Tra i minatori di carbone a Donetsk

Frontiere News – 04 agosto 2015

Donetsk oggi sembra una città fantasma, eppure è tutt’altro che vuota. Negli scantinati sotto le macerie delle case vivono, rannicchiate sotto le coperte, ancora centinaia di persone. Raccolgono l’acqua dalle pozzanghere sporche, mangiano e dormono in spazi segnati da secchi traboccanti di acqua piovana

Eastern Ukraine - Donetsk underground shelter 2 - Photo by Pavel Makeev

di Federica Iezzi

Donetsk (Ucraina) – Con pochi soldi, poco cibo e poche medicine, la gente a Donetsk ha ancora paura di lasciare i rifugi sotterranei.

L’atteggiamento degli uomini di Aleksandr Zakharcenko, leader dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, nei confronti di tutti coloro che hanno voluto o potuto lasciare le loro case nella zona controllata dai ribelli, si è indurito.

Per l’ingresso nelle aree orientali ucraine, non controllate dal governo di Porošenko, nuove procedure di autorizzazione bloccano i movimenti degli sfollati e intralciano l’ingresso di aiuti umanitari.

Vanko, un lavoratore delle miniere di carbone del Donbass, ci dice che la percezione della gente sui negoziati di pace di Minsk sembra quella di forzare il reinserimento della regione di Donetsk nella repubblica Ucraina. E come? Rendendo la vita miserabile per uomini e donne che rimangono nelle zone ribelli, arrivando perfino ad utilizzare la carestia forzata.

“L’azione militare su Donetsk ha solo aggravato problemi già esistenti”, continua Vanko. “Strade ghiacciate per tutto l’inverno, negozi sbarrati, case fatiscenti ferite da esplosioni. Nessuna abitazione ha il telefono fisso e non esiste un gasdotto che serve la città”.

Vanko ci racconta che ha dormito per mesi in uno scantinato umido, senza sentire mai l’aria fresca di Donetsk. La miniera di carbone dove lavorava è stata abbandonata e quando i lavoratori sono tornati, hanno trovato crolli e allagamenti. Distrutti circa quattro milioni di sterline di attrezzature. Oggi i minatori sono tornati a lavoro con turni estenuanti, l’ultimo salario risale a mesi fa.

Aneta ci racconta che tutti preferiscono rimanere a dormire nei seminterrati. “Non c’è niente da mangiare, non c’è niente da fare”. La gente dei sotterranei, come viene chiamata qui, non sarà conteggiata ufficialmente tra le oltre 5.000 persone che hanno perso la vita, nella guerra nell’Ucraina dell’est, ma l’esistenza per loro ha assunto un gusto amaro, ha raggiunto un peso inaccettabile.

Alla stazione degli autobus si parla di dove è possibile ottenere aiuti alimentari. “Fino a poche settimane fa era pericoloso anche uscire e mettersi in coda per avere la tua razione di cibo” ci dice Aneta, con le lacrime agli occhi, “non mi fido delle strade crivellate di Donetsk”.

Molti anziani durante i combattimenti sono rimasti nelle loro case senza riscaldamento, mentre le temperature fuori scendevano regolarmente sotto i 22 gradi. Mortai e razzi non hanno risparmiato i loro muri e le loro porte. Non hanno potuto lasciare le loro case perché senza soldi e perché non avevano un posto in cui andare. Aspettano da mesi farmaci troppo costosi, che a Donetsk non entrano con i convogli di aiuti umanitari.

Oggi le persone anziane continuano a morire per polmoniti e altre infezioni, a causa della scarsità di medicine e della difficoltà di accesso alle cure mediche.

Colpiti duramente i quartieri periferici della città, come quello di Kievsky, dove vivevano i più poveri. Strade una volta trafficate sono oggi deserte, case totalmente distrutte dall’artiglieria oggi sono abbandonate.

