Il nuovo Iraq che non ha posto per i cristiani

Nena News Agency – 06 agosto 2015

Da più di un milione, oggi la popolazione cristiana in Iraq arriva appena a 300 mila anime. ISIS e sostegno straniero le cause di un eccidio silenzioso 

An Iraqi Christian child rests on a phew inside the Church of the Virgin Mary in the town of Bartala, on June 15, 2012, east of the northern city of Mosul, as some Iraqi security remain in the town to protect the local churches and community.  The exiled governor of Mosul, Iraq's second city which was seized by Islamist fighters last week, has called for US and Turkish air strikes against the militants.  AFP PHOTO/KARIM SAHIB

di Federica Iezzi

Baghdad, 6 agosto 2015, Nena News – Le perplessità dei cristiani da Mosul a Qaraqosh sono le stesse. Quale sarà il nostro futuro qui? Come possiamo convincere i nostri giovani a rimanere nel loro Paese? Come possiamo ricostruire le nostre case? Come possiamo avere indietro il nostro lavoro? Da più di un milione, oggi la popolazione cristiana in Iraq arriva appena a 300 mila anime.

“I jihadisti dello Stato Islamico, i sunniti più estremisti, agli ordini di al-Baghdadi possono essere fermati oggi solo da una reazione dei sunniti moderati, in Medio Oriente” ci dice un sacerdote secolare siro-cattolico dell’arcieparchia di Hassaké-Nisibi.

Lo Stato Islamico autonominato non è nato nel vuoto. Si è nutrito di città sunnite una dopo l’altra, del sostegno delle popolazioni sunnite che subirono brutali rappresaglie settarie dal governo di al-Maliki, appoggiato dagli Stati Uniti. La storia dell’Iraq non è legata all’ISIS, ma è quella di una guerra faziosa eternamente in corso tra musulmani sunniti e sciiti.

Quando i combattenti dell’ISIS presero il controllo di aree sunnite nell’Iraq occidentale un anno fa, incoraggiarono violenza e rabbia contro il governo sciita di Baghdad, al potere dal 2003. Per i sunniti e l’ISIS, il governo di Baghdad è stato un nemico comune. Si creò un matrimonio di necessità. Oggi attriti e crepe si rincorrono nel rapporto ISIS-sunniti per le pesanti richieste di fedeltà del Califfato nero e l’assillante esigenza di attuare la shari’a.

La dottrina fondamentalista sunnita è complice dunque nell’eccidio dei cristiani in Iraq. Terreno fertile coltivato poi dalla legge dell’ISIS. Non sono consentiti simboli cristiani. Introdotta la “tassa religiosa”, obbligatoria ai non musulmani. Le case dei cristiani a Mosul sono marchiate dalla lettera araba N (nun) che sta per ‘Nasara’ (nazareni). I luoghi di culto oggi sono cenere. Conversione, fuga o morte. E’ questo che potevano scegliere i cristiani nel nord dell’Iraq. “I cristiani in Iraq, per ironia della sorte, si sentivano più sicuri sotto Saddam Hussein” racconta avvilito padre Issah, il sacerdote siro-cattolico.

Quando qualche mese fa Rahel tornò nella casa dove viveva a Tel Tamar, nel nord-est della Siria, trovò davanti la sua terra un cartello che diceva ‘Proprietà dello Stato Islamico’. L’ISIS ha preso il controllo delle città cristiane, a maggioranza curda, nella valle del fiume Khabur, lo scorso giugno. A febbraio centinaia di cristiani sono stati costretti a lasciare i propri villaggi per le violente incursioni del gruppo estremista nelle aree di al-Hasakah e Qamishli. Si sono susseguiti sanguinosi assedi. La gente era affamata, le case bruciate, le chiese profanate e saccheggiate, i figli mutilati e i feriti trascinati lontani dalle granate. I miliziani hanno nascosto mine nelle case, nelle fattorie, nei campi e nelle antiche rovine cattoliche. I risultati sono stati: l’uccisione di più di due dozzine di civili, il sequestro di circa 300 e la fuga di almeno 2.500 persone.

Costretti a lasciare le proprie case e passare anni in campi profughi, i cristiani di Siria e Iraq restano nel mirino dei gruppi jihadisti. Circa 200 mila cristiani iracheni hanno trovato rifugio in Kurdistan. Almeno 138 mila cristiani siriani hanno oggi lo status da rifugiato in Libano e paesi limitrofi.

In città come Aleppo i cristiani imbracciano le armi contro i ribelli dell’Esercito Siriano Libero. In altre, combattono contro i jihadisti dell’ISIS a fianco dei peshmerga curdi ad Arbil in Iraq, o dell’Esercito Nazionale Siriano ad al-Hasakah, in Siria. Comunità decimate e in frantumi in mezzo al lungo conflitto in Siria, e nella terra dello Stato Islamico di Mosul e della piana di Ninive in Iraq.

La maggior parte dei siriani siriaci sostiene il governo di al-Assad. “I ribelli locali, perfidamente spalleggiati dal governo turco, hanno interamente distrutto case e chiese cristiane in villaggi come Kassab, nella provincia di Latakia, Maaloula, a nord-est di Damasco, Homs e non certo come danni collaterali da colpi lanciati contro le forze governative. L’esercito di Damasco ha ripreso il controllo di città cristiane, come prova della determinazione di al-Assad di proteggere le minoranze religiose”, ci dice esaltato Ouseph. E continua “Dall’altra parte non c’è opposizione democratica, solo gruppi estremisti. Nè Daesh nè ribelli sono i nostri vicini islamici con cui abbiamo convissuto serenamente per anni”.

Yacoubieh è un villaggio a maggioranza cristiana nella provincia nord-occidentale di Idlib, sotto il controllo dei miliziani di Jabhat al-Nusra, braccio siriano di al-Qaeda, da quando all’inizio di quest’anno sono state allontanate le forze di regime. “I nostri figli sono senza cibo, acqua e medicine. Non c’è elettricità per 15 ore al giorno”, ci raccontano le voci dei frati francescani, dal convento colpito da un missile solo una settimana fa. Limitati da posti di blocco militari gli ingressi e le uscite ai quartieri. “Annientare chiese e monasteri, rapire ecclesiastici, affamare la popolazione sono solo alcuni dei crimini che i ribelli commettono contro la comunità cristiana di Siria e Iraq”, continuano.

I cristiani hanno camminato per le strade irachene e siriane per più di mille anni. Oggi c’è silenzio. Ogni strada è deserta. Case e beni abbandonati alle depredazioni anti-governative che Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Turchia e i loro alleati sostengono. Nena News

Nena News Agency “Il nuovo Iraq che non ha posto per i cristiani” di Federica Iezzi

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SIRIA, gli ospedali target della guerra

Il Manifesto – 13 giugno 2015

Reportage. L’ONU: i 245.000 siriani delle zone assediate vivono senza alcuna fornitura medica. Circa 15 mila medici siriani sono fuggiti nel corso degli ultimi quattro anni

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di Federica Iezzi

Damasco – L’al-Sakhour hospi­tal ad Aleppo, gli ospe­dali nell’area di al-Bolel e di Boq­ros, nella pro­vin­cia di Deir-Ezzor, l’Hama Cen­tral hospi­tal, nel vil­lag­gio di Hiza­rin, nel gover­na­to­rato di Idlib. Sono sol­tanto gli ultimi ospe­dali, in ordine di tempo, ad essere stati col­piti in Siria.  Nella pro­vin­cia di al-Raqqa l’85% degli ospe­dali non rie­sce a man­te­nere un’attività quo­ti­diana e con­ti­nua­tiva. Nell’area di Dama­sco e Homs il 75% degli ospe­dali è fuori servizio.

