SIRIA. Il buio Natale di Aleppo

Nena News Agency – 26 dicembre 2015

Nella città contesa da Fronte al-Nusra, opposizioni moderate e governo di Damasco, la popolazione vive allo stremo: manca il cibo, manca l’elettricità, le macerie invadono le strade. Ma a Natale ci si ritrova lo stesso.

Halab #2

di Federica Iezzi

Aleppo (Siria), 26 dicembre 2015, Nena News – “Non fa differenza vivere nei quartieri sotto il controllo delle forze armate di regime o in mano ai ribelli. Viviamo tutti sotto le bombe. E non c’è elettricità”. Risuonano come un monito le parole di Fathi, nell’aria stranamente silenziosa di Aleppo.

Ci sono alcuni momenti durante la giornata che sembra di vivere in una città deserta. Quasi non si avverte, dopo giorni, il disturbo di fondo dei generatori perennemente in funzione. E i rumori quando ricompaiono sono quelli della distruzione, dei crolli, delle esplosioni. Perfino i bambini li riconoscono. Ad Aleppo. Per secoli centro nevralgico di una Siria ormai lontana.

Nei quartieri in mano al gruppo qaedista Jabhat al-Nusra, si lavora continuamente per riparare servizi elettrici, idrici e fognari. E la scena si ripete ovunque. La città è un eterno cantiere. Al buio. “Siamo senza corrente elettrica per almeno 20 ore al giorno. Spesso durante la giornata può mancare del tutto”, continua Fathi. “La linea di alimentazione per le aree controllate dai ribelli è la stessa linea di quella delle aree controllate dal regime. Parte dalla stazione di Hama”. L’unica linea elettrica ad alto voltaggio passa a sud-ovest di Aleppo, nella stazione di Mahardeh, controllata dal governo siriano, e in quella di Zurbah, controllata dai ribelli.

Le forze ribelli dominano la maggior parte dei quartieri settentrionali, orientali e meridionali di Aleppo. Le forze del regime controllano invece i distretti ad ovest. Fuori Aleppo, i ribelli mantengono il potere sui territori a nord, ovest e sud, mentre le forze governative si trovano immediatamente ad est e sud della città. Gli scontri tra regime e forze ribelli dal 2012 hanno lasciato ad Aleppo, l’ombra distrutta del suo centenario souq, centinaia di migliaia di residenti sfollati, quartieri ridotti in macerie, solo polvere sui muri di scuole, moschee e chiese, civili intrappolati nella lotta quotidiana alla ricerca di acqua, cibo e energia.

Qamar, la moglie di Fathi, ci racconta “Prima riuscivo almeno a conservare piccole scorte di carne, latticini e altri alimenti in frigorifero. Non dovevo uscire tutti i giorni sotto le bombe per dar da mangiare ai nostri figli. Adesso senza elettricità per così tante ore come si fa?”. Continua “L’embargo internazionale inoltre impedisce ogni possibilità di esportazione, così i prezzi sono saliti alle stelle”.

In città ci sono generatori in grado di fornire energia elettrica quotidiana a 200 case. Il combustibile è diventato molto costoso. Le famiglie pagano una somma mensile rispetto a quante ampere di elettricità consumano. Per tutti quelli che non possono pagare, la vita continua senza luce. E quelle persone sono abituate all’oscurità.

A pochi metri dalle milizie armate, alcune auto si trasformano in taxi semplicemente attaccando su un fianco un foglio bianco con su scritto “taxi”. I minibus hanno i finestrini sostituiti con la plastica, perché i vetri sono saltati con i bombardamenti. Le saracinesche dei negozi sono abbassate e deformate, ma i venditori ambulanti non si arrendono e continuano a distribuire i loro prodotti a poche lire.

Da quando l’Esercito Siriano Libero ha fatto il suo ingresso ad Aleppo, nella metà del 2012, la città è diventata amore e guerra, infanzia e morte, dolore e sofferenza. Bombardata ogni giorno dai barili esplosivi governativi e rivendicata dallo Stato Islamico. Rifugio per persone innocenti, distrutte dalla disabilità. Tutto dimenticato. Presi di mira indistintamente i quartieri di al-Sukkari, al-Maghayir, al-Mashhad, al-Sha’ar, al-Qatirji. Su strade piene di vita improvvisamente si riversano solo sangue e urla disperate.

Sono commoventi le decorazioni di Natale sulle porte di edifici semidistrutti, mentre gli attacchi aerei continuano a martellare Aleppo. “Luoghi di culto, piazze e case sono sempre di più gli obiettivi dei bombardamenti” ci racconta Bassel. “E di solito i raid aerei sono su quattro o cinque luoghi diversi contemporaneamente”.

Imprigionate nelle case rimaste in piedi, le famiglie si riuniscono per il pranzo di Natale. Non importa se si è parenti. Chi sopravvive tra pianti e bombe diventa un fratello. Tutti portano qualcosa, baba ghannouj, hummus, baklava, meze platters, e alla fine si riesce a mangiare. Nena News

Nena News Agency – 26/12/2015 “SIRIA. Il buio Natale di Aleppo” di Federica Iezzi

Standard

Il nuovo Iraq che non ha posto per i cristiani

Nena News Agency – 06 agosto 2015

Da più di un milione, oggi la popolazione cristiana in Iraq arriva appena a 300 mila anime. ISIS e sostegno straniero le cause di un eccidio silenzioso 

An Iraqi Christian child rests on a phew inside the Church of the Virgin Mary in the town of Bartala, on June 15, 2012, east of the northern city of Mosul, as some Iraqi security remain in the town to protect the local churches and community.  The exiled governor of Mosul, Iraq's second city which was seized by Islamist fighters last week, has called for US and Turkish air strikes against the militants.  AFP PHOTO/KARIM SAHIB

di Federica Iezzi

Baghdad, 6 agosto 2015, Nena News – Le perplessità dei cristiani da Mosul a Qaraqosh sono le stesse. Quale sarà il nostro futuro qui? Come possiamo convincere i nostri giovani a rimanere nel loro Paese? Come possiamo ricostruire le nostre case? Come possiamo avere indietro il nostro lavoro? Da più di un milione, oggi la popolazione cristiana in Iraq arriva appena a 300 mila anime.

“I jihadisti dello Stato Islamico, i sunniti più estremisti, agli ordini di al-Baghdadi possono essere fermati oggi solo da una reazione dei sunniti moderati, in Medio Oriente” ci dice un sacerdote secolare siro-cattolico dell’arcieparchia di Hassaké-Nisibi.

Lo Stato Islamico autonominato non è nato nel vuoto. Si è nutrito di città sunnite una dopo l’altra, del sostegno delle popolazioni sunnite che subirono brutali rappresaglie settarie dal governo di al-Maliki, appoggiato dagli Stati Uniti. La storia dell’Iraq non è legata all’ISIS, ma è quella di una guerra faziosa eternamente in corso tra musulmani sunniti e sciiti.

Quando i combattenti dell’ISIS presero il controllo di aree sunnite nell’Iraq occidentale un anno fa, incoraggiarono violenza e rabbia contro il governo sciita di Baghdad, al potere dal 2003. Per i sunniti e l’ISIS, il governo di Baghdad è stato un nemico comune. Si creò un matrimonio di necessità. Oggi attriti e crepe si rincorrono nel rapporto ISIS-sunniti per le pesanti richieste di fedeltà del Califfato nero e l’assillante esigenza di attuare la shari’a.

