SIRIA, gli ospedali target della guerra

Il Manifesto – 13 giugno 2015

Reportage. L’ONU: i 245.000 siriani delle zone assediate vivono senza alcuna fornitura medica. Circa 15 mila medici siriani sono fuggiti nel corso degli ultimi quattro anni

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di Federica Iezzi

Damasco – L’al-Sakhour hospi­tal ad Aleppo, gli ospe­dali nell’area di al-Bolel e di Boq­ros, nella pro­vin­cia di Deir-Ezzor, l’Hama Cen­tral hospi­tal, nel vil­lag­gio di Hiza­rin, nel gover­na­to­rato di Idlib. Sono sol­tanto gli ultimi ospe­dali, in ordine di tempo, ad essere stati col­piti in Siria.  Nella pro­vin­cia di al-Raqqa l’85% degli ospe­dali non rie­sce a man­te­nere un’attività quo­ti­diana e con­ti­nua­tiva. Nell’area di Dama­sco e Homs il 75% degli ospe­dali è fuori servizio.

«Ho sen­tito solo un rumore infer­nale. Ero attac­cato alla mac­china per la dia­lisi. Non mi potevo muo­vere. Dall’inizio della guerra le sedute sono sem­pre lun­ghe per­ché la dispo­ni­bi­lità di cor­rente elet­trica è di tre, al mas­simo, quat­tro ore al giorno, a meno che la luce non la com­pri allo Stato Isla­mico. 800 lire siriane al mese». Raid aerei del regime col­pi­scono il reparto di nefro­lo­gia e quello di pedia­tria dell’al-Raqqa Natio­nal hospi­tal, ucci­dendo un paziente e ferendo 22 civili. I minuti dopo l’esplosione sono gli stessi: pol­vere e spor­ci­zia, vetro, pezzi di legno e di pla­stica dappertutto.

Dai dati dell’organizzazione non-profit Phy­si­cians for Human Rights, il governo siriano è respon­sa­bile di almeno 150 attac­chi su 124 strut­ture sani­ta­rie, dal marzo 2011. Più di 460 mem­bri del per­so­nale sani­ta­rio risul­tano uccisi.

Nel quinto anno di una san­gui­nosa bat­ta­glia senza vinti nè vin­ci­tori, le aggres­sioni siste­ma­ti­che su per­so­nale medico e strut­ture sani­ta­rie ren­dono di fatto impos­si­bile ai civili il diritto di rice­vere ser­vizi cli­nici essen­ziali. Secondo l’Organizzazione Mon­diale della Sanità, quasi la metà degli ospe­dali siriani è stata inte­ra­mente o par­zial­mente distrutta e solo il 43% delle strut­ture ospe­da­liere è pie­na­mente funzionale.

Quel tonfo sordo

L’Onu stima che i 245.000 siriani, che vivono nelle zone asse­diate, sono com­ple­ta­mente tagliati fuori da for­ni­ture medi­che.
«Ho visto mirare l’ospedale pedia­trico nel mio quar­tiere, a Qadi Askar. Ad Aleppo non sono sicuri nem­meno gli ospe­dali. E non ven­gono rispar­miati nean­che i bam­bini», rac­conta Assel. «Era set­tem­bre ed era sera. Era ancora caldo fuori. Rin­cor­revo i miei figli per farli man­giare. I bam­bini sono tutti uguali. E poi quel tonfo sordo. Si pensa sem­pre di morire. Non ci si abi­tua mai. Quel tonfo era sull’ospedale pedia­trico. Ci ero stata due giorni prima per la ton­sil­lite di Adnan».

Dopo ripe­tuti raid aerei, risulta este­sa­mente dan­neg­giato il Cen­tral hospi­tal, nel quar­tiere di Hanano a nord-est di Aleppo. Distrutti i gene­ra­tori di elet­tri­cità. Ferme le sale ope­ra­to­rie. Attual­mente è un sem­plice grosso ambu­la­to­rio medico.

Senza medi­cine né mate­riali il Zahi Azraq, il Farabi e l’al Kindi hospi­tal, nell’area di Aleppo, dopo estesi bom­bar­da­menti da parte delle forze governative.

Col­pito dura­mente dall’esercito di al-Assad il quar­tiere di al-Shaar, a nord di Aleppo e con esso col­piti anche il Dar al Shifa Field hospi­tal e l’al-Daqqaq hospi­tal. Scon­tri con­ti­nui anche nel quar­tiere di Ansari, dove il Fronte al-Nusra ha preso il con­trollo delle zone est e sud. Preso di mira l’al-Zarzour hospi­tal e l’Abu al Wafa field hospi­tal. Bom­bar­da­menti sull’ospedale di Sha­wki Hilal, nel quar­tiere di Jeb al-Qubbah, e sull’ospedale di Omar Bin Abdu­la­ziz, nel quar­tiere di Maadi. Colpi di mor­taio delle forze di oppo­si­zione sul cen­tro car­dio­lo­gico, nell’ospedale uni­ver­si­ta­rio di Aleppo.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, circa 15.000 medici sono fug­giti dalla Siria, nel corso degli ultimi quat­tro anni. La metà dei medici cer­ti­fi­cati. Ad Aleppo sono rima­sti solo 250 medici per una popo­la­zione di 2.500.000 per­sone. Nei sob­bor­ghi di Dama­sco di 1.000 medici, oggi ne riman­gono poche decine. La carenza di per­so­nale sani­ta­rio incide oggi pesan­te­mente su tassi di mor­ta­lità e nata­lità, trat­ta­mento per malat­tie cro­ni­che, trat­ta­mento per infe­zioni. Almeno 200.000 per­sone sono morte in Siria, nel corso del con­flitto, per man­cato accesso a cure medi­che di base. Muo­iono donne in tra­va­glio per­ché non c’è nes­suno a fare un taglio cesa­reo. Muo­iono gli anziani per le com­pli­canze del dia­bete. Almeno 70.000 pazienti affetti da tumore e 5.000 pazienti sot­to­po­sti a dia­lisi non hanno rice­vuto nes­sun trat­ta­mento negli anni del conflitto.

