GAZA: ospedali al collasso, mancano i farmaci

Il Manifesto – 05 agosto 2015

Sanità. Senza il 32% dei medicinali di prima assistenza. Le cause: embargo, crisi economica e mancata collaborazione tra Hamas e Ramallah

Rafah (Striscia di Gaza) - Al-Najjar hospital

Rafah (Striscia di Gaza) – Al-Najjar hospital

di Federica Iezzi

Gaza City (Striscia di Gaza) – Ogni strut­tura sani­ta­ria rima­sta in piedi nella Stri­scia di Gaza dopo Mar­gine Pro­tet­tivo, sta soprav­vi­vendo ad una grave carenza di far­maci e for­ni­ture medi­che. Risul­tato degli otto anni di embargo impo­sto da Israele e Egitto, di un lungo anno di crisi finan­zia­ria all’interno dell’Anp e di una mar­cata man­canza di coo­pe­ra­zione tra il governo di Ramal­lah e Hamas a Gaza. Attual­mente manca il 32% dei far­maci di assi­stenza pri­ma­ria, il 54% dei far­maci immu­no­lo­gici e il 30% dei far­maci onco­lo­gici. Sono dispo­ni­bili solo 260 dei 900 mate­riali sani­tari di con­sumo essen­ziali. Secondo il Mini­stero della Sanità pale­sti­nese nella Stri­scia sono assenti 118 tipi di far­maci (25%) e 334 pre­sidi sani­tari (37%).
Alcuni ane­ste­tici man­cano del tutto. Solo 33 dei 46 far­maci psi­chia­trici essen­ziali sono disponibili.

La con­di­zione dei malati di can­cro a Gaza è segnata dalla carenza di far­maci anti­tu­mo­rali dovuta al blocco impla­ca­bile di Israele del ter­ri­to­rio costiero pale­sti­nese, e dall’impossibilità di rag­giun­gere ospe­dali fuori dalla Stri­scia. Ogni mese solo il 10%, dei 1500 gazawi che chie­dono il per­messo di ingresso in Cisgior­da­nia, Israele e Egitto per cure medi­che, riceve un appro­priato trat­ta­mento anti-tumorale. Negli ultimi dieci anni il numero dei pazienti con can­cro nella Stri­scia di Gaza è lie­vi­tato. Car­ci­noma tiroi­deo, leu­ce­mia e mie­loma mul­ti­plo sono i tumori con più alta fre­quenza. Sotto accusa: l’uso di armi da guerra da parte di Israele in zone alta­mente popo­late, l’uso indi­scri­mi­nato di fosforo bianco già dall’offensiva mili­tare israe­liana del 2008, i con­sumi di acqua inqui­nata, l’uso di ter­reni inqui­nati per la coltivazione.

Nel dipar­ti­mento di onco­lo­gia dell’al-Shifa hospi­tal, a Gaza City, ven­gono trat­tati 150 pazienti onco­lo­gici al giorno, con tre medici, cin­que infer­mieri e solo 15 posti letto. Ogni mese 70–100 nuovi casi. Si lavora con poco meno del 40% dei far­maci anti­tu­mo­rali neces­sari. Proi­bita la radio­te­ra­pia e la tera­pia mole­co­lare, per­ché dal valico com­mer­ciale di Kerem Abu Salem, al con­fine con Israele, non entrano né i mac­chi­nari per la radio­te­ra­pia esterna né i nuovi far­maci onco­lo­gici. Dia­gnosi sem­pre meno accu­rate per la man­canza dei rea­genti di labo­ra­to­rio e dei mac­chi­nari per esami stru­men­tali. I voluti e per­pe­trati ritardi da parte delle auto­rità israe­liane nel rila­scio del nulla osta di sicu­rezza per l’importazione dei far­maci met­tono a repen­ta­glio ogni giorno la vita dei pazienti affetti da cancro.