La dottrina fondamentalista sunnita è complice dunque nell’eccidio dei cristiani in Iraq. Terreno fertile coltivato poi dalla legge dell’ISIS. Non sono consentiti simboli cristiani. Introdotta la “tassa religiosa”, obbligatoria ai non musulmani. Le case dei cristiani a Mosul sono marchiate dalla lettera araba N (nun) che sta per ‘Nasara’ (nazareni). I luoghi di culto oggi sono cenere. Conversione, fuga o morte. E’ questo che potevano scegliere i cristiani nel nord dell’Iraq. “I cristiani in Iraq, per ironia della sorte, si sentivano più sicuri sotto Saddam Hussein” racconta avvilito padre Issah, il sacerdote siro-cattolico.

Quando qualche mese fa Rahel tornò nella casa dove viveva a Tel Tamar, nel nord-est della Siria, trovò davanti la sua terra un cartello che diceva ‘Proprietà dello Stato Islamico’. L’ISIS ha preso il controllo delle città cristiane, a maggioranza curda, nella valle del fiume Khabur, lo scorso giugno. A febbraio centinaia di cristiani sono stati costretti a lasciare i propri villaggi per le violente incursioni del gruppo estremista nelle aree di al-Hasakah e Qamishli. Si sono susseguiti sanguinosi assedi. La gente era affamata, le case bruciate, le chiese profanate e saccheggiate, i figli mutilati e i feriti trascinati lontani dalle granate. I miliziani hanno nascosto mine nelle case, nelle fattorie, nei campi e nelle antiche rovine cattoliche. I risultati sono stati: l’uccisione di più di due dozzine di civili, il sequestro di circa 300 e la fuga di almeno 2.500 persone.

Costretti a lasciare le proprie case e passare anni in campi profughi, i cristiani di Siria e Iraq restano nel mirino dei gruppi jihadisti. Circa 200 mila cristiani iracheni hanno trovato rifugio in Kurdistan. Almeno 138 mila cristiani siriani hanno oggi lo status da rifugiato in Libano e paesi limitrofi.

In città come Aleppo i cristiani imbracciano le armi contro i ribelli dell’Esercito Siriano Libero. In altre, combattono contro i jihadisti dell’ISIS a fianco dei peshmerga curdi ad Arbil in Iraq, o dell’Esercito Nazionale Siriano ad al-Hasakah, in Siria. Comunità decimate e in frantumi in mezzo al lungo conflitto in Siria, e nella terra dello Stato Islamico di Mosul e della piana di Ninive in Iraq.

La maggior parte dei siriani siriaci sostiene il governo di al-Assad. “I ribelli locali, perfidamente spalleggiati dal governo turco, hanno interamente distrutto case e chiese cristiane in villaggi come Kassab, nella provincia di Latakia, Maaloula, a nord-est di Damasco, Homs e non certo come danni collaterali da colpi lanciati contro le forze governative. L’esercito di Damasco ha ripreso il controllo di città cristiane, come prova della determinazione di al-Assad di proteggere le minoranze religiose”, ci dice esaltato Ouseph. E continua “Dall’altra parte non c’è opposizione democratica, solo gruppi estremisti. Nè Daesh nè ribelli sono i nostri vicini islamici con cui abbiamo convissuto serenamente per anni”.

Yacoubieh è un villaggio a maggioranza cristiana nella provincia nord-occidentale di Idlib, sotto il controllo dei miliziani di Jabhat al-Nusra, braccio siriano di al-Qaeda, da quando all’inizio di quest’anno sono state allontanate le forze di regime. “I nostri figli sono senza cibo, acqua e medicine. Non c’è elettricità per 15 ore al giorno”, ci raccontano le voci dei frati francescani, dal convento colpito da un missile solo una settimana fa. Limitati da posti di blocco militari gli ingressi e le uscite ai quartieri. “Annientare chiese e monasteri, rapire ecclesiastici, affamare la popolazione sono solo alcuni dei crimini che i ribelli commettono contro la comunità cristiana di Siria e Iraq”, continuano.

I cristiani hanno camminato per le strade irachene e siriane per più di mille anni. Oggi c’è silenzio. Ogni strada è deserta. Case e beni abbandonati alle depredazioni anti-governative che Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Turchia e i loro alleati sostengono. Nena News

Nena News Agency “Il nuovo Iraq che non ha posto per i cristiani” di Federica Iezzi

Standard

SIRIA, gli ospedali target della guerra

Il Manifesto – 13 giugno 2015

Reportage. L’ONU: i 245.000 siriani delle zone assediate vivono senza alcuna fornitura medica. Circa 15 mila medici siriani sono fuggiti nel corso degli ultimi quattro anni

Part-NIC-Nic6367661-1-1-0

di Federica Iezzi

Damasco – L’al-Sakhour hospi­tal ad Aleppo, gli ospe­dali nell’area di al-Bolel e di Boq­ros, nella pro­vin­cia di Deir-Ezzor, l’Hama Cen­tral hospi­tal, nel vil­lag­gio di Hiza­rin, nel gover­na­to­rato di Idlib. Sono sol­tanto gli ultimi ospe­dali, in ordine di tempo, ad essere stati col­piti in Siria.  Nella pro­vin­cia di al-Raqqa l’85% degli ospe­dali non rie­sce a man­te­nere un’attività quo­ti­diana e con­ti­nua­tiva. Nell’area di Dama­sco e Homs il 75% degli ospe­dali è fuori servizio.

«Ho sen­tito solo un rumore infer­nale. Ero attac­cato alla mac­china per la dia­lisi. Non mi potevo muo­vere. Dall’inizio della guerra le sedute sono sem­pre lun­ghe per­ché la dispo­ni­bi­lità di cor­rente elet­trica è di tre, al mas­simo, quat­tro ore al giorno, a meno che la luce non la com­pri allo Stato Isla­mico. 800 lire siriane al mese». Raid aerei del regime col­pi­scono il reparto di nefro­lo­gia e quello di pedia­tria dell’al-Raqqa Natio­nal hospi­tal, ucci­dendo un paziente e ferendo 22 civili. I minuti dopo l’esplosione sono gli stessi: pol­vere e spor­ci­zia, vetro, pezzi di legno e di pla­stica dappertutto.

Dai dati dell’organizzazione non-profit Phy­si­cians for Human Rights, il governo siriano è respon­sa­bile di almeno 150 attac­chi su 124 strut­ture sani­ta­rie, dal marzo 2011. Più di 460 mem­bri del per­so­nale sani­ta­rio risul­tano uccisi.

Nel quinto anno di una san­gui­nosa bat­ta­glia senza vinti nè vin­ci­tori, le aggres­sioni siste­ma­ti­che su per­so­nale medico e strut­ture sani­ta­rie ren­dono di fatto impos­si­bile ai civili il diritto di rice­vere ser­vizi cli­nici essen­ziali. Secondo l’Organizzazione Mon­diale della Sanità, quasi la metà degli ospe­dali siriani è stata inte­ra­mente o par­zial­mente distrutta e solo il 43% delle strut­ture ospe­da­liere è pie­na­mente funzionale.

Quel tonfo sordo

L’Onu stima che i 245.000 siriani, che vivono nelle zone asse­diate, sono com­ple­ta­mente tagliati fuori da for­ni­ture medi­che.
«Ho visto mirare l’ospedale pedia­trico nel mio quar­tiere, a Qadi Askar. Ad Aleppo non sono sicuri nem­meno gli ospe­dali. E non ven­gono rispar­miati nean­che i bam­bini», rac­conta Assel. «Era set­tem­bre ed era sera. Era ancora caldo fuori. Rin­cor­revo i miei figli per farli man­giare. I bam­bini sono tutti uguali. E poi quel tonfo sordo. Si pensa sem­pre di morire. Non ci si abi­tua mai. Quel tonfo era sull’ospedale pedia­trico. Ci ero stata due giorni prima per la ton­sil­lite di Adnan».