Nella sua tenda, in uno dei campi spon­ta­nei della pro­vin­cia di al-Raqqa, Jabi­rah, una bam­bina di 13 anni, ci rac­conta la malat­tia del papà. «Ha un tumore alla pan­cia ma non c’è nes­sun dot­tore che lo può curare. Ci sono poche medi­cine por­tate da per­sone con i fucili e la mamma non ha soldi per comprarle».

In Siria, man­cano for­ni­ture di base per gli ospe­dali, in par­ti­co­lare nelle zone sotto il con­trollo dei ribelli. Ne è un esem­pio il cen­tro dia­lisi dell’al-Raqqa Natio­nal hospi­tal, che ha fer­mato la sua atti­vità per carenza di mate­riale sanitario.

Ad al-Hasakah e nella pro­vin­cia di Lata­kia, dove oggi avan­zano i com­bat­tenti dello Stato Isla­mico, ven­gono bom­bar­dati i cen­tri di vac­ci­na­zione. A Dara’a, nel gover­na­to­rato di Dama­sco e ad Hama, in vio­la­zione del Diritto Inter­na­zio­nale Uma­ni­ta­rio, dan­neg­giati, da raid aerei del regime, sale ope­ra­to­rie e equi­pag­gia­menti medici degli ospe­dali in cui veni­vano trat­tati i com­bat­tenti delle forze di oppo­si­zione.
Nella pro­vin­cia di Deir Ezzor, durante gli attac­chi da parte delle forze gover­na­tive, distrutti gene­ra­tori di cor­rente elet­trica, respi­ra­tori auto­ma­tici e unità di tera­pia inten­siva neo­na­tale, negli ospe­dali pub­blici di aree civili den­sa­mente popolate.

Tarek, stu­dente di medicina…

Tarek, uno stu­dente di medi­cina, ci rac­conta «Le agen­zie inter­na­zio­nali for­ni­scono gli ospe­dali di sac­che di san­gue e altre attrez­za­ture di base, la mag­gior parte degli aiuti però arriva dall’attività di con­trab­bando. Oltre un milione di dol­lari in for­ni­ture medi­che, attra­verso una rete sot­ter­ra­nea di per­corsi in Libano e in Tur­chia, solo negli ultimi mesi». E con­ti­nua «Tutto que­sto in un Paese dove ormai non ci sono vac­ci­na­zioni obbli­ga­to­rie per i bam­bini, le donne par­to­ri­scono senza assi­stenza medica e gli inter­venti chi­rur­gici sono con­dotti senza anestesia».

Nella Homs sotto asse­dio fino a un mese fa poi con­qui­stata dalle truppe di Dama­sco, i gruppi armati dell’opposizione siriana hanno lan­ciato ripe­tuti colpi di mor­taio e gra­nate sull’al-Qaryatayn hospi­tal, sul cen­tro ospe­da­liero di Baba Amr, sull’al Hikma hospi­tal a Inshaat e sull’al-Kindi hospi­tal a al-Ghouta. Col­piti dalle forze gover­na­tive l’Homs Natio­nal hospi­tal, l’al Walid Children’s hospi­tal, l’Albir hospi­tal e il Tal­dou Natio­nal hospital.

Bom­bar­da­menti da parte delle forze di regime sull’al-Hilal hospi­tal, gestito dalla Mez­za­luna Rossa siriana, nella città di Idlib con­qui­stata dalle mili­zie di Al Nusra (al Qaeda). I feriti sono stati por­tati in sezioni intatte dell’ospedale. Distrutti mac­chi­nari, equi­pag­gia­menti e stanze del ser­vi­zio di diabetologia.

Ci rac­conta Nizar, uno dei pochi medici rima­sti a Idlib, che men­tre medi­cava una ferita pro­fonda al fianco destro di un gio­vane uomo, mili­tari dell’esercito gover­na­tivo, l’hanno inter­ro­gato sull’identità del paziente. «Era un mili­tante dell’Esercito Siriano Libero. L’hanno tra­sci­nato via, era ter­ro­riz­zato. E io non l’ho potuto pro­teg­gere». I mili­tari di al-Assad, con sor­riso iro­nico, hanno chie­sto a Nizar «Per­ché stai aiu­tando l’Esercito Libero?”. Nizar ci con­fessa «Nes­suna delle due parti sarà in grado di sal­vare la Siria».

