ETIOPIA. Dichiarato lo stato di emergenza

Nena News Agency – 10/10/2016

“In sei mesi si metterà fine alla più grave minaccia alla stabilità del Paese in un quarto di secolo” ha dichiarato il primo ministro Desalegn. Secondo i report di Human Rights Watch, forze di sicurezza etiopi hanno ucciso più di 500 persone durante le proteste nel corso dell’ultimo anno

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di Federica Iezzi

Addis Abeba (Etiopia), 10 ottobre 2016 – Dichiarato lo stato di emergenza nella Repubblica Federale Democratica di Etiopia (FDRE), dopo una riunione di gabinetto ministeriale presieduta dal primo ministro Hailè Mariàm Desalegn. In attesa dell’approvazione da parte dell’Ethiopian House of People’s Representatives, una delle due camere parlamentari riservata per lo più all’opposizione e ai rappresentanti degli oltre 80 gruppi etnici, non è ancora chiaro cosa esattamente sarà incluso nella definizione di stato di emergenza.

“In sei mesi (durata dello stato di emergenza, nda) si metterà fine alla più grave minaccia alla stabilità etiope in un quarto di secolo. Si metterà fine ai danni contro infrastrutture, istituti di istruzione, centri sanitari, edifici amministrativi e di giustizia”, secondo il primo ministro.

Ma cosa c’è davvero dietro l’ondata di proteste? Quello che sta succedendo è una combinazione di tutto: marginalizzazione storica e attuale emarginazione. E’ una rivolta contro il governo di minoranza e le sue politiche. Tutto nasce da mesi di proteste portate avanti dai membri dei due gruppi etnici più rappresentati in Etiopia: gli oromo e gli amhara, che costituiscono circa il 60% del totale della popolazione. La piccola elite tigrina detiene il potere.

Da dove arriva il malcontento? Alla minoranza musulmana sono stati imposti i capi di governo. Gli agricoltori che per secoli hanno amministrato propri appezzamenti terrieri, sono stati spodestati dalle loro terre per far posto all’agricoltura commerciale. Alla comunità amhara è stato prescritto di vivere nella regione del Tigrè, invece che in quella storica di Amara. La risposta: la chiusura quasi totale dello spazio politico alle forze moderate. Il governo non è disposto ad aprire alcun dialogo con l’opposizione. Perchè ciò dovrebbe includere il rilascio di tutti i prigionieri politici, la libertà di stampa e di espressione, la riforma delle istituzioni chiave fondamentale per regolare il sistema giudiziario.

Risalente alla scorsa domenica l’ultimo episodio di violenza, che ha visto come protagonista la morte di massa di civili al festival religioso annuale di Irreecha, a Bishoftu una cittadina a 40 chilometri a sud est della capitale. 55 i morti dell’etnia oromo dopo duri scontri tra manifestanti e polizia. Decine di migliaia gli arresti. Le forze di sicurezza etiopi hanno ucciso più di 500 persone durante le proteste nel corso dell’ultimo anno, secondo i report di Human Rights Watch.

Secondo fonti governative, nelle ultime settimane i manifestanti avrebbero preso di mira anche le società estere, minacciando la reputazione dell’Etiopia come un’economia in crescita e allontanando così gli investimenti internazionali. Sebbene ci sia stata una notevole crescita economica negli ultimi due decenni, l’aumento della disoccupazione e la crescente disuguaglianza sono i padroni delle giornate etiopi. Inoltre sempre più evidenti sono: corruzione pubblica, soffocamento delle libertà civili e malgoverno.

Da una settimana intanto, ad Addis Abeba non è più in funzione internet a banda larga. Bloccati dai funzionari governativi social media e siti web indipendenti, in molte zone dell’Oromia. E molte strade dentro e fuori la capitale sono incessantemente vegliate da posti di blocco della polizia.