La disoccupazione è incalcolabile nelle regioni ribelli di Donetsk e Luhansk. Le imprese hanno chiuso e gli imprenditori sono fuggiti. A questo si aggiunge la decisione del governo di Kiev di smettere di pagare le pensioni nelle aree controllate dai ribelli. Molti uomini sono tentati dalla promessa di uno stipendio con le milizie filorusse. “Kiev sembra aver dimenticato il suo popolo”, ci dicono.

Quando è ancora buio, piccoli gruppi di donne e bambini, nascosti sotto vecchi vestiti e sciarpe, si radunano davanti a cadenti magazzini da cui si distribuiscono prodotti alimentari e per l’igiene.

Ogni giorno gli sfollati si organizzano in una coda, tutti con grandi ombre scure sotto gli occhi. Aspettano pazientemente in silenzio. Scandiscono i loro nomi e si registrano, mentre chiacchierano tra di loro. I volontari delle Nazioni Unite chiedono alle mamme se i bambini hanno bisogno di assistenza particolare. La risposta delle donne è simile a quella data da Dasha, una ragazza magra e sfiorita di poco più di 25 anni “Mio figlio è rimasto troppi mesi in un rifugio sotterraneo, senza vedere mai il cielo e il sole, mentre le bombe distruggevano il nostro quartiere. È solo spaventato”.

Dasha ci racconta che il piccolo Yaroslav, nella casa sotterranea, come la chiamava lui, piangeva perchè era sempre buio. “Avevamo bisogno di medicine, cibo, coperte. Ma quello che arrivava era solo il frastuono dei carri armati, attutito dalla neve”. Questo è il mondo di Yaroslav, il luogo in cui si trova a dover imparare a parlare e camminare.

Nei sotterranei la gente si riscaldava con il carbone delle miniere di Donetsk. Non era sicuro utilizzare legna da ardere presa nei boschi, a causa della presenza di esplosivi.

L’UNICEF ha stimato che più di 1000 bambini hanno vissuto per più di cinque mesi nei bunker di epoca sovietica di Donetsk. Ricreati parchi giochi, dietro i muri di cemento e le spesse porte di metallo, mentre il tonfo dei colpi di mortaio sostituiva il suono delle campanelle della scuola. Circa 5,2 milioni di persone vivono attualmente nelle zone di conflitto in Ucraina. 1,7 milioni dei quali sono bambini. 1.382.000 i rifugiati interni, 900.000 i rifugiati nei Paesi vicini.

Tra i letti di fortuna, vicino a Yaroslav, dormono Michael e Kostia, due fratelli di cinque anni. “A volte piace loro disegnare. Automobili, squadra di calcio preferita, persone, pianeti”, ci racconta la loro madre.

Appesi alle pareti, tuttavia, ci sono solo le immagini di carri armati, combattenti, pezzi di artiglieria e sistemi missilistici.

Le bambine si concentrano sui loro libri da colorare. Yuliya, sei anni, sfoggia la sua nuova magliettina rossa e ci dice “Voglio essere una pittrice quando sarò grande”.

La nonna di Yuliya ci dice che la bambina aveva iniziato la scuola nello scorso ottobre e la sua insegnante durante i bombardamenti la chiamava al telefono per continuare le lezioni. “Mi piacciono tutte le materie a scuola, ma le mie preferite sono il disegno e la matematica” ci dice entusiasta la piccola.

La maestra ha raccontato a Yuliya che la loro scuola nel quartiere di Petrovka, a Donetsk, è stata abbandonata. Le finestre sono state distrutte dal fuoco dell’artiglieria. Ora sono state sostituite con plastica. All’inizio del conflitto i bambini potevano andare a scuola per due giorni alla settimana.

La nonna di Yuliya ci dice che ha vissuto per settimane in un angusto rifugio sotterraneo, a dieci metri di profondità, costruito ai tempi di Stalin, insieme ad altri 26 adulti e 11 bambini. Una singola stufa per scaldarsi. Ci racconta che prima del cessate il fuoco, pesanti bombardamenti accompagnavano la notte. Iniziavano alle 23 e continuavano fino alle 5 della mattina dopo. “A volte eravamo impauriti dal silenzio”. I bambini ormai riconoscevano la differenza tra un colpo di mortaio e il rumore della botola che puntualmente batteva chiudendosi sulle loro teste.