Dopo ripe­tuti raid aerei, risulta este­sa­mente dan­neg­giato il Cen­tral hospi­tal, nel quar­tiere di Hanano a nord-est di Aleppo. Distrutti i gene­ra­tori di elet­tri­cità. Ferme le sale ope­ra­to­rie. Attual­mente è un sem­plice grosso ambu­la­to­rio medico.

Senza medi­cine né mate­riali il Zahi Azraq, il Farabi e l’al Kindi hospi­tal, nell’area di Aleppo, dopo estesi bom­bar­da­menti da parte delle forze governative.

Col­pito dura­mente dall’esercito di al-Assad il quar­tiere di al-Shaar, a nord di Aleppo e con esso col­piti anche il Dar al Shifa Field hospi­tal e l’al-Daqqaq hospi­tal. Scon­tri con­ti­nui anche nel quar­tiere di Ansari, dove il Fronte al-Nusra ha preso il con­trollo delle zone est e sud. Preso di mira l’al-Zarzour hospi­tal e l’Abu al Wafa field hospi­tal. Bom­bar­da­menti sull’ospedale di Sha­wki Hilal, nel quar­tiere di Jeb al-Qubbah, e sull’ospedale di Omar Bin Abdu­la­ziz, nel quar­tiere di Maadi. Colpi di mor­taio delle forze di oppo­si­zione sul cen­tro car­dio­lo­gico, nell’ospedale uni­ver­si­ta­rio di Aleppo.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, circa 15.000 medici sono fug­giti dalla Siria, nel corso degli ultimi quat­tro anni. La metà dei medici cer­ti­fi­cati. Ad Aleppo sono rima­sti solo 250 medici per una popo­la­zione di 2.500.000 per­sone. Nei sob­bor­ghi di Dama­sco di 1.000 medici, oggi ne riman­gono poche decine. La carenza di per­so­nale sani­ta­rio incide oggi pesan­te­mente su tassi di mor­ta­lità e nata­lità, trat­ta­mento per malat­tie cro­ni­che, trat­ta­mento per infe­zioni. Almeno 200.000 per­sone sono morte in Siria, nel corso del con­flitto, per man­cato accesso a cure medi­che di base. Muo­iono donne in tra­va­glio per­ché non c’è nes­suno a fare un taglio cesa­reo. Muo­iono gli anziani per le com­pli­canze del dia­bete. Almeno 70.000 pazienti affetti da tumore e 5.000 pazienti sot­to­po­sti a dia­lisi non hanno rice­vuto nes­sun trat­ta­mento negli anni del conflitto.

Nella sua tenda, in uno dei campi spon­ta­nei della pro­vin­cia di al-Raqqa, Jabi­rah, una bam­bina di 13 anni, ci rac­conta la malat­tia del papà. «Ha un tumore alla pan­cia ma non c’è nes­sun dot­tore che lo può curare. Ci sono poche medi­cine por­tate da per­sone con i fucili e la mamma non ha soldi per comprarle».

In Siria, man­cano for­ni­ture di base per gli ospe­dali, in par­ti­co­lare nelle zone sotto il con­trollo dei ribelli. Ne è un esem­pio il cen­tro dia­lisi dell’al-Raqqa Natio­nal hospi­tal, che ha fer­mato la sua atti­vità per carenza di mate­riale sanitario.

Ad al-Hasakah e nella pro­vin­cia di Lata­kia, dove oggi avan­zano i com­bat­tenti dello Stato Isla­mico, ven­gono bom­bar­dati i cen­tri di vac­ci­na­zione. A Dara’a, nel gover­na­to­rato di Dama­sco e ad Hama, in vio­la­zione del Diritto Inter­na­zio­nale Uma­ni­ta­rio, dan­neg­giati, da raid aerei del regime, sale ope­ra­to­rie e equi­pag­gia­menti medici degli ospe­dali in cui veni­vano trat­tati i com­bat­tenti delle forze di oppo­si­zione.
Nella pro­vin­cia di Deir Ezzor, durante gli attac­chi da parte delle forze gover­na­tive, distrutti gene­ra­tori di cor­rente elet­trica, respi­ra­tori auto­ma­tici e unità di tera­pia inten­siva neo­na­tale, negli ospe­dali pub­blici di aree civili den­sa­mente popolate.

Tarek, stu­dente di medicina…

Tarek, uno stu­dente di medi­cina, ci rac­conta «Le agen­zie inter­na­zio­nali for­ni­scono gli ospe­dali di sac­che di san­gue e altre attrez­za­ture di base, la mag­gior parte degli aiuti però arriva dall’attività di con­trab­bando. Oltre un milione di dol­lari in for­ni­ture medi­che, attra­verso una rete sot­ter­ra­nea di per­corsi in Libano e in Tur­chia, solo negli ultimi mesi». E con­ti­nua «Tutto que­sto in un Paese dove ormai non ci sono vac­ci­na­zioni obbli­ga­to­rie per i bam­bini, le donne par­to­ri­scono senza assi­stenza medica e gli inter­venti chi­rur­gici sono con­dotti senza anestesia».

Nella Homs sotto asse­dio fino a un mese fa poi con­qui­stata dalle truppe di Dama­sco, i gruppi armati dell’opposizione siriana hanno lan­ciato ripe­tuti colpi di mor­taio e gra­nate sull’al-Qaryatayn hospi­tal, sul cen­tro ospe­da­liero di Baba Amr, sull’al Hikma hospi­tal a Inshaat e sull’al-Kindi hospi­tal a al-Ghouta. Col­piti dalle forze gover­na­tive l’Homs Natio­nal hospi­tal, l’al Walid Children’s hospi­tal, l’Albir hospi­tal e il Tal­dou Natio­nal hospital.

Bom­bar­da­menti da parte delle forze di regime sull’al-Hilal hospi­tal, gestito dalla Mez­za­luna Rossa siriana, nella città di Idlib con­qui­stata dalle mili­zie di Al Nusra (al Qaeda). I feriti sono stati por­tati in sezioni intatte dell’ospedale. Distrutti mac­chi­nari, equi­pag­gia­menti e stanze del ser­vi­zio di diabetologia.

Ci rac­conta Nizar, uno dei pochi medici rima­sti a Idlib, che men­tre medi­cava una ferita pro­fonda al fianco destro di un gio­vane uomo, mili­tari dell’esercito gover­na­tivo, l’hanno inter­ro­gato sull’identità del paziente. «Era un mili­tante dell’Esercito Siriano Libero. L’hanno tra­sci­nato via, era ter­ro­riz­zato. E io non l’ho potuto pro­teg­gere». I mili­tari di al-Assad, con sor­riso iro­nico, hanno chie­sto a Nizar «Per­ché stai aiu­tando l’Esercito Libero?”. Nizar ci con­fessa «Nes­suna delle due parti sarà in grado di sal­vare la Siria».