La dittatura militare amhara di Mengistu Hailè Mariàm conclusasi nel 1991, ha lasciato posto a un governo di etnia tigrina. Meles Zenawi, che ha giocato un ruolo chiave nella ribellione e nel successivo rovesciamento del regime di Mengistu, prese il potere prima come presidente, poi come primo ministro. Quando morì, nel 2012, il turno al governo sarebbe spettato alla maggioranza oromo, ma il sostituto prescelto di Zenawi, fu l’attuale primo ministro, del piccolo gruppo etnico Welayta del sud. Da lì i primi attriti. Nena News

Nena News Agency “ETIOPIA. Dichiarato lo stato di emergenza” di Federica Iezzi

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ETIOPIA. HRW: ‘Violenze governative contro proteste pacifiste’

Nena News Agency – 20/06/2016

Nel suo ultimo report la ONG Human Rights Watch ha denunciato gli assassini e gli arresti arbitrari di centinaia di persone compiuti dalle forze di sicurezza di Addis Abeba nella regione di Oromia. A gennaio il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione di condanna della repressione in corso nel Paese

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di Federica Iezzi

Addis Abeba (Etiopia), 20 giugno 2016, Nena News – Dall’ultimo report di Human Rights Watch “Such a Brutal Crackdown – Killings and arrests in response to Ethiopia’s oromo protests”, arriva un grido contro le forze di sicurezza governative etiopi. E’ ormai dallo scorso novembre che compiono reiterate violenze contro proteste pacifiste nella regione di Oromia. Si stima che siano state uccise almeno 400 persone. Si parla di migliaia di feriti. Centinaia gli arresti arbitrari e le sparizioni forzate. E mentre la frequenza di proteste sembra essere diminuita nelle ultime settimane, la repressione continua.

Tutto è iniziato nella piccola città di Ginchi a 80 chilometri dalla capitale Addis Abeba, abitata per il 95% dalla comunità oromo, il più grande gruppo etnico del Paese, per la maggior parte agricoltori e piccoli commercianti. Per progetti di ricchi investimenti, l’Addis Abeba Master Plan, il governo di Teshome annuncia di inglobare in una macroregione campi coltivati, riserve forestali e terre che da secoli appartengono agli oromo.

Negli anni, gli sfollati creati da iniziative analoghe del governo, hanno raramente ricevuto un indennizzo o un nuovo terreno su cui ricostruire le proprie vite. Alle proteste il governo risponde con rastrellamenti di massa, torture, soprusi, arresti e uccisioni. I primi manifestanti furono studenti della scuola secondaria, molti non ancora maggiorenni. Polizia federale etiope ed esercito hanno arrestato illegalmente studenti, insegnanti, musicisti, politici dell’opposizione, operatori sanitari e chiunque fornisse assistenza e rifugio ai dissidenti. E nonostante il rilascio di alcuni detenuti, molti rimangono in detenzione senza accusa e senza processo.

Agli studenti e agli agricoltori, nel tempo si sono uniti altri membri della comunità, nelle più di 500 manifestazioni pacifiste, sollevando più ampie rivendicazioni economiche, politiche e culturali. Salvo alcune segnalazioni di violenza durante le proteste, compresa la distruzione di alcune aziende di proprietà straniera e il saccheggio di alcuni edifici governativi, la maggior parte di queste sono state pacifiste.Per settimane, in alcune località del Paese le scuole sono rimaste chiuse, dopo ordini precisi dei funzionari governativi, per dissuadere le proteste.

Nelle interviste pubblicate dall’organizzazione per la difesa dei diritti umani, si descrivonosoldati che sparano indiscriminatamente sulla folla con poco o nessun preavviso, arresti porta a porta durante la notte, nessun accesso all’assistenza legale per i detenuti, repressioni brutali per il capillare dissenso popolare. Il governo etiope si giustifica collegando le manifestazioni di protesta ai gruppi politici di opposizione, come l’Oromo Federalist Congress (OFC), di Bekele Gerba. Convinto sostenitore per la non violenza e difensore della partecipazione dell’OFC nei processi elettorali viziati dell’Etiopia, anch’esso è stato arrestato durante una protesta e portato nel carcere Maekelawi di Addis Abeba.