I bambini più grandi sapevano addirittura distinguere i rumori dei lanciarazzi Smerch, dai più piccoli BM-27 Uragan e dai più grandi missili OTR-21 Tochka.

Rimangono ancora tutti nei rifugi antiaerei. “Ogni volta che usciamo, rischiamo di essere uccisi da una granata” dicono i giovani genitori. “E’ come essere in prigione”.

Le donne cucinano a volte al di fuori del rifugio su un fuoco da campo, dopo aver steso la biancheria su corde tese tra gli alberi. L’acqua è fredda e quando c’è l’elettricità viene scaldata nei bollitori. Spesso nei rifugi si usano lampade e candele.

Le famiglie con pochi risparmi, hanno aspettato in fila e lottato per stiparsi nei popolari autobus che li avrebbero allontanati da bombe e distruzione.

Molti sono fuggiti nella stazioni ferroviarie. Nelle sale d’attesa affollate, la gente è rimasta in coda per giorni per ottenere biglietti del treno gratuiti per Kiev.

Donetsk oggi sembra una città fantasma, eppure è tutt’altro che vuota. Entrando negli scantinati sotto le macerie delle case, nelle affollate stanze piene di letti, vivono rannicchiate sotto le coperte ancora centinaia di persone. Dipendono da aiuti umanitari. Raccolgono l’acqua dalle pozzanghere sporche. Mangiano e dormono in spazi segnati da secchi traboccanti di acqua piovana.

Una città di circa un milione di abitanti, ora vive per poche migliaia di anime.

Frontiere News “Tra i minatori di carbone a Donetsk” di Federica Iezzi

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Srebrenica sanguina ancora

Frontiere News – 21 luglio 2015

Dopo vent’anni dal massacro degli oltre 8mila bosniaci, civili ed ex militari raccontano una delle tragedie umanitarie più orrende di tutti i tempi

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di Federica Iezzi

Sarajevo (Bosnia-Erzegovina) – Oltrepassati i venti anni da quell’11 luglio del 1995, quando 8372 uomini bosniaci furono massacrati a Srebrenica, nella Bosnia orientale, da parte delle forze serbo-bosniache, in una città designata dalle Nazioni Unite, come rifugio sicuro.

E così dopo Metz-Yeghern, Shoah, Cambogia e Rwanda, riconosciuti dalla Comunità Internazionale, un altro genocidio si è consumato in una guerra da 100.000 vittime, combattuta tra le linee etnico-religiose di ortodossi serbi cristiani, bosniaci musulmani e croati cattolici.

Nel maggio del 1993 l’ONU istituì come zone protette le città di Sarajevo, Tuzla, Zepa, Goražde, Bihać e Srebrenica. Nel luglio del 1995, l’area di Srebrenica, protetta dai 400 olandesi delle Nazioni Unite, subì un’offensiva dalle truppe della Vojska Republike Srpske, che entrarono definitivamente nella città. Il generale Ratko Mladić, con l’appoggio dei gruppi paramilitari, guidati da Željko Ražnatović, fecero di Srebrenica simbolo e prezzo dell’inazione internazionale.

“La guerra non finirà mai, fino a quando tutte le vittime saranno ritrovate, riconosciute e sepolte”, ci dice Azra, che ha ritrovato i resti di suo padre soltanto lo scorso anno. Ora sono custoditi in una delle centinaia di bare drappeggiate di panno verde, che riposano insieme a 6241 altre vittime. Continua “I combattimenti non ci sono più, ma ritornano rabbia, rancore e lacrime quando una nuova fossa comune viene individuata e il processo ricomincia da capo”.