Il Manifesto 13/06/2015 – “Siria, gli ospedali target della guerra” – di Federica Iezzi

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ALEPPO, l’ostinazione di chi resta

Il Manifesto – 13 maggio 2015

REPORTAGE. Nella seconda città della Siria 400 mila persone, quel che rimane di suoi 2 milioni di abitanti, resistono a una guerra che non risparmia neanche gli ospedali. Tra cumuli di macerie, senza luce né acqua, monta l’odio per tutti gli schieramenti. “Non vogliamo né le forze di Assad né i ribelli”

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di Federica Iezzi

Aleppo (Siria) – Yaman ci dice che «il tonfo delle pale del rotore di coda degli eli­cot­teri e l’esplosione di ordi­gni libe­rati dalle truppe del governo siriano ormai sono rumori fami­liari; fami­liare è la corsa dispe­rata delle mamme con in brac­cio i figli verso i piani più bassi degli edi­fici già deva­stati; e fami­liare è anche l’inevitabile car­ne­fi­cina umana negli ospe­dali». Non sono sicuri nem­meno quelli. Bombe e mor­tai can­cel­lano senza alcun pre­av­viso l’esistenza di uomini che lavo­rano, vivono e muo­iono tra quelle vec­chie mura mac­chiate di iodio.

Nella metà orien­tale di Aleppo si muore. La città è con­tesa tra le forze gover­na­tive, che hanno il con­trollo della parte occi­den­tale e che con­ti­nuano ad avan­zare verso nord, e le forze di oppo­si­zione, con capo­li­sta il Fronte al-Nusra, il brac­cio siriano di al-Qaeda, che ha il con­trollo della parte orien­tale della città. Il quar­tiere di Sheikh Maq­soud è sotto il con­trollo delle auto­rità curde. Almeno 19 gruppi armati invece gareg­giano per i quar­tieri al con­fine tra le tre aree. Cumuli di mace­rie alti decine di metri coprono vie e strade dell’antico trac­ciato elle­ni­stico. I segni di una guerra che ha pro­messo la spe­ranza, ma ha invece con­se­gnato alla Siria solo anni di disumanità.

Solo pol­vere gri­gia e odore di fuoco

«Ieri pome­rig­gio ho respi­rato den­tro una nuvola di fumo e pol­vere, dopo aver sen­tito quel rumore assor­dante che ti scop­pia den­tro il torace. Era un’esplosione vicino a una ban­ca­rella di frutta. Né il ven­di­tore né il suo cliente si sono tirati indie­tro. Io ero dall’altra parte della strada», ci rac­conta Hanan. Car­relli di arance, mele, banane e coco­meri get­tati vio­len­te­mente per terra senza più colori né sapori. Solo pol­vere gri­gia e odore di fuoco. E’ que­sta oggi Aleppo.
Chie­diamo a Kha­lil, un vec­chio signore del quar­tiere di al-Sakhour, per­ché 400.000 per­sone si osti­nano a rima­nere ancora ad Aleppo. Risponde con un sor­riso, una rarità nel nord della Siria. «Que­sto è il posto da dove vengo e que­sto è il posto dove morirò».

Nei giorni scorsi, il quar­tiere è stato nuo­va­mente e dura­mente ferito da raid aerei delle truppe gover­na­tive. Col­pito l’al-Sakhour hospi­tal, costretto a sospen­dere tutte le atti­vità. Nel solo mese di marzo nell’ospedale sono stati ammessi 2444 pazienti e sono state ese­guite più di 300 pro­ce­dure chi­rur­gi­che d’urgenza. Men­tre ad al-Sakhour i feriti ven­gono mala­mente medi­cati nei pochi sot­ter­ra­nei e rifugi rima­sti, di fronte, nel quar­tiere di al-Shaar, il Fronte Isla­mico cura i suoi com­bat­tenti in un ospe­dale da campo, ambi­gua­mente spon­so­riz­zato dagli Emi­rati Arabi.

La nuova fami­glia di Ammar

Ammar cam­mina sui ciot­toli lisci e tra i palazzi smem­brati di al-Shaar, zop­pi­cando visto­sa­mente. Kefiah a qua­dretti bian­chi e neri in testa, una sorta di uni­forme mili­tare verde scuro, nes­suna arma. Ha 21 anni e il Fronte Isla­mico è la sua nuova fami­glia. Lui la chiama così. È sal­tato su un ordi­gno: «Sono stato ope­rato già una volta — dice -, ho viti e plac­che di acciaio nella mia gamba sini­stra. Ho avuto un’infezione sulla ferita. Non cam­mino ancora bene. Ma tor­nerò pre­sto a com­bat­tere. Allah mi ha dato una seconda possibilità».

Secondo l’ultimo report di Human Rights Watch, su Aleppo si com­batte una guerra aerea indi­scri­mi­nata e ille­gale con­tro i civili. Nell’ospedale da campo di al-Shaar c’è una con­nes­sione inter­net via satel­lite. Ammar segue così i suoi “fra­telli”. Que­sto è l’unico modo per avere noti­zie. Per quasi due anni nelle zone della Siria con­tro il regime, tutti i mezzi di comu­ni­ca­zione, tele­foni fissi e rete mobile sono stati tagliati. «Quando com­bat­tevo avevo un walkie-talkie sem­pre con me, è così che comu­ni­cavo le mie posi­zioni, i miei spo­sta­menti, le mie azioni».

