YEMEN. Guerra civile e bombe saudite non fermano i migranti dal Corno d’Africa

Nena News Agency – 02/02/2017

Più di 111.500 migranti sbarcati sulle coste dello Yemen lo scorso anno e circa 100.000 nel 2015. Di questi, circa il 20% sono minori non accompagnati

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di Federica Iezzi

Roma, 2 febbraio 2017, Nena NewsNonostante la guerra civile e i bombardamenti della coalizione a guida saudita che hanno gettato lo Yemen in una profonda crisi umanitaria, migranti dal Corno d’Africa continuano a riversarsi nel Paese a tassi sempre più crescenti.

Le agenzie di monitoraggio delle migrazioni parlano di più di 111.500 migranti sbarcati sulle coste dello Yemen lo scorso anno e circa 100.000 nel 2015. Di questi, circa il 20% sono minori non accompagnati. Secondo gli ultimi dati divulgati dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, circa 12.000 migranti ogni mese, sono arrivati sulle coste yemenite come punto di passaggio per l’Arabia Saudita.

A partire dallo scorso novembre, riferisce l’UNHCR, sono sbarcati in Yemen 105.971 migranti provenienti dal Corno d’Africa, per lo più da Etiopia (88.667) e Somalia (17.293).

Yemen che già conta più di due milioni di sfollati a causa del conflitto in corso e della crisi umanitaria che ne risulta.

Ancora centinaia di migranti provenienti da Paesi dell’Africa orientale sono in arrivo nel governatorato di al-Hudaydah. Si aggiungono alle migliaia di rifugiati e richiedenti asilo vulnerabili e bloccati in Yemen, a causa di un conflitto che inizia a colpire anche le vie di passaggio utilizzate fino ad ora per raggiungere i Paesi del Golfo.

La via dei rifugiati inizia nei porti somali di Berbera e Lughaya, nella regione autonoma del Somaliland, o nel porto di Bossaso, nel Puntland, e nella città portuale di Obock in Gibuti. Prosegue tra Mar Rosso e Golfo di Aden, nello stretto di Bab al-Mandeb. E approda nei porti yemeniti di Hodeidah, al-Mokha, a ovest di Taiz, al-Mukalla, nel governatorato di Hadhramaut, e nella provincia di Shabwa, sulla costa meridionale dello Yemen. I migranti africani vengono feriti o uccisi a fianco degli yemeniti, mentre il conflitto entra nel suo terzo anno.

Allo sbarco in Yemen, molti migranti entrano in reti di contrabbando. Violenze, soprusi, torture, esose richieste di riscatto in denaro, accompagnano spesso il loro viaggio fino al Golfo. Nel solo mese di dicembre si contano 25 migranti morti in mare, durante deportazioni forzate dallo Yemen all’Arabia Saudita, attraverso rotte sul Mar Rosso. Almeno in 150 stipati su piccole imbarcazioni guidate dai contrabbandieri, seguono la ‘tratta’.

Nel 2016 l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha evacuato 2.562 migranti coinvolti nel conflitto yemenita e supportato più di 21.000 migranti vulnerabili in diversi governatorati. Team sanitari mobili operano in 18 dei 22 governatorati del Paese, continuando a fornire assistenza sanitaria di base e supporto psico-sociale per i traumi legati alla guerra.

Il destino dei migranti in Yemen resta un buco nero. Non si hanno numeri dettagliati di quanti siano rimasti intrappolati nel Paese, di quanti abbiano subito abusi, di quanti siano riusciti a raggiungere effettivamente i Paesi del Golfo, di quanti siano stati reclutati da una delle parti in conflitto in Yemen. Ad oggi, si stima che almeno 9.000 migranti siano detenuti nelle carceri yemenite, sia da gruppi governativi sia da fazioni opposte. Nena News

Nena News Agency “YEMEN. Guerra civile e bombe saudite non fermano i migranti dal Corno d’Africa” di Federica Iezzi

 

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Se la terra promessa è la Somalia

Il Manifesto – 26 agosto 2015

REPORTAGE

YEMEN. Tra i rifugiati in fuga dal conflitto yemenita, vittime della tratta che dal Golfo di Aden li conduce verso il Corno d’Africa. Su rotte ignote anche alle navi militari saudite dispiegate nell’area