Nel frattempo aumentano gli sforzi per limitare la libertà di stampa e bloccare l’accesso di informazioni nella regione di Oromia. Oscurati social network e la stazione televisiva Oromia Media Network. Quest’ultima ha giocato un ruolo chiave nella diffusione delle informazioni in tutta Oromia durante le prime proteste. Trasmetteva via satellite contenuti soprattutto nel linguaggio Afaan Oromo. Di recente costretta a trasmettere via radio ad onde corte.

La politica di repressione in Etiopia rappresenta una grave minaccia per il Paese, soprattutto per le sue ambizioni economiche internazionali. Attualmente appaiono essenziali le pressioni sul governo etiope per sostenere un’indagine credibile e indipendente, che ad oggi trova ancora irrisolti casi di uccisioni e arresti illegittimi risalenti al 2014.

Nel gennaio scorso, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione di condanna della repressione in Etiopia. Non c’è stata alcuna dichiarazione ufficiale invece da parte di Regno Unito e Stati Uniti. Nena News

Nena News Agency – ETIOPIA. HRW: ‘Violenze governative contro proteste pacifiste’ – di Federica Iezzi

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L’Etiopia affamata da siccità e dittatura

Nena News Agency – 03 febbraio 2016

La peggiore carestia dal 1984 ha messo in ginocchio un paese che vive soprattutto di agricoltura. E mentre fattorie, scuole e ospedali collassano, il governo dice che va tutto bene 

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di Federica Iezzi

Roma, 3 febbraio 2016, Nena News – L’Etiopia si prepara ad affrontare una carestia peggiore rispetto alla crisi del 1984, che causò la morte di almeno un milione di persone, per la carenza estrema di acqua. La nuova siccità che sta aggredendo l’Etiopia è causata dai fenomeni atmosferici legati a El-Niño: riduzione delle precipitazioni e siccità in alcune regioni del mondo e inondazioni in altre, dovute al riscaldamento anomalo delle acque superficiali dell’oceano Pacifico.

L’Etiopia è abitata da 93 milioni di persone, la maggior parte delle quali vive di agricoltura. Ma la siccità ha provocato la perdita della maggior parte delle coltivazioni: i raccolti si sono ridotti dal 50% al 90%, allo stremo gli animali da fattoria.

Secondo i dati del governo etiope e dei partner internazionali umanitari, più di dieci milioni di persone sono a rischio di insicurezza alimentare, soprattutto nelle regioni colpite nel nord e nell’est del Paese. Le stime parlano di almeno 400.000 casi di grave malnutrizione tra i bambini sotto i cinque anni. In totale 40 milioni di persone sono a rischio in dieci Paesi dell’Africa centrale e del sud, tra i quali Malawi, Zimbabwe, Madagascar e Lesotho. Quasi tre milioni di persone sono sulla soglia della malnutrizione in Malawi, almeno 1,5 milioni fronteggiano carenza alimentare in Zimbabwe, quasi due milioni di persone a rischio in Madagascar e 650.000 in Lesotho.

Piccoli villaggi etiopi, nelle zone remote maggiormente colpite a nord-est, centro e sud, combattono la malnutrizione in modeste cliniche che cercano di distribuire razioni alimentari e acqua. Lavorano per soddisfare le esigenze degli almeno 7.500 arrivi ogni giorno. L’Etiopia è sempre stata contrassegnata da ricorrenti carestie e anche a fronte di un aumento della produttività agricola, la minaccia della fame e la fame rimangono. In meno di un anno, il numero di etiopi con bisogno di assistenza alimentare è notevolmente aumentato, da tre milioni a oltre dieci milioni.

Il disagio in Etiopia è già considerevole per le migliaia di donne e bambini che trascorrono fino a sei ore al giorno alla ricerca di acqua. Le scuole sono chiuse nelle zone maggiormente colpite, con conseguente interruzione della formazione per 1,2 milioni di bambini. I servizi sanitari locali segnalano una cronica mancanza di acqua e forniture necessarie per offrire servizi di base, come il parto.