Fino ad oggi, gli esperti forensi hanno riconosciuto poco meno di 6500 vittime, da 93 fosse comuni e 314 siti superficiali. Secondo l’elenco ufficiale dell’International Commission on Missing Persons sono classificati come “mancanti”,  7789 abitanti di Srebrenica, i quali vengono considerati vittime della strage del 1995, dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia.

Il 16 marzo 2006 il Tribunale dichiara che gli incriminati per l’eccidio di Srebrenica sono 161, 124 sono stati già processati. 43 dichiarati colpevoli, otto assolti, 25 scagionati dalle accuse, quattro trasferiti alle rispettive corti statali e sei nel frattempo deceduti. 37 i processi ancora in fase di svolgimento, tra cui quelli su Radovan Karadžić e Ratko Mladić.

“Srebrenica era una prigione, non un’area protetta dai caschi blu” racconta Aleza, oggi una donna di 53 anni. “Eravamo in 9000 a Srebrenica. Siamo diventati 42.000. Sfollati interni da otto paesi circostanti. Rifugiati provenienti dalle montagne che segnano ancora il corso del fiume Drina. Bambini senza cibo ne vestiti. Anziani senza acqua. Anche l’aria puzzava. Ecco cosa era Srebrenica”.

Stringendo la mano di sua figlia Amelia di 24 anni, all’epoca poco meno di una bambina, continua “Con altre 25000 persone, camminammo a piedi verso Potocari. Erano sei chilometri. Eravamo solo donne e bambini. La mia famiglia fu separata e da allora non vidi più Aiden, il papà di Amelia. Ammassati come bestie su vecchi camion a gasolio ci portarono a Kladanj e poi a Tuzla. A più di 100 chilometri dalla mia famiglia, da casa mia, dalle mie cose, dai miei ricordi. Non so ancora dov’è mio marito”.

Il dottor Sejad Mujkanovic, all’epoca parte delle milizie musulmane locali, ha gli occhi induriti dalla vita, come tutti qui. Guarda spazi vuoti che nessuno sa riempire. “Ero costretto ad amputare gambe e braccia senza anestetici, sotto le urla disumane di gente che conoscevo. Arrivarono i gruppi paramilitari serbi, legati all’odio di Mladić. A questi si unirono i miei vicini di casa. Li potevo riconoscere mentre rubavano, devastavano e incendiavano case, profanavano moschee e chiese senza nessun pudore, uccidevano fratelli con cui, fino al giorno prima, pranzavano insieme”.

E’ il mese del Ramadan e all’alba ogni mattina uomini, donne e bambini, iniziano il loro cammino verso la moschea nella città di Zvornik, oggi sotto il controllo serbo. A 50 chilometri da Srebrenica, nei raid del 1992 di polizia, militari e forze paramilitari ultranazionalisti serbe, furono uccisi almeno 750 bosniaci e furono espulse dalla città le rimanenti famiglie musulmane. In quegli anni, in Bosnia due milioni di persone furono costrette a lasciare le proprie case per fuggire da violenze e persecuzioni.

Incontriamo Hana. Ha 42 anni e non ha figli. Indossa il velo in quel modo particolare delle donne bosniache, con un nodo visibile all’esterno, ma con la stessa rigorosità che insegna il Corano. E’ penoso il suo racconto. Sa di amaro e mette a nudo l’ignobile essenza dell’essere umano. “Mi hanno violentata sulle montagne intorno a Srebrenica. Non so il luogo. Ne chi. Il capitano si faceva chiamare Slobodan ma non so se era il suo vero nome. Aveva una mimetica verde scuro, sporca di terra. Ordinava ai suoi uomini di farmi violenza. Hanno usato posizioni e ferocia che una ragazza di 22 anni non poteva capire. Sanguinavo dopo ogni rapporto, non so da dove. Le mie gambe erano sempre sporche di sangue. Mi toccavo ma non sentivo cosa sanguinava. Dopo la prima volta in cui il capitano si scagliò impetuosamente su di me non riuscivo più nemmeno a piangere. Lui si compiaceva mentre i suoi uomini lo guardavano abusare di me e aspettavano agitati il loro turno. Ero così piccola”. Hana si ferma. “Non ho mai potuto avere figli”. 50mila donne subirono violenza sessuale nel corso del conflitto bosniaco. Nessuno fu punito. Nessuna condanna.