Dai rubi­netti che riman­gono nelle case mar­to­riate, l’acqua cor­rente c’è per un’ora a set­ti­mana. È appena suf­fi­ciente per riem­pire i ser­ba­toi sti­pati sui tetti delle case. Layal ci dice: «Quando non ci rie­sco devo com­prare l’acqua da un pozzo. I nuovi pozzi sono stati sca­vati in modo casuale, in mezzo a quar­tieri affol­lati, senza gli inge­gneri o gli studi».

Ci rac­conta che nel quar­tiere di al-Sukkari hanno ener­gia elet­trica per circa quat­tro ore al giorno, così tante per­sone pagano per avere una fonte alter­na­tiva di luce. Spesso l’elettricità manca per una set­ti­mana intera. I com­mer­cianti locali hanno inve­stito molto denaro in grossi gene­ra­tori e distri­bui­scono ener­gia elet­trica agli altri con un canone men­sile. Men­tre parla, Moha­mad pian­gendo le tira l’hijab. «Voglio por­tare la mia bici fuori per gio­care, ma i miei fra­telli non me lo per­met­tono, per­ché è pas­sato un aereo di Assad nel cielo». Moha­mad ha solo sette anni e non ricorda la vita prima della guerra.

Layal gli spiega pazien­te­mente che qual­cuno potrebbe pren­derlo. Ci dice con il ter­rore negli occhi: «Potreb­bero but­tare il suo corpo ovun­que. Non ci sono le auto­rità a inda­gare, non c’è poli­zia. Ci sono gruppi di ribelli grandi e pic­coli che si divi­dono strade e edi­fici e la gente cono­sce solo quelli che hanno basi nel loro distretto. Qui vicino ci sono i com­bat­tenti del gruppo Fista­qum Kama Oma­rit. Gli altri non li conosco».

Il mondo dei ribelli e la vec­chia Aleppo sono sepa­rate da una linea a zig-zag da sud-est a nord e il con­trollo dei ter­ri­tori è rima­sto pra­ti­ca­mente inva­riato per mesi. Le uni­che cose che hanno ancora in comune sono il caffè e il nar­ghilè.
Il pae­sag­gio è ripe­ti­tivo: sagome di edi­fici quasi crol­lati, camere aperte e fac­ciate intatte. Squa­dre di elet­tri­ci­sti rat­top­pano linee elet­tri­che rotte dopo ogni attacco. Ospe­dali sot­ter­ra­nei con­ti­nuano a fun­zio­nare, man­ten­gono ban­che del san­gue e con­ti­nuano cam­pa­gne di vaccinazione.

La solita infe­zione cutanea

Le indi­ca­zioni per arri­vare nel quar­tiere di Bustan al-Qasr suo­nano addo­lo­ranti. «Passa l’edificio com­ple­ta­mente distrutto. Poi gira a destra dopo l’edificio con i graf­fiti colo­rati e appena dopo sor­passa la casa da cui si vede l’interno di una came­retta con una culla rosa».

L’ospedale del quar­tiere è ormai un relitto: un gro­vi­glio di mace­rie, cavi e pol­vere, con la metà del sof­fitto man­cante e parti dell’edificio com­ple­ta­mente rase al suolo. È saturo di bam­bini con la solita infe­zione cuta­nea che torna con il caldo, l’«Aleppo bol­lire» come la chia­mano qui.

«Non ci sono più medi­cine, che prima arri­va­vano dalla Tur­chia, e que­ste pia­ghe diven­tano ogni giorno più grandi. Non posso fare niente» rac­conta Amira, gio­vane dot­to­ressa con alle spalle anni di studi a Dama­sco. Non va via da Aleppo per­ché non vuole entrare nella schiera dei sette milioni di sfol­lati interni in Siria o nella squa­dra dei quasi quat­tro milioni di siriani rifu­giati all’estero.

Quelli che restano di solito fanno pochi lavori umili: gui­dano mac­chine tra­sfor­mate in taxi, gesti­scono minu­scoli inter­net caffè, o sem­pli­ce­mente ven­dono merce di con­trab­bando. Le orga­niz­za­zioni non gover­na­tive por­tano solo riso e olio. Tutto il resto entra per vie ille­gali. Un rivolo di aiuti si fa strada attra­verso i con­fini labili della città.

Anche nel silen­zio della notte, in quar­tieri interi con­su­mati dal buio, la guerra va avanti. La gente ha ini­ziato a odiare tutti gli schie­ra­menti. «Non vogliamo né le forze del regime né i ribelli. Vogliamo solo vivere in pace», ci dice Majd. Prima lavo­rava per il pro­getto rifiuti solidi del Pro­gramma Onu per lo svi­luppo. «Avevo un po’ di soldi per com­prare il pane per me e i miei vicini. Ora non ho più niente. Aleppo è un’ombra, un guscio. Interi quar­tieri sono stati svuo­tati di resi­denti e case».

