8 MARZO. Somalia, i racconti delle donne rifugiate

Nena News Agency – 08/03/2017

Attraverso le voci di Zainab e Isra, la vita dei profughi dal campo di Dadaab al ritorno forzato

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di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 8 marzo 2017, Nena News – Zainab è tornata l’anno scorso in Somalia. I suoi sei figli sono tutti nati a Dadaab, il campo rifugiati che circonda le città di Hagadera, Dagahaley e Kambios, nella contea di Garissa, nel Kenya nord-orientale.

“Un giorno ci hanno riuniti in gruppi al campo e ci hanno chiesto se volevamo tornare in Somalia. Molti di noi avevano un lavoro, una casa, una vita a Dadaab. I nostri figli andavano a scuola lì, venivano curati lì. Sono tornata a Abaarso, in Somaliland, quando il governo kenyano ha iniziato ad annunciare la chiusura del campo”. Continua: “Ricordo ancora la preoccupazione che accompagnava le nostre giornate”.

Le confuse comunicazioni riguardo la chiusura del campo di Dadaab, con il conseguente rimpatrio dei rifugiati, ha minato un equilibrio che si trascinava dai primi anni ’90. Intanto il programma di rimpatrio a Dadaab continua con una media di quasi 2.000 rifugiati che, a settimana, tornano volontariamente in Somalia. 49.376 rifugiati somali sono tornati a casa dal dicembre 2014, quando l’UNHCR ha iniziato a sostenere il rientro volontario dei rifugiati somali dal Kenya. Di questi 10.062 sono stati sostenuti nel solo 2017.

Le Nazioni Unite hanno lanciato un programma di rimpatrio volontario nel 2014, in base al quale quasi 50.000 somali sono stati assistiti finanziariamente e logisticamente per il rientro in patria, in particolare nella zona di Baidoa, a nordovest di Mogadiscio, e nella zona di Kismayu, a sudovest della capitale.

In realtà gli aiuti sono stati esigui. I circa 400 dollari per famiglia dovevano bastare per viaggio, alimentazione e costruzione di un rifugio. Molti rifugiati rientrati in Somalia, dopo anni trascorsi a Dadaab, oggi non sanno ancora dove andare. Non hanno alcun riparo. Non ci sono scuole per i bambini, né ospedali per le cure.

Kismayu, ad esempio, ospita circa 40.000 sfollati interni che vivono in un campo privo delle strutture più elementari. Zainab ci dice: “Il rimpatrio nel proprio Paese d’origine è di solito la soluzione migliore per un rifugiato. Ma non ha alcun senso se al ritorno ci si trova nella stessa situazione disperata che ci aveva spinto alla fuga”.

I campi non ufficiali nel nord della Somalia, nelle regioni amministrative di Maroodijeex, Awdal, Saahil, Togdheer, Sool e Sanaag, alle porte di villaggi, di città, di centri abitati, sembrano macchie senza forma nella sabbia arida. Il contrasto è stridente. Le pareti delle tende tappezzate da cartoni di prodotti commerciali, colorano il paesaggio desertico. E poi a disegnare l’Africa, ancora le case in lamiere dipinte di blu, bianco, giallo, rosso.

Zainab ci racconta che molti uomini hanno perso il lavoro in Kenya, dopo aver lasciato Dadaab. Spesso non viene permesso ai somali di mantenere il lavoro se non si risiede in territorio kenyano. Così, adesso le loro vite sono inglobate nei viaggi in camion di sera verso l’Etiopia per il trasporto di qat, pianta con effetti allucinogeni, largamente utilizzata nel Corno d’Africa.

I campi non ufficiali nascono a macchia d’olio, seguendo gli itinerari governativi di installazione di acqua e elettricità. Legno, mattoni di sabbia, tessuti e lamiere sono sufficienti a occupare lo spazio che sarà destinato presto alle nuove costruzioni.

Isra è entrata da poco nella sua nuova casa. Ci dice che in Kenya, a Dadaab, aveva una casa vera con pareti di mattoni e tetto di lamiera. “Avevo piatti, materassi e sedie. Appena fuori casa, avevo l’acqua corrente da bere, per lavare, per cucinare. In casa c’era la luce”.

Continua: “Qui in Somalia, si iniziano a preparare i perimetri delle case con grosse pietre. Ho aspettato mesi prima che la casa fosse pronta. Nel frattempo ho vissuto in una tenda nel villaggio di Geed Giqsi. Eravamo in 12 dentro. E’ dura senza acqua. Con Sa’ado, mia figlia maggiore, dovevamo camminare fino al fiume Marodijex ogni giorno per prendere l’acqua. E lì le buche dove si trova l’acqua sono profonde fino a tre metri”.