«Ho sen­tito solo un rumore infer­nale. Ero attac­cato alla mac­china per la dia­lisi. Non mi potevo muo­vere. Dall’inizio della guerra le sedute sono sem­pre lun­ghe per­ché la dispo­ni­bi­lità di cor­rente elet­trica è di tre, al mas­simo, quat­tro ore al giorno, a meno che la luce non la com­pri allo Stato Isla­mico. 800 lire siriane al mese». Raid aerei del regime col­pi­scono il reparto di nefro­lo­gia e quello di pedia­tria dell’al-Raqqa Natio­nal hospi­tal, ucci­dendo un paziente e ferendo 22 civili. I minuti dopo l’esplosione sono gli stessi: pol­vere e spor­ci­zia, vetro, pezzi di legno e di pla­stica dappertutto.

Dai dati dell’organizzazione non-profit Phy­si­cians for Human Rights, il governo siriano è respon­sa­bile di almeno 150 attac­chi su 124 strut­ture sani­ta­rie, dal marzo 2011. Più di 460 mem­bri del per­so­nale sani­ta­rio risul­tano uccisi.

Nel quinto anno di una san­gui­nosa bat­ta­glia senza vinti nè vin­ci­tori, le aggres­sioni siste­ma­ti­che su per­so­nale medico e strut­ture sani­ta­rie ren­dono di fatto impos­si­bile ai civili il diritto di rice­vere ser­vizi cli­nici essen­ziali. Secondo l’Organizzazione Mon­diale della Sanità, quasi la metà degli ospe­dali siriani è stata inte­ra­mente o par­zial­mente distrutta e solo il 43% delle strut­ture ospe­da­liere è pie­na­mente funzionale.

Quel tonfo sordo

L’Onu stima che i 245.000 siriani, che vivono nelle zone asse­diate, sono com­ple­ta­mente tagliati fuori da for­ni­ture medi­che.
«Ho visto mirare l’ospedale pedia­trico nel mio quar­tiere, a Qadi Askar. Ad Aleppo non sono sicuri nem­meno gli ospe­dali. E non ven­gono rispar­miati nean­che i bam­bini», rac­conta Assel. «Era set­tem­bre ed era sera. Era ancora caldo fuori. Rin­cor­revo i miei figli per farli man­giare. I bam­bini sono tutti uguali. E poi quel tonfo sordo. Si pensa sem­pre di morire. Non ci si abi­tua mai. Quel tonfo era sull’ospedale pedia­trico. Ci ero stata due giorni prima per la ton­sil­lite di Adnan».

Dopo ripe­tuti raid aerei, risulta este­sa­mente dan­neg­giato il Cen­tral hospi­tal, nel quar­tiere di Hanano a nord-est di Aleppo. Distrutti i gene­ra­tori di elet­tri­cità. Ferme le sale ope­ra­to­rie. Attual­mente è un sem­plice grosso ambu­la­to­rio medico.

Senza medi­cine né mate­riali il Zahi Azraq, il Farabi e l’al Kindi hospi­tal, nell’area di Aleppo, dopo estesi bom­bar­da­menti da parte delle forze governative.

Col­pito dura­mente dall’esercito di al-Assad il quar­tiere di al-Shaar, a nord di Aleppo e con esso col­piti anche il Dar al Shifa Field hospi­tal e l’al-Daqqaq hospi­tal. Scon­tri con­ti­nui anche nel quar­tiere di Ansari, dove il Fronte al-Nusra ha preso il con­trollo delle zone est e sud. Preso di mira l’al-Zarzour hospi­tal e l’Abu al Wafa field hospi­tal. Bom­bar­da­menti sull’ospedale di Sha­wki Hilal, nel quar­tiere di Jeb al-Qubbah, e sull’ospedale di Omar Bin Abdu­la­ziz, nel quar­tiere di Maadi. Colpi di mor­taio delle forze di oppo­si­zione sul cen­tro car­dio­lo­gico, nell’ospedale uni­ver­si­ta­rio di Aleppo.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, circa 15.000 medici sono fug­giti dalla Siria, nel corso degli ultimi quat­tro anni. La metà dei medici cer­ti­fi­cati. Ad Aleppo sono rima­sti solo 250 medici per una popo­la­zione di 2.500.000 per­sone. Nei sob­bor­ghi di Dama­sco di 1.000 medici, oggi ne riman­gono poche decine. La carenza di per­so­nale sani­ta­rio incide oggi pesan­te­mente su tassi di mor­ta­lità e nata­lità, trat­ta­mento per malat­tie cro­ni­che, trat­ta­mento per infe­zioni. Almeno 200.000 per­sone sono morte in Siria, nel corso del con­flitto, per man­cato accesso a cure medi­che di base. Muo­iono donne in tra­va­glio per­ché non c’è nes­suno a fare un taglio cesa­reo. Muo­iono gli anziani per le com­pli­canze del dia­bete. Almeno 70.000 pazienti affetti da tumore e 5.000 pazienti sot­to­po­sti a dia­lisi non hanno rice­vuto nes­sun trat­ta­mento negli anni del conflitto.

Nella sua tenda, in uno dei campi spon­ta­nei della pro­vin­cia di al-Raqqa, Jabi­rah, una bam­bina di 13 anni, ci rac­conta la malat­tia del papà. «Ha un tumore alla pan­cia ma non c’è nes­sun dot­tore che lo può curare. Ci sono poche medi­cine por­tate da per­sone con i fucili e la mamma non ha soldi per comprarle».

In Siria, man­cano for­ni­ture di base per gli ospe­dali, in par­ti­co­lare nelle zone sotto il con­trollo dei ribelli. Ne è un esem­pio il cen­tro dia­lisi dell’al-Raqqa Natio­nal hospi­tal, che ha fer­mato la sua atti­vità per carenza di mate­riale sanitario.

Ad al-Hasakah e nella pro­vin­cia di Lata­kia, dove oggi avan­zano i com­bat­tenti dello Stato Isla­mico, ven­gono bom­bar­dati i cen­tri di vac­ci­na­zione. A Dara’a, nel gover­na­to­rato di Dama­sco e ad Hama, in vio­la­zione del Diritto Inter­na­zio­nale Uma­ni­ta­rio, dan­neg­giati, da raid aerei del regime, sale ope­ra­to­rie e equi­pag­gia­menti medici degli ospe­dali in cui veni­vano trat­tati i com­bat­tenti delle forze di oppo­si­zione.
Nella pro­vin­cia di Deir Ezzor, durante gli attac­chi da parte delle forze gover­na­tive, distrutti gene­ra­tori di cor­rente elet­trica, respi­ra­tori auto­ma­tici e unità di tera­pia inten­siva neo­na­tale, negli ospe­dali pub­blici di aree civili den­sa­mente popolate.

