Il milione dello Yemen

Il Manifesto – 30 settembre 2017

Golfo. L’allarme della Croce Rossa: già 700mila i casi di colera, entro l’anno altri 300mila contagiati. Ci si ammala bevendo dai pozzi. E con gli ospedali distrutti o troppo lontani si muore nel proprio letto, senza nessuna assistenza. Quando per salvarsi basterebbe acqua pulita.

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di Federica Iezzi

Il colera è ovunque. L’ultimo preoccupante report del Comitato Internazionale della Croce Rossa afferma che l’epidemia di colera in Yemen è una spirale fuori controllo.

I casi sospetti hanno sfiorato i 700mila, più di 2mila le morti correlate alla malattia. Secondo quanto riferito in un briefing a Ginevra da Alexandre Faite, capo della delegazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Yemen, è verosimile che si raggiunga un milione di casi di colera entro la fine dell’anno.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità disegna un piano in cui i casi sospetti di colera ormai serpeggiano nel 95,6% dei governatorati, in particolare in 22 su 23 governatorati e 304 su 333 distretti.

SI CONTANO PIÙ DI 5MILA nuovi sospetti contagi ogni giorno. La malattia continua a diffondersi a causa del deterioramento delle condizioni igieniche e sanitarie e delle interruzioni dell’approvvigionamento idrico.

Più di 14 milioni di yemeniti sono stati tagliati fuori dall’accesso regolare all’acqua, per non parlare del servizio di raccolta di rifiuti interrotto in tutte le grandi città. Il tasso complessivo di mortalità nel paese è dello 0,31%, il più alto è nel governatorato di Raymah, a est. I governatorati più colpiti comprendono Amran, al-Mahwit e Hajjah, al nord, e al-Dhale’e e Abyan, al sud.

Il disastro umanitario in Yemen non accenna a placarsi. Il paese è imprigionato in una spirale di violenze e patimenti che irrompono nelle vite di civili inermi, senza risparmiare neppure anziani e bambini.

E PROPRIO AI BAMBINI sono riservati i numeri più crudeli: il 54,9% di possibilità di contrarre il colera. Il colera è un’infezione acuta diarroica che si diffonde attraverso cibo o acqua contaminati. Può essere efficacemente trattata con l’immediata idratazione e con il repentino ripristino dei normali livelli di sali minerali nell’organismo, ma senza trattamento può risultare fatale.

LO YEMEN È DA ANNI teatro di una spietata guerra, capitanata ardentemente dalle forze militari di Riyadh. Mentre le morti da combattimento ottengono sporadicamente attenzione, i risultati indiretti del conflitto rimangono celati.
L’epidemia di colera, la malnutrizione incalzante, l’aumento delle morti da malattia infettive curabili, rimangono i più grandi assassini.

L’acqua che arriva nelle case è contaminata e la gente non la beve più. Si incontrano grossi serbatoi, spesso vuoti, su quelli che un tempo erano i marciapiedi delle strade principali delle città, ma non c’è approvvigionamento regolare. Nel governatorato di Hajjah, la gente beve acqua contaminata da pozzi e cisterne.

E la situazione è in peggioramento nel distretto di Abs, nel governatorato di Hajjah, nel nord dello Yemen. Qui nel mese di agosto è stato colpito l’ennesimo ospedale, sostenuto da Medici Senza Frontiere, che trattava i casi di colera.

IL DISTRETTO DI ABS ospita il numero più alto di sfollati interni, ma la maggior parte delle strutture sanitarie non funziona. Non ci sono né personale medico né attrezzature, né forniture sanitarie di base.

In 49 distretti, non ci sono medici. Almeno 30mila operatori sanitari locali non hanno ricevuto i loro stipendi da più di un anno, 3.500 centri medicali non hanno ricevuto fondi per il regolare rifornimento.

Quasi tutte le strutture e i servizi sanitari del paese hanno raggiunto livelli di cedimento irreversibili, non sono in grado di rispondere alla crescente necessità della popolazione, non sono in grado di affrontare malattie e traumi legati alla guerra. E, tuttora, molti ospedali vengono utilizzati illegittimamente come presidi militari.

LA MAGGIORPARTE della gente rimasta nelle proprie case non può permettersi nemmeno il trasporto dalle aree rurali ai centri medici più vicini. E allora diarrea, vomito, lento e tormentato spegnimento: si muore di colera in casa.

Nel suo piano di affrontare la malattia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha previsto la distribuzione di vaccini per contenere il colera e sradicare il 90% dei casi entro il 2030. Ma contenere un’epidemia di tale entità è estremamente difficile e le probabilità di perdere sono molto elevate.

Secondo il Cholera Emergency Operations Centre, i partner umanitari in Yemen supportano 250 centri di trattamento, con più di 4mila posti letti e almeno mille punti di reidratazione orale in 20 governatorati. Una campagna di sensibilizzazione porta a porta continua a coinvolgere 40mila volontari, raggiungendo circa 14 milioni di abitanti persone.

Ma il 12% dei distretti in Yemen è ancora classificato come estremamente difficile da raggiungere, tra questi Marib, al-Jawf, Sa’ada, Hajjah, Taizz, al-Bayda. E più di 1,7 milioni di persone, in questi distretti, ha urgente necessità di assistenza umanitaria.