Adesso Isra con la sua famiglia vive in una casa alla periferia di Hargheisa. Attualmente Hargheisa è diventata la destinazione di 80.000 rifugiati e sfollati interni. Nena News

Nena News Agency “8 MARZO. Somalia, i racconti delle donne rifugiate” di Federica Iezzi

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KENYA. Un muro intorno Dadaab dopo il mancato smantellamento

Nena News Agency – 25/02/2017

Dopo la sentenza dell’Alta Corte, il governo annuncia il ricorso e continua a costruire la recinzione intorno al campo profughi più grande del mondo. E molti rifugiati tornano in Somalia

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di Federica Iezzi

Mogadiscio, 25 febbraio 2017, Nena News – E’ stata annullata dall’Alta Corte keniota la direttiva del governo di chiudere il campo profughi di Dadaab, nella zona nord-est del Kenya vicino al confine somalo e dunque di rimpatriare circa 260mila rifugiati somali.

Il termine ultimo per la sua chiusura era stato esteso fino al prossimo maggio, ma il giudice dell’Alta Corte John Mativo, assegnato al processo, ha equiparato la decisione ad un atto di persecuzione. Il governo di Uhuru Kenyatta ha già comunicato ufficialmente che farà appello contro la sentenza, per motivi di sicurezza.

A dirlo è il portavoce governativo keniota Eric Kiraithe, secondo cui “il campo ha da tempo perso il suo carattere umanitario ed è diventato un rifugio per terrorismo e altre attività illegali”.

Secondo l’attuale presidente del Kenya, infatti, gli attacchi del gruppo jihadista al-Shabab continuano ad essere pianificati all’interno del campo rifugiati più grande del mondo. Inoltre i rifugiati sono percepiti come un freno per lo sviluppo economico del paese.

Intanto continuano i lavori da parte del governo keniota per la costruzione di una recinzione lungo i 700 chilometri di confine con la Somalia. Il campo rifugiati di Dadaab è stato designato nel 1991 per le famiglie in fuga dal conflitto in Somalia, famiglie che attualmente vivono lì da più di 20 anni.

La Commissione Nazionale del Kenya per i Diritti Umani e l’organizzazione non governativa che sostiene la responsabilizzazione alla legalità Kituo Cha Sheria, hanno impugnato la decisione governativa, descrivendola come discriminatoria e contraria al diritto internazionale umanitario.

I neonati nel campo non sono stati più registrati come rifugiati, perché il dipartimento competente per i rifugiati in Kenya è stato chiuso a metà dello scorso anno, contro la ferma condanna di Amnesty International.

Dall’annuncio della chiusura del campo di Dadaab, oltre 51mila somali sono volontariamente tornati in Somalia, grazie anche ad una continua stabilizzazione politica del Paese, realizzata negli ultimi giorni dall’elezione del nuovo capo di Stato Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo.

324.735 sono i rifugiati somali ufficialmente registrati in Kenya. Di questi 256.868 sono alloggiati nel complesso di Dadaab e a loro sono dedicati i piani futuri, messi sul tavolo. Già avviato il rimpatrio, appoggiato dall’UNHCR, dei rifugiati somali che hanno accettato di tornare in Somalia volontariamente. Nel solo mese di gennaio, 4.753 rifugiati sono stati riaccolti in Somalia. Al 31 gennaio, erano 44.365 i rifugiati somali tornati a casa a partire dal 2014.

Uno dei passi del governo keniota potrebbe riguardare l’attuazione del secondo articolo della Convenzione dell’organizzazione dell’unità africana che regola gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa, adottata nel 1969 e entrata in vigore nel 1974. Secondo tale legge, la solidarietà e la cooperazione internazionale dovrebbero promuovere la buona volontà tra le Nazioni Africane per condividere l’onere dei richiedenti asilo.