Il Manifesto 13/06/2015 – “Siria, gli ospedali target della guerra” – di Federica Iezzi

Standard

REPORTAGE. Aleppo si aggrappa alla vita

Nena News Agency – 05 febbraio 2015

Mentre continuano gli scontri tra le forze governative e i qaedisti del Fronte al-Nusra, nei quartieri occidentali di Aleppo si vede la vita scorrere in tutte le sue forme disordinate, a volte interrotte e frantumate dai combattimenti. Gli abitanti non si arrendono alla guerra

 

Aleppo (Syria) - Destroyed Umayyad mosque

Aleppo (Syria) – Destroyed Umayyad mosque

di Federica Iezzi

Aleppo, 05 febbraio 2015, Nena News – Da quando infuriano di nuovo i combattimenti, famiglie intere sono state costrette a fuggire dalle loro case. Alcuni vivono in sorte di campeggi, altri nelle rovine di vecchi condomini. Gli edifici non hanno mura, come le case delle bambole vecchio stile. Dai soffitti di cemento grezzo, la pioggia si infiltra e si raccoglie in pozzanghere scure sui pavimenti di calcestruzzo. Nessun servizio igienico. Nessuna protezione se non teli di plastica forniti dalle Nazioni Unite. Si stima che siano 1,78 milioni gli sfollati di Aleppo. Il governatorato locale è dal luglio del 2012, un campo di battaglia chiave schiacciato tra i militanti dello Stato Islamico, l’esercito governativo e i ribelli cosiddetti “moderati” finanziati e appoggiati dagli Stati Uniti, da altri paesi occidentali e dalle monarchie arabe.

I qaedisti del Fronte al-Nusra, controllano aree sul lato nord-occidentale della città. L’ultimo, in ordine di tempo, ad essere strappato dalle mani del governo siriano il quartiere di al-Ashrafieh, ad ovest della città. L’esercito governativo controlla solo un terzo dei quartieri di Aleppo. La parte orientale della città è invece contesa tra ISIS e l’Esercito Siriano Libero, la milizia dell’opposizione. Le forze militari agli ordini del presidente Assad cominciano a chiudere le tangenziali a nord di Aleppo e gli abitanti temono di subire la stessa sorte di Homs se jihadisti e qaedisti non lasceranno la città. Si annuncia un assedio che potrebbe durare mesi, con pochi aiuti umanitari. Senza ingressi e senza uscite.

I combattimenti avvenuti intorno alla città di Hama hanno danneggiato le linee elettriche che rifornivano anche Aleppo. Si studia perciò alla luce delle candele e si lotta quotidianamente con i tagli dell’elettricità. E si convive anche con la scarsità di acqua. Le pompe idrauliche non funzionano più. Gli abitanti di quella che era la città più prospera della Siria, sono ridotti a raccogliere acqua dai pozzi e trasportarla in taniche.

Non c’è il latte. Non c’è gas. Non c’è lo zucchero.

Nel centro storico di Aleppo e nel souq della cittadella del tredicesimo secolo, costellati da due anni di bombardamenti, il silenzio è interrotto da disordinati spari, tra le barriere di sabbia e detriti, erette per bloccare i ribelli. Le granate non fanno distinzione tra combattenti e civili, uomini e donne, vecchi e bambini. E proprio i bambini di Aleppo hanno imparato subito la lezione: non si toccano le schegge delle bombe dopo l’esplosione. Bruciano le dita. La gente racconta che i raid aerei distruggono solo i primi quattro o cinque piani degli edifici, quindi le migliori possibilità di sopravvivenza, sono nei piani nei quali la luce non arriva.

Non c’è più nessun popolo. Non ci sono gatti né insetti. Niente.

Come succedeva nella Sarajevo negli anni ’90, oggi nelle strade all’ingresso di Aleppo si leggono cartelli scritti a mano con lettere arabe, che indicano la presenza dei qannas, i tiratori scelti delle parti in lotta. Uccidono indiscriminatamente.

Le cupole dell’antica moschea di Umayyad, terreno di battaglia fino allo scorso luglio, sono coperte da segni di razzi. Poco è rimasto dei preziosi archi, una volta case e negozi dei piccoli produttori tessili. I viali deserti della “capitale del Nord”, così è soprannominata Aleppo, sono disseminati di detriti, frammenti di bombe e proiettili, vetri rotti, edifici distrutti, finestre in frantumi, polvere e pezzi di metallo arrugginito. Ai lati delle strade si vende gasolio da riscaldamento e gas: combustibili di bassa qualità che raggiungono Aleppo dal mercato nero iracheno. E su ogni grosso incrocio, venditori ambulanti offrono generatori ben etichettati, provenienti dalla Cina. Sono gli unici affari che vanno bene perchè scarseggia l’elettricità. Nei viottoli, in parte bruciati e distrutti, del vecchio bazar di Aleppo si trovano ancora carne, verdure e pane. Le donne un tempo erano la vita dei mercati di questa città nota a tutto il mondo, oggi sono coperte dalla testa ai piedi nell’hijab e molte tengono nascosto l’intero viso sotto il niqab

L’odore di plastica bruciata rimane perennemente nella gola e il fumo sale all’infinito sopra Aleppo. I bambini frugano nelle montagne di spazzatura, per cercare materiale riciclabile. Sui marciapiedi della città anziani uomini, con kefiah dai mille colori, vendono legna da ardere.

Nel quartiere cristiano di Suleiman al-Halaby, quattro bambini su cinque non vanno più a scuola. Bombardamenti, fuoco di artiglieria e cecchini sembrano essere diventati comuni. Le famiglie devono educare i figli e portare a casa il cibo da mangiare. Fanno del loro meglio per sopravvivere in mezzo a questo conflitto, a caos e povertà. Alcuni abitanti di Aleppo ci dicono: “All’inizio di questa guerra c’era ingiustizia. Ora si è aggiunta l’umiliazione”. Nena News

Nena News Agency “REPORTAGE. Aleppo si aggrappa alla vita” – di Federica Iezzi

Standard

FOTO. Vita nel villaggio siriano di Atmeh

Nena News Agency – 13 dicembre 2014

Solo tre anni fa bulldozer, forze di sicurezza e volontari erano uniti a scavare e tirare su le tende, in quello che chiamavano Olive tree camp. I rifugiati del nord-ovest della Siria si stiparono nel villaggio di Atmeh, sperando in un pasto caldo e in un riparo per la notte. Oggi non arrivano più aiuti umanitari

DSC_0095

testo e foto di Federica Iezzi

Idlib (Siria), 13 dicembre 2014, Nena News – In mezzo all’incertezza, gli abitanti del campo profughi di Atmeh fanno del loro meglio per ritagliare un po’ di ordine nella loro vita. Fino a un mese fa la regione di Jabal al-Zawiya, nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, era sotto il controllo delle forze di al-Assad. Oggi i combattenti del Fronte al-Nusra hanno occupato una serie di villaggi dell’area, ancora oggetto di attacchi da parte del regime.

Le famiglie siriane vivono sotto teli di plastica bianchi e azzurri. 30.000 persone ormai e 3200 tende. La popolazione del campo diminuisce e aumenta in base a quante bombe cadono sul terreno annientato. Alle tende si sono aggiunti edifici in lamiera. E lungo le stradine fangose del campo, si affacciano piccole botteghe che vendono falafel e coca cola.

Quando l’area attorno a Idlib era controllata dall’Esercito Siriano Libero c’erano posti di blocco ogni chilometro e soldati a presidiare i campi rifugiati. Oggi tutta la zona, fino a Kafranbel, nel sud della provincia di Idlib, è occupata da al-Qaeda e non esiste alcuna protezione.