Il Manifesto 14/05/2015 “Aleppo, l’ostinazione di chi resta” – di Federica Iezzi

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REPORTAGE. Miseria e sangue a Yarmouk

Il Manifesto – 18 aprile 2015

La guerra siriana. Nel campo palestinese alle porte di Damasco, dove continuano i combattimenti. popolazione senza acqua né cibo: è emergenza umanitaria. E dopo l’attacco dell’Isis gli abitanti sono passati da 160 mila a 6 mila. Restano i giovani, che “non andranno via se non per tornare in Palestina”

Damascus (Syria) -  Children walk beside a painted wall inside Jarmaq school in Yarmouk camp

Damascus (Syria) – Children walk beside a painted wall inside Jarmaq school in Yarmouk camp

di Federica Iezzi

YARMOUK (DAMASCO), 17.4.2015 – Espulsi i com­bat­tenti pale­sti­nesi di Aknaf al-Bayt al-Maqdes, lo Stato Isla­mico esce dal campo di Yar­mouk, a sud di Dama­sco, e rien­tra nella sua roc­ca­forte, il quar­tiere di Hajar al-Aswad. È così che fun­zio­nari pale­sti­nesi descri­vono ai media la situa­zione attuale a Yarmouk.

In realtà i com­bat­ti­menti con­ti­nuano all’ingresso nord del campo. Il gruppo armato pale­sti­nese legato a Hamas prende il con­trollo di strade ed edi­fici peri­fe­rici e avanza verso la parte nor­dest. Al Fronte al-Nusra, affi­liato ad al-Qaeda, rimane il con­trollo della mag­gior parte di Yarmouk.

Il campo, isti­tuito nel 1957, prima del con­flitto siriano ini­ziato nel 2011 ospi­tava circa 160.000 pale­sti­nesi. Tutti rifu­giati e discen­denti della Nakba, l’esodo pale­sti­nese del 1948. Dopo due anni di asse­dio, qual­che set­ti­mana fa l’attacco dei com­bat­tenti jiha­di­sti ha ridotto la popo­la­zione a 6000 abi­tanti. Almeno 47 civili sono stati uccisi durante gli scon­tri e 60 sono ancora in con­di­zioni critiche.

Secondo i dati for­niti dall’Organizzazione per la Libe­ra­zione della Pale­stina a Dama­sco, 500 fami­glie, circa 2.500 per­sone sono riu­scite a fug­gire da Yar­mouk all’inizio dei com­bat­ti­menti, attra­verso due uscite nel distretto di Zahira. «I gio­vani di Yar­mouk rima­sti, non andranno via se non per tor­nare in terra pale­sti­nese» dice Hus­sam, di 23 anni. «La mag­gior parte dei gio­vani ha diser­tato dall’esercito e teme di essere arre­stata dalle forze siriane». Quindi riman­gono tutti intrap­po­lati tra ele­menti armati all’interno del campo e forze gover­na­tive esterne.

Oggi nelle con­ge­stio­nate stra­dine di un ghetto impo­ve­rito, con fori di pro­iet­tile tra casa e casa, regna la mise­ria, man­canza di cibo, acqua pulita ed elet­tri­cità. I muri sono segnati dai colpi dei pro­iet­tili e dal rosso del san­gue indu­rito.
L’acqua pota­bile arriva dai pozzi aperti che fun­zio­nano gra­zie a impianti a car­bu­rante. Il costo di un litro di car­bu­rante è salito di circa il 30%. 130 syrian pounds, poco meno di un dol­laro. Allora i bam­bini riem­piono con­te­ni­tori di pla­stica gialla con acque reflue, non trat­tate, pro­ve­nienti da pozzi sca­vati sulla super­fi­cie delle strade del campo. «Ha il sapore di tutto tranne che dell’acqua», rac­con­tano i residenti.

Nelle cen­trali Pale­stine street e al-Madares street solo distru­zione e mas­sa­cri. Fram­menti di vetro, mace­rie e pol­vere inco­lore. «Finiti rava­nelli e ver­dure di base, adesso man­giamo l’erba», è l’inammissibile rac­conto di donne magre, con occhi infos­sati. In lon­ta­nanza il fumo gri­gio che sale e il rumore assi­duo di raf­fi­che di mitra e dei Mig.

«Le strade sono abban­do­nate e piene di detriti – rac­conta Hadeel -, le per­sone riman­gono nasco­ste nelle loro case, molte senza porte né fine­stre. Usciamo sotto il fuoco dei cec­chini siste­mati sugli edi­fici più alti e dei bom­bar­da­menti a cer­care acqua. L’Isis ha col­pito il pani­fi­cio Ham­dan, nel mezzo di Yar­mouk Street. Ci andavo ogni mat­tina».
Zayna, gio­vane madre, ci dice che nel campo manca tutto. Non sa cosa dare da bere ai suoi due bam­bini. Non sa come lavarli. Non sa come curarli dalla tosse. «Com­pro il pane arabo che entra nel campo insieme ai con­trab­ban­dieri a più di 10 dol­lari. Scendo a pren­dere acqua sporca nei ser­ba­toi. La rete elet­trica e i rubi­netti nelle case non fun­zio­nano».
Rama, un’infermiera senza più lavoro, ci dice: «Fuad e Salah, i miei figli, non sapranno mai cos’è un melo­grano. Non lo vedranno mai. Non man­giano frutta. Non la cono­scono». Il marito di Rama è nella pri­gione di Tad­mor, a nor­dest di Dama­sco, dal 2013. «Il motivo? Aver par­te­ci­pato a una mani­fe­sta­zione con­tro l’assedio del campo da parte delle forze di al Assad».

