L’ebola dove l’ebola non c’è

Nena News Agency 13 novembre 2014

L’allarmismo in Occidente è il più delle volte ingiustificato, piuttosto occorre lavorare bene e aiutare con azioni concrete le popolazioni dell’Africa occidentale a contenere l’epidemia

 

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di Federica Iezzi

Roma, 13 novembre 2014, Nena News – Gli ultimi dati: 13.268 casi di ebola, 4.960 morti tra Guinea, Liberia e Sierra Leone, i Paesi dell’Africa Occidentale, maggiormente colpiti, dall’inizio dell’epidemia. Un caso di contagio e una vittima in Mali, una vittima spagnola, quattro contagi di cittadini statunitensi, con una vittima. Dalla metà di ottobre Nigeria e Senegal, sono stati dichiarati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità “ebola-free”. 42 giorni senza nuovi casi.

Dove la situazione è ancora preoccupante è la Mano River region, tra Guinea, Liberia e Sierra Leone. La febbre emorragica continua ad esplodere, nonostante l’enorme sforzo di gestione e contenimento dei contagi, nonostante l’avvio di esclusive infrastrutture sanitarie, nonostante le martellanti campagne di informazione.

Perché questa enorme propagazione allora? Dal 1976, quando ebola fece la sua prima comparsa a Yambuku, nell’ex Zaire, almeno 29 ripetute e continue epidemie hanno flagellato la terra africana. Ultime solo in ordine di tempo quelle in Congo e Uganda del 2012. Hanno avuto luogo in aree remote, in villaggi isolati. Nessuno si è chiesto perché villaggi senza nome, sono stati totalmente sterminati dal virus, sulle colline a nord-est del Congo o nel distretto di Kibaale nell’Uganda occidentale.

Oggi ebola continua a serpeggiare per un territorio di circa 430 mila chilometri quadrati, abitato da 22 milioni di persone. Persone che oggi hanno la libertà di viaggiare, di spostarsi in città densamente popolate, di entrare in un ospedale per avere accesso a cure mediche.

La trasmissione avviene fra parenti e amici dei contagiati. Con lo scambio parallelo di sangue e fluidi biologici (liquido spermatico, secrezioni vaginali, saliva, urina, vomito). Tramite il diretto contatto con i cadaveri dei defunti o con le persone guarite, contagiose per almeno ulteriori 50 giorni.

A tutti gli operatori sanitari che lasciano i Paesi endemici e rientrano in Italia viene fatta una valutazione del rischio, imposta dal Ministero della Salute, in base ai criteri indicati da OMS ed European Centre for Disease Prevention and Control. A questo si aggiunge l’opinione, spesso fuori luogo, dettata da un certo grado di autonomia, di enti locali e ASL, che possono decidere con una valutazione del rischio identica, di imporre o meno un isolamento.

Se i nostri operatori sanitari nei Paesi africani endemici hanno seguito tutte le norme di tutela e sempre indossato i dispositivi di protezione individuale, il rischio di diffusione al rientro è basso e l’ordinanza, che impone la quarantena, non diventa obbligatoria. Le misure di quarantena forzata per gli operatori umanitari asintomatici, di ritorno dalle aree colpite dal virus ebola in Africa occidentale, non sono fondate su alcuna base scientifica.

I protocolli dunque permetterebbero di tornare ad una vita normale. Anche nella remota possibilità che l’operatore fosse infetto, finché non ci sono sintomi eclatanti come diarrea, vomito o sanguinamenti, non è comunque contagioso per gli altri.

E in tutto questo nessuna nota del ministro della sanità Beatrice Lorenzin.

E allora inizia lo squilibrio: ripercorrere il tragitto in treno o la mappa delle visite nei negozi sotto casa, tenere i figli lontani da scuola e giardini pubblici, obbligare i familiari a restare chiusi in casa.

E mentre si parla di aiutare a non terrorizzare il mondo rispetto ai Paesi africani che stanno vivendo il dramma dell’ebola, l’Italia risponde con misure di isolamento immotivate. E con misure sproporzionate di sorveglianza negli aeroporti, ricordando tra l’altro, che l’Italia, a differenza di altri Paesi Europei, non ha collegamenti aerei diretti con i Paesi endemici africani.

E le conseguenze dell’ebola dove non c’è l’ebola sono disastrose. In Gambia, 700 chilometri dai focolai del virus, 50-60% in meno di turisti. In Kenya, 7.900 chilometri dalla Sierra Leone, turismo sceso del 75-80%. Crollano anche i viaggi in Sudafrica, 9.500 chilometri dalla Guinea. Nena News

Nena News Agency – “L’ebola dove l’ebola non c’è” di Federica Iezzi

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Ebola. Epidemia fuori controllo in Guinea, Sierra Leone e Liberia

Nena News Agency – 30 giugno 2014

 

Oltre 600 le infezioni dal virus ebola confermate in laboratorio in Africa Occidentale. 390 i decessi, secondo gli ultimi aggiornamenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

 

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di Federica Iezzi

Conakry (Repubblica di Guinea), 1 luglio 2014, Nena News – Il numero di probabili infezioni e il numero di quelle confermate cambia continuamente e rapidamente. Dallo scorso marzo più di 600 casi di ebola e oltre 390 morti sono stati documentati, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra Guinea, Liberia e Sierra Leone. Oggi i Paesi dell’Africa Occidentale maggiormente colpiti dal virus.