Si cucina in tutto il campo zuppa di lenticchie. Donne e bambine alle prese con grossi pentoloni rossastri, appoggiati con poca stabilità sopra il fuoco. In mezzo a corde tese tra tenda e tenda, dove sono schierati i vestiti appena lavati, e teli di plastica, le donne iniziano a cuocere il piatto pane arabo, sul retro di grandi vasi rotondi, arroventati dalle fiamme sottostanti.

Nessun segno di assistenza umanitaria internazionale. La spiegazione ufficiale è che Idlib è una zona in mano ai ribelli. I bambini vivono tra scabbia, pidocchi, leishmaniosi e morbillo. Tremano con i sandali aperti nel fango. Adesso è arrivato il freddo. Nelle tende si accendono stufe di fortuna e non sono rari incendi e ustioni. Si affoga nell’acqua delle inondazioni e nelle acque reflue. Gli uomini cercano di scavare fossati attorno alle tende per drenare il terreno intriso. Al mattino si aspetta qualche raggio di sole che faccia asciugare sabbia e terra.

Sul pavimento della tenda di Nuzhah c’è un enorme tappeto, un paio di materassi e bicchieri di vetro. All’entrata un fuoco circondato da grosse pietre bianche, ormai annerite dalla cenere, e un pentolino con l’acqua presa nel fiume vicino. Ci togliamo le scarpe, entriamo nella tenda e beviamo un tè bollente. Mi racconta che sua figlia è nata due anni fa nel campo, in una mattinata fredda. Sconfitta, mi dice che Mayada, come migliaia di altri bimbi, non vedrà mai la sua casa, non ci tornerà più. La sua più grande preoccupazione è come poter sfamare i figli. I suoi figli chiedono sempre più cibo, proprio come i bambini normali, ma mi dice, con quegli occhi azzurri pieni di lacrime che non vogliono scendere, che lei non può offrire loro qualcosa di più. Così mangiano i limoni.

Tawhid, il fratello maggiore di Mayada, non va più a scuola da quando aveva 11 anni, dal giorno in cui le forze governative bombardarono la sua scuola alla periferia di Hama. Ora ha 13 anni e aiuta sua madre. Fa lavori saltuari nel campo. Si occupa di capre e galline. Mi dice che per lui ormai non c’è più speranza, è sufficiente che il suo fratellino più piccolo vada a scuola.

La tenda “madrasa” (scuola) come la chiamano qui è una collezione di sei tende fatiscenti che ospitano 500-600 bambini al giorno. Ogni tenda sembra incollata all’altra, i rumori si fondono insieme in un vociare continuo. Ci sono troppo pochi posti. Cercare fogli per fare i compiti a casa diventa una sfida. Hanno un libro in comune in ogni classe. Gli insegnanti non hanno la capacità di educare gli studenti delle scuole secondarie.

In alcune zone della provincia di Idlib, dove non ci sono campi profughi ufficiali, i rifugiati siriani devono pagare l’affitto per la terra dove le loro tende sono appoggiate. Si tratta di 1.300 dollari all’anno. Come si guadagnano questi soldi? Le donne vanno a raccogliere nei campi olive e verdure. Gli uomini lavorano per due lire e in nero costruendo dove è stato demolito o vendendo sigarette di contrabbando al confine turco. I bambini raccolgono plastica dai rifiuti e la rivendono.

Non ci sono convogli di aiuti delle Nazioni Unite. Né acqua corrente. Niente elettricità, nessun modo per riscaldarsi. Nessun sistema fognario, nessuna tenda medica. Eppure questi campi spesso sono la patria di 13.000 anime. Nena News

Nena News Agency “FOTO. Vita nel villaggio siriano di Atmeh” – di Federica Iezzi

 

 

Standard

Il confine tra Siria e Turchia: la terra di nessuno

Nena News Agency – 11 dicembre 2014 

Nonostante Ankara dica di non armare i ribelli siriani, i combattenti jihadisti sostengono di ricevere finanziamenti da ricchi siriani o arabi del Golfo con la complicità turca. La guerra siriana ha sconvolto, ma non estinto, il commercio spesso illegale con la Turchia

Syrians within a group of refugees wait near the Turkish-Syrian border after fleeing Syria, near Sanliurfa

Syrians within a group of refugees wait near the Turkish-Syrian border after fleeing Syria, near Sanliurfa

di Federica Iezzi

Al-Hasakah (Siria), 11 dicembre 2014, Nena News – Ai checkpoint da Mursitpinar a Reyhanli, all’inizio della terra di nessuno, lungo tutto il confine turco-siriano, funzionari turchi in alta divisa e dall’aria seriosa spiegano alle centinaia di persone in coda che solo a siriani, rifugiati registrati o titolari di passaporti stranieri anche se nati in Siria, è permesso entrare. La maggior parte dei checkpoint non è contrassegnato nelle cartine. E’ solo disegnato attorno a torri circondate di filo spinato. Durante i tre interminabili anni di conflitto che hanno divorato la terra siriana, i posti di blocco sono stati tunnel naturali per l’entrata di armi e dei combattenti stranieri che si sono uniti ai gruppi di ribelli siriani. In particolare all’Esercito Siriano Libero guidato strategicamente da Riyad al-Assad, la cui roccaforte è in Turchia, da sempre sostenitrice delle milizie anti-governative siriane.

Di recente i cancelli turchi erano diventati un passaggio facilitato per i jihadisti dell’ISIS, quelli stranieri provenienti dai Paesi Europei. Dopo anni di tolleranza a traffici di combattenti e all’apertura illimitata dei confini, la Turchia di Davotoglu oggi sembra aver intensificato sulle linee di confine pattuglie, posti di blocco e recinzioni. Molti tra i rifugiati siriani nei campi di Suruc, Habit e Sanliurfa, mi raccontano che hanno attraversato il confine turco grazie a contrabbandieri che traghettavano la gente avanti e indietro per la modica somma di 70 dollari a persona. Stessa sorte per i combattenti feriti portati nelle strutture sanitarie siriane, in particolare nella zona di Aleppo. Negli ospedali siriani, ormai distrutti e senza materiali, se sei un combattente dell’ISIS o delle altre decine di gruppi e fronti jihadisti non fa molta differenza. Paghi e entri in Turchia. Questo il racconto di Nassan. Ribelle ferito ritrovato in uno degli improvvisati ospedali da campo di confine. Nassan sostiene che a Oncupinar, nel centro-sud della Turchia a un’ora di macchina da Aleppo, è stato facile corrompere con 25 lire turche (poco meno di 14 dollari) un agente turco per arrivare a Kilis. Un infermiere mi dice che combatteva per l’ISIS. Per quelli che hanno passaporto straniero bastano invece 25 dollari per il passaggio immediato. Il funzionario turco di turno suggerisce luogo e ora e dà garanzia di una macchina sul lato siriano. Nella provincia di Idlib non c’è nessun controllo di frontiera. Uomini con passaporto siriano sono ancora in grado di attraversare legalmente e facilmente il territorio dello Stato Islamico così il movimento illecito di esseri umani continua fra gli uliveti e i terreni agricoli di Aleppo, al-Raqqa e Deir Ezzor. Ne è un esempio il checkpoint di Akçakale (sud-est della Turchia) da dove sono transitati centinaia di combattenti dell’ISIS.