Il pro­gramma di tra­pianti del rene, unico ini­ziato a Gaza nel 2013, è pra­ti­ca­mente fermo per­ché Israele proi­bi­sce l’ingresso degli immu­no­sop­pres­sori, cate­go­ria di far­maci uti­liz­zata per evi­tare il rigetto dell’organo. Le restri­zioni sui vali­chi di fron­tiera hanno esa­cer­bato le con­di­zioni di salute degli abi­tanti di Gaza che con­vi­vono con malat­tie cro­ni­che. I far­maci pro­ve­nienti da Israele sono molto più costosi di quelli che arri­vano dall’Egitto. Dif­fi­cili da pro­cu­rarsi per­fino anti­per­ten­sivi e anti­dia­be­tici. E una volta otte­nuti i costi sono spro­po­si­tati e le con­se­gne lente. In più l’insulina per i dia­be­tici richiede refri­ge­ra­zione costante, per poter con­ser­vare la sua effi­ca­cia, che diventa illu­so­ria in un posto in cui manca l’elettricità per 18 ore al giorno. Bloc­cate anche le dona­zioni da orga­niz­za­zioni arabe e inter­na­zio­nali attra­verso il valico di Rafah, al con­fine con l’Egitto, aperto sol­tanto per 15 giorni quest’anno.

I mate­riali sot­to­po­sti a spe­ci­fici per­messi da parte del Mini­stero della Difesa israe­liano spesso sono sem­plici pezzi di ricam­bio per appa­rec­chia­ture dan­neg­giate da anni di degrado. I cosid­detti mate­riali nella lista israe­liana «dual-use», quelli che secondo Tel Aviv pos­sono avere un duplice uti­lizzo, mili­tare e non, spesso sono rea­genti o pro­dotti chi­mici che entrano nel pro­cesso di pre­pa­ra­zione di medi­ci­nali nelle indu­strie far­ma­ceu­ti­che, che prima sod­di­sfa­vano il 15% del fab­bi­so­gno locale. In entrambi i casi ven­gono fer­mati a Kerem Abu Salem. Inol­tre i ser­vizi sani­tari a Gaza sono tenuti a pagare per il depo­sito in Israele delle attrez­za­ture medi­che acqui­state, durante gli inter­mi­na­bili con­trolli di sicu­rezza israeliani.

Il Manifesto 05/09/2015 “GAZA: ospedali al collasso, mancano i farmaci” di Federica Iezzi

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Medici e infermieri di Gaza senza stipendio da un anno e mezzo

Nena News Agency – 06 marzo 2015

La debole intesa tra il governo di Fatah e quello di Hamas e le conseguenze di Margine Protettivo hanno inasprito le condizioni di vita dei dipendenti pubblici della Striscia di Gaza, prima sottopagati ora senza alcuna remunerazione

Khan Younis (Gaza Strip) - Intensive Care Unit in European Gaza Hospital

Khan Younis (Gaza Strip) – Intensive Care Unit in European Gaza Hospital

di Federica Iezzi

Gaza City, 6 marzo 2015, Nena News – Mentre continuano con moto ininterrotto le missioni umanitarie negli ospedali della Striscia di Gaza, il personale sanitario palestinese, è alla ricerca di risposte e diritti.

Mohammed, infermiere della terapia intensiva, ci racconta che è senza salario ormai da 18 mesi. Giovani come lui, dipendenti del Ministero della Salute palestinese, nonostante il costante lavoro, i turni di 12 ore, le notti in ospedale e la copertura di tutti i servizi di emergenza, non ricevono nessun compenso da oltre un anno e mezzo.

Tarek, giovane medico laureato in pediatria a Gerusalemme Est nel 2011, ci dice che l’unica sua colpa è essere giovane e aver finito di studiare in un periodo politico delicato. “Non sono né con Hamas, né con Fatah, né con Abbas. Vorrei solo essere pagato per il mio lavoro. Ho 10 bambini prematuri nella mia Unità di Terapia Intensiva Neonatale. Se non fossi venuto in ospedale oggi, probabilmente Gaza avrebbe perso altre piccole anime innocenti”.