Mac­chie di san­gue e detriti segnano gli ingressi delle scuole. Nei due chi­lo­me­tri qua­drati di Yar­mouk, ci sono almeno 20 scuole gestite dall’Unrwa e altre ambi­gua­mente sov­ven­zio­nate dal ricco Occi­dente. I raid aerei e i colpi di mor­taio sulla densa area civile, non per­met­tono ai bam­bini di con­ti­nuare a stu­diare. Le scuole sono chiuse. Le lezioni sospese. Gli inse­gnanti non lavo­rano. I bam­bini non escono di casa.

Nella prima set­ti­mana di aprile il cor­tile della Jar­maq school è stata tea­tro degli scon­tri tra ribelli siriani, com­bat­tenti dell’Isis e forze gover­na­tive. Men­tre più di 50.000 inse­gnanti sono fug­giti dalla Siria o sono stati uccisi e 2 milioni e mezzo di bam­bini non vanno a scuola all’interno del Paese, deva­stato dalla guerra, alla Jar­maq school, le lezioni non si sono fermate.

Nidal, un’insegnante nata a Yar­mouk, ricorda la madre, cre­sciuta nel vil­lag­gio di Qisa­rya, a sud di Haifa, costretta a lasciare la sua casa e a rifu­giarsi in Siria. «Anche lei inse­gnava. E lo faceva con armo­nia nono­stante la rab­bia, il risen­ti­mento e la malin­co­nia che la divo­rava». La voce di Nidal si ferma per un attimo: «Non mi fanno paura i mor­tai e i kala­sh­ni­kov. Mi fa più paura l’ignoranza. Così con­ti­nuo ad andare a scuola. Fac­ciamo le lezioni in can­tina. Non ven­gono tutti i bam­bini. Ma anche se ce ne fosse solo uno, io con­ti­nue­rei a par­lare di let­te­ra­tura e mate­ma­tica».
Secondo i dati Unrwa, oggi si rie­sce a for­nire a Yar­mouk un aiuto irri­so­rio. Le razioni di cibo che entrano, bastano per assi­cu­rare appena 400 calo­rie al giorno per persona.

Gli abi­tanti non hanno accesso a cure medi­che. Qual­che giorno fa è stato bom­bar­dato dalle forze gover­na­tive il Pale­stine Hospi­tal. Da allora è chiuso. I com­bat­tenti hanno bloc­cato l’ingresso di aiuti uma­ni­tari da parte del Comi­tato Inter­na­zio­nale della Croce Rossa, nell’al-Basil Hospi­tal. E non hanno per­messo l’evacuazione dei feriti più gravi, secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani.

Rad­wan è un anziano medico siriano, che vive a Yar­mouk da quando l’esercito gover­na­tivo ha col­pito la sua casa a Dara’a. La sua fami­glia è stata ster­mi­nata. Gli rimane una figlia che è riu­scita a lasciare la Siria: «Ora è in Libano – dice – ma il posto è cam­biato, il dolore l’ha seguita». Rad­wan lavo­rava nel Pale­stine Hospi­tal. Quel giorno, quando sono ini­ziati i raid aerei siriani, le sue mani veni­vano implo­rate da una stanza all’altra, tra tra­sfu­sioni e ferite da arma da fuoco. «Le ferite alla testa e le ossa rotte sono sem­pli­ce­mente curate con le bende», ci rac­conta affa­ti­cato. Fermo nelle sue idee, con­ti­nua: «Tutti quelli che com­bat­tono qui sono spon­so­riz­zati da qual­cuno. Sono tutti gio­ca­tori nella guerra in Siria: Ara­bia Sau­dita, Tur­chia, Qatar e Iran, e potenze mon­diali come gli Stati Uniti e la Russia».

L’ospedale non ha stru­menti chi­rur­gici, solo un eco­grafo e un appa­rec­chio per fare radio­gra­fie. Niente cure pre o post-natali. Il governo siriano for­ni­sce solo sali per la rei­dra­ta­zione e anti­do­lo­ri­fici di base.

«Viviamo in 98, tra cui 40 bam­bini, nelle tre classi della scuola di mio figlio». Non c’è rab­bia o iste­ria nella voce di Enaya, solo un rac­conto calmo dei fatti. «Un chilo di riso lo paghiamo quasi tre dol­lari, più di tre dol­lari un chilo di pomo­dori. Non c’è zuc­chero. L’acqua è sporca. E non abbiamo il per­messo di attra­ver­sare la terra di nes­suno sui bordi del campo, una volta al mese, per rac­co­gliere pac­chi alimentari».

Il Manifesto 18/04/2015 – “REPORTAGE. Miseria e sangue a Yarmouk” – di Federica Iezzi

Nena News Agency “REPORTAGE. Miseria e sangue a Yarmouk” – di Federica Iezzi

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REPORTAGE. Aleppo si aggrappa alla vita

Nena News Agency – 05 febbraio 2015

Mentre continuano gli scontri tra le forze governative e i qaedisti del Fronte al-Nusra, nei quartieri occidentali di Aleppo si vede la vita scorrere in tutte le sue forme disordinate, a volte interrotte e frantumate dai combattimenti. Gli abitanti non si arrendono alla guerra

 