Il Paese con una delle più rapide crescite economiche in Africa, starebbe rispondendo a questa emergenza con un piano nazionale di 300 milioni di dollari, per la distribuzione capillare di aiuti alimentari. Ma sono forti le critiche per la dittatura, con pretese democratiche, di Malatu Teshome e la gestione dei fondi da parte del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope, attuale partito al potere in Etiopia. Coloro che si oppongono apertamente alla politica di Teshome ricevono scarse risorse, mentre distorte campagne mediatiche di propaganda dicono che il cibo sarebbe sufficiente. Intanto il governo ha disposto l’accesso limitato alle zone colpite del Paese da parte di organizzazioni umanitarie.

L’assistenza internazionale per povertà e fornitura di beni primari per la crescente popolazione e per i 750.000 rifugiati, è sostanziale. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ha annunciato un piano da 50 milioni di dollari per aiutare gli 1,8 milioni di agricoltori e allevatori di bestiame in Etiopia. L’intervento comprenderà distribuzione di sementi, progetti di irrigazione e accesso ai microcrediti.

Secondo i dati ufficializzati dall’UNICEF, 350.000 bambini sono in attesa di un trattamento per malnutrizione acuta grave. E più di otto milioni di persone aspettano assistenza e soccorso. Nena News

Nena News Agency “L’Etiopia affamata da siccità e dittatura” – di Federica Iezzi

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L’Eritrea stretta nel giogo della repressione di Stato

Nena News Agency – 29 settembre 2015

Assenza totale di libertà di espressione, di manifestazione e di dissenso: sono 10mila i prigionieri politici del regime del presidente Afewerki. Uno stato di oppressione che si aggiunge alla mancanza di diritti del lavoro

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di Federica Iezzi

Asmara (Eritrea), 29 settembre 2015, Nena News – Diplomazia pubblica e associazioni umanitarie segnalano da anni uno dei regimi più repressivi e segreti di tutto il mondo. Quello di Isaias Afewerki. Dopo l’euforia post-liberazione del 1993, la foschia del regime del presidente Afewerki, ex capo dei ribelli del Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo, ha chiuso i confini eritrei.

Bandita la libertà di espressione. Dal 2001, nessuna agenzia di stampa nazionale indipendente ha ottenuto l’autonomia di operare, nella sua campagna di vasta repressione del dissenso. Ammessi solo media filo-governativi. Attualmente nel Paese ci sono solo tre quotidiani, due emittenti televisive e tre stazioni radio, tutte sottoposte a stretta sorveglianza da parte del governo. Trasmettono via satellite alcune stazioni eritree che cercano di raggiungere dall’estero gli ascoltatori nel Paese. Ne sono esempi Radio Erena, che trasmette da Parigi, e le stazioni schierate con l’opposizione che trasmettono dall’Etiopia.

L’organizzazione non governativa, Reporter Senza Frontiere, parla di uno ‘stato di paranoia ovunque’ in Eritrea. All’ultimo posto per Press Freedom Index e rispetto dei diritti di comunicazione ed informazione, subito dopo la Corea del Nord. Ogni dissidente politico, sociale, militante ha in comune la stessa sorte nei percorsi prestabiliti dagli uomini del Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, partito al potere attualmente in Eritrea: arresto, tortura o non ritrovamento.

Secondo i dati di Amnesty International, in Eritrea si contano almeno 10.000 prigionieri politici, tra i quali critici, dissidenti, scrittori, uomini e donne che hanno eluso il servizio militare obbligatorio e giornalisti. Detenuti nel campo militare di Wi’a. Sottoposti a rigida sorveglianza e forzati a soprusi.

Nessuna elezione democratica è stata tenuta da quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza. Nessuna costituzione, nessun sistema giudiziario indipendente. Non esistono partiti di opposizione, nè media indipendenti. Vietata, di fatto, la formazione di qualsiasi associazione o organizzazione privata. Non sono ammessi incontri pubblici culturali o religiosi, raduni e riunioni di piazza superiori alle sette persone, che vengono sistematicamente smantellati dalle forze dell’ordine con interrogatori, violenze e registrazione del nome dei partecipanti. Le organizzazioni non governative, politiche, sociali e quelle che lavorano per la promozione dei diritti umani non sono autorizzate ad operare nel regime autoritario del Paese.