La sentenza del tribunale prescrive ai rifugiati di rimanere nel complesso di Dadaab per il momento. Dunque prendere in considerazione l’apertura di nuovi campi o l’ampliamento di quelli esistenti, che soffrono di sovraffollamento cronico, rimane attualmente uno dei punti per la gestione dei rifugiati in Kenya. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Un muro intorno Dadaab dopo il mancato smantellamento” di Federica Iezzi

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Kenya pronto a chiudere campi e a cacciare via centinaia di migliaia di profughi

Nena News Agency – 19/05/2016

Dietro questa sempre più probabile decisione ci sono presunte ‘ragioni di sicurezza’ legate alle attività terroristiche del gruppo al-Shabaab. Il passo avrebbe conseguenze umanitarie devastanti 

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di Federica Iezzi

Nairobi, 19 maggio 2016, Nena News Il governo kenyano sta discutendo la possibilità di chiudere i campi profughi di Dadaab e Kakuma entro un anno e rinviare centinaia di migliaia di rifugiati indietro in Paesi dilaniati da guerre e carestie o in Paesi terzi per il reinsediamento.

Un piano già denunciato da gruppi umanitari e dei diritti umani come imprudente, illegale e di dubbia efficacia.

Al momento rimandata la decisione sul campo di Kakuma, nel distretto di Turkana, che ospita circa 200.000 rifugiati dal Sud Sudan. Attualmente ogni giorno 70-100 richiedenti asilo entrano in Kenya dal Sud Sudan, ma nessuno può essere registrato e spostato nel campo di Kakuma.

Invece, la soluzione per proteggere la sicurezza del Paese, dopo una serie di attacchi terroristici da parte dei jihadisti somali di al-Shabaab, secondo il governo di Uhuru Kenyatta, sarebbe quella di chiudere la rete di campi di Dadaab, che per 25 anni ha dato accoglienza a 330.000 rifugiati, in gran parte somali.

Il Ministro degli Interni kenyano, Joseph Ole Nkaissery, in un recente comunicato ha ribadito che i combattenti di al-Shabaab continuano ad utilizzare i più di 50 chilometri quadrati sull’arido confine somalo-kenyano, del campo di Dadaab, come base per il contrabbando di armi.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati sostiene che la chiusura di uno o entrambi i campi potrebbe avere conseguenze umanitarie devastanti. Potrebbe inoltre non essere possibile forzare civili oltre confine, in Paesi in cui si continua a combattere.

Human Rights Watch teme che il governo kenyano per svuotare i campi ricorra ad abusi, molestie, violenze e detenzioni arbitrarie, come già successe nel 2013, quando 55 mila rifugiati furono costretti ad abbandonare aree urbane per essere trasferiti in campi profughi.

Si teme anche che la polizia sfrutterà la minaccia di espulsione, intensificando gli arresti tra i rifugiati e le richieste di tangenti per evitare l’arresto.

Il Kenya sarebbe disposto a indietreggiare se ricevesse più sostegno internazionale? Già l’anno scorso, dal Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, la distribuzione di razioni alimentari si era ridotta del 30%.

E se le Nazioni Unite rinnovassero il mandato in scadenza a 3.500 soldati kenyani attualmente facenti parte della forza dell’Unione Africana in Somalia?

Intanto il governo di Kenyatta avrebbe già impostato una linea temporale e un bilancio di 10 milioni di dollari che lascerebbe in un limbo amministrativo i rifugiati e le organizzazioni umanitarie che lavorano per loro.

Secondo il Ministero degli Interni kenyano il primo gruppo di rifugiati lascerebbe Dadaab entro il prossimo novembre, e il campo verrebbe  completamente chiuso entro il mese di maggio, contro ogni principio del diritto umanitario internazionale.

Dadaab ospita intere generazioni di famiglie somale, fuggite dalla sanguinosa guerra civile scoppiata nel 1991. Nonostante le restrizioni severe l’attività economica nel campo è impressionante, circa 14 milioni di dollari all’anno entrano nelle casse kenyane dalle imprese gestite dai rifugiati. E solo una piccola frazione dei costi di gestione di Dadaab proviene dal Ministero dell’Interno del Kenya.

L’esecutivo di Nairobi comunica ufficialmente anche la chiusura del Dipartimento per gli Affari dei Rifugiati, da cui dipendono i permessi dei rifugiati per potersi muovere all’interno del Paese, gli spostamenti per le cure mediche, le certificazioni per il lavoro.

La sconsiderata decisione da parte del governo del Kenya potrebbe portare al ritorno involontario di migliaia di rifugiati nei Paesi di origine, dove la vita rimane costantemente in pericolo, o peggio potrebbe alimentare il fiorente mercato dei trafficanti.

Riapparsa in queste settimane è infatti la ‘rotta egiziana’. Sempre più numerose le partenze dei rifugiati dai porti egiziani di Alessandria d’Egitto e Port Said verso le coste europee. Nena News

Nena News Agency “Kenya pronto a chiudere campi e a cacciare via centinaia di migliaia di profughi” di Federica Iezzi

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