SECONDO I DATI DIFFUSI delle Nazioni Unite, più di 10mila persone sono state uccise dal conflitto, almeno 50mila sono i feriti e i disabili, 1,6 milioni di civili sono stati costretti ad abbandonare il paese e 3 milioni sono gli sfollati interni.

Gli anni di sanguinari abusi hanno trasformato l’agonizzante Yemen nel più grande bacino di insicurezza alimentare. In base ai dati diffusi dalla piattaforma Humanitarian Needs Overview, circa 20 milioni di persone hanno bisogno di assistenza o protezione.

Di questi, per almeno 9 milioni, il bisogno si trasforma in impellente urgenza. Inoltre 17 milioni di persone non si alimentano adeguatamente.

E tra questi, quasi due milioni sono bambini e un milione sono donne in gravidanza. Direttamente correlata alla mancanza di cibo è la malnutrizione: più di 400mila bambini sotto i cinque anni sono affetti da malattie connesse alla malnutrizione acuta.

Il Manifesto 30/09/2017 “Il milione dello Yemen” di Federica Iezzi

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IMMIGRAZIONE. L’inferno dei centri di detenzione libici

Nena News Agency – 12/09/2017

Gli immigrati sono detenuti in celle sovraffollate, con scarsa luce naturale e ventilazione e con un inadeguato numero di latrine o bagni. Per loro non è previsto alcun processo legale, né hanno la possibilità di contestare la legittimità della loro prigionia o del loro trattamento. Secondo la ONG internazionale Medici Senza Frontiere, l’Unione Europea finanzia e perpetua il ciclo di sofferenza degli immigrati nello stato africano

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di Federica Iezzi

Roma, 12 settembre 2017, Nena News – L’Unione Europea finanzia e perpetua il ciclo di sofferenza dei migranti in Libia, costringendoli a reclusioni arbitrarie in centri di detenzione. Questo è quanto affermato nell’ultima conferenza stampa da Joanne Liu, il presidente internazionale di Medici Senza Frontiere.

Dunque la pesante accusa, appoggiata anche dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, è che la politica dei governi europei, alimentando un sistema criminale di abusi, è diretta complice delle violenze subite dai migranti in Libia. Il governo di al-Sarraj controlla ufficialmente circa due dozzine di centri di detenzione in territorio libico, attraverso la sua direzione per la lotta alla migrazione irregolare (DCIM), secondo gli ultimi dati dell’EUBAM (European Border Assistence Mission in Libya).

I finanziamenti previsti dai Paesi europei per le attività dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) e dell’UNHCR per migliorare le condizioni nei centri di detenzione governativi libici rappresentano oggi solo un’illusione di fronte al milione di profughi intrappolati in Libia.

L’unica soluzione ragionevole e civile sarebbe quella di aprire percorsi legali per chi fugge da guerre, fame e violenze. La rotta migratoria africana maggiore parte da Agadez, passa per Dirkou in Niger, per arrivare alla città libica di Sabha. I migranti vengono poi dirottati dai contrabbandieri verso i porti di Tripoli o Zawiya.

La rotta percorsa dai migranti dei Paesi africani dell’ovest, invece, parte sempre dalla porta di Agadez in Niger, passa per Bamako e Gao, in Mali, e arriva a Tamanrasset, in Algeria. L’ultima parte del viaggio è comune per tutti fino alle coste libiche.

Pane, burro e acqua è tutto ciò che i migranti ricevono nell’unico pasto giornaliero, nei centri di detenzione libici. Malattie legate alle scadenti condizioni sanitarie, malnutrizione e violenze fisiche sono cicatrici indelebili di ogni migrante, secondo le molteplici denunce del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Vengono rinchiusi in celle sovraccariche, con scarsa luce naturale e ventilazione. Gli edifici sono spesso vecchie fabbriche o magazzini, con un inadeguato numero di latrine o bagni. Per i migranti è prevista una detenzione ma non è previsto nessun processo legale, nessuna possibilità di contestare la legittimità della loro prigionia o del loro trattamento.

Secondo i report dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, un considerevole numero di profughi che entra in Libia, viene scambiato nei cosiddetti mercati di schiavi, prima di finire nei centri di detenzione. A questo segue una richiesta di riscatto da parte dei trafficanti, in accordo con i militari libici, verso le famiglie dei più giovani. Se il denaro non arriva, il viaggio si ferma in Libia.

Dopo Medici Senza Frontiere, anche Save The Children e la maltese MOAS (Migrant Offshore Aid Station) sospendono le operazioni di salvataggio nel mar Mediterraneo, a causa delle forzature dettate dal codice di condotta per le ONG, imposto dal Viminale con il benestare dell’Europa, e a causa di una guardia costiera libica ostile alle attività di soccorso.