Tranne che per i valichi di frontiera ufficiali tra Siria e Turchia, è quasi impossibile il controllo su tutti i 911 chilometri di confine. I contrabbandieri hanno negli anni elaborato percorsi sicuri nei campi dove sono disseminate 650.000 mine. Storiche vie di contrabbando lungo i confini iracheni, iraniani e siriani, topografia e condizioni meteorologiche, hanno facilitato la poca sicurezza e l’esiguo controllo delle frontiere. In Turchia la supervisione delle dogane non è affidata ad un unico corpo. Si passano la palla esercito, polizia di stato e polizia doganale. I commerci abusivi non risparmiano materiali e carburanti. Camion carichi di ferro e cemento aspettano ogni giorno di entrare in Siria davanti ai cancelli di Reyhanli e Kilis. Aiuti umanitari che cadono nelle mani dei membri dell’Esercito Siriano Libero e vengono rivenduti ripetutamente al doppio del prezzo ai commercianti turchi.

Il mercato di carburanti è fiorente in direzione Siria-Turchia attraverso una rete ben costruita, ed evidentemente ben conosciuta, di tubi sotterranei. Ai militanti siriani frutta almeno un milione e mezzo al giorno di dollari. Il governo turco quest’estate ha distrutto 320 tubi adattati ad oleodotti artigianali nell’area di Hacipasa. I trafficanti lavorano indiscriminatamente con i guerriglieri dell’ISIS. Un barile di petrolio, il cui prezzo al mercato vale anche 100 dollari, può essere scontato fino al 75 per cento. Il greggio viene trasportato in Turchia via Mosul. La confusione burocratica e la sicurezza dei confini turco-siriani si sono riaccese a Kobane. Con il consumarsi della guerra civile in Siria e l’instabilità politica in Iraq, non sembrano più esistere linee demarcate di confine. Solo mondi paralleli che si incrociano quando spinti da interessi comuni. Nena News

Nena News Agency “Il confine tra Siria e Turchia: la terra di nessuno” – di Federica Iezzi

Standard

SIRIA. Nei campi profughi

https://www.facebook.com/federica.iezzi.16/media_set?set=a.10204788905032754.1073741831.1541863947&type=3

Nena News Agency – 11 ottobre 2014

Dalla Turchia in Siria. Migliaia di rifugiati siriani vivono sulle terre di confine, in centri collettivi senza riscaldamento, medicine, coperte, vestiti e scarpe. Schiacciati tra i bombardamenti aerei del governo di Bashar al-Assad, i colpi di mortaio dei ribelli islamici e i kalashnikov delle brigate dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. 

 

DSC_0284

di Federica Iezzi

Aleppo (Siria), 11 ottobre 2014, Nena News – A nord della Siria, a pochi chilometri da quell’Aleppo strappata ai jihadisti, dopo il lungo assedio durato oltre un anno, villaggi distrutti e strade semi deserte. Qui le bombe continuano a cadere, soprattutto nelle zone liberate, ora sotto il controllo dell’Esercito Siriano Libero, vigorosa coalizione contro il regime di Bashar al-Assad. Colpi di artiglieria e incursioni aeree dipingono i cieli caldi. Le strade corrono sui perimetri dei nuovi posti di blocco militari, che in media sono a 500 metri l’uno dall’altro. Stravolgono le città in labirinti di paure. Il traffico è scarso sulle vie di collegamento.

Nomi in arabo segnano i sovraffollati campi profughi siriani, al confine con la Turchia, che ospitano migliaia di anime, costrette a lasciare le proprie case per gli estenuanti scontri. Molti campi sono nati nei territori liberati dagli uomini dell’Esercito Siriano Libero. L’assedio è rotto dall’alba. Non ci sono regole, non c’è protezione, non c’è rispetto. Fumo nero marchia l’orizzonte. Macchie di carburante, crateri di esplosioni e aloni scuri di rottami bruciati feriscono la terra.

Oltre alla Siria, con i suoi 6,5 milioni di profughi interni, sono cinque i paesi coinvolti dalle conseguenze del conflitto: Libano, Giordania, Turchia, Iraq e Egitto. E il Libano è quello che oggi ospita almeno il 30% dei rifugiati in arrivo. La meta’ di loro e’ ammassata nei campi rifugiati governativi tra leishmaniosi e morbillo. Gli altri sono distribuiti e anonimamente disseminati in migliaia di piccoli, sconosciuti campi spontanei, non tracciati sulle cartine. Ci sono bambini scalzi che corrono tra macerie e fango. Non sono soldati di Assad, non sono ribelli, non sono nelle milizie qaediste, ma combattono ogni giorno per sopravvivere tra filo spinato e melma, razioni di cibo fredde e insipide, coperte logorate da dividersi in dieci.

Vivono nelle tende che si riempiono di acqua durante le improvvise e furiose piogge. Sentono i colpi di mortaio risuonare a pochi metri, incessantemente, senza sosta, tutte le notti. Il filo spinato sembra concedere una fallace protezione. Dall’altra parte delle rete, in fila con i cartoni e i sacchi sulle spalle, moltitudini di siriani che pregano perchè ci sia la guardia giusta che li faccia entrare. Fuori dal campo, in mezzo a bombe e macerie, uomini anziani fumano torpidamente il narghilè e la vita di tutti i giorni va avanti. Desolazione e malattie. Elettricità per un’ora e mezzo al giorno. Dopo il calare del sole, le strade restano al buio, nessuna luce, da nessuna parte. Dai rubinetti non sgorga più acqua, al massimo poche gocce erigono un sottile filo freddo e sterile. Non ci sono più nemmeno le latrine.

Fuori, nelle abitazioni senza muri, gli occhi percorrono le superfici impolverate di mobili, divani e letti. La gente corre alle finestre per sentire da dove provengono gli spari. All’ingresso di ogni campo profughi siriano guardie o ribelli stringono gelosamente in mano kalashnikov, lanciagranate, caricatori, munizioni e grappoli di bombe a mano. Appena un paio di chilometri più avanti da Aleppo comincia la terra di nessuno. Sventola la bandiera nera del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Un vessillo di morte. E’ lo Stato Islamico che comanda ora. Appare come una guarnigione misera e trascurata, sopra nuvole color rame cariche di pioggia. Nena News

Nena News Agency – 11 ottobre 2014 “SIRIA. Nei campi profughi” – di Federica Iezzi

“Nei campi profughi siriani” – Reportage e immagini di Federica Iezzi

Standard

SIRIA. Cos’è l’ISIS per la gente comune

Nena News Agency – 29 settembre 2014

Nelle strade delle province siriane di al-Raqqa e Deir Ezzor, territori di dominio indiscusso dell’ISIS, parla la gente. Ha paura di uscire, paura di pregare. Paura di non essere parte del gruppo jihadista 

ISIS-fighters-in-Syria

di Federica Iezzi

Aleppo, 29 settembre 2014, Nena News – Pick-up in fila indiana come convogli, uomini con sciarpe nere aggrovigliate attorno ai magri volti. Kalashnikov in bella vista, puntati verso l’alto. Dietro di loro la bandiera nera dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria vola spietatamente insieme al vento. Ormai si contano tra i 20.000 e i 31.500 combattenti nel gruppo jihadista guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, lontana costola dell’al-Qaeda di Osama Bin Laden.

Gli estremisti sunniti dell’ISIS hanno il dominio di circa un quarto del territorio iracheno. E controllano approssimativamente un terzo della Siria. La roccaforte siriana dell’ISIS è al-Raqqa. Deir Ezzor è soffocata completamente, fatta eccezione per la base aerea militare. I militanti jihadisti regnano su alcuni quartieri nelle città di al-Joura, al-Ummal e al-Hamidiya, su vaste aree nel governatorato di al-Hasakah, tra cui Ash-Shdadi e al-Houl Markda, su molti villaggi nel nord-est di Aleppo, vicino al confine turco, come al-Bab, Akhtarien, al-Mashoudiya, al-Aziziya, Doybaq, al-Ghouz, Turkman Bareh e al-Rahie.