E mentre a Sarajevo, nella Snajperska aleja, tuonano ancora le scritte sui muri “Pazi Snajper” (attenzione cecchini) e “Opasna zona” (zona pericolosa), il terreno intorno a Srebrenica continua a inghiottire ossa e resti di uomini mai ritrovati.

“Fucili, granate, bombe artigianali e carri armati serbi seppellivano ogni ora ragazzi, uomini, anziani. Quando oggi trovi un osso non c’è modo di sapere chi si ritrova. Un osso è solo un osso. Tu non sai a chi appartiene. Se a un cane o a un uomo” dice Emir.

Frontiere News “Srebrenica sanguina ancora” di Federica Iezzi

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I bambini spariti dalle prigioni di Israele tra molestie, rapimenti e omicidi

Frontiere News – 08/05/2015

Agenzie umanitarie internazionali hanno documentato che il 75% dei bambini palestinesi in Cisgiordania, detenuto dal governo israeliano, sopporta soprusi e maltrattamenti. Dati confermati dall’UNICEF

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di Federica Iezzi

Cisgiordania – Solo qualche settimana fa l’ennesimo episodio di aggressione e arresto di giovani palestinesi in Cisgiordania. I soldati israeliani hanno fatto irruzione e perquisito abitazioni nei quartieri di Ras al-Amoud, Silwan e al-‘Eesawiyya, a Gerusalemme Est, portando via sette bambini con destinazione Corte distrettuale di Gerusalemme per interrogatori.

Secondo il Ministero della Giustizia palestinese, solo nel 2013 l’esercito israeliano ha sequestrato 3874 palestinesi, tra cui 931 bambini. Osservato un aumento del 5,7% del numero di minori rapiti dai soldati israeliani, rispetto al 2012, e un aumento del 37,5% rispetto al 2011.

Nello scorso gennaio, circa 7000 palestinesi sono stati detenuti nelle carceri israeliane, senza essere stati sottoposti a imparziale processo. Circa 151 di questi, erano bambini.

La repellente verità è che Israele è una democrazia solo se si è abbastanza fortunati da possedere un passaporto israeliano o da essere uno dei due milioni di arabo-palestinesi di Israele, con passaporto israeliano. Restano fuori gli altri 4,5 milioni di palestinesi, che abitano le periferie di Gerusalemme Est e il resto della Cisgiordania. Loro, rimangono sotto la legge marziale militare israeliana senza diritti.

La sofferenza dei ragazzini strappati dalle loro case dall’esercito israeliano, inizia al momento dell’arresto, quando decine di soldati, spesso nelle ore notturne, irrompono nelle case e iniziano a picchiare i membri delle famiglie, fino a rapire i bambini. Ammanettati e bendati vengono scaraventati su tuonanti jeep e trascinati in campi militari o insediamenti. Da lì, al via una serie di violazioni, abusi, minacce, torture, umiliazioni, percosse e isolamento prolungato. Obiettivo: le confessioni pilotate durante gli interrogatori.

Tra il 2012 e il 2014, gli agenti militari israeliani hanno tenuto 54 bambini palestinesi in isolamento per fini di interrogatorio, prima di accusarli di alcun reato.

A differenza dei loro coetanei israeliani, i bambini palestinesi non hanno il diritto di essere accompagnati da un genitore durante un interrogatorio. Nel 93% dei casi, i minori sono stati privati di assistenza legale e raramente informati dei loro diritti.

Secondo i dati ONU, 1266 bambini sono stati feriti dalle forze israeliane in Cisgiordania nel 2014. Modello di abuso progettato dal governo Netanyahu, per costringere i bimbi alle dichiarazioni.