La Commissione europea risponde decantando un programma di 46 milioni di euro, per formare e rafforzare la guardia costiera libica, e stimando un brusco calo degli arrivi in Italia nel mese di agosto, scesi dell’80% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. E’ cieca invece di fronte a quanto accade nei centri di detenzione in Libia, dove torture, stupri, fame e uccisioni, sono la quotidianità. I migranti arrestati in mare dalla guardia costiera libica, modellata irresponsabilmente dai nostri militari, vengono inviati, senza dignità, nel sistema di detenzione del Paese. Qui inizia la fiorente impresa di rapimento, tortura e estorsione, di cui l’Europa è corresponsabile.

Dunque, per raggiungere un accordo con gli attori coinvolti nel traffico di esseri umani, il prezzo da pagare è quello di accettare un certo grado di violenza e violazioni dei diritti umani? L’Europa sembra disposta a pagare quel prezzo per porre fine alla crisi migratoria. A sei anni dalla rivoluzione che rovesciò la dittatura Gaddafi, una Libia, senza regole né governo, è diventata la meta per migliaia di profughi pronti a rischiare la vita, su sovraffollate imbarcazioni, pur di attraversare il Mediterraneo. Gli abusi che i rifugiati affrontano durante il pericoloso viaggio verso l’Europa, meritano una risposta globale, secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad al-Hussein.

L’accordo di Parigi, tra i leader di Francia, Germania, Italia, Spagna, Ciad, Niger e Libia sponsorizza un poco lungimirante piano per affrontare il traffico illegale di esseri umani, sostenendo i Paesi che combattono per bloccare il flusso di richiedenti asilo, attraverso prima il Sahara e poi il Mar Mediterraneo. E’ molto sottile la linea che divide queste attività dalla tutela dei diritti umani dei migranti. Nena News

Nena News Agency “IMMIGRAZIONE. L’inferno dei centri di detenzione libici” di Federica Iezzi

“Human suffering. Inside Libya’s migrant detention centres”

“MSF President Dr Joanne Liu on horrific migrant detention centres in Libya”

 

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YEMEN. Sette giorni in sette foto: guerra

Nena News Agency – 08/06/2017

Per una settimana vi proporremo ogni giorno una foto scattata dalla nostra collaboratrice Federica Iezzi a Sana’a. Sette foto per raccontare la vita quotidiana in un paese martoriato dalla guerra

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di Federica Iezzi

Sana’a, 8 giugno 2017, Nena News – Dal marzo 2015, il conflitto in Yemen conta più di 8.000 morti e almeno 44.000 feriti, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Oltre tre milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, troppo spesso senza sicurezza. Circa quattro milioni e mezzo di persone hanno bisogno di un riparo di emergenza.

Sono 18 milioni i civili che attendono sostegno umanitario e di questi, 12 milioni hanno bisogno di assistenza urgente. Su 333 distretti distribuiti nei 22 governatorati yemeniti, 43 continuano ad avere difficile accesso via terra, per gli operatori umanitari. In questi distretti vivono più di due milioni di persone. Marib, Sa’ada, e il governatorato di Taiz hanno il maggior numero di distretti difficili da raggiungere.

Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa, tra marzo 2015 e lo scorso marzo ci sono stati almeno 160 attacchi contro ospedali e centri di salute con il loro personale, si sono ripetuti intimidazioni e bombardamenti fino a limitazioni all’accesso alla cura e alla somministrazione di farmaci. Nel mese di novembre 2016, c’era un letto di ospedale ogni 1.600 persone e circa il 50% delle strutture sanitarie non erano operative.

Più di un milione di studenti è stato costretto a bloccare gli studi al 2015. Uno studio condotto dall’UNESCO nel 2015 ha classificato lo Yemen come secondo fra i Paesi arabi, in termini di tasso di analfabetismo che oggi raggiunge il 30%. Nena News

Nena News Agency “YEMEN. Sette giorni in sette foto: guerra” di Federica Iezzi

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SIRIA. Sotto assedio anche i villaggi sciiti di Fu’ah e Kefraya. 12.500 civili intrappolati

Nena News Agency – 21 gennaio 2016

A nord della città di Idlib, da anni sono circondanti dai qaedisti di al-Nusra e da vari gruppi anti Assad. Di queste migliaia di civili in condizioni terribili si parla pochissimo

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di Federica Iezzi

Al-Fu’ah (Siria), 21 gennaio 2016, Nena News Mentre meno di una settimana fa ai primi convogli umanitari è stato consentito di entrare nella città siriana di Madaya, al confine nordovest con il Libano, i soccorsi nei villaggi di al-Fu’ah e Kefraya, nel governatorato di Idlib, sono stati rinviati per i mancati accordi di sicurezza con i ribelli sunniti. Questo secondo i dati riportati da Nazioni Unite, Mezza Luna Rossa siriana e Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Al-Fu’ah e Kefraya sono villaggi a maggioranza sciita, della predominante area sunnita, a nord della città di Idlib, sotto assedio dai combattenti di al-Nusra e affiliati.

Inizialmente solo circondati dalle forze di al-Nusra, Jaysh al-Fattah, Ahrar al-Sham e Jabhat al-Islamiyah, i residenti avevano ancora una strada di accesso per le forniture alimentari e mediche.