Non c’è nessuna guerra civile in Eritrea, né un intervento militare internazionale. C’è un disumano, sanguinario, spietato e totalitario stato di polizia da oltre 20 anni. Ecco perchè si fugge dall’Eritrea. 112.283 rifugiati eritrei hanno trovato una casa nei campi profughi di Gadaref e Kassala, regioni orientali aride sudanesi. Almeno altri 200.000 sono stati accomodati nei principali quattro campi profughi della regione del Tigray, e nei due della regione di Afar, nel nord-est dell’Etiopia.

Rifugiati e membri del Tigray People’s Democratic Movement, gruppo eritreo di opposizione in esilio, intensificano la lotta armata contro il governo di Asmara, accusato di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui esecuzioni, reclusioni arbitrarie e senza processo, persecuzioni, sparizioni, molestie e intimidazioni.

Secondo il rapporto redatto lo scorso giugno, dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, le esecuzioni extragiudiziali, le torture, il servizio militare illimitato e il lavoro forzato, rappresenterebbero crimini contro l’umanità, che potrebbero esporre i funzionari eritrei a giudizio nella Corte Penale Internazionale. Il Ministero degli Affari Esteri eritreo ha respinto ogni accusa, che definisce solo come atto volto a indebolire la sovranità del presidente Afewerki e il progresso del Paese.

Il futuro dell’Eritrea si destreggia con instabilità tra costo della vita improponibile, infrastrutture al collasso, ombre di nuovi scontri armati. I genitori vivono nella paura del diciottesimo compleanno dei figli, data che segna l’inevitabile arruolamento nell’esercito eritreo. Lavoro coatto per sfruttare le ricchezze minerarie eritree come oro, rame e potassio, nel deserto dancalo. E mentre è proibito uscire clandestinamente dal Paese, il resto della popolazione lavora duramente, con basse retribuzioni, in aziende agricole e progetti pubblici. Nena News

Nena News Agency “L’Eritrea nel giogo della repressione di Stato” – di Federica Iezzi

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Se la terra promessa è la Somalia

Il Manifesto – 26 agosto 2015

REPORTAGE

YEMEN. Tra i rifugiati in fuga dal conflitto yemenita, vittime della tratta che dal Golfo di Aden li conduce verso il Corno d’Africa. Su rotte ignote anche alle navi militari saudite dispiegate nell’area

Gibuti - Campo profughi UNHCR di Markazi

Gibuti – Campo profughi UNHCR di Markazi

di Federica Iezzi

Al-Mokha (Yemen) – Vec­chie navi da carico che fino allo scorso marzo tra­spor­ta­vano bestiame, ora almeno una volta a set­ti­mana, dopo 30 ore di navi­ga­zione, sca­ra­ven­tano debi­li­tati rifu­giati dallo Yemen in Soma­lia o a Gibuti. I mer­can­tili par­tono dal porto yeme­nita di al-Mokha, a ovest della città di Taiz, dal porto di Hodeida, nell’omonimo gover­na­to­rato, e dal porto di al-Mukalla, nella regione costiera di Hadh­ra­maut. Seguono la tratta pre­sta­bi­lita nel golfo di Aden.

All’ingresso del Mar Rosso, Bab al-Mandeb è il canale chiave di tra­sporto che separa l’Africa dalla peni­sola ara­bica. Largo solo 30 chi­lo­me­tri nel punto più stretto. Nello stretto ci sono tre prin­ci­pali rotte di con­trab­bando, tutte poco distanti dal porto di al-Mokha. Rotte non sog­gette ai con­trolli di sicu­rezza per anni, da sem­pre uti­liz­zate per il traf­fico di armi, droga, petro­lio e per­sone. Ignote per­fino alle navi mili­tari della Coa­li­zione sau­dita dispie­gate nell’area.