In Guinea riportati 396 casi di infezione convalidati in laboratorio, con 280 morti. Gli ultimi tre casi nei distretti meridionali di Gueckedou e Telimele.

In Liberia sono 63 i casi confermati e 41 i decessi. Solo nelle ultime settimane 10 nuovi casi e 8 decessi.

In Sierra Leone, il virus ebola con i suoi primi 16 casi è comparso per la prima volta lo scorso maggio. Oggi il numero di morti è arrivato a 46, tra i 176 casi confermati. Il maggior numero dei quali a Kailahun, nella zona est del Paese, al confine con la Liberia.

Il virus ha iniziato a diffondersi in Guinea Conakry all’inizio del 2014. Nei primi tre mesi dell’anno i casi confermati raggiunsero il numero di 112. 70 i morti. Sembrava che il numero di contagi fosse contenuto, invece il virus dalle zone rurali, ha lentamente fatto il suo ingresso nelle aree urbane. Alla fine dello scorso marzo, ebola ha attraversato i confini della Liberia, raggiungendo Monrovia. E la propagazione ha perso il controllo, per la difficoltà di tracciare i movimenti delle persone potenzialmente contagiate.

Pazienti infetti dal virus sono stati identificati in più di 60 località dei tre Paesi coinvolti e questo rende il lavoro di limitare l’epidemia estremamente dispendioso. A fronteggiare la seconda ondata di infezioni, il lavoro instancabile e continuo di Medici senza Frontiere, a supporto delle autorità sanitarie nei tre Paesi africani. MSF ha curato finora 470 pazienti, di cui 215 casi confermati.

La febbre emorragica è la più temibile conseguenza dell’infezione, che nel 90% dei casi è fatale. La diffusione poco localizzata del virus rende più complesse le operazioni di intervento, sia per trattare i pazienti, sia per limitare e circoscrivere l’epidemia.

Essenziali diventano educare il personale sanitario locale e informare la popolazione sui metodi per non diffondere la malattia. Necessario l’isolamento di persone infette. Secondo il parere degli infettivologi l’epidemia andrà ancora avanti per alcuni mesi.

Di questo tratterà l’incontro organizzato dall’OMS ad Accra in Ghana, nei prossimi 2-3 luglio, in cui parteciperanno i ministri della Sanità di undici Paesi africani e altri rappresentanti.

L’obiettivo della conferenza è lo sviluppo di un piano globale per fermare l’implacabile avanzata del virus. Nena News

 

Nena News Agency – “Ebola. Epidemia fuori controllo in Guinea, Sierra Leone e Liberia” di Federica Iezzi

 

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AFRICA. Torna l’incubo Ebola

Nena News Agency – 12 aprile 2014

Le ultime due vittime del virus registrate in Guinea Conakry. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’epidemia ormai conta 101 vittime nella sola Africa Occidentale

 

 

di Federica Iezzi

 

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Conakry, 12 aprile 2014, Nena News – Crocevia della tratta degli schiavi in Africa Occidentale in passato, oggi in Guinea Conakry si contano le ultime due vittime del virus Ebola. L’attenzione mediatica si è appoggiata sull’ignoto Stato africano, da un lato affacciato sul grande deserto e dall’altro sull’oceano, dalla metà di marzo. Una delle più violente epidemie di Ebola degli ultimi anni ha minacciato la popolazione guineana e i confinanti territori. Dai recenti ragguagli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, più di un centinaio sarebbero i morti fino ad oggi nella sola Guinea, i casi compatibili con l’infezione sono invece 158. Casi accertati anche in Liberia, altre decine di contagi che tendono ad aumentare. Casi denunciati e sospetti in Ghana, Sierra Leone, Senegal e Mali.

L’epidemia sembra essere partita a Sud del fiume Niger. Si tratta del ceppo “Zaïre ebolavirus”, uno dei più devastanti. Le modalità di contagio sono facilitate visti i continui e massivi spostamenti tra zone rurali e grandi città.

Tra Conakry e la zona Sud-Est del Paese, la Croce Rossa Internazionale con l’aiuto di organizzazioni non governative, prima fra tutte Medici Senza Frontiere, continua la lunga campagna per contrastare la diffusione del virus Ebola in questo pezzo di Africa Occidentale. La popolazione dei villaggi del Sud del Paese rimane scarsamente informata. Nessun dato sull’esatta situazione ufficiale del Paese. Timori infondati, voci diffuse rapidamente ed equivoci pericolosi sono il rischioso scenario che potrebbe aleggiare sulle popolazioni della “Guinea delle foreste”.

La febbre emorragica causata dall’Ebola è considerata mortale anche fino al 90% dei casi, per alcuni ceppi. Non esiste nessuna cura, né un vaccino specifico. Reparti di isolamento e la mera cura dei sintomi, quali febbre violenta, mal di testa, dolori muscolari, vomito e diarrea, sono ad oggi tutte le armi che si hanno in mano contro questo virus. Per cui, determinante diventa rintracciare i malati e coloro che hanno avuto contatti con il virus. Secondo l’OMS, le fasi di contenimento dell’epidemia potrebbero proseguire ancora per 3-4 mesi.

Da qualche giorno sono stati allertati alcuni tra gli aeroporti europei, principali scali delle capitali africane e avviati meticolosi controlli sanitari sui viaggiatori provenienti dai Paesi dove l’epidemia è in atto. Nena News

 

Nena News Agency “AFRICA. Torna l’incubo Ebola” – di Federica Iezzi

 

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