Con la successiva loro occupazione, alla fine dello scorso marzo, l’Esercito arabo siriano ha ritirato le proprie truppe e i villaggi si sono trasformati in prigioni totalmente isolate. Bombe, posti di blocco e cecchini delimitano ormai da mesi i confini dei due villaggi. 12.500 i civili intrappolati.

Colpi di mortaio arrivano ogni giorno dal vicino villaggio di Binnish, a pochi chilometri a sud di al-Fu’ah, da Maarrat Misrin, a circa due chilometri a nord. Razzi arrivano dal centro di Idlib, a circa otto chilometri di distanza. In difesa dei due villaggi senza acqua, elettricità, comunicazioni, forniture mediche e cibo: milizie popolari locali.

I rigorosi checkpoint del gruppo armato di ribelli di Jaysh al-Fattah, sostenuti da Arabia Saudita e Turchia, non permettono l’ingresso né di cibo né di aiuti medici. Il pane è arrivato a costare fino a 13 dollari. 27 dollari per un litro di olio, 17 dollari per un chilo di fagioli. La mancanza di combustibile e lievito ha potenziato il mercato nero. E i prezzi del pane sono aumentati di otto volte rispetto a quelli nella capitale Damasco. Centinai i casi di malnutrizione. Decine i morti. Si mangiano erba e insetti per la sopravvivenza.

“Gli uomini di Ahrar al-Sham ci hanno impedito di accedere alle aree sotto il controllo del regime, tranne casi particolari dietro pagamenti di enormi somme di denaro. Più di 100.000 lire siriane per soldati e ufficiali (nda l’equivalente di 450 dollari)”, ci racconta Majd, giovane odontoiatra di al-Fu’ah, ora improvvisato fotografo per alcune testate arabe.

Dallo scorso marzo, l’elettricità non entra nelle case se non grazie a generatori che forniscono i villaggi solo per poche ore al giorno.

Anche l’acqua potabile è un lusso. “I filtri per pulire l’acqua funzionano solo per otto ore, ogni quattro giorni” ci spiega Majd. “La fornitura di acqua è solo per tre ore a settimana”.

Dopo due cessate il fuoco e ogni accordo fallito a al-Fu’ah e Kefraya, nessuno dei centri sanitari è funzionante, decine le segnalazioni di casi di leishmaniosi e tifo.

Risale allo scorso settembre l’ultimo accordo violato, che prevedeva il trasferimento di 300 famiglie da al-Fu’ah e Kefraya in aree sotto il controllo del regime, in cambio del ritiro di circa 400 combattenti di Jabhat al-Nusra, di circa 350 militanti feriti nella città di al-Zabadani e la liberazione dalle prigioni siriane di 500 detenuti del fronte anti-governo.

Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, circa 450.000 persone in Siria vivono in almeno 52 zone sotto assedio. La metà nelle zone controllate dallo Stato Islamico. 180.000 civili risiedono in città controllate dal governo e circa 20.000 nelle aree controllare dai gruppi armati di opposizione. Almeno 560 persone sono morte nelle zone assediate.

“Senza divisa e senza gradi, con addosso armi e munizioni, si professano combattenti di poveri ideali. Ma non si accorgono che decidono della vita di donne e bambini, di intere famiglie. Di un Paese la cui base era la millenaria convivenza tra culture e religioni”. E’ così che Majd vede chiunque combatta nella sua Siria. Nena News

Nena News Agency 21/01/2016 “SIRIA. Sotto assedio anche i villaggi sciiti di Fu’ah e Kefraya. 12.500 civili intrappolati” di Federica Iezzi

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YEMEN. Sanità al collasso per bombardamenti sauditi

Nena News Agency – 05 novembre 2015

Devastate da mesi di raid aerei almeno 90 strutture sanitarie nel Paese tra ospedali, poliambulatori, farmacie, centri trasfusionali e laboratori. Il 23% degli ospedali del Paese non è più funzionante

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di Federica Iezzi

Roma, 5 novembre 2015, Nena News – E’ stato solo l’ultimo in ordine di tempo. Bombardamenti della coalizione contro i ribelli houthi, guidati dall’Arabia Saudita, hanno colpito un ospedale di Medici Senza Frontiere, nel distretto di Heedan, nel governatorato di Sa’da, nel nord dello Yemen. Negato così l’accesso alle cure mediche a 200.000 civili.

Devastate da mesi di raid aerei e combattimenti almeno 90 strutture sanitarie nel Paese tra ospedali, poliambulatori, farmacie, centri trasfusionali e laboratori. Il 23% degli ospedali del Paese non è più funzionante.

I dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani parlano di 5.564 morti, tra cui 410 bambini, e 26.568 feriti. 2,3 milioni gli sfollati interni.

La situazione sanitaria in Yemen è catastrofica. 400 membri del personale sanitario hanno lasciato lavoro e Paese dall’inizio del conflitto. Gli ospedali hanno cercato di compensare le mancanze aumentando i turni dei medici fino a 24 ore. 15,2 milioni di civili non hanno libero accesso all’assistenza medica di base. Registrata una diminuzione del 15% nella copertura di immunizzazione pediatrica; colpiti dai mortai anche centri di vaccinazione. Riportati 8004 sospetti di febbre dengue in sei governatorati. 144 persone sono già morte. Solo 2447 bambini sotto i 5 anni, donne incinte e giovani madri hanno beneficiato di supporti nutrizionali. Più di mezzo milione di bambini soffre di malnutrizione. Documentato un aumento del 150% di ricoveri ospedalieri per malnutrizione dallo scorso mese di marzo.