Nella Striscia chi lavora nel settore pubblico o dipende dal governo di Ramallah, di fatto da Fatah, o da quello di Hamas. I medici più anziani che lavorano nella Striscia dipendono da Fatah e oggi, pur se tra mille difficoltà, almeno ricevono una percentuale che oscilla tra il 25 e il 60% di un salario fisso mensile. Contando che un salario completo per un medico è di circa 1500 dollari, la cifra mensile con cui bisogna abituarsi a vivere è di circa 400 dollari.

Un affitto costa dai 300 ai 700 dollari. Un pacco di riso da un chilo costa 12 shekel, poco più di 2 euro. I pannolini costano dai 20 ai 30 shekel (4-6 euro). Un litro di latte costa 7-9 shekel (un euro e mezzo). A completare il disastroso quadro, in media quattro ore di elettricità al giorno che si pagano a peso d’oro.

Quando Hamas ha preso il potere nel 2007, è emersa una spaccatura tra Gaza, controllata dal movimento islamista, e Cisgiordania, sotto il potere dell’Autorità Palestinese. Ciò ha costretto Hamas ad assumere 50.000 dipendenti pubblici in sostituzione dei precedenti 70.000, dipendenti di Fatah. I medici più giovani oggi dipendono da Hamas. Per loro nessun salario e nessun aiuto da Ramallah. Solo promesse senza riscontro. Sameh infermiere pediatrico di soli 25 anni, ha 15 sorelle e fratelli. Dopo Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana sulla Striscia, tutti hanno perso il lavoro.

Il tasso di disoccupazione nella Striscia di Gaza sfiora il 60%. Sameh è l’unico che lavora in famiglia. Non ha stipendio e ha un bimbo di 6 mesi che deve crescere. “Le famiglie povere vengono aiutate dalle donazioni internazionali. E’ così che trovo il latte per mio figlio. Un litro di latte ad alto potere nutriente per i bambini costa 12 shekel, non me lo potrei permettere”. Eppure Sameh resta in piedi dalle due del pomeriggio alle otto della mattina successiva, per assistere i bambini in terapia intensiva. “Non permetto loro di calpestare la mia dignità”, ci dice con sguardo fisso.

L’economia del governo di Hamas è crollata con l’evoluzione, negli ultimi anni, della situazione politica in Egitto.  La fazione palestinese ha continuato a sostenere i suoi 40.000 dipendenti, ma non è stata in grado di pagare i loro stipendi a causa della forte contrazione dei ricavi, dovuta in gran parte alla decisione del presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi di distruggere la maggior parte della redditizia economia dei tunnel, sotto il confine tra Striscia di Gaza e Egitto.

Al-Sisi al posto di Mohamed Morsi, dopo il golpe militare del luglio 2013, ha significato la chiusura di circa il 75% dei tunnel al confine. Gran parte della forza economica di Hamas puntava sul commercio attraverso i tunnel.

La debole intesa tra Fatah e Hamas e le conseguenze di Margine Protettivo, hanno acuito le difficoltà. Nello scorso mese di aprile, Khaled Mashal, leader del movimento di resistenza di Hamas,  e Mahmud Abbas, presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e dell’Autorità Nazionale Palestinese, hanno firmato un accordo di unità per portare Cisgiordania e Gaza sotto la giurisdizione di un governo. Il governo di consenso ha pagato 1.200 dollari a ciascuno dei 24.000 dipendenti pubblici a Gaza alla fine di ottobre, come parte dei loro stipendi arretrati. Poi più niente.

L’inizio del 2015 è stato segnato da proteste e manifestazioni per il fallimento del governo di mantenere il suo impegno a pagare gli stipendi dei dipendenti, tra cui medici e infermieri. Chiamato in causa il Ministero della Salute del governo di unità, con sede a Ramallah, che ha preso il controllo nel maggio scorso.

Quando il governo di unità ha preso il potere, molti donatori internazionali hanno caldamente esortato il non pagamento dei salari dei lavoratori del servizio pubblico nella Striscia di Gaza, per il fatto che erano dipendenti di Hamas. E molti dei donatori hanno minacciato di contenere l’assistenza finanziaria all’Autorità Palestinese.