Nad­heer, un avvo­cato yeme­nita, rac­conta: «Il viag­gio può costare dai 100 ai 300 dol­lari. Anche per i bam­bini. Le bar­che tra­spor­tano 200 per­sone e 600 ton­nel­late di merce». E con­ti­nua: «Lo Yemen è diven­tato un luogo dif­fi­cile da abban­do­nare. La via di terra per l’Arabia Sau­dita è bloc­cata dai ribelli hou­thi. Le città costiere meri­dio­nali pre­si­diate dagli hou­thi sono inavvicinabili».

I rifu­giati sbar­cano in Soma­lia, nei porti di Ber­bera e Lughaya, nella regione auto­noma del Soma­li­land, o nel porto di Bos­saso, nel Pun­tland, e tro­vano rifu­gio tem­po­ra­neo spesso nei para­liz­zanti campi spon­ta­nei, non uffi­ciali, dove c’è ener­gia elet­trica per appena 8 ore al giorno.

Tra i rifu­giati, ci sono anche somali bantu fug­giti venti anni fa dalla spi­rale di vio­lenza che tut­tora ancora deva­sta la loro terra. All’epoca tro­va­rono casa in Yemen, ma ora il governo somalo di Has­san Sheikh Moha­mud ha offerto il suo soste­gno alla Coa­li­zione sau­dita nella lotta con­tro i ribelli di al-Qaeda gui­dati dall’emiro Qasim al-Raymi, e con­tro la mino­ranza sciita hou­thi, appog­giata dalle forze fedeli all’ex pre­si­dente yeme­nita Ali Abdul­lah Saleh e dall’Iran. Dun­que la popo­la­zione yeme­nita che fino a poche set­ti­mane fa con­vi­veva con i tra­pian­tati somali, oggi li aggredisce.

I dati dell’UNHCR, l’Alto Com­mis­sa­riato delle Nazioni Unite per i Rifu­giati, par­lano di 28.596 yeme­niti arri­vati in Soma­lia, tra cui almeno 12.000 bam­bini, dall’inizio del con­flitto. Nel cen­tro di acco­glienza, alle­stito nel porto di Ber­bera, uomini, donne e il pianto incon­so­la­bile dei bam­bini pos­sono sostare solo tre giorni. Rice­vono cibo, acqua e cure medi­che. Ci sono solo cin­que ser­vizi igie­nici per più di 400 per­sone. Da Ber­bera in massa si pre­ci­pi­tano nella capi­tale Har­gheisa, dove si acco­dano alle infi­nite file delle strut­ture della Mez­za­luna Rossa, per man­giare e per chie­dere asilo.

Senza cibo, né scarpe, secondo i dati dell’Organizzazione Inter­na­zio­nale per le Migra­zioni, 23.360 rifu­giati sono tran­si­tati nel cen­tro di al-Rhama e poi accolti nel campo di Mar­kazi, nella pic­cola città por­tuale di Obock, in Gibuti. Su petro­liere o mer­can­tili. Senza posti veri. Un com­mer­cio fio­rente di biglietti e passaporti.

Faaid, un agente marit­timo del porto di Ber­bera, ci dice che «1.325 per­sone sono arri­vate in Soma­lia e a Gibuti nelle due set­ti­mane suc­ces­sive all’inizio del con­flitto in Yemen». Le Nazioni Unite par­lano di almeno 900 per­sone arri­vate nel Corno d’Africa negli ultimi 10 giorni. 58.234 il totale di arrivi tra Gibuti, Soma­lia, Sudan e Etio­pia. Secondo i doga­nieri del porto di al-Mokha, più di 150 per­sone lasciano lo Yemen legal­mente ogni giorno. Sono i pesca­tori con le loro bar­che o chi ha soldi suf­fi­cienti per com­prare un posto sui mer­can­tili. E ogni giorno, come merce di con­trab­bando, più di 400 per­sone affron­tano quel mare, su bar­che di medie dimen­sioni. Di pro­prietà di com­mer­cianti o pesca­tori yeme­niti, ven­gono com­prate qual­che giorno prima della pre­vi­sta par­tenza, da bande di trafficanti.