All’inizio di ottobre, distribuite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità 15,7 tonnellate di farmaci essenziali e forniture mediche alle 40.000 persone, nelle aree di al-Moka, al-Hodeida e Taiz. Per garantire una continua fornitura di acqua potabile nell’ospedale di al-Jumuri, nel governatorato di Hajja, usati impianti con 2.800 metri di tubi di collegamento. La carenza di acqua è strettamente connessa alle interruzioni di elettricità e alla insufficienza di combustibile per i generatori.

Forti difficoltà di approvvigionamento nei maggiori ospedali yemeniti sono causati dai continui combattimenti tra ribelli houthi e forze fedeli al presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi. Il Ministero della Salute yemenita gestisce con estrema difficoltà l’importazione di merci.

L’al-Sabeen hospital, il principale ospedale della capitale Sana’a, con più di tre milioni di utenze, continua a lavorare con un ritmo minimo di attività, a causa dell’accesso limitato ai farmaci di base e alle attrezzature. Blocco del 90% dell’approvvigionamento di forniture mediche dal porto di al-Hodeida, imposto dai combattenti pro-Hadi. Mancano i comuni farmaci per il trattamento dell’ipertensione, del diabete e delle malattie psichiatriche.

A Sana’a, il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha invece iniziato la distribuzione di beni essenziali all’al-Thawra hospital, dopo settimane in cui i posti di blocco houthi avevano negato l’ingresso di aiuti umanitari. Completamente fermi pronto soccorso, radiologia, reparto di maternità e servizio dialisi. Giace in frantumi il Republic hospital, nel quartiere di Dar Saad di Aden, gravemente danneggiato dai bombardamenti. Secondo quanto dichiarato dall’associazione non-profit Save the Children, gli ospedali a Taiz sono sotto assedio dai ribelli houthi.

Chiusi, nella Taiz assediata dai combattenti houthi, lo Yemen international hospital, il military hospital e l’al-Safwa hospital per totale assenza di materiale sanitario. L’al-Rawdah hospital attualmente accetta solo casi di emergenza. Più di 1400 persone sono state trattate nell’ospedale nel solo mese di agosto. Per una popolazione di circa 600.000 persone, a Taiz erano attivi 20 ospedali, prima dell’inizio dei combattimenti. Solo sei di questi, oggi continuano la loro attività. Nena News

Nena News Agency “YEMEN. Sanità al collasso per bombardamenti sauditi” di Federica Iezzi

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GAZA, tra le macerie della sanità

Nena News Agency – 25 maggio 2015

Strutture demolite o inagibili, mancanza di posti letto, di elettricità, di farmaci e di attrezzature mediche: trascorso quasi un anno dalla fine della guerra, la situazione degli ospedali nella Striscia resta drammatica 

Ematology department in al-Durrah hospital - Gaza City

di Federica Iezzi

Khan Younis (Striscia di Gaza), 25 maggio 2015, Nena News – Secondo gli ultimi dati dell’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umani, nella Striscia di Gaza 17 dei 32 ospedali e 50 dei 97 centri sanitari di base sono stati danneggiati durante l’operazione Margine Protettivo, l’ultima offensiva militare israeliana. Sei ospedali sono stati costretti a chiudere, nel corso del conflitto, e quattro centri sanitari di base sono stati completamente distrutti.

Ne è un esempio il Mohammed al-Durrah children’s hospital, il solo ospedale della Striscia di Gaza che fornisce assistenza sanitaria ai bambini, nella zona est di Gaza City, che conta almeno 300.000 abitanti. Riaperto al pubblico alla fine dello scorso gennaio, fatica ancora a rientrare nella quotidianità. Secondo le statistiche del ministero palestinese della Salute, rispetto ai primi sei mesi del 2014, in cui sono stati visitati 3.453 bambini, circa 500 al mese, dall’inizio del 2015 i piccoli pazienti visitati negli ambulatori dell’ospedale sono stati 1.789.

Oggi l’al-Durrah hospital conta circa un centinaio di posti letto. E’ diventato il nucleo coordinatore di tutti i centri di cure primarie pediatriche sulla Striscia. Sono di nuovo attivi gli ambulatori di neurologia, di endocrinologia, di malattie infettive, di nefrologia, di ematologia e della clinica gastrointestinale. Ancora ferme invece le sale operatorie, per mancanza di macchinari ed elettricità.

Il servizio di dialisi pediatrico è totalmente affidato all’Abdel al-Rantisi hospital, a Gaza City. A causa dell’instabile fornitura di energia elettrica, le tre macchine per dialisi non hanno un costante funzionamento.

I mesi successivi alla guerra hanno visto ulteriori difficoltà. Personale ospedaliero non pagato ormai da più di 18 mesi. Distribuita acqua corrente per 6-8 ore al giorno. Erogato solo il 46% di elettricità richiesta per il funzionamento di respiratori automatici, monitor e macchinari. La carenza di carburante frena l’utilizzo dei generatori elettrici. Per insufficienti forniture di carburante, ridotti anche i servizi in ambulanza.