Le proteste sono l’ennesimo ostacolo negli ospedali di Gaza, assediati ormai negli ultimi mesi dai ripetuti scioperi del personale addetto alla pulizia dei reparti. Con uno stipendio di 700 shekel al mese, meno di 200 dollari, gli addetti alle pulizie sono tra i lavoratori meno pagati a Gaza. Non ricevono uno stipendio da sette mesi. Nena News

Nena News Agency “Medici e infermieri di Gaza senza stipendio da un anno e mezzo” – di Federica Iezzi

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GAZA. Tra embargo e monopolio

Nena News Agency – 15 gennaio 2015

Sotto la supervisione delle Nazioni Unite, da Kerem Abu Salem (Kerem Shalom), unico valico commerciale di accesso a sud della Striscia di Gaza, entrano esclusivamente materiali israeliani. Il blocco di Gaza è anche un grande affare per le imprese israeliane

Rafah (Striscia di Gaza) - Il valico di Kerem Abu Salem

Rafah (Striscia di Gaza) – Il valico di Kerem Abu Salem

Testo e foto di Federica Iezzi

Gaza City, 15 gennaio 2015, Nena News  Controllati dall’assedio israeliano e dall’omertoso appoggio egiziano, i quasi 2 milioni di abitanti della Striscia di Gaza non conoscono importazioni ed esportazioni che non passino per le rigide restrizioni imposte dal governo Netanyahu. Dal valico di Kerem Abu Salem (Kerem Shalom), si vedono sventolare la bandiera dell’Egitto, quella palestinese e, dai camion carichi di materiali, quella israeliana. Crocevia di merci, prodotti, combustibile, alimenti e acqua, tutti a rigorosissimo marchio israeliano, il valico di ingresso sulla Striscia, è calpestato dalle ruote di decine di autocarri ogni giorno.

Dunque gli abitanti di Gaza hanno poca scelta: comprare acqua israeliana o non comprarla. La bottiglia piccola costa uno shekel (21 centesimi di Euro), la bottiglia grande due shekel. Venti litri di acqua provenienti dalle stazioni di filtrazione, distrutte dall’esercito di Tel Aviv durante l’offensiva militare della scorsa estate (“Margine Protettivo”), costavano ai palestinesi esattamente come una bottiglia da mezzo litro.  Costi elevati in un quadro generale, in cui le famiglie  bisognose di Gaza ricevono, dal Ministero degli Affari Sociali, poco meno di 1000 shekel (210 Euro) ogni tre mesi. Molte persone raggiungono il luogo di lavoro a piedi, camminando per più di 15 chilometri, perché pagare 4 shekel per prendere un taxi collettivo, è una spesa troppo alta per l’economia di una famiglia. Trovare alternative ai prodotti israeliani è estremamente difficile. Dopo “Margine Protettivo”, di fatto impossibile. Si compra l’acqua con l’etichetta israeliana, trasportata dai camion israeliani.

Lo scorso ottobre, a poco più di un mese  dalla fine dell’ultima offensiva militare, è iniziata la sfilata di autoarticolati israeliani carichi di materiali da costruzione, diligentemente in fila per entrare nella Striscia di Gaza. La storia si è puntualmente ripetuta. Dopo  l’offensiva “Piombo Fuso” tra il 2008 e il 2009 fu lo stesso. Dopo quella nota come “Pilastro di Difesa” del 2012, fu lo stesso.

Sono entrate in quei giorni 600 tonnellate di cemento e ghiaia, camion carichi di ferro e di acciaio. Tutto materiale proveniente da Israele sottoposto ad un meccanismo di controllo attuato da rappresentanti delle Nazioni Unite. Garanzia perché i materiali non vengano consegnati a rappresentanti di Hamas, per la costruzione di nuovi tunnel. Garanzia, dice il governo Netanyahu, per la sicurezza dello Stato di Israele.

Oggi come in quei giorni i materiali da costruzione entrano all’ombra, si fa per dire, delle circa 18.000 case distrutte o severamente lesionate e le 32.150 parzialmente danneggiate. Cemento portland, calcestruzzo, cavi di acciaio, prodotti per isolamento termico e asfalto sono alcuni dei materiali che compaiono nella lista, redatta lo scorso anno dal Ministero della Difesa israeliano, il cui ingresso è proibito a Gaza. Un sacco di cemento da 50 kg che entra da Israele viene pagato dagli abitanti di Gaza 120 shekel. Quando il prezzo di mercato è di circa 7 dollari e mezzo.