Secondo una ricerca del Defense for Children International Palestine, confermata dall’UNICEF, i piccoli sequestrati arrivano nei centri di interrogatorio israeliani legati e privati del sonno. Più del 60% dei detenuti, subisce forme di violenza fisica tra il periodo dell’arresto e gli interrogatori.

Quasi la totalità di questi confessa una colpa non accertata, per non subire ulteriori soprusi. E il 30% firma dichiarazioni in ebraico. Una lingua che non capiscono. Tutto legale secondo l’Ordine Militare israeliano n.1651, in vigore dopo l’occupazione della Cisgiordania del 1967. Dunque, invece di godere di protezione universale, i bambini palestinesi dei Territori Occupati dal 1967, vivono sotto la legge militare israeliana e vengono perseguiti nei tribunali militari, senza garanzie processuali.

Dopo la condanna, più della metà dei bambini detenuti viene trasferito dal territorio occupato a carceri all’interno di Israele, in chiara violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Questo significa nessuna visita da parte della famiglia, per le evidenti restrizioni alla libertà di movimento dei cittadini palestinesi, in terra israeliana.

Israele sta attualmente tenendo in cattività 5200 palestinesi in 17 carceri, campi di detenzione e strutture per interrogatori. Il numero comprende 250 bambini.

Ogni anno, circa 500-700 minori palestinesi, alcuni con età inferiore ai 12 anni, vengono arrestati e detenuti nel sistema giudiziario militare israeliano. La maggior parte dei bambini detenuti è accusato di lancio di pietre. Considerato dal governo Netanyahu reato contro la sicurezza, che può potenzialmente portare ad una condanna fino a 20 anni, a seconda dell’età del bambino. Israele è l’unico Stato che persegue i bambini in tribunali militari. Naturalmente nessun bambino israeliano entra in contatto con il sistema giudiziario militare.

Molte famiglie palestinesi si rifiutano di sporgere denuncia, per paura di ritorsioni e per mancanza di fiducia nel sistema giudiziario di Tel Aviv.

Mentre la legge militare israeliana si applica a qualsiasi palestinese si trovi nei Territori Occupati, i coloni israeliani che vivono in Cisgiordania, sono soggetti al sistema legale israeliano civile e penale.

Nel 2014, le forze israeliane hanno ucciso 11 bambini palestinesi in Cisgiordania. A solo un incidente ha fatto seguito sia un’indagine sia un atto d’accusa. Dal 2000, le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso più di 8896 palestinesi. Almeno 1.900 di questi sono stati bambini.

Frontiere News “I bambini spariti dalle prigioni di Israele tra molestie, rapimenti e omicidi” – di Federica Iezzi

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L’Egitto apre il valico di Rafah per i feriti gazawi

Striscia di Gaza – Watania Media Agency (13 luglio 2014) – Così Bombardano Gaza

 

Frontiere News – 10 luglio 2014

 

È il terzo giorno dell’operazione Protective Edge e degli assidui bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Gli ultimi aggiornamenti documentano almeno 81 morti e più di 550 feriti dall’inizio degli indiscriminati raid aerei israeliani

 

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di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza) – Tutto ha avuto inizio il 12 giugno con la scomparsa di Eyal Yifrah, Gil-Ad Shayer e Naftali Frenkel, dalla colonia di Gush Etzion, in Cisgiordania, nei pressi di Hebron. I corpi senza vita dei tre ragazzi furono trovati 18 giorni dopo.

Alla notizia, è seguito l’omicidio di Mohammed Abu Khdeir, sedicenne palestinese, spietatamente bruciato, fino alla morte, nel quartiere arabo di Shu’fat a Gerusalemme Est.

Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha condannato aspramente l’assassinio del ragazzo palestinese. Ma, nonostante la mancanza di prove, non concede il beneficio del dubbio sull’assassinio dei tre ebrei adolescenti, per mano di Hamas.