Nell’Abu Youssef al-Najjar hospital a Rafah, a sud della Striscia di Gaza, attualmente i dipartimenti funzionanti sono quelli di medicina generale e pediatria. Ripresa quasi a pieno ritmo l’attività del centro dialisi, che garantisce il servizio nell’intera zona sud della Striscia.

Il personale sanitario gestisce nelle sole due sale operatorie interventi di ortopedia, chirurgia generale e chirurgia pediatrica, senza una terapia intensiva. In lista otto interventi di elezione ogni giorno più 1-2 eventuali interventi d’urgenza.

Inizialmente creato per essere solo un centro per le cure primarie, grazie ai risultati della campagna “Rafah needs a hospital”, il governo palestinese stanzierà 24 milioni di dollari e quattro ettari di terreno, per l’adeguamento dell’ospedale all’assistenza delle almeno 230.000 persone, residenti nell’area di oltre 4.000 metri quadrati. L’obiettivo è quello di far arrivare l’al-Najjar hospital a 230 posti letto. Attualmente vengono occupati 101 posti letto, distribuiti in medicina generale, pediatria, servizio dialisi, pronto soccorso e day hospital, di cui appena 60 quotidianamente funzionanti.

A Rafah in seguito all’attacco israeliano del primo agosto scorso persero la vita 112 persone e nei due giorni successivi ne morirono altre 120. Durante l’operazione Margine Protettivo, nella sola Rafah, hanno perso la vita 454 persone, di cui 128 bambini. 1052 furono i feriti. Molti dei quali ricevettero un blando antidolorifico e non furono ammessi in ospedale per mancanza di spazio.

Attualmente solo due ospedali forniscono servizi medici alla popolazione del distretto sud della Striscia di Gaza, l’Abu Youseff al-Najjar hospital e l’European Gaza Hospital di Khan Younis. Mentre le cure nel primo sono limitate dalla mancanza di attrezzature e materiali medico-chirurgici, le cure nel secondo sono di difficile accesso, soprattutto durante le guerre, a causa della posizione vicino ai confini nordorientali con Israele.

In collaborazione con il ministero della Salute palestinese, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha finora completato la ristrutturazione nell’al-Durrah hospital e nell’ospedale di Beit Hanoun. Inoltre, ha finanziato la fornitura di attrezzature mediche e chirurgiche a nove ospedali pubblici. E ha partecipato ai lavori di ricostruzione nelle sale operatorie dell’European Gaza Hospital e nel Shuhada al-Aqsa Martyrs hospital, di Deir al-Balah.

Completamente demolito l’el-Wafa rehabilitation hospital, nel quartiere di Shujaiyya, a est di Gaza City, da un’ostinata serie di pesanti attacchi aerei, durante Margine Protettivo. Oggi l’ospedale utilizza ancora una sede temporanea nell’area di al-Zahara, alla periferia di Gaza City. Locazione condivisa con l’el-Wafa elderly care center.

Attualmente la disponibilità di posti letto è scesa da 145 a 40. Sono di nuovo funzionanti i servizi di fisioterapia e lungodegenza. Soppressi almeno 19 servizi clinici. Dallo scorso settembre ripreso il servizio domiciliare di fisioterapia, ai circa 6000 pazienti disabili e feriti gravemente dal conflitto. All’aria 13,5 milioni di dollari tra edificio, attrezzature e strumenti medicali totalmente distrutti. Dalla fine del conflitto sono stati ricevuti dall’ospedale solo la metà tra dotazioni e macchinari persi, grazie a donazioni internazionali.

In tutti gli ospedali della Striscia, si convive ancora con una grossa carenza di materiale medico e chirurgico. L’assedio israeliano non permette l’ingresso di farmaci per terapie croniche, gas medicali, strumentazione sanitaria e pezzi di ricambio per equipaggiamenti danneggiati.

Secondo il Central Drug Store di Gaza, farmaci essenziali e materiali monouso hanno raggiunto il ‘livello zero’ di magazzino, cioè le quantità presenti nel magazzino centrale non sono sufficienti a coprire i bisogni di un mese.

L’incremento dei casi di cancro è stato drammatico nella Striscia di Gaza. I dati del ministero della Salute palestinese parlano di 73 casi su 100.000 abitanti. La principale causa sarebbe ancora una volta il fosforo bianco, usato dall’esercito di Tel Aviv già durante l’operazione Piombo Fuso nel 2008. Nel dipartimento dei tumori dell’al-Shifa hospital, a Gaza City, non si riescono più a fronteggiare i trattamenti anti-tumorali, a causa della mancanza di attrezzature e medicinali.