Tarek, stu­dente di medicina…

Tarek, uno stu­dente di medi­cina, ci rac­conta «Le agen­zie inter­na­zio­nali for­ni­scono gli ospe­dali di sac­che di san­gue e altre attrez­za­ture di base, la mag­gior parte degli aiuti però arriva dall’attività di con­trab­bando. Oltre un milione di dol­lari in for­ni­ture medi­che, attra­verso una rete sot­ter­ra­nea di per­corsi in Libano e in Tur­chia, solo negli ultimi mesi». E con­ti­nua «Tutto que­sto in un Paese dove ormai non ci sono vac­ci­na­zioni obbli­ga­to­rie per i bam­bini, le donne par­to­ri­scono senza assi­stenza medica e gli inter­venti chi­rur­gici sono con­dotti senza anestesia».

Nella Homs sotto asse­dio fino a un mese fa poi con­qui­stata dalle truppe di Dama­sco, i gruppi armati dell’opposizione siriana hanno lan­ciato ripe­tuti colpi di mor­taio e gra­nate sull’al-Qaryatayn hospi­tal, sul cen­tro ospe­da­liero di Baba Amr, sull’al Hikma hospi­tal a Inshaat e sull’al-Kindi hospi­tal a al-Ghouta. Col­piti dalle forze gover­na­tive l’Homs Natio­nal hospi­tal, l’al Walid Children’s hospi­tal, l’Albir hospi­tal e il Tal­dou Natio­nal hospital.

Bom­bar­da­menti da parte delle forze di regime sull’al-Hilal hospi­tal, gestito dalla Mez­za­luna Rossa siriana, nella città di Idlib con­qui­stata dalle mili­zie di Al Nusra (al Qaeda). I feriti sono stati por­tati in sezioni intatte dell’ospedale. Distrutti mac­chi­nari, equi­pag­gia­menti e stanze del ser­vi­zio di diabetologia.

Ci rac­conta Nizar, uno dei pochi medici rima­sti a Idlib, che men­tre medi­cava una ferita pro­fonda al fianco destro di un gio­vane uomo, mili­tari dell’esercito gover­na­tivo, l’hanno inter­ro­gato sull’identità del paziente. «Era un mili­tante dell’Esercito Siriano Libero. L’hanno tra­sci­nato via, era ter­ro­riz­zato. E io non l’ho potuto pro­teg­gere». I mili­tari di al-Assad, con sor­riso iro­nico, hanno chie­sto a Nizar «Per­ché stai aiu­tando l’Esercito Libero?”. Nizar ci con­fessa «Nes­suna delle due parti sarà in grado di sal­vare la Siria».

Il Manifesto 13/06/2015 – “Siria, gli ospedali target della guerra” – di Federica Iezzi

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ALEPPO, l’ostinazione di chi resta

Il Manifesto – 13 maggio 2015

REPORTAGE. Nella seconda città della Siria 400 mila persone, quel che rimane di suoi 2 milioni di abitanti, resistono a una guerra che non risparmia neanche gli ospedali. Tra cumuli di macerie, senza luce né acqua, monta l’odio per tutti gli schieramenti. “Non vogliamo né le forze di Assad né i ribelli”

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di Federica Iezzi

Aleppo (Siria) – Yaman ci dice che «il tonfo delle pale del rotore di coda degli eli­cot­teri e l’esplosione di ordi­gni libe­rati dalle truppe del governo siriano ormai sono rumori fami­liari; fami­liare è la corsa dispe­rata delle mamme con in brac­cio i figli verso i piani più bassi degli edi­fici già deva­stati; e fami­liare è anche l’inevitabile car­ne­fi­cina umana negli ospe­dali». Non sono sicuri nem­meno quelli. Bombe e mor­tai can­cel­lano senza alcun pre­av­viso l’esistenza di uomini che lavo­rano, vivono e muo­iono tra quelle vec­chie mura mac­chiate di iodio.

Nella metà orien­tale di Aleppo si muore. La città è con­tesa tra le forze gover­na­tive, che hanno il con­trollo della parte occi­den­tale e che con­ti­nuano ad avan­zare verso nord, e le forze di oppo­si­zione, con capo­li­sta il Fronte al-Nusra, il brac­cio siriano di al-Qaeda, che ha il con­trollo della parte orien­tale della città. Il quar­tiere di Sheikh Maq­soud è sotto il con­trollo delle auto­rità curde. Almeno 19 gruppi armati invece gareg­giano per i quar­tieri al con­fine tra le tre aree. Cumuli di mace­rie alti decine di metri coprono vie e strade dell’antico trac­ciato elle­ni­stico. I segni di una guerra che ha pro­messo la spe­ranza, ma ha invece con­se­gnato alla Siria solo anni di disumanità.

Solo pol­vere gri­gia e odore di fuoco

«Ieri pome­rig­gio ho respi­rato den­tro una nuvola di fumo e pol­vere, dopo aver sen­tito quel rumore assor­dante che ti scop­pia den­tro il torace. Era un’esplosione vicino a una ban­ca­rella di frutta. Né il ven­di­tore né il suo cliente si sono tirati indie­tro. Io ero dall’altra parte della strada», ci rac­conta Hanan. Car­relli di arance, mele, banane e coco­meri get­tati vio­len­te­mente per terra senza più colori né sapori. Solo pol­vere gri­gia e odore di fuoco. E’ que­sta oggi Aleppo.
Chie­diamo a Kha­lil, un vec­chio signore del quar­tiere di al-Sakhour, per­ché 400.000 per­sone si osti­nano a rima­nere ancora ad Aleppo. Risponde con un sor­riso, una rarità nel nord della Siria. «Que­sto è il posto da dove vengo e que­sto è il posto dove morirò».

Nei giorni scorsi, il quar­tiere è stato nuo­va­mente e dura­mente ferito da raid aerei delle truppe gover­na­tive. Col­pito l’al-Sakhour hospi­tal, costretto a sospen­dere tutte le atti­vità. Nel solo mese di marzo nell’ospedale sono stati ammessi 2444 pazienti e sono state ese­guite più di 300 pro­ce­dure chi­rur­gi­che d’urgenza. Men­tre ad al-Sakhour i feriti ven­gono mala­mente medi­cati nei pochi sot­ter­ra­nei e rifugi rima­sti, di fronte, nel quar­tiere di al-Shaar, il Fronte Isla­mico cura i suoi com­bat­tenti in un ospe­dale da campo, ambi­gua­mente spon­so­riz­zato dagli Emi­rati Arabi.

La nuova fami­glia di Ammar

Ammar cam­mina sui ciot­toli lisci e tra i palazzi smem­brati di al-Shaar, zop­pi­cando visto­sa­mente. Kefiah a qua­dretti bian­chi e neri in testa, una sorta di uni­forme mili­tare verde scuro, nes­suna arma. Ha 21 anni e il Fronte Isla­mico è la sua nuova fami­glia. Lui la chiama così. È sal­tato su un ordi­gno: «Sono stato ope­rato già una volta — dice -, ho viti e plac­che di acciaio nella mia gamba sini­stra. Ho avuto un’infezione sulla ferita. Non cam­mino ancora bene. Ma tor­nerò pre­sto a com­bat­tere. Allah mi ha dato una seconda possibilità».