A Mosul, nell’Iraq del nord, la gente nelle strade sa che la maggior parte dei membri dell’ISIS è irachena. L’organizzazione terroristica ha trovato inizialmente terreno fertile nella comunità sunnita locale, scontenta per l’operato del governo a trazione sciita di Nouri al Maliki, ma è stata subito frenata dal nuovo esecutivo di Haider Al-Abadi.  L’ISIS, invece, ha trovato rifugio sicuro in Siria, strozzata da più di tre anni di guerra civile e dalla politica fortemente instabile di Bashar al-Assad.

L’ISIS non è islam. E’ questo che in terra siriana la gente urla. L’ISIS come conseguenza della guerra in Iraq del 2003 e del governo siriano di al-Assad; l’ISIS come gruppo di crudeli terroristi, ma meglio rispetto all’ateismo; l’ISIS come nemico dei musulmani; l’ISIS come kalashnikov, fucili d’assalto, mitragliatrici, obici e mortai, cannoni antiaerei e razzi anticarro, veicoli blindati, carri armati e centinaia di Humvee. Ma il pensiero comune, in terra siriana, è che la forza dei militanti islamici risiede nell’intensa lealtà all’interno dell’organizzazione.

In Siria il gruppo jihadista si scontra con più di 100.000 miliziani del fronte Jabhat al-Nusra, del Fronte Islamico e degli altri movimenti islamici. A opporsi, i ribelli dell’Esercito Siriano Libero e i 50.000 combattenti dell’YPG, Unità di Protezione Popolare curda. In Iraq sono i peshmerga ad affrontare sul campo i jihadisti.

Il muezzin annuncia la preghiera del venerdì, ma le moschee non sono piene. La gente ha paura di camminare per strada, così si accontenta di pregare tra le mura di casa, dove solo Allah può arrivare. Alla domanda “chi sono i combattenti dell’ISIS” risponde con sure del Corano o con brani tratti dai discorsi del profeta Muhammad “leggono il Corano ma non lo capiscono”.

Le donne hanno paura di non coprirsi abbastanza per la shari’a professata dall’ISIS. “Essere bambine è pericoloso” è questo l’assillo della gente, è questa l’inquietudine di ogni madre. I comandanti portano via le giovani vergini per darle come premio ai combattenti più valorosi. E tra le giovani, ci sono bambine che fino al giorno prima giocavano con le bambole nel cortile di casa. In sottofondo il pianto inconsolabile dei bambini, che si accompagna al pianto degli adulti. Fa male. Ogni donna ha perso qualsiasi briciolo di libertà. Le donne possono uscire se accompagnate da un muhram, dal padre, dal fratello, dal marito o da un parente uomo. C’è un coprifuoco. Si rientra a casa alle 7 di sera. Il buio, l’assenza di elettricità, la mancanza di protezione da parte dell’esercito governativo rende potenzialmente fatale ogni spostamento.

“Essere curdi, cristiani o sciiti è pericoloso. Non essere ISIS è pericoloso”. Mentre i siriani nelle province di Idlib e Homs manifestano contro gli Stati Uniti, i curdi siriani appoggiano la decisione di bombardare i territori controllati dai miliziani jihadisti. Quelle zone sono deserte, dicono. Le case sono depredate. Gli abitanti scappano quando sentono colpi di mortaio a poca distanza o quando l’YPG li avverte dell’arrivo delle truppe dell’ISIS. Gli abitanti che rimangono o sono fedeli al gruppo terrorista o sono civili sotto assedio.

E mentre continuano i bombardamenti delle forze americane sulle aree intorno ad al-Raqqa, Deir Ezzor, al-Hasakah, sul nord-est di Aleppo e sulle zone del confine iracheno, la morte di civili dipinge le giornate. Nena News

Nena News Agency – 29 settembre 2014 – “SIRIA. Cos’è l’ISIS per la gente comune” di Federica Iezzi

Standard

Come è cambiata la vita dei bambini in Siria?

Nena News Agency – 24 settembre 2014

Reportage sulla vita dei bambini siriani che corrono per le strade sotto assedio, lavorano, vanno a scuola e subiscono violenze, in una guerra civile che non accenna ad arrestarsi 

 

Al-Hasakeh (Syria) - Games of syrian children - by Alan Ali

Al-Hasakeh (Syria) – Games of syrian children – by Alan Ali

di Federica Iezzi. Foto di Alan Ali (al-Hasakeh, Siria)

Aleppo (Siria), 24 settembre 2014, Nena News – Ogni giorno donne nascoste dietro al niqab, cercano di trascinare prepotentemente i propri bambini fuori dalla guerra. I ricordi dell’infanzia, nei sobborghi delle città siriane, rimangono imprigionati sotto le macerie. I croccanti. Le giornate di sole. Nessun bambino vedrà più le nonne preparare l’hummus a pranzo.

I bambini. Vulnerabili nei campi da gioco, nelle scuole, sulla spiaggia, nei rifugi. Secondo i dati dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani il numero di bambini uccisi in più di tre anni, nel conflitto siriano, è di 17.139.

Almeno 500.000 bambini sono stati feriti. Convivono con ustioni, ferite da proiettile e fratture. 200.000 avranno una disabilità permanente. Più di 350.000 bambini sono rimasti orfani.

I bambini arrestati dalle forze di Bashar al-Assad hanno sopportato, in una spirale buia di silenzio, forme di violenza fisica durante gli arresti, i trasferimenti o gli interrogatori.

Cinque milione di bambini sono oggi rifugiati in territorio siriano nel mezzo di una accanita guerra civile. Campi affollati. Dalle condizioni igieniche scadenti. Violente e inaspettate oscillazioni di temperature segnano il corpo martoriato dei più piccoli. Dai 35 gradi estivi si passa ai -6 nei rigidi inverni continentali. Cresce costantemente il rischio di malattie infettive come la polmonite. In più, centinaia di migliaia di bambini non hanno ricevuto vaccinazioni di routine per più di due anni, diventando vulnerabili alle malattie infettive come il morbillo e la poliomielite. Nella provincia di Idleb una dozzina di bambini ha perso la vita dopo la vaccinazione antimorbillosa, per le compromesse condizioni di salute. E i numeri sono destinati a crescere.

Molti bambini rimangono i soli capifamiglia, dopo la morte di padri, nonni, zii e cugini. Per mandare avanti la casa, lavorano per pochi soldi in condizioni pericolose e di sfruttamento. Vendono succhi di frutta, zucchero, tabacco, accendini, benzina e caramelle sugli angoli delle strade dove bombe, proiettili e colpi di mortaio fanno da teatro. Comprano otto pite arabe per 25 lire siriane e le rivendono in strada al doppio del prezzo. Rovistano nei cassonetti e poi vendono lattine di alluminio vuote. In una settimana guadagnano 10 dollari. Questo già a sei anni.

I ragazzini più grandi, fino a 12 anni, lavorano nei negozi come magazzinieri. In inverno cercano nei cassonetti e nelle strade rottami da bruciare per difendersi dal freddo pungente. In estate cercano ghiaccio o acqua fredda nei bar, in cambio del proprio lavoro. Puliscono. Riordinano. Servono. Chiedono ai passanti se hanno bisogno di qualunque tipo di aiuto in cambio di poche lire. Alcuni chiedono l’elemosina, accasciati senza forze sui marciapiedi. Altri si occupano delle loro magre capre.

