sono intanto già schierati con la decisione del Presidente in carica. Dunque fino a gennaio un governo di transizione traghetterà Barrow verso la presidenza e verso la prima finestra democratica dal 1965.

Ciò è in linea con una recente tendenza nella politica africana, dove baroni indipendenti si avventurano sempre più spesso nello spazio politico, a sostegno delle opposizioni.

L’esito del Gambia ripercorre i cambiamenti in atto nel continente africano. Sulla scia di Paesi come Nigeria, Ghana, Tanzania, Namibia, Kenya, Zambia, Capo Verde, Mauritius e Malawi, si continuano a seguire processi di transizione politica per la costruzione di istituzioni democratiche stabili. Ma il percorso resta tortuoso e l’instabilità regna. Nena News

Nena News Agency “GAMBIA. Jammeh sconfitto insiste, vuole un nuovo voto” di Federica Iezzi

 

 

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