Sotto il benestare delle Nazioni Unite, tra monopolio e embargo, i residenti di Gaza sono costretti ad acquistare i materiali di ricostruzione da fornitori israeliani designati: Nesher, Readymix e Hanson. Compagnie con sede a Tel Aviv e Ramat Gan, coinvolte peraltro nella costruzione di insediamenti illegali in Cisgiordania. Alternativa è aspettare il trasferimento dei materiali da costruzione che provengono, a prezzi esorbitanti, dal porto di Ashdod, per mezzo dell’unica società israeliana autorizzata la Taavura Holdings, tra l’altro di proprietà della Nesher.

L’unica magra consolazione per i lavoratori della Striscia di Gaza sarebbe l’esportazione dei prodotti agricoli e quelli della pesca, esclusivamente nella aree palestinesi della Cisgiordania, solo tramite società israeliane. Naturalmente i contadini palestinesi devono pagare per i cartoni e i contenitori prefabbricati israeliani e per il carburante utile al trasporto, prima che il processo di esportazione addirittura inizi. I prodotti alimentari non escono dalla Striscia da almeno cinque anni. Chili di merci vengono sistematicamente sequestrati e distrutti, sotto il pretesto che non soddisfano i criteri di Israele, causando enormi perdite ai commercianti palestinesi.

Ogni anno Gaza acquista da Israele il 90% di tutti i beni esteri presenti nella Striscia. Senza nessuna reciprocità. Prima di “Margine Protettivo”, si muoveva dalla Striscia appena il 2% di articoli palestinesi.

Gli agricoltori hanno difficoltà nella cura di frutta e verdura, perché mancano i fertilizzanti e quelli che arrivano attraverso Abu Salem, sono costosi. In più non entrano nella Striscia quelli con concentrazione di potassio superiore al 5%. Quindi la gente è obbligata a comprare la frutta e la verdura che arriva direttamente da coltivazioni israeliane. 10 shekel per due chili di frutta (l’equivalente di due euro). Il costo di un chilo di arance nel vicino Egitto, oscilla tra 1 e 2 egyptian pounds, l’equivalente di 20 centesimi di euro al massimo.

La maggior parte delle imprese manifatturiere è stata costretta alla chiusura a causa sia del divieto di esportare e sia della scarsità di importazioni di beni di consumo. Senza contare le tante fabbriche distrutte dai bombardamenti israeliani della scorsa estate. Non entrano a Gaza peraltro tessuti contenenti fibre di carbonio o tessuti di polietilene. Nena News

Nena News Agency “Gaza. tra embargo e monopolio” – di Federica Iezzi

“I camion di Kerem Abu Salem” – Reportage di Federica Iezzi

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SIRIA. Nei campi profughi

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Nena News Agency – 11 ottobre 2014

Dalla Turchia in Siria. Migliaia di rifugiati siriani vivono sulle terre di confine, in centri collettivi senza riscaldamento, medicine, coperte, vestiti e scarpe. Schiacciati tra i bombardamenti aerei del governo di Bashar al-Assad, i colpi di mortaio dei ribelli islamici e i kalashnikov delle brigate dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. 

 

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di Federica Iezzi

Aleppo (Siria), 11 ottobre 2014, Nena News – A nord della Siria, a pochi chilometri da quell’Aleppo strappata ai jihadisti, dopo il lungo assedio durato oltre un anno, villaggi distrutti e strade semi deserte. Qui le bombe continuano a cadere, soprattutto nelle zone liberate, ora sotto il controllo dell’Esercito Siriano Libero, vigorosa coalizione contro il regime di Bashar al-Assad. Colpi di artiglieria e incursioni aeree dipingono i cieli caldi. Le strade corrono sui perimetri dei nuovi posti di blocco militari, che in media sono a 500 metri l’uno dall’altro. Stravolgono le città in labirinti di paure. Il traffico è scarso sulle vie di collegamento.