Dai dodici anni in poi si lavora per 11 ore al giorno nei campi al confine con la Turchia. In quei pochi rimasti. Spalle e piedi doloranti, per raccogliere irrisorie quantità di ortaggi e verdure. I campi coltivati sono vicini a fogne a cielo aperto. Unica fonte di acqua pulita sono pozzi a chilometri di distanza. I campi attorno ad Aleppo sono continuamente bombardati dalle forze governative e oggi anche dai combattenti jihadisti dell’ISIS.

Gli adolescenti lavorano in fabbriche alla preparazione di stoffe, di cibi e di materiale per le pulizie in seminterrati insalubri e poco illuminati. Guadagnano tra i 50 e gli 80 dollari al mese, dopo almeno 12 ore di lavoro al giorno.

In tanti non vanno più a scuola. Le stime dell’UNICEF parlano di un milione di bambini che non avrà la possibilità di andare a scuola quest’anno. Nelle aree di Idleb e al-Raqqa circa la metà dei bambini non seguirà, per il quarto anno consecutivo, le lezioni del nuovo anno scolastico. Rimangono indietro. Rimangono indietro per la vita. Molte scuole sono diventate rifugi per gli sfollati. Il tempo di insegnamento è sceso da cinque a due ore al giorno. In più molti insegnanti sono fuggiti dalla Siria.

I bambini più fortunati li ritrovi a giocare nei cortili pieni di detriti, sporchi di terra e fango, con pistole e fucili giocattolo. Giocano alla guerra. Giocano alla vita reale. E’ tutto un gioco. E’ tutto vero. L’esercito del Presidente contro l’Esercito Siriano Libero. Conoscono già a tre anni il suono di un’arma da fuoco. Sanno riconoscere il rumore di una cannonata dal rumore delle raffiche del kalashnikov. Sanno riconoscere il fragore dei raid aerei, dei barili bomba, degli obici. Sanno puntare al petto e premere il grilletto dei loro giochini, facendo finta di uccidere un amichetto e lasciarlo in un bagno di sangue.

Ancor prima di nascere i bambini combattono una guerra contro la propria mamma e contro quello che lei ha intorno. Le donne sono costrette spesso a lavorare duramente durante tutta la gravidanza. Respirano aria satura di quel petrolio che entra in Siria da vie non governative. Mangiano non a sufficienza, cibi surgelati, non conservati bene. Molti bambini nascono con cardiopatie congenite. Con buchi nel cuore.

Mentre i prezzi alimentari salgono, secondo i dati dell’UNICEF un numero crescente di bambini è a rischio di malnutrizione. Il latte e i pannolini sono molto costosi e difficili da trovare negli scaffali dei negozi siriani. Alle famiglie non bastano i soldi per comprare ne cibo ne medicine. Ed ecco che i bambini diventano l’unica risorsa per arrivare alle 35.000 lire siriane al mese. Nena News

 

Nena News Agency 24/09/2014 “Come è cambiata la vita dei bambini in Siria?” – di Federica Iezzi. Foto di Alan Ali

“I bambini della Siria” – Reportage di Federica Iezzi. Immagini di Alan Ali

 

Standard

SIRIA. Human Rights Watch: gruppi ribelli reclutano bambini

Nena News Agency – 26 giugno 2014

 

“Maybe we live and maybe we die” è l’ultimo report dell’organizzazione per i diritti umani. L’accusa è quella di assoldare minori di 14 anni nelle milizie che combattono per l’esercito governativo di Bashar al-Assad

 

Siria

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 26 giugno 2014, Nena News – La pratica di arruolare al jihad bambini e ragazzi, di età inferiore ai 14 anni, di trascinarli in prima linea con le armi in spalla, era già stata documentata da Human Rights Watch già nel novembre 2012, in brigate affiliate all’Esercito Siriano Libero nelle città di Daraa e Homs. Ora nell’ultimo rapporto dell’organizzazione  a tutela dei diritti umani, pubblicato il 23 giugno, si documenta come i gruppi jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, l’Esercito Siriano Libero, il Fronte Jabhat al-Nusra, i gruppi armati di Yekîneyên Parastina Gel e le forze di polizia curde di Asayish,  reclutino sistematicamente ragazzi sopra i 15 anni, addestrandoli all’uso delle armi. Anche i bambini sotto i 14 anni vengono impiegati in ruoli di supporto, come tenere posti di blocco, spiare, occuparsi dei feriti o portare munizioni al fronte. Daraa, Aleppo, Damasco e il governatorato di Idlib sono le aree maggiormente coinvolte. I ragazzini sono soprattutto reclutati dai campi profughi nella provincia di Idlib e nelle aree di Hasakeh sotto il controllo curdo, e dai campi rifugiati fuori dal territorio siriano, in quello di Zaatari in Giordania, in Turchia, Libano e Kurdistan iracheno.

Il numero esatto di “bambini soldato” coinvolto nel conflitto siriano non è noto. Il Violations Documenting Center siriano, dal settembre 2011, ha dimostrato la morte di 194 bambini, arruolati nelle forze di opposizione al governo siriano.

La popolazione civile è la vera vittima del sangue versato in Siria. I siriani inermi sono gli unici a subire le peggiori violenze dall’esercito di Assad e dalle fazioni armate a lui avverse, che vanno dall’Esercito Siriano Libero, vicino al governo di transizione, a Jabhat al-Nusra, gruppo affiliato ad al-Qaeda, e all’ISIS, la formazione di animo jihadista oggi più spietata e meglio organizzata. I 25 ragazzini intervistati da HRW raccontano di essere entrati nei gruppi ribelli per seguire amici o parenti, dopo aver subito torture o detenzioni dal regime di Assad. Alcuni ricevendo addirittura un compenso mensile fino a 100 dollari e forniture alimentari, tra cui, olio, prodotti in scatola e cereali.

La mancanza della vita scolastica è una delle motivazioni per cui i ragazzini si avvicinano agli oppositori di Assad. Proposte letture e insegnamenti. I bambini ricevono in più, dai seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi, lezioni sulla sharia’a, sulla cultura islamica e addestramento bellico, dalle tattiche militari all’uso delle armi. Dall’analisi dei più recenti dati dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), dell’UNDP (United Nations Development Programme) e del Syrian Centre for Policy Research, il 52% dei bambini in età scolare non può più frequentare le scuole, percentuale che in alcuni centri, come Al Raqqa e Aleppo raggiunge il 90%, in altri, come Damasco, sfiora il 70%. Alla fine del 2013, 4.000 scuole erano inagibili, distrutte, danneggiate gravemente o usate come rifugio per gli sfollati.

Secondo il II Protocollo Aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra e secondo lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, costringere ragazzi minori di 15 anni all’arruolamento è un crimine di guerra. Il governo siriano non ha mai ratificato il II Protocollo Aggiuntivo e mai aderito allo Statuto. Nel 2003 la Siria ha invece ratificato il Protocollo Opzionale, alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, che all’articolo 4 proibisce il reclutamento alle armi per i ragazzi di età inferiore ai 18 anni.

Nel marzo 2014, il report della Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta ONU sulla Siria parla di reclutamento di ragazzi di età inferiore ai 13 anni, anche da parte dell’esercito governativo siriano, usati nei checkpoint di Aleppo, Dara’a e Tartus. Nena News

 

Nena News Agency “SIRIA. Human Rights Watch: gruppi ribelli reclutano bambini” di Federica Iezzi

 

 

 

Standard