Ogni mese solo il 10%, dei 1500 gazawi che chiedono il permesso di ingresso in Cisgiordania, Israele e Egitto per cure mediche, riceve un appropriato trattamento anti-tumorale. Nena News

Nena News Agency “GAZA, tra le macerie della sanità” di Federica Iezzi

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REPORTAGE. Miseria e sangue a Yarmouk

Il Manifesto – 18 aprile 2015

La guerra siriana. Nel campo palestinese alle porte di Damasco, dove continuano i combattimenti. popolazione senza acqua né cibo: è emergenza umanitaria. E dopo l’attacco dell’Isis gli abitanti sono passati da 160 mila a 6 mila. Restano i giovani, che “non andranno via se non per tornare in Palestina”

Damascus (Syria) -  Children walk beside a painted wall inside Jarmaq school in Yarmouk camp

Damascus (Syria) – Children walk beside a painted wall inside Jarmaq school in Yarmouk camp

di Federica Iezzi

YARMOUK (DAMASCO), 17.4.2015 – Espulsi i com­bat­tenti pale­sti­nesi di Aknaf al-Bayt al-Maqdes, lo Stato Isla­mico esce dal campo di Yar­mouk, a sud di Dama­sco, e rien­tra nella sua roc­ca­forte, il quar­tiere di Hajar al-Aswad. È così che fun­zio­nari pale­sti­nesi descri­vono ai media la situa­zione attuale a Yarmouk.

In realtà i com­bat­ti­menti con­ti­nuano all’ingresso nord del campo. Il gruppo armato pale­sti­nese legato a Hamas prende il con­trollo di strade ed edi­fici peri­fe­rici e avanza verso la parte nor­dest. Al Fronte al-Nusra, affi­liato ad al-Qaeda, rimane il con­trollo della mag­gior parte di Yarmouk.

Il campo, isti­tuito nel 1957, prima del con­flitto siriano ini­ziato nel 2011 ospi­tava circa 160.000 pale­sti­nesi. Tutti rifu­giati e discen­denti della Nakba, l’esodo pale­sti­nese del 1948. Dopo due anni di asse­dio, qual­che set­ti­mana fa l’attacco dei com­bat­tenti jiha­di­sti ha ridotto la popo­la­zione a 6000 abi­tanti. Almeno 47 civili sono stati uccisi durante gli scon­tri e 60 sono ancora in con­di­zioni critiche.

Secondo i dati for­niti dall’Organizzazione per la Libe­ra­zione della Pale­stina a Dama­sco, 500 fami­glie, circa 2.500 per­sone sono riu­scite a fug­gire da Yar­mouk all’inizio dei com­bat­ti­menti, attra­verso due uscite nel distretto di Zahira. «I gio­vani di Yar­mouk rima­sti, non andranno via se non per tor­nare in terra pale­sti­nese» dice Hus­sam, di 23 anni. «La mag­gior parte dei gio­vani ha diser­tato dall’esercito e teme di essere arre­stata dalle forze siriane». Quindi riman­gono tutti intrap­po­lati tra ele­menti armati all’interno del campo e forze gover­na­tive esterne.

Oggi nelle con­ge­stio­nate stra­dine di un ghetto impo­ve­rito, con fori di pro­iet­tile tra casa e casa, regna la mise­ria, man­canza di cibo, acqua pulita ed elet­tri­cità. I muri sono segnati dai colpi dei pro­iet­tili e dal rosso del san­gue indu­rito.
L’acqua pota­bile arriva dai pozzi aperti che fun­zio­nano gra­zie a impianti a car­bu­rante. Il costo di un litro di car­bu­rante è salito di circa il 30%. 130 syrian pounds, poco meno di un dol­laro. Allora i bam­bini riem­piono con­te­ni­tori di pla­stica gialla con acque reflue, non trat­tate, pro­ve­nienti da pozzi sca­vati sulla super­fi­cie delle strade del campo. «Ha il sapore di tutto tranne che dell’acqua», rac­con­tano i residenti.

Nelle cen­trali Pale­stine street e al-Madares street solo distru­zione e mas­sa­cri. Fram­menti di vetro, mace­rie e pol­vere inco­lore. «Finiti rava­nelli e ver­dure di base, adesso man­giamo l’erba», è l’inammissibile rac­conto di donne magre, con occhi infos­sati. In lon­ta­nanza il fumo gri­gio che sale e il rumore assi­duo di raf­fi­che di mitra e dei Mig.

«Le strade sono abban­do­nate e piene di detriti – rac­conta Hadeel -, le per­sone riman­gono nasco­ste nelle loro case, molte senza porte né fine­stre. Usciamo sotto il fuoco dei cec­chini siste­mati sugli edi­fici più alti e dei bom­bar­da­menti a cer­care acqua. L’Isis ha col­pito il pani­fi­cio Ham­dan, nel mezzo di Yar­mouk Street. Ci andavo ogni mat­tina».
Zayna, gio­vane madre, ci dice che nel campo manca tutto. Non sa cosa dare da bere ai suoi due bam­bini. Non sa come lavarli. Non sa come curarli dalla tosse. «Com­pro il pane arabo che entra nel campo insieme ai con­trab­ban­dieri a più di 10 dol­lari. Scendo a pren­dere acqua sporca nei ser­ba­toi. La rete elet­trica e i rubi­netti nelle case non fun­zio­nano».
Rama, un’infermiera senza più lavoro, ci dice: «Fuad e Salah, i miei figli, non sapranno mai cos’è un melo­grano. Non lo vedranno mai. Non man­giano frutta. Non la cono­scono». Il marito di Rama è nella pri­gione di Tad­mor, a nor­dest di Dama­sco, dal 2013. «Il motivo? Aver par­te­ci­pato a una mani­fe­sta­zione con­tro l’assedio del campo da parte delle forze di al Assad».