Senza fine le rappresaglie nei territori occupati palestinesi. Da ormai 10 giorni è iniziato un vortice di attacchi aerei su Cisgiordania, Gerusalemme occupata e Striscia di Gaza. I missili lanciati dalla Striscia di Gaza, inercettati dal sofisticato sistema israeliano Iron Dome, hanno raggiunto Tel Aviv, Gerusalemme e Haifa, senza provocare nessuna vittima. Nella giornata di ieri di 81 missili lanciati, 21 sono stati intercettati.

Con l’operazione “Protective Edge”, scattata nella notte tra il 7 e l’8 luglio, Israele scaglia 160 raid aerei in una sola notte contro obiettivi collegati ad Hamas e obiettivi civili. I 322 raid aerei la scorsa notte, fanno salire a 750 i siti colpiti.

Se all’inizio gli attacchi aerei israeliani erano confinati a terre non abitate, a fattorie e terre coltivate, oggi vengono centrati indiscriminatamente case e strutture civili, oltre siti di addestramento di gruppi armati palestinesi.

Ashraf al-Qidra, il portavoce del Ministero della Salute palestinese, parla di almeno 81 morti, di cui 23 bambini, e più di 550 feriti nella Striscia di Gaza, dall’inizio dell’operazione militare sferrata negli ultimi giorni dall’aviazione israeliana sulla Striscia.

A Rafah, sul confine egiziano, lanciati 95 attacchi aerei. 130 missili su case, terreni agricoli, aree pubbliche comuni, tunnel di collegamento con l’Egitto e centri di formazione militare legati ad Hamas. Dozzine di bombardamenti da forze navali e forze di terra isrealiane. 5 morti. Almeno 50 feriti, tra cui almeno 10 bambini. Decine di case distrutte.

A Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, a pochi chilometri dal confine egiziano, almeno 74 attacchi aerei hanno colpito due moschee, case, terreni agricoli, ospedali e siti paramilitari. Le vittime identificate sono 27, di cui 6 bambini. Ferite centinaia di persone.

4 morti anche a Zeitoun, sud della Striscia di Gaza.

A Gaza city 42 raid aerei israeliani hanno colpito obiettivi civili. Almeno 8 sono i morti.

Nella zona centrale della Striscia di Gaza, proprietà civili nei pressi di al-Mughraqa sono state bersagli del lancio di almeno 30 missili isrealiani. 4 morti e decine di feriti. Colpiti anche i campi profughi di al-Nussairat, dove sono morte tre persone, di al-Boreij e di al-Maghazi dove sono morte altre 5 persone.

Nel nord della Striscia di Gaza, ad al-Qarara, Beit Hanun, Beit Lahia e Abraj al-Sheikh Zayed contati 112 raid aerei. Usati 114 missili contro case, civili, terreni coltivati. I morti sono saliti almeno a 25 e il numero di feriti continua ad aumentare.

Mentre il portavoce dell’Israel Defense Forces, il maggiore Peter Lerner, comunicava che Tel Aviv si stava preparando alla possibilità di inviare forze via terra nella Striscia di Gaza, come ulteriore sviluppo della campagna Protective Edge, negli ospedali della Striscia si lavora ininterrottamente, sotto i bombardamenti, per accogliere le centinaia di feriti che continuano a riversarsi negli androni.

Questa mattina aperto il valico di Rafah, al confine egiziano, esclusivamente per il trasporto di feriti gravi. Le autorità egiziane non lo aprivano dal 3 luglio. Allertati gli ospedali del Sinai, per accogliere le centinaia di feriti gazawi. Mentre il valico di Erez, al confine con Israele, è stato danneggiato da 8 missili, lanciati dall’aviazione israeliana.