Gibuti - Campo profughi UNHCR di Markazi

Gibuti – Campo profughi UNHCR di Markazi

di Federica Iezzi

Al-Mokha (Yemen) – Vec­chie navi da carico che fino allo scorso marzo tra­spor­ta­vano bestiame, ora almeno una volta a set­ti­mana, dopo 30 ore di navi­ga­zione, sca­ra­ven­tano debi­li­tati rifu­giati dallo Yemen in Soma­lia o a Gibuti. I mer­can­tili par­tono dal porto yeme­nita di al-Mokha, a ovest della città di Taiz, dal porto di Hodeida, nell’omonimo gover­na­to­rato, e dal porto di al-Mukalla, nella regione costiera di Hadh­ra­maut. Seguono la tratta pre­sta­bi­lita nel golfo di Aden.

All’ingresso del Mar Rosso, Bab al-Mandeb è il canale chiave di tra­sporto che separa l’Africa dalla peni­sola ara­bica. Largo solo 30 chi­lo­me­tri nel punto più stretto. Nello stretto ci sono tre prin­ci­pali rotte di con­trab­bando, tutte poco distanti dal porto di al-Mokha. Rotte non sog­gette ai con­trolli di sicu­rezza per anni, da sem­pre uti­liz­zate per il traf­fico di armi, droga, petro­lio e per­sone. Ignote per­fino alle navi mili­tari della Coa­li­zione sau­dita dispie­gate nell’area.

Nad­heer, un avvo­cato yeme­nita, rac­conta: «Il viag­gio può costare dai 100 ai 300 dol­lari. Anche per i bam­bini. Le bar­che tra­spor­tano 200 per­sone e 600 ton­nel­late di merce». E con­ti­nua: «Lo Yemen è diven­tato un luogo dif­fi­cile da abban­do­nare. La via di terra per l’Arabia Sau­dita è bloc­cata dai ribelli hou­thi. Le città costiere meri­dio­nali pre­si­diate dagli hou­thi sono inavvicinabili».

I rifu­giati sbar­cano in Soma­lia, nei porti di Ber­bera e Lughaya, nella regione auto­noma del Soma­li­land, o nel porto di Bos­saso, nel Pun­tland, e tro­vano rifu­gio tem­po­ra­neo spesso nei para­liz­zanti campi spon­ta­nei, non uffi­ciali, dove c’è ener­gia elet­trica per appena 8 ore al giorno.

Tra i rifu­giati, ci sono anche somali bantu fug­giti venti anni fa dalla spi­rale di vio­lenza che tut­tora ancora deva­sta la loro terra. All’epoca tro­va­rono casa in Yemen, ma ora il governo somalo di Has­san Sheikh Moha­mud ha offerto il suo soste­gno alla Coa­li­zione sau­dita nella lotta con­tro i ribelli di al-Qaeda gui­dati dall’emiro Qasim al-Raymi, e con­tro la mino­ranza sciita hou­thi, appog­giata dalle forze fedeli all’ex pre­si­dente yeme­nita Ali Abdul­lah Saleh e dall’Iran. Dun­que la popo­la­zione yeme­nita che fino a poche set­ti­mane fa con­vi­veva con i tra­pian­tati somali, oggi li aggredisce.

I dati dell’UNHCR, l’Alto Com­mis­sa­riato delle Nazioni Unite per i Rifu­giati, par­lano di 28.596 yeme­niti arri­vati in Soma­lia, tra cui almeno 12.000 bam­bini, dall’inizio del con­flitto. Nel cen­tro di acco­glienza, alle­stito nel porto di Ber­bera, uomini, donne e il pianto incon­so­la­bile dei bam­bini pos­sono sostare solo tre giorni. Rice­vono cibo, acqua e cure medi­che. Ci sono solo cin­que ser­vizi igie­nici per più di 400 per­sone. Da Ber­bera in massa si pre­ci­pi­tano nella capi­tale Har­gheisa, dove si acco­dano alle infi­nite file delle strut­ture della Mez­za­luna Rossa, per man­giare e per chie­dere asilo.

Senza cibo, né scarpe, secondo i dati dell’Organizzazione Inter­na­zio­nale per le Migra­zioni, 23.360 rifu­giati sono tran­si­tati nel cen­tro di al-Rhama e poi accolti nel campo di Mar­kazi, nella pic­cola città por­tuale di Obock, in Gibuti. Su petro­liere o mer­can­tili. Senza posti veri. Un com­mer­cio fio­rente di biglietti e passaporti.