Mac­chie di san­gue e detriti segnano gli ingressi delle scuole. Nei due chi­lo­me­tri qua­drati di Yar­mouk, ci sono almeno 20 scuole gestite dall’Unrwa e altre ambi­gua­mente sov­ven­zio­nate dal ricco Occi­dente. I raid aerei e i colpi di mor­taio sulla densa area civile, non per­met­tono ai bam­bini di con­ti­nuare a stu­diare. Le scuole sono chiuse. Le lezioni sospese. Gli inse­gnanti non lavo­rano. I bam­bini non escono di casa.

Nella prima set­ti­mana di aprile il cor­tile della Jar­maq school è stata tea­tro degli scon­tri tra ribelli siriani, com­bat­tenti dell’Isis e forze gover­na­tive. Men­tre più di 50.000 inse­gnanti sono fug­giti dalla Siria o sono stati uccisi e 2 milioni e mezzo di bam­bini non vanno a scuola all’interno del Paese, deva­stato dalla guerra, alla Jar­maq school, le lezioni non si sono fermate.

Nidal, un’insegnante nata a Yar­mouk, ricorda la madre, cre­sciuta nel vil­lag­gio di Qisa­rya, a sud di Haifa, costretta a lasciare la sua casa e a rifu­giarsi in Siria. «Anche lei inse­gnava. E lo faceva con armo­nia nono­stante la rab­bia, il risen­ti­mento e la malin­co­nia che la divo­rava». La voce di Nidal si ferma per un attimo: «Non mi fanno paura i mor­tai e i kala­sh­ni­kov. Mi fa più paura l’ignoranza. Così con­ti­nuo ad andare a scuola. Fac­ciamo le lezioni in can­tina. Non ven­gono tutti i bam­bini. Ma anche se ce ne fosse solo uno, io con­ti­nue­rei a par­lare di let­te­ra­tura e mate­ma­tica».
Secondo i dati Unrwa, oggi si rie­sce a for­nire a Yar­mouk un aiuto irri­so­rio. Le razioni di cibo che entrano, bastano per assi­cu­rare appena 400 calo­rie al giorno per persona.

Gli abi­tanti non hanno accesso a cure medi­che. Qual­che giorno fa è stato bom­bar­dato dalle forze gover­na­tive il Pale­stine Hospi­tal. Da allora è chiuso. I com­bat­tenti hanno bloc­cato l’ingresso di aiuti uma­ni­tari da parte del Comi­tato Inter­na­zio­nale della Croce Rossa, nell’al-Basil Hospi­tal. E non hanno per­messo l’evacuazione dei feriti più gravi, secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani.

Rad­wan è un anziano medico siriano, che vive a Yar­mouk da quando l’esercito gover­na­tivo ha col­pito la sua casa a Dara’a. La sua fami­glia è stata ster­mi­nata. Gli rimane una figlia che è riu­scita a lasciare la Siria: «Ora è in Libano – dice – ma il posto è cam­biato, il dolore l’ha seguita». Rad­wan lavo­rava nel Pale­stine Hospi­tal. Quel giorno, quando sono ini­ziati i raid aerei siriani, le sue mani veni­vano implo­rate da una stanza all’altra, tra tra­sfu­sioni e ferite da arma da fuoco. «Le ferite alla testa e le ossa rotte sono sem­pli­ce­mente curate con le bende», ci rac­conta affa­ti­cato. Fermo nelle sue idee, con­ti­nua: «Tutti quelli che com­bat­tono qui sono spon­so­riz­zati da qual­cuno. Sono tutti gio­ca­tori nella guerra in Siria: Ara­bia Sau­dita, Tur­chia, Qatar e Iran, e potenze mon­diali come gli Stati Uniti e la Russia».

L’ospedale non ha stru­menti chi­rur­gici, solo un eco­grafo e un appa­rec­chio per fare radio­gra­fie. Niente cure pre o post-natali. Il governo siriano for­ni­sce solo sali per la rei­dra­ta­zione e anti­do­lo­ri­fici di base.

«Viviamo in 98, tra cui 40 bam­bini, nelle tre classi della scuola di mio figlio». Non c’è rab­bia o iste­ria nella voce di Enaya, solo un rac­conto calmo dei fatti. «Un chilo di riso lo paghiamo quasi tre dol­lari, più di tre dol­lari un chilo di pomo­dori. Non c’è zuc­chero. L’acqua è sporca. E non abbiamo il per­messo di attra­ver­sare la terra di nes­suno sui bordi del campo, una volta al mese, per rac­co­gliere pac­chi alimentari».

Il Manifesto 18/04/2015 – “REPORTAGE. Miseria e sangue a Yarmouk” – di Federica Iezzi

Nena News Agency “REPORTAGE. Miseria e sangue a Yarmouk” – di Federica Iezzi

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