Frontiere News “L’Egitto apre il valico di Rafah per i feriti gazawi” – di Federica Iezzi

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Siria, senza cibo e senza medicine nelle città assediate

Idlib (Siria) – Il primo venerdì di Ramadan all’ospedale da campo di Sarmeen dopo pesanti bombardamenti

 

Frontiere News – 30 maggio 2014

 

Nelle città siriane assediate, da mesi la guerra causa silenziosamente migliaia di vittime per la drammatica mancanza di cibo e di farmaci. 6,8 milioni di persone aspettano improrogabile aiuto, senza elettricità né riscaldamento, con gli occhi freddi di chi ha visto troppa sofferenza

 

Douma (Syria) - A little bit of food but a lot of hope - by Abd Doumany

Douma (Syria) – A little bit of food but a lot of hope – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi 

Douma (Siria) – I penosi anni di ostilità hanno fatto a pezzi ospedali, laboratori e farmacie. Il 60% degli ospedali è danneggiato o completamente distrutto. La metà dei medici ha lasciato il Paese. La medicina e gli ospedali diventano improvvisati.

Dagli ultimi dati divulgati da Save the Children, i neonati scompaiono nel vuoto delle incubatrici a causa della mancanza di elettricità. I più fortunati dispongono di elettricità solo per un’ora e mezzo al giorno. Si amputano arti ai bambini per mancanza di cure alternative. Si muore come negli anni ’20 di morbillo, diarrea o polmonite. Non ci sono antibiotici. Non ci sono anestetici per gli interventi chirurgici.

I pochi medici rimasti, lavorano in scantinati bui. Possono solo centellinare farmaci dalle loro irrisorie scorte. A volte li ottengono dopo lunghe contrattazioni e scendendo a vili compromessi con soldati del governo di Damasco.

Nelle città sotto assedio dei governativi non entra e non esce nessuno. Non entra e non esce niente. Alle organizzazioni umanitarie non è concesso portare nemmeno sciroppi per la tosse ai bambini che vivono nell’instabilità senza fine delle città assediate. Homs è sotto assedio da 716 giorni di fila. I bambini uccisi sono 14.000. Secondo l’UNICEF più di 250.000 persone sono tagliate fuori dagli aiuti all’interno della Siria.

Nelle zone sotto assedio, il governo al-Assad ha tagliato la corrente e le comunicazioni, impedendo l’afflusso di cibo e medicine. Palazzi distrutti, case rase al suolo, quartieri fantasma, isolati e assediati, senza nessun collegamento con il resto dell’umanità, senza che i convogli umanitari riescano a penetrare all’interno.

Secondo le stime dell’UNICEF 2,8 milioni di bambini non vanno a scuola da quasi due anni. Le scuole insieme agli ospedali sono stati convertiti in alloggi collettivi delle forze di al-Assad.

Disattesi regolarmente gli accordi per l’apertura di corridoi umanitari per l’arrivo di beni di prima necessità alla popolazione civile. Falliti miseramente gli accordi di Ginevra I e Ginevra II.

Le pattumiere hanno sostituito il negozio sotto casa, dove i bambini si precipitavano con poche lire strette tra le mani, per comprare pane e frutta. La gente è affamata. Il regime di al-Assad ha strappato il cibo a 500.000 persone.

Sono passati tre anni dall’inizio del conflitto e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha smesso di contare le vittime. Le stime parlano di più di 150.000 morti. 600.000 feriti. Tutti nel paese sembrano aver perso qualcuno. Il drammatico bilancio è stato diffuso dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, una piattaforma dell’opposizione anti-regime che dal 2007 monitora le violenze nel Paese. Un terzo delle vittime è costituito da civili e di questi almeno ottomila sono bambini.

Il mondo continua a guardare disorientato i crimini di guerra, le accanite torture, l’arbitrario sterminio di Bashar al-Assad. Vane e timide sanzioni su scambi economici e militari, su rapporti politici e quelli bancari. Intanto miliziani qaedisti antigoverantivi della Jabhat al-Nusra hanno privato di acqua potabile i quartieri occidentali di Aleppo, controllati dalle forze lealiste, ormai da settimane. Chi vive sotto assedio non ha elettricità da più di 18 mesi. La gente continua a non avere voce.

Frontiere News “Siria, senza cibo e senza medicine nelle città assediate” di Federica Iezzi

ANA Press – 01 agosto 2014 – “Children eating from the streets of Hajr al-Aswad in Damascus”

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