Faaid, un agente marit­timo del porto di Ber­bera, ci dice che «1.325 per­sone sono arri­vate in Soma­lia e a Gibuti nelle due set­ti­mane suc­ces­sive all’inizio del con­flitto in Yemen». Le Nazioni Unite par­lano di almeno 900 per­sone arri­vate nel Corno d’Africa negli ultimi 10 giorni. 58.234 il totale di arrivi tra Gibuti, Soma­lia, Sudan e Etio­pia. Secondo i doga­nieri del porto di al-Mokha, più di 150 per­sone lasciano lo Yemen legal­mente ogni giorno. Sono i pesca­tori con le loro bar­che o chi ha soldi suf­fi­cienti per com­prare un posto sui mer­can­tili. E ogni giorno, come merce di con­trab­bando, più di 400 per­sone affron­tano quel mare, su bar­che di medie dimen­sioni. Di pro­prietà di com­mer­cianti o pesca­tori yeme­niti, ven­gono com­prate qual­che giorno prima della pre­vi­sta par­tenza, da bande di trafficanti.

Berbera, Somaliland (Somalia) - Golfo di Aden

Berbera, Somaliland (Somalia) – Golfo di Aden

Tutto ini­zia in mezzo alle 18.000 per­sone del campo pro­fu­ghi di al-Kharaz, a 150 chi­lo­me­tri a ovest del porto di Aden. Strade bucate dai mor­tai. Nella deserta regione del sud dello Yemen, durante la distri­bu­zione di cibo da parte del World Food Pro­gramme, quando le per­sone sono ammas­sate e le tem­pe­ra­ture arri­vano a 35 gradi, Fadaaq, un ragazzo forse di 19 anni, ini­zia la “ricerca”. Fadaaq, ci rac­con­tano nel campo, lavora per con­trab­ban­dieri migranti in Kuwait. L’obiettivo è di tro­vare almeno 30 per­sone per ogni viaggio.

Il tra­sporto dal campo al porto di al-Mokha è in auto­bus. Ogni rifu­giato paga dai 25 ai 50 dol­lari, incon­trando diversi chec­k­point mili­tari sulla strada, fre­quente tar­get dei mili­ziani di al-Qaeda.

C’è anche chi, dai quar­tieri di Cra­ter, Ash Sheikh Outh­man, Khur Mak­sar e Atta­wahi della città di Aden, cam­mina a piedi per due giorni interi, fino a al-Mokha. Lo Stato Isla­mico e al-Qaeda hanno bloc­cato la mag­gior parte delle strade tra Sana’a e Aden.

Si aspet­tano anche 15 giorni nel porto, in attesa di un posto sui mer­can­tili o in attesa di sal­dare il debito con i con­trab­ban­dieri. Si dorme per terra su teli. Si aspetta l’acqua dalle orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie. Agenti di poli­zia, guar­die di fron­tiera e diplo­ma­tici fanno finta di non vedere.

Il con­trab­bando di migranti coin­volge reclu­ta­tori, tra­spor­ta­tori, alber­ga­tori, faci­li­ta­tori, ese­cu­tori, orga­niz­za­tori e finan­zia­tori. Spesso i traf­fi­canti sono essi stessi migranti. Spesso i migranti clan­de­stini gui­dano le bar­che. Spesso si usano imprese ad alta inten­sità di capi­tale per il rici­clo dei proventi.

Tre­cento pas­seg­geri è il mas­simo per una barca di 17 metri. Ma le bar­che ven­gono cari­cate di 700–800 per­sone. Su quasi ogni barca la sto­ria è la stessa. Ven­gono rac­colti tutti i tele­foni cel­lu­lari. Tutti par­tono senza baga­glio. Hanno diritto a man­giare, bere e andare in bagno fino al momento dell’imbarco.

Ci rac­conta Reem: «Mi hanno por­tata in un posto dove ho incon­trato altri come me, in viag­gio verso la Soma­lia. In totale era­vamo 157. Una parte del viag­gio l’ho fatta in piedi, per far posto ai miei figli. Poi sono riu­scita a sedermi con le gambe appog­giate al petto. Sono rima­sta per più di dieci ore così». Reem ci ha detto che arri­vati a Ber­bera, in Soma­li­land, hanno spinto tutti fuori dalla barca, in mare. Alcuni sono anne­gati. Altri sono riu­sciti a rag­giun­gere la riva. La barca è spa­rita in pochi minuti tra le onde.