Berbera, Somaliland (Somalia) - Golfo di Aden

Berbera, Somaliland (Somalia) – Golfo di Aden

Tutto ini­zia in mezzo alle 18.000 per­sone del campo pro­fu­ghi di al-Kharaz, a 150 chi­lo­me­tri a ovest del porto di Aden. Strade bucate dai mor­tai. Nella deserta regione del sud dello Yemen, durante la distri­bu­zione di cibo da parte del World Food Pro­gramme, quando le per­sone sono ammas­sate e le tem­pe­ra­ture arri­vano a 35 gradi, Fadaaq, un ragazzo forse di 19 anni, ini­zia la “ricerca”. Fadaaq, ci rac­con­tano nel campo, lavora per con­trab­ban­dieri migranti in Kuwait. L’obiettivo è di tro­vare almeno 30 per­sone per ogni viaggio.

Il tra­sporto dal campo al porto di al-Mokha è in auto­bus. Ogni rifu­giato paga dai 25 ai 50 dol­lari, incon­trando diversi chec­k­point mili­tari sulla strada, fre­quente tar­get dei mili­ziani di al-Qaeda.

C’è anche chi, dai quar­tieri di Cra­ter, Ash Sheikh Outh­man, Khur Mak­sar e Atta­wahi della città di Aden, cam­mina a piedi per due giorni interi, fino a al-Mokha. Lo Stato Isla­mico e al-Qaeda hanno bloc­cato la mag­gior parte delle strade tra Sana’a e Aden.

Si aspet­tano anche 15 giorni nel porto, in attesa di un posto sui mer­can­tili o in attesa di sal­dare il debito con i con­trab­ban­dieri. Si dorme per terra su teli. Si aspetta l’acqua dalle orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie. Agenti di poli­zia, guar­die di fron­tiera e diplo­ma­tici fanno finta di non vedere.

Il con­trab­bando di migranti coin­volge reclu­ta­tori, tra­spor­ta­tori, alber­ga­tori, faci­li­ta­tori, ese­cu­tori, orga­niz­za­tori e finan­zia­tori. Spesso i traf­fi­canti sono essi stessi migranti. Spesso i migranti clan­de­stini gui­dano le bar­che. Spesso si usano imprese ad alta inten­sità di capi­tale per il rici­clo dei proventi.

Tre­cento pas­seg­geri è il mas­simo per una barca di 17 metri. Ma le bar­che ven­gono cari­cate di 700–800 per­sone. Su quasi ogni barca la sto­ria è la stessa. Ven­gono rac­colti tutti i tele­foni cel­lu­lari. Tutti par­tono senza baga­glio. Hanno diritto a man­giare, bere e andare in bagno fino al momento dell’imbarco.

Ci rac­conta Reem: «Mi hanno por­tata in un posto dove ho incon­trato altri come me, in viag­gio verso la Soma­lia. In totale era­vamo 157. Una parte del viag­gio l’ho fatta in piedi, per far posto ai miei figli. Poi sono riu­scita a sedermi con le gambe appog­giate al petto. Sono rima­sta per più di dieci ore così». Reem ci ha detto che arri­vati a Ber­bera, in Soma­li­land, hanno spinto tutti fuori dalla barca, in mare. Alcuni sono anne­gati. Altri sono riu­sciti a rag­giun­gere la riva. La barca è spa­rita in pochi minuti tra le onde.

A Mareero, Qaw e Elayo, nella regione somala del Pun­tland, a Obock, in Gibuti, a Bab al-Mandeb, al largo della città di Taiz, e nel golfo di Aden, l’UNHCR ha regi­strato il più alto numero di decessi nel Mar Rosso e nel Mar Arabico.

Il Manifesto, 26/08/2015 “Se la terra promessa è la Somalia” – di Federica Iezzi

Nena News Agency “Se la terra promessa è la Somalia” di Federica Iezzi

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