REPORTAGE – Tra i ragazzi in fuga dal regime di Afewerki che noi sosteniamo

Il Manifesto – 11 novembre 2015

ERITREA. Periferie dei villaggi di Shieb e Ghinda. Qui si nasconde chi fugge. Dopo aver ottenuto da funzionari corrotti documenti falsi, pagando 5mila dollari

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di Federica Iezzi

Asmara (Eritrea) – Chi sono i rifugiati eritrei che attraversano il Mediterraneo? I ragazzi che arrivano al diciottesimo compleanno con in mano l’amara comunicazione del servizio militare obbligatorio. Sulla carta 18 mesi, che spesso però si protraggono per anni, in cui i giovani di Eritrea subiscono percosse, maltrattamenti, indottrinamenti nel campo di addestramento di Sawa, al confine con il Sudan. Il tutto per 59 miseri dollari al mese.
Aklilu, 18 anni e in partenza per Sawa, ci confessa «Mi hanno preso in uno dei costanti rastrellamenti a Maakel Katema, un quartiere nel cuore di Asmara. Non avevo nè la tessera del Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, né quella per il servizio militare. Adesso mi mandano a Sawa, dicono per 18 mesi, ma c’è gente che da lì non torna da anni». La polizia eritrea pattuglia ogni strada del Paese alla ricerca di coloro che cercano di eludere il servizio militare obbligatorio. Trovarli significa cattura, reclusione e identificazione come dissidente.
Di fronte alla disumanità sistematica del regime di Isaias Afewerki, la comunità internazionale continua a elargire pacchetti di aiuti all’Eritrea, credendo che il mero sostegno finanziario possa contribuire ad arginare il flusso di rifugiati e richiedenti asilo. Dunque si avalla in silenzio la contorta visione di Afewerki secondo la quale gli eritrei stanno migrando per ragioni prevalentemente economiche e non politiche. Secondo le stime delle Nazioni Unite fino a 5.000 eritrei al mese fuggono dal loro Paese. Un sofisticato e accurato mercato nero si è evoluto per agevolare la migrazione di massa.
Ci dice Hagos, padre e marito insospettabile e contrabbandiere di professione «Il trucco è sapere che non ci si può fidare: le spie sono ovunque. Sedute in un bar che ti osservano mentre prendi un caffè, alla fermata dell’autobus, al mercato mentre compri il pane». Il governo eritreo sorveglia i confini, controlla i movimenti dei suoi abitanti in ogni quartiere e mantiene sotto controllo la popolazione con una rete integrata di spie.
Il viaggio di un eritreo inizia nelle periferie dei villaggi di Shieb e Ghinda. Le porte sul retro dei negozi e le baracche di metallo si aprono. Qui si nasconde chi fugge. Dopo aver ottenuto da funzionari governativi corrotti, documenti di identificazione falsi, pagando fino a 75.000 nafka (più o meno 5.000 dollari), alcuni iniziano la marcia verso i confini con l’Etiopia o con il Sudan. Rispettivamente verso le città di Omhajer e Teseney. 200.000 rifugiati eritrei sono fermi nei principali quattro campi profughi della regione del Tigray, e nei due della regione di Afar, nel nord-est dell’Etiopia. Altri 100.000 hanno trovato una casa nei campi profughi di Gadaref e Kassala, regioni orientali aride sudanesi. Controcorrente il campo delle Nazioni Unite di Shagarab, nel Sudan dell’est, in cui vivono almeno 30.000 persone. Diventato negli anni una calamita per i trafficanti: più di 500 rapimenti, centinaia le persone scomparse. Costante paura per i rimpatri forzati in Eritrea.
Quelli che proseguono devono sopportare il disumano passaggio attraverso il Sahara. C’è un solo viaggio alla settimana. Direzione Libia. Hagos ci dice «So come controllare i banditi che infuriano nel deserto, so come corrompere la polizia e i militari. E so il deserto».
I contrabbandieri stipano 30 persone nella parte posteriore dei loro pick-up. O usano sovraffollati camion senza targa, dai vetri oscurati. Poco spazio per acqua, provviste e carburante. Viaggiano per 12 giorni. 2.000 dollari per arrivare nella città di Ajdabiya, a nord-est della Libia. Ad aspettarli squadre di trafficanti armati fino ai denti, che lavorano in armoniosa sincronia con i funzionari di frontiera corrotti.