Secondo l’ultimo report di Human Rights Watch, su Aleppo si com­batte una guerra aerea indi­scri­mi­nata e ille­gale con­tro i civili. Nell’ospedale da campo di al-Shaar c’è una con­nes­sione inter­net via satel­lite. Ammar segue così i suoi “fra­telli”. Que­sto è l’unico modo per avere noti­zie. Per quasi due anni nelle zone della Siria con­tro il regime, tutti i mezzi di comu­ni­ca­zione, tele­foni fissi e rete mobile sono stati tagliati. «Quando com­bat­tevo avevo un walkie-talkie sem­pre con me, è così che comu­ni­cavo le mie posi­zioni, i miei spo­sta­menti, le mie azioni».

Dai rubi­netti che riman­gono nelle case mar­to­riate, l’acqua cor­rente c’è per un’ora a set­ti­mana. È appena suf­fi­ciente per riem­pire i ser­ba­toi sti­pati sui tetti delle case. Layal ci dice: «Quando non ci rie­sco devo com­prare l’acqua da un pozzo. I nuovi pozzi sono stati sca­vati in modo casuale, in mezzo a quar­tieri affol­lati, senza gli inge­gneri o gli studi».

Ci rac­conta che nel quar­tiere di al-Sukkari hanno ener­gia elet­trica per circa quat­tro ore al giorno, così tante per­sone pagano per avere una fonte alter­na­tiva di luce. Spesso l’elettricità manca per una set­ti­mana intera. I com­mer­cianti locali hanno inve­stito molto denaro in grossi gene­ra­tori e distri­bui­scono ener­gia elet­trica agli altri con un canone men­sile. Men­tre parla, Moha­mad pian­gendo le tira l’hijab. «Voglio por­tare la mia bici fuori per gio­care, ma i miei fra­telli non me lo per­met­tono, per­ché è pas­sato un aereo di Assad nel cielo». Moha­mad ha solo sette anni e non ricorda la vita prima della guerra.

Layal gli spiega pazien­te­mente che qual­cuno potrebbe pren­derlo. Ci dice con il ter­rore negli occhi: «Potreb­bero but­tare il suo corpo ovun­que. Non ci sono le auto­rità a inda­gare, non c’è poli­zia. Ci sono gruppi di ribelli grandi e pic­coli che si divi­dono strade e edi­fici e la gente cono­sce solo quelli che hanno basi nel loro distretto. Qui vicino ci sono i com­bat­tenti del gruppo Fista­qum Kama Oma­rit. Gli altri non li conosco».

Il mondo dei ribelli e la vec­chia Aleppo sono sepa­rate da una linea a zig-zag da sud-est a nord e il con­trollo dei ter­ri­tori è rima­sto pra­ti­ca­mente inva­riato per mesi. Le uni­che cose che hanno ancora in comune sono il caffè e il nar­ghilè.
Il pae­sag­gio è ripe­ti­tivo: sagome di edi­fici quasi crol­lati, camere aperte e fac­ciate intatte. Squa­dre di elet­tri­ci­sti rat­top­pano linee elet­tri­che rotte dopo ogni attacco. Ospe­dali sot­ter­ra­nei con­ti­nuano a fun­zio­nare, man­ten­gono ban­che del san­gue e con­ti­nuano cam­pa­gne di vaccinazione.

La solita infe­zione cutanea

Le indi­ca­zioni per arri­vare nel quar­tiere di Bustan al-Qasr suo­nano addo­lo­ranti. «Passa l’edificio com­ple­ta­mente distrutto. Poi gira a destra dopo l’edificio con i graf­fiti colo­rati e appena dopo sor­passa la casa da cui si vede l’interno di una came­retta con una culla rosa».

L’ospedale del quar­tiere è ormai un relitto: un gro­vi­glio di mace­rie, cavi e pol­vere, con la metà del sof­fitto man­cante e parti dell’edificio com­ple­ta­mente rase al suolo. È saturo di bam­bini con la solita infe­zione cuta­nea che torna con il caldo, l’«Aleppo bol­lire» come la chia­mano qui.

«Non ci sono più medi­cine, che prima arri­va­vano dalla Tur­chia, e que­ste pia­ghe diven­tano ogni giorno più grandi. Non posso fare niente» rac­conta Amira, gio­vane dot­to­ressa con alle spalle anni di studi a Dama­sco. Non va via da Aleppo per­ché non vuole entrare nella schiera dei sette milioni di sfol­lati interni in Siria o nella squa­dra dei quasi quat­tro milioni di siriani rifu­giati all’estero.

Quelli che restano di solito fanno pochi lavori umili: gui­dano mac­chine tra­sfor­mate in taxi, gesti­scono minu­scoli inter­net caffè, o sem­pli­ce­mente ven­dono merce di con­trab­bando. Le orga­niz­za­zioni non gover­na­tive por­tano solo riso e olio. Tutto il resto entra per vie ille­gali. Un rivolo di aiuti si fa strada attra­verso i con­fini labili della città.

Anche nel silen­zio della notte, in quar­tieri interi con­su­mati dal buio, la guerra va avanti. La gente ha ini­ziato a odiare tutti gli schie­ra­menti. «Non vogliamo né le forze del regime né i ribelli. Vogliamo solo vivere in pace», ci dice Majd. Prima lavo­rava per il pro­getto rifiuti solidi del Pro­gramma Onu per lo svi­luppo. «Avevo un po’ di soldi per com­prare il pane per me e i miei vicini. Ora non ho più niente. Aleppo è un’ombra, un guscio. Interi quar­tieri sono stati svuo­tati di resi­denti e case».

Il Manifesto 14/05/2015 “Aleppo, l’ostinazione di chi resta” – di Federica Iezzi

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FOTO. Vita nel villaggio siriano di Atmeh

Nena News Agency – 13 dicembre 2014

Solo tre anni fa bulldozer, forze di sicurezza e volontari erano uniti a scavare e tirare su le tende, in quello che chiamavano Olive tree camp. I rifugiati del nord-ovest della Siria si stiparono nel villaggio di Atmeh, sperando in un pasto caldo e in un riparo per la notte. Oggi non arrivano più aiuti umanitari

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testo e foto di Federica Iezzi

Idlib (Siria), 13 dicembre 2014, Nena News – In mezzo all’incertezza, gli abitanti del campo profughi di Atmeh fanno del loro meglio per ritagliare un po’ di ordine nella loro vita. Fino a un mese fa la regione di Jabal al-Zawiya, nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, era sotto il controllo delle forze di al-Assad. Oggi i combattenti del Fronte al-Nusra hanno occupato una serie di villaggi dell’area, ancora oggetto di attacchi da parte del regime.

Le famiglie siriane vivono sotto teli di plastica bianchi e azzurri. 30.000 persone ormai e 3200 tende. La popolazione del campo diminuisce e aumenta in base a quante bombe cadono sul terreno annientato. Alle tende si sono aggiunti edifici in lamiera. E lungo le stradine fangose del campo, si affacciano piccole botteghe che vendono falafel e coca cola.

Quando l’area attorno a Idlib era controllata dall’Esercito Siriano Libero c’erano posti di blocco ogni chilometro e soldati a presidiare i campi rifugiati. Oggi tutta la zona, fino a Kafranbel, nel sud della provincia di Idlib, è occupata da al-Qaeda e non esiste alcuna protezione.