Aleppo (Syria) - Destroyed Umayyad mosque

Aleppo (Syria) – Destroyed Umayyad mosque

di Federica Iezzi

Aleppo, 05 febbraio 2015, Nena News – Da quando infuriano di nuovo i combattimenti, famiglie intere sono state costrette a fuggire dalle loro case. Alcuni vivono in sorte di campeggi, altri nelle rovine di vecchi condomini. Gli edifici non hanno mura, come le case delle bambole vecchio stile. Dai soffitti di cemento grezzo, la pioggia si infiltra e si raccoglie in pozzanghere scure sui pavimenti di calcestruzzo. Nessun servizio igienico. Nessuna protezione se non teli di plastica forniti dalle Nazioni Unite. Si stima che siano 1,78 milioni gli sfollati di Aleppo. Il governatorato locale è dal luglio del 2012, un campo di battaglia chiave schiacciato tra i militanti dello Stato Islamico, l’esercito governativo e i ribelli cosiddetti “moderati” finanziati e appoggiati dagli Stati Uniti, da altri paesi occidentali e dalle monarchie arabe.

I qaedisti del Fronte al-Nusra, controllano aree sul lato nord-occidentale della città. L’ultimo, in ordine di tempo, ad essere strappato dalle mani del governo siriano il quartiere di al-Ashrafieh, ad ovest della città. L’esercito governativo controlla solo un terzo dei quartieri di Aleppo. La parte orientale della città è invece contesa tra ISIS e l’Esercito Siriano Libero, la milizia dell’opposizione. Le forze militari agli ordini del presidente Assad cominciano a chiudere le tangenziali a nord di Aleppo e gli abitanti temono di subire la stessa sorte di Homs se jihadisti e qaedisti non lasceranno la città. Si annuncia un assedio che potrebbe durare mesi, con pochi aiuti umanitari. Senza ingressi e senza uscite.

I combattimenti avvenuti intorno alla città di Hama hanno danneggiato le linee elettriche che rifornivano anche Aleppo. Si studia perciò alla luce delle candele e si lotta quotidianamente con i tagli dell’elettricità. E si convive anche con la scarsità di acqua. Le pompe idrauliche non funzionano più. Gli abitanti di quella che era la città più prospera della Siria, sono ridotti a raccogliere acqua dai pozzi e trasportarla in taniche.

Non c’è il latte. Non c’è gas. Non c’è lo zucchero.

Nel centro storico di Aleppo e nel souq della cittadella del tredicesimo secolo, costellati da due anni di bombardamenti, il silenzio è interrotto da disordinati spari, tra le barriere di sabbia e detriti, erette per bloccare i ribelli. Le granate non fanno distinzione tra combattenti e civili, uomini e donne, vecchi e bambini. E proprio i bambini di Aleppo hanno imparato subito la lezione: non si toccano le schegge delle bombe dopo l’esplosione. Bruciano le dita. La gente racconta che i raid aerei distruggono solo i primi quattro o cinque piani degli edifici, quindi le migliori possibilità di sopravvivenza, sono nei piani nei quali la luce non arriva.

Non c’è più nessun popolo. Non ci sono gatti né insetti. Niente.

Come succedeva nella Sarajevo negli anni ’90, oggi nelle strade all’ingresso di Aleppo si leggono cartelli scritti a mano con lettere arabe, che indicano la presenza dei qannas, i tiratori scelti delle parti in lotta. Uccidono indiscriminatamente.

Le cupole dell’antica moschea di Umayyad, terreno di battaglia fino allo scorso luglio, sono coperte da segni di razzi. Poco è rimasto dei preziosi archi, una volta case e negozi dei piccoli produttori tessili. I viali deserti della “capitale del Nord”, così è soprannominata Aleppo, sono disseminati di detriti, frammenti di bombe e proiettili, vetri rotti, edifici distrutti, finestre in frantumi, polvere e pezzi di metallo arrugginito. Ai lati delle strade si vende gasolio da riscaldamento e gas: combustibili di bassa qualità che raggiungono Aleppo dal mercato nero iracheno. E su ogni grosso incrocio, venditori ambulanti offrono generatori ben etichettati, provenienti dalla Cina. Sono gli unici affari che vanno bene perchè scarseggia l’elettricità. Nei viottoli, in parte bruciati e distrutti, del vecchio bazar di Aleppo si trovano ancora carne, verdure e pane. Le donne un tempo erano la vita dei mercati di questa città nota a tutto il mondo, oggi sono coperte dalla testa ai piedi nell’hijab e molte tengono nascosto l’intero viso sotto il niqab

L’odore di plastica bruciata rimane perennemente nella gola e il fumo sale all’infinito sopra Aleppo. I bambini frugano nelle montagne di spazzatura, per cercare materiale riciclabile. Sui marciapiedi della città anziani uomini, con kefiah dai mille colori, vendono legna da ardere.