Nomi in arabo segnano i sovraffollati campi profughi siriani, al confine con la Turchia, che ospitano migliaia di anime, costrette a lasciare le proprie case per gli estenuanti scontri. Molti campi sono nati nei territori liberati dagli uomini dell’Esercito Siriano Libero. L’assedio è rotto dall’alba. Non ci sono regole, non c’è protezione, non c’è rispetto. Fumo nero marchia l’orizzonte. Macchie di carburante, crateri di esplosioni e aloni scuri di rottami bruciati feriscono la terra.

Oltre alla Siria, con i suoi 6,5 milioni di profughi interni, sono cinque i paesi coinvolti dalle conseguenze del conflitto: Libano, Giordania, Turchia, Iraq e Egitto. E il Libano è quello che oggi ospita almeno il 30% dei rifugiati in arrivo. La meta’ di loro e’ ammassata nei campi rifugiati governativi tra leishmaniosi e morbillo. Gli altri sono distribuiti e anonimamente disseminati in migliaia di piccoli, sconosciuti campi spontanei, non tracciati sulle cartine. Ci sono bambini scalzi che corrono tra macerie e fango. Non sono soldati di Assad, non sono ribelli, non sono nelle milizie qaediste, ma combattono ogni giorno per sopravvivere tra filo spinato e melma, razioni di cibo fredde e insipide, coperte logorate da dividersi in dieci.

Vivono nelle tende che si riempiono di acqua durante le improvvise e furiose piogge. Sentono i colpi di mortaio risuonare a pochi metri, incessantemente, senza sosta, tutte le notti. Il filo spinato sembra concedere una fallace protezione. Dall’altra parte delle rete, in fila con i cartoni e i sacchi sulle spalle, moltitudini di siriani che pregano perchè ci sia la guardia giusta che li faccia entrare. Fuori dal campo, in mezzo a bombe e macerie, uomini anziani fumano torpidamente il narghilè e la vita di tutti i giorni va avanti. Desolazione e malattie. Elettricità per un’ora e mezzo al giorno. Dopo il calare del sole, le strade restano al buio, nessuna luce, da nessuna parte. Dai rubinetti non sgorga più acqua, al massimo poche gocce erigono un sottile filo freddo e sterile. Non ci sono più nemmeno le latrine.

Fuori, nelle abitazioni senza muri, gli occhi percorrono le superfici impolverate di mobili, divani e letti. La gente corre alle finestre per sentire da dove provengono gli spari. All’ingresso di ogni campo profughi siriano guardie o ribelli stringono gelosamente in mano kalashnikov, lanciagranate, caricatori, munizioni e grappoli di bombe a mano. Appena un paio di chilometri più avanti da Aleppo comincia la terra di nessuno. Sventola la bandiera nera del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Un vessillo di morte. E’ lo Stato Islamico che comanda ora. Appare come una guarnigione misera e trascurata, sopra nuvole color rame cariche di pioggia. Nena News

Nena News Agency – 11 ottobre 2014 “SIRIA. Nei campi profughi” – di Federica Iezzi

“Nei campi profughi siriani” – Reportage e immagini di Federica Iezzi

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L’Egitto apre il valico di Rafah per i feriti gazawi

Striscia di Gaza – Watania Media Agency (13 luglio 2014) – Così Bombardano Gaza

 

Frontiere News – 10 luglio 2014

 

È il terzo giorno dell’operazione Protective Edge e degli assidui bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Gli ultimi aggiornamenti documentano almeno 81 morti e più di 550 feriti dall’inizio degli indiscriminati raid aerei israeliani

 

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di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza) – Tutto ha avuto inizio il 12 giugno con la scomparsa di Eyal Yifrah, Gil-Ad Shayer e Naftali Frenkel, dalla colonia di Gush Etzion, in Cisgiordania, nei pressi di Hebron. I corpi senza vita dei tre ragazzi furono trovati 18 giorni dopo.

Alla notizia, è seguito l’omicidio di Mohammed Abu Khdeir, sedicenne palestinese, spietatamente bruciato, fino alla morte, nel quartiere arabo di Shu’fat a Gerusalemme Est.

Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha condannato aspramente l’assassinio del ragazzo palestinese. Ma, nonostante la mancanza di prove, non concede il beneficio del dubbio sull’assassinio dei tre ebrei adolescenti, per mano di Hamas.

Senza fine le rappresaglie nei territori occupati palestinesi. Da ormai 10 giorni è iniziato un vortice di attacchi aerei su Cisgiordania, Gerusalemme occupata e Striscia di Gaza. I missili lanciati dalla Striscia di Gaza, inercettati dal sofisticato sistema israeliano Iron Dome, hanno raggiunto Tel Aviv, Gerusalemme e Haifa, senza provocare nessuna vittima. Nella giornata di ieri di 81 missili lanciati, 21 sono stati intercettati.

Con l’operazione “Protective Edge”, scattata nella notte tra il 7 e l’8 luglio, Israele scaglia 160 raid aerei in una sola notte contro obiettivi collegati ad Hamas e obiettivi civili. I 322 raid aerei la scorsa notte, fanno salire a 750 i siti colpiti.

Se all’inizio gli attacchi aerei israeliani erano confinati a terre non abitate, a fattorie e terre coltivate, oggi vengono centrati indiscriminatamente case e strutture civili, oltre siti di addestramento di gruppi armati palestinesi.

Ashraf al-Qidra, il portavoce del Ministero della Salute palestinese, parla di almeno 81 morti, di cui 23 bambini, e più di 550 feriti nella Striscia di Gaza, dall’inizio dell’operazione militare sferrata negli ultimi giorni dall’aviazione israeliana sulla Striscia.

A Rafah, sul confine egiziano, lanciati 95 attacchi aerei. 130 missili su case, terreni agricoli, aree pubbliche comuni, tunnel di collegamento con l’Egitto e centri di formazione militare legati ad Hamas. Dozzine di bombardamenti da forze navali e forze di terra isrealiane. 5 morti. Almeno 50 feriti, tra cui almeno 10 bambini. Decine di case distrutte.

A Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, a pochi chilometri dal confine egiziano, almeno 74 attacchi aerei hanno colpito due moschee, case, terreni agricoli, ospedali e siti paramilitari. Le vittime identificate sono 27, di cui 6 bambini. Ferite centinaia di persone.

4 morti anche a Zeitoun, sud della Striscia di Gaza.

A Gaza city 42 raid aerei israeliani hanno colpito obiettivi civili. Almeno 8 sono i morti.

Nella zona centrale della Striscia di Gaza, proprietà civili nei pressi di al-Mughraqa sono state bersagli del lancio di almeno 30 missili isrealiani. 4 morti e decine di feriti. Colpiti anche i campi profughi di al-Nussairat, dove sono morte tre persone, di al-Boreij e di al-Maghazi dove sono morte altre 5 persone.

Nel nord della Striscia di Gaza, ad al-Qarara, Beit Hanun, Beit Lahia e Abraj al-Sheikh Zayed contati 112 raid aerei. Usati 114 missili contro case, civili, terreni coltivati. I morti sono saliti almeno a 25 e il numero di feriti continua ad aumentare.

Mentre il portavoce dell’Israel Defense Forces, il maggiore Peter Lerner, comunicava che Tel Aviv si stava preparando alla possibilità di inviare forze via terra nella Striscia di Gaza, come ulteriore sviluppo della campagna Protective Edge, negli ospedali della Striscia si lavora ininterrottamente, sotto i bombardamenti, per accogliere le centinaia di feriti che continuano a riversarsi negli androni.

Questa mattina aperto il valico di Rafah, al confine egiziano, esclusivamente per il trasporto di feriti gravi. Le autorità egiziane non lo aprivano dal 3 luglio. Allertati gli ospedali del Sinai, per accogliere le centinaia di feriti gazawi. Mentre il valico di Erez, al confine con Israele, è stato danneggiato da 8 missili, lanciati dall’aviazione israeliana.

Frontiere News “L’Egitto apre il valico di Rafah per i feriti gazawi” – di Federica Iezzi

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