Altre 10 ore di viaggio lungo la costa libica e altri posti di blocco che potenzialmente significano la fine del viaggio e la spedizione immediata in una delle decine di centri di detenzione per migranti in Libia.
L’obiettivo è il porto di Zuwara, a nordovest della Libia. Fino a 800 eritrei, 18 ore di navigazione, una fragile barca diretta verso le coste europee, senza cibo, senza scialuppe e giubbotti di salvataggio. I rifugiati pagano anche 2.000 dollari per la traversata.
Zuwara è il cuore oscuro della Libia. I contrabbandieri lì comprano pescherecci di 18 metri di seconda mano per circa 20.000 dollari. All’ombra di un ex– impianto chimico, gli scafisti operano liberamente in una ragnatela di antiche rotte commerciali. I rifugiati vengono smistati su pescherecci da traino in legno e gommoni, all’avvistamento delle coste europee.
Oltre che da Zuwara, si parte da Gasr el-Garabulli, Zlitan, Tripoli, Misurata. I pescherecci puntano verso una piattaforma petrolifera non lontano da Lampedusa. E il programma va avanti. I dipendenti della piattaforma allertano la guardia costiera e parte la catena dei soccorsi. L’alternativa è l’isola greca di Lesbo.
Le agenzie umanitarie stimano che più di 264.500 rifugiati hanno raggiunto le coste europee quest’anno e almeno 1.800 di questi sono morti.
Niyat, volto coperto con un’hijab bianca e verde e un bambino di sei mesi in braccio, ci ha messo due anni per risparmiare i soldi per il viaggio in Europa, guadagnandosi da vivere come sarta. E’ partita con la sua famiglia dalla periferia di Asmara. Pochi soldi con sé. Ci dice “Con la continua oppressione di polizia e posti di blocco militari, preferiamo viaggiare con pochi soldi. Molti di loro guadagnano esponenzialmente in tangenti da contrabbandieri e migranti. La polizia prende tra 150 e 250 dollari per l’attraversamento illegale in Libia dei camion. La maggior parte dei trafficanti viene pagata in anticipo tramite Western Union. Sono ormai uomini d’affari che offrono servizi”.
Diretta a Sabha, capitale della vasta regione del Fezzan meridionale, Niyat viaggia con un contenitore, da due dollari, con 4 litri di acqua, e con una piccola pagnotta di pane. E’ tutto quello che può permettersi. “Attraversare il confine eritreo può significare morire. I soldati del Presidente hanno l’ordine di sparare per uccidere. La Libia, con due governi paralleli bloccati in guerra, è paradossalmente meno pericolosa. Anche se le milizie libiche presero di mira l’Eritrea da quando inviò mercenari per sostenere l’ex dittatore libico Gheddafi”.
La Libia è diventata un punto di partenza per molti rifugiati, i trafficanti di esseri umani sfruttano il vuoto di potere del Paese, la crescente illegalità, la crisi politica, il conflitto armato e l’assenza di una normativa nazionale in materia di asilo.
Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati circa 37.000 eritrei hanno presentato domanda di asilo in 38 Paesi europei nel corso dei primi 10 mesi dello scorso anno. 13.000 nello stesso periodo del 2013. I motivi? Esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, detenzioni in isolamento, repressione, violenze e paranoie del regime di Afewerki. Nessuna libertà di informazione, di stampa, di espressione. 300 prigioni in tutto il Paese. Più di 10.000 prigionieri politici. La gente non ha cibo da mangiare. Anche l’accattonaggio è reato in Eritrea. Si lavora nelle miniere fino a 12 ore al giorno, sei giorni alla settimana, per 1.500 nakfa al mese (poco meno di 100 dollari).
Inizialmente sostenuto da Stati Uniti e Unione Sovietica, Afewerki ha espulso agenzie umanitarie internazionali e forze di pace delle Nazioni Unite. Bloccati i media indipendenti e obbligati in carcere giornalisti, scrittori e critici. Torturate le minoranze religiose, per la credenza di un complotto straniero, atto a disgregare una Nazione ufficialmente e equamente suddivisa tra cristiani e musulmani.