Si cucina in tutto il campo zuppa di lenticchie. Donne e bambine alle prese con grossi pentoloni rossastri, appoggiati con poca stabilità sopra il fuoco. In mezzo a corde tese tra tenda e tenda, dove sono schierati i vestiti appena lavati, e teli di plastica, le donne iniziano a cuocere il piatto pane arabo, sul retro di grandi vasi rotondi, arroventati dalle fiamme sottostanti.

Nessun segno di assistenza umanitaria internazionale. La spiegazione ufficiale è che Idlib è una zona in mano ai ribelli. I bambini vivono tra scabbia, pidocchi, leishmaniosi e morbillo. Tremano con i sandali aperti nel fango. Adesso è arrivato il freddo. Nelle tende si accendono stufe di fortuna e non sono rari incendi e ustioni. Si affoga nell’acqua delle inondazioni e nelle acque reflue. Gli uomini cercano di scavare fossati attorno alle tende per drenare il terreno intriso. Al mattino si aspetta qualche raggio di sole che faccia asciugare sabbia e terra.

Sul pavimento della tenda di Nuzhah c’è un enorme tappeto, un paio di materassi e bicchieri di vetro. All’entrata un fuoco circondato da grosse pietre bianche, ormai annerite dalla cenere, e un pentolino con l’acqua presa nel fiume vicino. Ci togliamo le scarpe, entriamo nella tenda e beviamo un tè bollente. Mi racconta che sua figlia è nata due anni fa nel campo, in una mattinata fredda. Sconfitta, mi dice che Mayada, come migliaia di altri bimbi, non vedrà mai la sua casa, non ci tornerà più. La sua più grande preoccupazione è come poter sfamare i figli. I suoi figli chiedono sempre più cibo, proprio come i bambini normali, ma mi dice, con quegli occhi azzurri pieni di lacrime che non vogliono scendere, che lei non può offrire loro qualcosa di più. Così mangiano i limoni.

Tawhid, il fratello maggiore di Mayada, non va più a scuola da quando aveva 11 anni, dal giorno in cui le forze governative bombardarono la sua scuola alla periferia di Hama. Ora ha 13 anni e aiuta sua madre. Fa lavori saltuari nel campo. Si occupa di capre e galline. Mi dice che per lui ormai non c’è più speranza, è sufficiente che il suo fratellino più piccolo vada a scuola.

La tenda “madrasa” (scuola) come la chiamano qui è una collezione di sei tende fatiscenti che ospitano 500-600 bambini al giorno. Ogni tenda sembra incollata all’altra, i rumori si fondono insieme in un vociare continuo. Ci sono troppo pochi posti. Cercare fogli per fare i compiti a casa diventa una sfida. Hanno un libro in comune in ogni classe. Gli insegnanti non hanno la capacità di educare gli studenti delle scuole secondarie.

In alcune zone della provincia di Idlib, dove non ci sono campi profughi ufficiali, i rifugiati siriani devono pagare l’affitto per la terra dove le loro tende sono appoggiate. Si tratta di 1.300 dollari all’anno. Come si guadagnano questi soldi? Le donne vanno a raccogliere nei campi olive e verdure. Gli uomini lavorano per due lire e in nero costruendo dove è stato demolito o vendendo sigarette di contrabbando al confine turco. I bambini raccolgono plastica dai rifiuti e la rivendono.

Non ci sono convogli di aiuti delle Nazioni Unite. Né acqua corrente. Niente elettricità, nessun modo per riscaldarsi. Nessun sistema fognario, nessuna tenda medica. Eppure questi campi spesso sono la patria di 13.000 anime. Nena News

Nena News Agency “FOTO. Vita nel villaggio siriano di Atmeh” – di Federica Iezzi

 

 

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Come è cambiata la vita dei bambini in Siria?

Nena News Agency – 24 settembre 2014

Reportage sulla vita dei bambini siriani che corrono per le strade sotto assedio, lavorano, vanno a scuola e subiscono violenze, in una guerra civile che non accenna ad arrestarsi 

 

Al-Hasakeh (Syria) - Games of syrian children - by Alan Ali

Al-Hasakeh (Syria) – Games of syrian children – by Alan Ali

di Federica Iezzi. Foto di Alan Ali (al-Hasakeh, Siria)

Aleppo (Siria), 24 settembre 2014, Nena News – Ogni giorno donne nascoste dietro al niqab, cercano di trascinare prepotentemente i propri bambini fuori dalla guerra. I ricordi dell’infanzia, nei sobborghi delle città siriane, rimangono imprigionati sotto le macerie. I croccanti. Le giornate di sole. Nessun bambino vedrà più le nonne preparare l’hummus a pranzo.

I bambini. Vulnerabili nei campi da gioco, nelle scuole, sulla spiaggia, nei rifugi. Secondo i dati dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani il numero di bambini uccisi in più di tre anni, nel conflitto siriano, è di 17.139.

Almeno 500.000 bambini sono stati feriti. Convivono con ustioni, ferite da proiettile e fratture. 200.000 avranno una disabilità permanente. Più di 350.000 bambini sono rimasti orfani.

I bambini arrestati dalle forze di Bashar al-Assad hanno sopportato, in una spirale buia di silenzio, forme di violenza fisica durante gli arresti, i trasferimenti o gli interrogatori.

Cinque milione di bambini sono oggi rifugiati in territorio siriano nel mezzo di una accanita guerra civile. Campi affollati. Dalle condizioni igieniche scadenti. Violente e inaspettate oscillazioni di temperature segnano il corpo martoriato dei più piccoli. Dai 35 gradi estivi si passa ai -6 nei rigidi inverni continentali. Cresce costantemente il rischio di malattie infettive come la polmonite. In più, centinaia di migliaia di bambini non hanno ricevuto vaccinazioni di routine per più di due anni, diventando vulnerabili alle malattie infettive come il morbillo e la poliomielite. Nella provincia di Idleb una dozzina di bambini ha perso la vita dopo la vaccinazione antimorbillosa, per le compromesse condizioni di salute. E i numeri sono destinati a crescere.

Molti bambini rimangono i soli capifamiglia, dopo la morte di padri, nonni, zii e cugini. Per mandare avanti la casa, lavorano per pochi soldi in condizioni pericolose e di sfruttamento. Vendono succhi di frutta, zucchero, tabacco, accendini, benzina e caramelle sugli angoli delle strade dove bombe, proiettili e colpi di mortaio fanno da teatro. Comprano otto pite arabe per 25 lire siriane e le rivendono in strada al doppio del prezzo. Rovistano nei cassonetti e poi vendono lattine di alluminio vuote. In una settimana guadagnano 10 dollari. Questo già a sei anni.

I ragazzini più grandi, fino a 12 anni, lavorano nei negozi come magazzinieri. In inverno cercano nei cassonetti e nelle strade rottami da bruciare per difendersi dal freddo pungente. In estate cercano ghiaccio o acqua fredda nei bar, in cambio del proprio lavoro. Puliscono. Riordinano. Servono. Chiedono ai passanti se hanno bisogno di qualunque tipo di aiuto in cambio di poche lire. Alcuni chiedono l’elemosina, accasciati senza forze sui marciapiedi. Altri si occupano delle loro magre capre.