A Mareero, Qaw e Elayo, nella regione somala del Pun­tland, a Obock, in Gibuti, a Bab al-Mandeb, al largo della città di Taiz, e nel golfo di Aden, l’UNHCR ha regi­strato il più alto numero di decessi nel Mar Rosso e nel Mar Arabico.

Il Manifesto, 26/08/2015 “Se la terra promessa è la Somalia” – di Federica Iezzi

Nena News Agency “Se la terra promessa è la Somalia” di Federica Iezzi

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La Somalia dimenticata, in piena crisi politica ed umanitaria

Nena News Agency – 11 maggio 2014

In costante ritardo la catena di aiuti umanitari in Somalia, dovuta alle difficoltà di accesso in alcune aree del Paese e agli scarsi fondi messi a disposizione dai donatori

 

SOMALIA

 

di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 11 maggio 2014, Nena News – Nella Somalia esposta agli attentati di al-Shabaab, l’organizzazione fondamentalista collegata ad Al-Qaeda, che controlla l’area centro-meridionale del Paese e che destabilizza l’intero territorio dello Stato, si frantumano anche gli aiuti umanitari. Gran parte della popolazione somala convive quotidianamente con denutrizione, malattie e infezioni, il tutto gravate da duri cicli di siccità e carestie.

Il corridoio umanitario nella terra di Afghoy, costruito sulle rovine della strada nazionale che collegava Mogadiscio a Baidoia, e i gremiti campi profughi di Mogadiscio, non sono bastati a scongiurare nei due precedenti decenni, emergenze umanitarie di singolari proporzioni. La carestia, causata dalla guerra tra fazioni nel 1992, ha provocato la morte di oltre 220 mila persone. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite quasi 260 mila somali sono morti di fame durante la crisi umanitaria che ha sconvolto il Paese nel biennio 2010-2012.

Oggi come vent’anni fa la guerra civile demolisce il Paese. Le città appaiono come una guarnigione misera e trascurata. Lungo le strade decine di posti di blocco a poche centinaia di metri l’uno dall’altro, sprofondano nella gretta desolazione. Campi abbandonati all’incuria e alla desertificazione. I villaggi sopravvivono a stento non potendo più contare nemmeno sui raccolti agricoli. Ogni giorno scontri a fuoco e attentati falliti.

Data la dispersione su tutto il territorio di una popolazione prevalentemente nomade e seminomade, la Somalia non è mai stata preda di un governo centrale. Questo delicato equilibrio fu alterato dall’imposizione del dominio coloniale, di un sistema di egemonie tribali.Il Paese continuò negli anni a rimanere ostaggio delle fazioni armate, nonostante tregue e tardivi interventi ONU (missioni UNOSOM I e UNOSOM II) e degli Stati Uniti (operazione Restore Hope), dagli esiti manifestamente fallimentari.

Oggi come vent’anni fa, nel Corno d’Africa imperversano siccità e carestie stagionali, giudicate normali dagli esperti. Il numero delle vittime, incalcolabile. I profughi, decine e decine di migliaia: verso il campo di Dadaab nel nord-est del territorio keniano, che ospita ormai più di 450.000 rifugiati, e verso il sud dell’Etiopia. Come vent’anni fa, sono continui i ritardi negli aiuti umanitari, dovuti alle difficoltà di accesso in alcune aree del Paese e agli scarsi fondi messi a disposizione dai donatori.

Attualmente circa 3 milioni di persone necessitano per sopravvivere di immediati aiuti umanitari. Sono poche le possibilità di trovare un’assistenza sanitaria di qualità, per l’inabilità di trasportare medicine, come cibo, nelle aree controllate militarmente dalle milizie estremiste islamiche. Le autorità sanitarie somale, con la collaborazione di UNICEF, OMS e Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, ha presentato un programma, che si concluderà nel 2016, per il miglioramento dell’assistenza sanitaria di base. Progetto da 8 milioni di dollari.

Per il ritardo della stagione delle piogge, per l’aumento dei prezzi sugli alimenti e per la persistente insicurezza nel Paese, più di 800.000 persone rischiano i danni di una incalzante carestia. La FAO risponde con un progetto annuale da 12 milioni di dollari che prevede la duratura pianificazione del programma alimentare e il dinamico sostegno alla coltivazione locale. Nena News

 

Nena News Agency “La Somalia dimenticata, in piena crisi politica ed umanitaria” – di Federica Iezzi

 

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