Il Manifesto 11.11.2015 “Tra i ragazzi in fuga dal regime di Afewerki che noi sosteniamo” di Federica Iezzi

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L’Eritrea stretta nel giogo della repressione di Stato

Nena News Agency – 29 settembre 2015

Assenza totale di libertà di espressione, di manifestazione e di dissenso: sono 10mila i prigionieri politici del regime del presidente Afewerki. Uno stato di oppressione che si aggiunge alla mancanza di diritti del lavoro

UNHCR Eritrea

di Federica Iezzi

Asmara (Eritrea), 29 settembre 2015, Nena News – Diplomazia pubblica e associazioni umanitarie segnalano da anni uno dei regimi più repressivi e segreti di tutto il mondo. Quello di Isaias Afewerki. Dopo l’euforia post-liberazione del 1993, la foschia del regime del presidente Afewerki, ex capo dei ribelli del Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo, ha chiuso i confini eritrei.

Bandita la libertà di espressione. Dal 2001, nessuna agenzia di stampa nazionale indipendente ha ottenuto l’autonomia di operare, nella sua campagna di vasta repressione del dissenso. Ammessi solo media filo-governativi. Attualmente nel Paese ci sono solo tre quotidiani, due emittenti televisive e tre stazioni radio, tutte sottoposte a stretta sorveglianza da parte del governo. Trasmettono via satellite alcune stazioni eritree che cercano di raggiungere dall’estero gli ascoltatori nel Paese. Ne sono esempi Radio Erena, che trasmette da Parigi, e le stazioni schierate con l’opposizione che trasmettono dall’Etiopia.

L’organizzazione non governativa, Reporter Senza Frontiere, parla di uno ‘stato di paranoia ovunque’ in Eritrea. All’ultimo posto per Press Freedom Index e rispetto dei diritti di comunicazione ed informazione, subito dopo la Corea del Nord. Ogni dissidente politico, sociale, militante ha in comune la stessa sorte nei percorsi prestabiliti dagli uomini del Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, partito al potere attualmente in Eritrea: arresto, tortura o non ritrovamento.

Secondo i dati di Amnesty International, in Eritrea si contano almeno 10.000 prigionieri politici, tra i quali critici, dissidenti, scrittori, uomini e donne che hanno eluso il servizio militare obbligatorio e giornalisti. Detenuti nel campo militare di Wi’a. Sottoposti a rigida sorveglianza e forzati a soprusi.

Nessuna elezione democratica è stata tenuta da quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza. Nessuna costituzione, nessun sistema giudiziario indipendente. Non esistono partiti di opposizione, nè media indipendenti. Vietata, di fatto, la formazione di qualsiasi associazione o organizzazione privata. Non sono ammessi incontri pubblici culturali o religiosi, raduni e riunioni di piazza superiori alle sette persone, che vengono sistematicamente smantellati dalle forze dell’ordine con interrogatori, violenze e registrazione del nome dei partecipanti. Le organizzazioni non governative, politiche, sociali e quelle che lavorano per la promozione dei diritti umani non sono autorizzate ad operare nel regime autoritario del Paese.

Non c’è nessuna guerra civile in Eritrea, né un intervento militare internazionale. C’è un disumano, sanguinario, spietato e totalitario stato di polizia da oltre 20 anni. Ecco perchè si fugge dall’Eritrea. 112.283 rifugiati eritrei hanno trovato una casa nei campi profughi di Gadaref e Kassala, regioni orientali aride sudanesi. Almeno altri 200.000 sono stati accomodati nei principali quattro campi profughi della regione del Tigray, e nei due della regione di Afar, nel nord-est dell’Etiopia.

Rifugiati e membri del Tigray People’s Democratic Movement, gruppo eritreo di opposizione in esilio, intensificano la lotta armata contro il governo di Asmara, accusato di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui esecuzioni, reclusioni arbitrarie e senza processo, persecuzioni, sparizioni, molestie e intimidazioni.

Secondo il rapporto redatto lo scorso giugno, dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, le esecuzioni extragiudiziali, le torture, il servizio militare illimitato e il lavoro forzato, rappresenterebbero crimini contro l’umanità, che potrebbero esporre i funzionari eritrei a giudizio nella Corte Penale Internazionale. Il Ministero degli Affari Esteri eritreo ha respinto ogni accusa, che definisce solo come atto volto a indebolire la sovranità del presidente Afewerki e il progresso del Paese.

Il futuro dell’Eritrea si destreggia con instabilità tra costo della vita improponibile, infrastrutture al collasso, ombre di nuovi scontri armati. I genitori vivono nella paura del diciottesimo compleanno dei figli, data che segna l’inevitabile arruolamento nell’esercito eritreo. Lavoro coatto per sfruttare le ricchezze minerarie eritree come oro, rame e potassio, nel deserto dancalo. E mentre è proibito uscire clandestinamente dal Paese, il resto della popolazione lavora duramente, con basse retribuzioni, in aziende agricole e progetti pubblici. Nena News

Nena News Agency “L’Eritrea nel giogo della repressione di Stato” – di Federica Iezzi

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