Dai dodici anni in poi si lavora per 11 ore al giorno nei campi al confine con la Turchia. In quei pochi rimasti. Spalle e piedi doloranti, per raccogliere irrisorie quantità di ortaggi e verdure. I campi coltivati sono vicini a fogne a cielo aperto. Unica fonte di acqua pulita sono pozzi a chilometri di distanza. I campi attorno ad Aleppo sono continuamente bombardati dalle forze governative e oggi anche dai combattenti jihadisti dell’ISIS.

Gli adolescenti lavorano in fabbriche alla preparazione di stoffe, di cibi e di materiale per le pulizie in seminterrati insalubri e poco illuminati. Guadagnano tra i 50 e gli 80 dollari al mese, dopo almeno 12 ore di lavoro al giorno.

In tanti non vanno più a scuola. Le stime dell’UNICEF parlano di un milione di bambini che non avrà la possibilità di andare a scuola quest’anno. Nelle aree di Idleb e al-Raqqa circa la metà dei bambini non seguirà, per il quarto anno consecutivo, le lezioni del nuovo anno scolastico. Rimangono indietro. Rimangono indietro per la vita. Molte scuole sono diventate rifugi per gli sfollati. Il tempo di insegnamento è sceso da cinque a due ore al giorno. In più molti insegnanti sono fuggiti dalla Siria.

I bambini più fortunati li ritrovi a giocare nei cortili pieni di detriti, sporchi di terra e fango, con pistole e fucili giocattolo. Giocano alla guerra. Giocano alla vita reale. E’ tutto un gioco. E’ tutto vero. L’esercito del Presidente contro l’Esercito Siriano Libero. Conoscono già a tre anni il suono di un’arma da fuoco. Sanno riconoscere il rumore di una cannonata dal rumore delle raffiche del kalashnikov. Sanno riconoscere il fragore dei raid aerei, dei barili bomba, degli obici. Sanno puntare al petto e premere il grilletto dei loro giochini, facendo finta di uccidere un amichetto e lasciarlo in un bagno di sangue.

Ancor prima di nascere i bambini combattono una guerra contro la propria mamma e contro quello che lei ha intorno. Le donne sono costrette spesso a lavorare duramente durante tutta la gravidanza. Respirano aria satura di quel petrolio che entra in Siria da vie non governative. Mangiano non a sufficienza, cibi surgelati, non conservati bene. Molti bambini nascono con cardiopatie congenite. Con buchi nel cuore.

Mentre i prezzi alimentari salgono, secondo i dati dell’UNICEF un numero crescente di bambini è a rischio di malnutrizione. Il latte e i pannolini sono molto costosi e difficili da trovare negli scaffali dei negozi siriani. Alle famiglie non bastano i soldi per comprare ne cibo ne medicine. Ed ecco che i bambini diventano l’unica risorsa per arrivare alle 35.000 lire siriane al mese. Nena News

 

Nena News Agency 24/09/2014 “Come è cambiata la vita dei bambini in Siria?” – di Federica Iezzi. Foto di Alan Ali

“I bambini della Siria” – Reportage di Federica Iezzi. Immagini di Alan Ali

 

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SIRIA. La battaglia per la conquista di Kobani

Nena News Agency – 20/09/2014

 

Da più di 48 ore nella zona di Kobani, a nord della Siria, si susseguono violenti scontri tra i combattenti curdi dell’YPG e i jihadisti dell’Isis. Si cerca di scongiurare un nuovo massacro, dopo quello degli yazidi, dei turcomanni e dei cristiani

Syrian refugee at turkish border

Syrian refugees at turkish border

di Federica Iezzi

Aleppo, 20 settembre 2014, Nena News – Iniziato l’assedio da parte dei combattenti dell’Isis di 24 villaggi curdi nell’area di Kobane (Ayn al-Arab), nel nord della Siria, vicino al confine con la Turchia. Gli attacchi nelle ultime 48 ore hanno coinvolto carri armati e artiglieria pesante, fucili d’assalto, kalashnikov e granate. Continuano i bombardamenti dell’Isis nei villaggi di Barkel e Qihida a sud di Kobane. Questa notte presi altri 3 villaggi nei pressi del fiume al-Forat, ad ovest di Kobane. Per ora nessuna informazione sul numero di vittime.

Il violento assalto ha spinto i civili ad abbandonare le proprie case nel timore di ritorsioni da parte dei jihadisti. Circa 3.000 rifugiati tra uomini, donne e bambini sono arrivati al confine turco nella notte. Hanno lasciato le loro case, nei villaggi circondati dalle forze dell’Isis, e hanno camminato per almeno 10 chilometri senza acqua né cibo. I più piccoli, avvolti in coperte di fortuna, sono arrivati in stato di disidratazione marcata.

Già dallo scorso mercoledì, aree ad ovest di Kobani, battevano la bandiera nera dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. L’Isis ha cercato di stabilire il controllo su una fascia di territorio vicino al confine con la Turchia, ha tentato l’espansione verso est, fuori dalle proprie roccaforti, nelle province di al-Raqqa e Der Ezzor, al confine con l’Iraq. L’intera area curda di Kobani, nella zona di Aleppo, è sempre stata  una spina nel fianco per i ribelli jihadisti, fonte di pesanti passati insuccessi. Oggi Kobani è una piccola tasca di terreno siriano, isolata dalle vaste aree di territorio controllato dall’Isis e dalle aree controllate dalle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad. E’ difficile da difendere.

I 50.000 combattenti siriani dell’YPG, Unità di Protezione Popolare, hanno richiesto al governo turco urgenti aiuti nella lotta contro l’Isis, nel nord della Siria. Il governo di Davotoglu ha assicurato aiuti ai rifugiati siriani curdi. In un conflitto che contrappone militanti curdi contro gli estremisti sunniti, armare il PKK e l’YPG rimane ancora un dilemma. 46 cittadini turchi sono ancora oggi in ostaggio in Iraq, nelle mani dell’ISIS.

I rapporti tra l’YPG e il governo siriano di al-Assad rimangono ambigui. Finora l’YPG non sarebbe stato supportato dalle forze di Damasco. Invece sembrano rafforzarsi i rapporti con i gruppi di insorti non islamici, nella provincia di Aleppo. Per più di un anno, combattenti dell’ISIS e milizie curde si sono affrontati in lotte feroci, in diverse zone del nord della Siria, dove le grandi popolazioni curde risiedono. Gli scontri sono solo un aspetto della più ampia guerra civile in Siria.

Intanto si ripetono massacri e rapimenti di donne nelle aree sequestrate di recente. I timori della comunità internazionale sono puntati sul rivivere le atrocità degli yazidi, nella regione di Sinjar, nel vicino Iraq, mentre in Siria proseguono gli scontri tra i ribelli siriani e l’ISIS a Dabeq, nel governatorato di Aleppo.