Nel quartiere cristiano di Suleiman al-Halaby, quattro bambini su cinque non vanno più a scuola. Bombardamenti, fuoco di artiglieria e cecchini sembrano essere diventati comuni. Le famiglie devono educare i figli e portare a casa il cibo da mangiare. Fanno del loro meglio per sopravvivere in mezzo a questo conflitto, a caos e povertà. Alcuni abitanti di Aleppo ci dicono: “All’inizio di questa guerra c’era ingiustizia. Ora si è aggiunta l’umiliazione”. Nena News

Nena News Agency “REPORTAGE. Aleppo si aggrappa alla vita” – di Federica Iezzi

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FOTO. Vita nel villaggio siriano di Atmeh

Nena News Agency – 13 dicembre 2014

Solo tre anni fa bulldozer, forze di sicurezza e volontari erano uniti a scavare e tirare su le tende, in quello che chiamavano Olive tree camp. I rifugiati del nord-ovest della Siria si stiparono nel villaggio di Atmeh, sperando in un pasto caldo e in un riparo per la notte. Oggi non arrivano più aiuti umanitari

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testo e foto di Federica Iezzi

Idlib (Siria), 13 dicembre 2014, Nena News – In mezzo all’incertezza, gli abitanti del campo profughi di Atmeh fanno del loro meglio per ritagliare un po’ di ordine nella loro vita. Fino a un mese fa la regione di Jabal al-Zawiya, nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, era sotto il controllo delle forze di al-Assad. Oggi i combattenti del Fronte al-Nusra hanno occupato una serie di villaggi dell’area, ancora oggetto di attacchi da parte del regime.

Le famiglie siriane vivono sotto teli di plastica bianchi e azzurri. 30.000 persone ormai e 3200 tende. La popolazione del campo diminuisce e aumenta in base a quante bombe cadono sul terreno annientato. Alle tende si sono aggiunti edifici in lamiera. E lungo le stradine fangose del campo, si affacciano piccole botteghe che vendono falafel e coca cola.

Quando l’area attorno a Idlib era controllata dall’Esercito Siriano Libero c’erano posti di blocco ogni chilometro e soldati a presidiare i campi rifugiati. Oggi tutta la zona, fino a Kafranbel, nel sud della provincia di Idlib, è occupata da al-Qaeda e non esiste alcuna protezione.

Si cucina in tutto il campo zuppa di lenticchie. Donne e bambine alle prese con grossi pentoloni rossastri, appoggiati con poca stabilità sopra il fuoco. In mezzo a corde tese tra tenda e tenda, dove sono schierati i vestiti appena lavati, e teli di plastica, le donne iniziano a cuocere il piatto pane arabo, sul retro di grandi vasi rotondi, arroventati dalle fiamme sottostanti.

Nessun segno di assistenza umanitaria internazionale. La spiegazione ufficiale è che Idlib è una zona in mano ai ribelli. I bambini vivono tra scabbia, pidocchi, leishmaniosi e morbillo. Tremano con i sandali aperti nel fango. Adesso è arrivato il freddo. Nelle tende si accendono stufe di fortuna e non sono rari incendi e ustioni. Si affoga nell’acqua delle inondazioni e nelle acque reflue. Gli uomini cercano di scavare fossati attorno alle tende per drenare il terreno intriso. Al mattino si aspetta qualche raggio di sole che faccia asciugare sabbia e terra.

Sul pavimento della tenda di Nuzhah c’è un enorme tappeto, un paio di materassi e bicchieri di vetro. All’entrata un fuoco circondato da grosse pietre bianche, ormai annerite dalla cenere, e un pentolino con l’acqua presa nel fiume vicino. Ci togliamo le scarpe, entriamo nella tenda e beviamo un tè bollente. Mi racconta che sua figlia è nata due anni fa nel campo, in una mattinata fredda. Sconfitta, mi dice che Mayada, come migliaia di altri bimbi, non vedrà mai la sua casa, non ci tornerà più. La sua più grande preoccupazione è come poter sfamare i figli. I suoi figli chiedono sempre più cibo, proprio come i bambini normali, ma mi dice, con quegli occhi azzurri pieni di lacrime che non vogliono scendere, che lei non può offrire loro qualcosa di più. Così mangiano i limoni.

Tawhid, il fratello maggiore di Mayada, non va più a scuola da quando aveva 11 anni, dal giorno in cui le forze governative bombardarono la sua scuola alla periferia di Hama. Ora ha 13 anni e aiuta sua madre. Fa lavori saltuari nel campo. Si occupa di capre e galline. Mi dice che per lui ormai non c’è più speranza, è sufficiente che il suo fratellino più piccolo vada a scuola.

La tenda “madrasa” (scuola) come la chiamano qui è una collezione di sei tende fatiscenti che ospitano 500-600 bambini al giorno. Ogni tenda sembra incollata all’altra, i rumori si fondono insieme in un vociare continuo. Ci sono troppo pochi posti. Cercare fogli per fare i compiti a casa diventa una sfida. Hanno un libro in comune in ogni classe. Gli insegnanti non hanno la capacità di educare gli studenti delle scuole secondarie.

In alcune zone della provincia di Idlib, dove non ci sono campi profughi ufficiali, i rifugiati siriani devono pagare l’affitto per la terra dove le loro tende sono appoggiate. Si tratta di 1.300 dollari all’anno. Come si guadagnano questi soldi? Le donne vanno a raccogliere nei campi olive e verdure. Gli uomini lavorano per due lire e in nero costruendo dove è stato demolito o vendendo sigarette di contrabbando al confine turco. I bambini raccolgono plastica dai rifiuti e la rivendono.

Non ci sono convogli di aiuti delle Nazioni Unite. Né acqua corrente. Niente elettricità, nessun modo per riscaldarsi. Nessun sistema fognario, nessuna tenda medica. Eppure questi campi spesso sono la patria di 13.000 anime. Nena News

Nena News Agency “FOTO. Vita nel villaggio siriano di Atmeh” – di Federica Iezzi

 

 

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