I meno due gradi delle notti afghane

Missione di cardiochirurgia – French Medical Institute for Children – Kabul (Afghanistan)

 

Soraya 5yy - Atrial septal defect - In ward after surgery with her mum

 

Soraya arriva dal sud dell’Afghanistan, terreno incontrastato dei talebani. Hanno scelto questo nome dal plurale di “talib”, che significa: colui che cerca la conoscenza. Sono apparsi come i primi difensori disinteressati dei più deboli, contro i rapaci signori della guerra, per poi finire ad applicare la più rigida e inumana interpretazione della shari’a.

L’abbiamo chiamata un tardo pomeriggio sul telefono per andarla a prendere nella sua casa vicino Kandahar e per portarla in ospedale. Ma il telefono non squillava, non sembrava nemmeno spento. Poi mi hanno spiegato che nella terra dei talebani tutte le comunicazioni, per cui anche le linee telefoniche, vengono interrotte ogni giorno dalle cinque del pomeriggio alle sette del mattino successivo.

Con la sua mamma ha dovuto camminare per tre giorni, prima di arrivare a Kabul, nei meno due gradi della maggior parte delle notti afghane. La mamma ha perso un braccio durante la guerra, quando i frutteti di melograni afghani sono improvvisamente diventati pesanti e aridi campi, disseminati di mine antiuomo.

La mamma di Soraya mi racconta in pashtu che mentre si esce dagli ultimi sobborghi dei centri abitati, negli spogli e devastati altipiani, non è raro incontrare cimiteri, anche non lontani dalle abitazioni. Le tombe sono indicate con pezzi di lamiera o spuntoni di sassi piatti e c’è una netta separazione tra quelle pashtun e quelle hazara. Non c’è più un fiore e raramente si intravede un nome. Quando era ancora una ragazza, amava raggiungere quella Kabul dai soli 600.000 abitanti, con case semplici e pulite, al massimo costruite su due piani. Adesso fa fatica a riconoscere la Kabul dai sei milioni di abitanti, con palazzi alti quanto le montagne brulle e con un traffico disorganizzato e disarmonico. I talebani hanno proibito le immagini del mondo dei sogni di Bollywood o di Hollywood, che una volta erano disseminate sui muri della città, perchè non è consentito guardare una immagine senza anima, per preservare l’integrità e il carattere islamico dell’Afghanistan.

A Soraya abbiamo tolto il tubo che l’aiutava a respirare solo dopo due ore dall’intervento al cuore. Una cosa che può risultare naturale nei paesi facoltosi, dai grandi sprechi, qui diventa un grande successo. Viste le spese altissime, contro cui una famiglia deve combattere per raggiungere un ospedale, almeno per chi ha la fortuna di avere uno stipendio che oscilla tra uno e tre dollari al mese. Visti i nemmeno 10 chili che i bambini pesano a 5 anni. Visto che invece di usare le bruciature sulla pelle all’altezza del cuore, una madre può vedere correre la propria figlia, senza il terrore di trovarla ferma ai bordi delle strade polverose, con la schiena curva per la mancanza d’aria.

Spesso Soraya dimenticava di indossare il suo velo, quando correva su e giù per il corridoio del reparto, sempre inseguita dagli occhi vigili della mamma, così i suoi capelli corvini sembravano trasportati dal vento. Quando era stanca si aggrappava al lungo abito di velluto della mamma, alzava la sua innocente manina per salutare tutti e tornava nel suo letto. La madre stendeva un tappetino per terra e insieme alla figlia iniziava la ṣalāt al-ʿaṣr,la preghiera del pomeriggio.

 

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In the wonderland

Munnira

 

Missione di cardiochirurgia

Emergency – Salam centre for cardiac surgery – Soba Hilla (Khartoum) – Sudan

 

 

Occhi scuri come la notte, capelli lanuginosi e dentini bianchi come il latte, in un corpicino di appena 15 chili.

Munnira è arrivata a Khartoum, da Mogadiscio, dopo giorni di viaggio polveroso.

E’ nata sei anni fa con una malattia al cuore. Ha un buco tra i due atri, due delle quattro camere che formano il cuore.

La mamma mi ha raccontato che a Mogadiscio, non poteva giocare con le altre bambine sulla strada.

L’abbiamo operata in una fresca giornata di gennaio, quando l’aria africana contava 38 gradi.

In sala operatoria nessuna lacrima dai suoi occhi scuri come la notte.

Sapeva che la sua mamma le voleva bene e che i “khwaja”  le avrebbero insegnato a giocare.

Ed ecco che, come un sortilegio, in pochi minuti, quel cuoricino che si vedeva battere sotto la pelle e che non si era mai arreso, si ferma dopo quella stanchezza durata sei anni. I bianchi chirurghi provenienti dalle lussuose università europee hanno chiuso quel buco nel suo cuoricino.

Accanto a quel corpicino esile, sotto le mie mani nascoste dai guanti sterili, il piccolo cuore riprende a muoversi. Batte lentamente come per respirare la guarigione e poi si mette a correre libero.

Adesso non si vede più il cuore sotto la pelle, è tornato a stare al suo posto.

Quel sorriso contagioso in terapia intensiva e in reparto mentre medicavo le sue ferite, riscaldava l’anima.

Ogni giorno aspettava pazientemente che passassi in reparto, aveva imparato a riconoscere la porta dalla quale uscivo dal blocco operatorio e così aspettava  lì.

Poi, quel “ciao” sussurrato dai fragili polmoni e la sua scarna manina che prendeva la mia, ancora coperta dal talco dei guanti.

Adesso gioca a piedi scalzi nel colorato giardino dell’ospedale, con il suo vestitino a quadri verde.

Adesso è lei che ci insegna come si vive.

 

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