Bombardamenti dalle forze di al-Assad sui villaggi di Nahya Aqirbat, Hamada Omar, Kafar Zita, Demo e Tal al-Meleh, nella provincia di Hama, e sui vilaggi di al-Bab, Balat e al-Jaboul, vicino Aleppo, tutti controllati dall’Isis. Nena News

Nena News Agency – “SIRIA. La battaglia per la conquista di Kobani” – di Federica Iezzi

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SIRIA. Due ospedali su tre sono distrutti

Siria – Lo scorso 7 giugno, bombardamenti sull’ospedale di Bab al-Hawa, al confine con la Turchia

 

Nena News Agency – 23 giugno 2014

 

Nelle zone sotto bombardamento non vengono risparmiati nemmeno gli ospedali. Scarseggiano medici, trattamenti e sicurezza in tutte le strutture sanitarie della Siria

Idlib (Syria) - Bab al-Hawa hospital

Idlib (Syria) – Bab al-Hawa hospital

 

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 23 giugno 2014, Nena News – L’ultimo in ordine di tempo è l’ospedale di Bab al-Hawa, colpito da bombardamenti aerei il 7 giugno scorso. Questo sconosciuto ospedale non è finito sulle prime pagine dei media internazionali. Queste notizie passano inosservate. Sono diventate di routine. Eppure l’ospedale di Bab al-Hawa rappresenta uno dei centri medici di riferimento nel governatorato di Idlib e accoglie ogni mese fino a 2000 pazienti, che confluiscono anche da città come Aleppo, Homs e Hama, a oltre 200 chilometri di distanza.

E’ un ospedale in cui nonostante le bombe dell’aviazione di Damasco e i colpi di mortaio dei ribelli qaedisti, nonostante i tagli sempre più pesanti alla fornitura elettrica, 35 persone, fra medici, infermieri e staff, continuano il loro lavoro. La struttura medica, che ha notevolmente intensificato la sua attività dal gennaio del 2013, si trova vicino la frontiera di Bab al-Hawa, sul lato siriano di fronte alla città turca di confine di Reyhanli.

All’inizio, la maggior parte dei pazienti erano membri dell’Esercito Siriano Libero, i ribelli che da 39 mesi combattono il regime di Bashar al-Assad. Oggi sono i civili, sono gli sfollati, sono i bambini a insanguinare le barelle. I missili caduti dal cielo sull’area vicina al confine con la Turchia sono esplosi a distanza ravvicinata dall’ospedale, quanto basta per causare danni all’edificio e alle attrezzature. Tra i feriti risultano anche due bambini, che giocavano nel cortile dell’ospedale.

Secondo i recenti dati pubblicati dalle agenzie delle Nazioni Unite UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) e UNDP (United Nations Development Programme) e secondo il Syrian Centre for Policy Research, 61 dei 91 ospedali siriani sono stati gravemente danneggiati e quasi la metà, il 45%, sono fuori servizio.

La copertura dei programmi di vaccinazione è crollata al 68%. Le drammatiche e precarie condizioni di igiene nei campi profughi da as-Salama, nel governatorato di Aleppo, a Yarmouk, alla periferia di Damasco, fanno crescere i casi di leishmaniosi, poliomielite, morbillo, meningite, tifo e colera, tra i sempre più affollati angusti spazi. Circa  80 mila bambini sono affetti da polio. La leishmaniosi è passata da 3 mila a 100 mila casi. Sono già 7 mila i casi di morbillo.

Tre donne su quattro non sono assistite durante il parto. Per il timore di un travaglio sotto le zone assediate e sotto i pesanti bombardamenti quotidiani, è raddoppiato il numero di parti cesarei (passati dal 19 al 45 per cento, con picchi del 75 per cento nelle città sotto assedio), in pronto soccorso improvvisati, illuminati solo con qualche vecchia torcia. I neonati prematuri rischiano di scomparire nelle incubatrici per i frequenti blackout elettrici. Il problema collaterale è la mancanza di latte artificiale, spesso disperatamente sostituito da semplici soluzioni di acqua e zucchero.

Scarseggiano i farmaci salvavita e i pazienti con malattie croniche possono contare solo su un accesso limitato e carente alle strutture sanitarie, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel governatorato di al-Raqqa, dove risiedono 500 mila sfollati, il numero di pazienti diabetici ha raggiunto i 21 mila: nessuno di loro ha possibilità di ricevere una terapia farmacologica adeguata. Nel centro di emodialisi di al-Thanaa a Damasco, una seduta su tre è stata cancellata per la scarsità di scorte. A causa della mancanza di farmaci chemioterapici, i trattamenti ciclici per cancro sono sospesi: 70 mila bambini sono malati di cancro e 5 mila sono in dialisi.

Circa il 50 per cento dei medici è fuggito all’estero: queste le stime di Save the Children. Il resto del personale medico è stato ucciso o imprigionato. Ad Aleppo, più di 2 milioni di persone sono assistite da soli 36 medici. Physicians for Human Rights (PHR) ha documentato la morte di 468 professionisti sanitari in Siria. Oltre 100 operatori sanitari sono stati giustiziati o torturati dalle forze governative. Nei tre anni di conflitto armato, l’ONG ha dimostrato 150 attacchi mirati contro strutture mediche. Dallo scorso gennaio sono stati contati almeno 14 attacchi.

Nell’ultimo report del PHR dello scorso maggio è descritta minuziosamente la situazione sanitaria in Siria. Ad Aleppo sono funzionanti solo 4 ospedali. A Qaboon, quartiere a nord-est di Damasco, sono funzionanti 2 dei 18 servizi sanitari. A Jobar, alle porte di Damasco, il villaggio dei ribelli conosciuto dal mondo per gli attacchi chimici dello scorso anno, non ci sono ospedali funzionanti e 1.900 persone sono completamente senza assistenza medica. A Damasco sono funzionanti 3 ospedali pubblici. Dallo scorso aprile, i decessi dovuti alla difficoltà di ingresso a strutture mediche sono almeno 191. Nena News

Nena News Agency – “SIRIA. Due ospedali su tre sono distrutti” di Federica Iezzi

 

 

 

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SIRIA. Ad uccidere è anche la fame

Siria – Ad al-Rastan (Homs) manca il latte che è spesso disperatamente sostituito da soluzioni di acqua e zucchero

 

Nena News Agency – 14 giugno 2014

Secondo i dati ONU, almeno 250.000 siriani sono a rischio immediato di fame. I lunghi assedi, i bombardamenti indiscriminati dell’esercito governativo e dei miliziani islamici, l’obbligata assenza di aiuti umanitari, hanno come risultato quello di affamare disastrosamente la popolazione civile 

 

Douma (Siria) - by Abd Doumany

Douma (Siria) – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 14 giugno 2014, Nena News  – Secondo i recenti report dell’ONU, nella Siria in preda alla guerra civile ci sono almeno 250.000 persone che si trovano in zone difficilmente raggiungibili dall’assistenza umanitaria e che sono quindi a rischio fame. Quest’anno il World Food Programme, ha previsto di fornire assistenza alimentare a 6,5 milioni di siriani. 4 milioni di persone all’interno della Siria e 2,5 milioni di rifugiati nei paesi limitrofi: Libano, Giordania, Turchia, Iraq ed Egitto.

In terra siriana, nelle maggiori città e nei più isolati villaggi la situazione è sovrapponibile: gli scaffali dei negozi sono desolatamente vuoti. Dalle strade malridotte si vedono campi abbandonati alla noncuranza, si attraversano villaggi che sopravvivono a stento non potendo più contare sui raccolti agricoli. Troppo pericoloso seminare. Manca il gasolio, per permettere il funzionamento dei sistemi di irrigazione, specialmente nelle aree agricole di Idlib, Aleppo e Homs, le più coinvolte nel conflitto. I trattamenti e i concimi sono costosissimi e spesso introvabili.

Le zone orientali del Paese, lambite dalle acque dell’Eufrate, che consentivano la quasi totalità del sostentamento alimentare della popolazione siriana, sono oggi quelle più colpite dai bombardamenti. A questo si aggiunge la siccità che colpisce le colture nelle zone occidentali. Si vedono i primi segni di una ingente carestia.Alla scarsa produzione si sommano le imponenti difficoltà legate alla distribuzione del cibo. Percorrere le strade militarizzate della Siria, tra le centinaia di posti di blocco e attraversando le linee del fronte, è sempre più pericoloso.

Dai dati dell’Ufficio di Statistica Siriana, il costo di pane e cereali sono aumentati del 115%.

Secondo Human Rights Watch nelle campagne che circondano Damasco e Homs cresce la scarsità di cibo. Nelle zone tenute sotto assedio, 288 mila civili sopravvive mangiando olive, verdure di campo, erbe e radici. Quasi ogni giorno si hanno notizie di scontri a fuoco, attentati falliti e episodi di violenza. E poi si fa i conti con  la pratica dell’assedio e con quel che ne consegue: mancanza di cibo, di medicine, di generi di prima necessità.

Lo scorso febbraio il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2139, ha imposto al governo siriano e alle forze dell’opposizione di consentire l’accesso ai convogli umanitari nelle aree abitate dai civili. Nelle aree controllate dall’esercito regolare, le Agenzie delle Nazioni Unite operano con il consenso di Damasco, permesso che viene spesso rifiutato quando l’intervento è nelle zone, faticosamente accessibili, in mano ai ribelli.

Attualmente il World Food Programme trasporta derrate alimentari nel nord-est della Siria, superando il confine con la Turchia, attraverso il passaggio Nusaybin.

Dunque, oggi, ad uccidere in Siria è anche la fame. Dagli ultimi comunicati del Damascus Center for Human Rights Studies, nel solo mese di maggio in Siria sono morte 2422 persone, tra cui 290 bambini.

Secondo le agenzie umanitarie, prime fra tutte Amnesty International, solo nel campo profughi palestinese di Yarmouk, nella periferia sud di Damasco, circa 20 mila persone si trovano in uno stato di estrema povertà e a rischio malnutrizione, per il mancato arrivo degli aiuti umanitari. Le forze ribelli controllano il campo da oltre un anno e l’esercito ha iniziato un assedio lo scorso giugno. Negli ultimi due mesi più 100 persone sono morte per fame o per mancanza di farmaci essenziali. Nel campo, l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente) riesce saltuariamente a consegnare aiuti, solo dopo estenuanti e ripetute richieste di permesso al governo di Assad.

La mancanza di un coprifuoco e i bombardamenti in pieno giorno senza preavviso, da parte dell’esercito di Assad e da parte dei miliziani jihadisti dell’opposizione, rendono impossibile perfino rovistare per strada alla ricerca di cibo. Rendono impossibile fuggire dai combattimenti che infuriano tutt’intorno. Per il Diritto Internazionale Umanitario, colpire zone densamente popolate da civili, dalle quali la popolazione non ha alcun modo di fuggire, e assediarla fino alla fame, è un crimine di guerra. Nena News

 

Nena News Agency “SIRIA. Ad uccidere è anche la fame” – di Federica Iezzi

 

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ALEPPO, civili senza scampo tra le parti in lotta

Zoom in SYRIA: 1st day of Ramadan

Nena News Agency – 11 giugno 2014

 

Il racconto crudo delle giornate tra i combattimenti e i bombardamenti degli abitanti di quella che un tempo era la capitale economica della Siria

 

Douma (Siria) - Douma is bleeding - by Abd Doumany

Douma (Siria) – Douma is bleeding – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 11 giugno 2014, Nena News  – Ogni giorno il cobalto cielo siriano è costellato dai barlumi arancioni e dalle nuvole polverose delle esplosioni e dai boati assordanti e improvvisi dei bombardamenti. Le città e i villaggi tremano. La terra trema. Gli scontri sono quotidiani. I bombardamenti continui. Ormai non si riesce più a dormire, né a fare nulla.  Durante la notte per ripararsi dai proiettili intere famiglie trovano rifugio in fossati vicino casa. Nei ripari di fortuna che la gente cerca di erigere con plastica e stracci ci sono bambini che vivono scalzi.

Molti non possono andarsene perché sono troppo vecchi, troppo poveri o semplicemente non trovano una via d’uscita dai territori assediati. Decine di migliaia di persone sono nient’altro che ostaggi stretti tra l’esercito siriano, che impedisce a chiunque di entrare e uscire, e i gruppi islamici più integralisti, che hanno fatto di aree come Yarmouk, Jaramana, Hajar al-Aswad, sobborghi della periferia sud di Damasco, la loro roccaforte.

Il regime di Bashar Assad, affermano gli oppositori, lascia entrare nelle città allo stremo pochissime derrate alimentari. Ad Homs, aggiungono sempre gli oppositori,  avrebb bloccato il passaggio delle attrezzature mediche e avrebbe sequestrato negli straripanti carceri, uomini che tentavano di fuggire dall’inferno insieme alle famiglie. Il tutto davanti agli occhi dei miseri figli.

Il frastuono e la polvere tormentano le calde giornate di fine primavera. Macerie, cenere e calcinacci di case, moschee e ospedali sembrano guardare silenziose il resto della distruzione.

Non si contano più morti e mutilati.

Dall’agosto dello scorso anno, denunciano alcuni centri per i diritti umani, sono comparse negli arsenali delle forze governative siriane ex barili di carburante riempiti con tritolo, pietre, pezzi di metallo di scarto, proiettili di artiglieria e petrolio.  Erano armi rudimentali ma l’esercito siriano avrebbe aggiunto a questi barili piccoli alettoni per stabilizzarli durante il volo e detonatori per sincronizzare l’esplosione quando toccano terra.  Gli islamisti che combattono contro il regime sostengono che siano gettati, indiscriminatamente, sui centri abitati colpendo i civili. Gli elicotteri militari, aggiungono gli oppositori, quando lasciano cadere i barili esplosivi non avrebbero alcuna pretesa di colpire con precisione.  Pioverebbero sistematicamente barili sulle case e chi ci vive, su palazzoni residenziali alti, su vie strette, rendendo di giorno in giorno più catastrofico il bilancio di morti e feriti.  Fonti locali riferiscono che solo ad Aleppo dall’inizio dell’anno più di 1.900 persone sarebbero morte per raid aerei, di cui 567 bambini.  I bombardamenti a colpi di mortaio, con autobombe e missili terra-aria, importati pare dalla Russia, sarebbero altrettanto indiscriminati. Il lancio non guidato rende impossibile la distinzione tra civili e combattenti. Così, affermano sempre gli oppositori, piomberebbero bombe sui fornai e su ospedali, colpiti più volte fino a non poter più funzionare.

Tutto rappresenta un’infrazione delle leggi umanitarie internazionali. La Siria non ha mai ratificato  il II protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, adottato nel 1977, che garantisce la protezione dei civili nei conflitti non-internazionali, nelle guerre civili e nei conflitti interni.

Le forze armate siriane negano di colpire in modo indiscriminato e affermano invece di indirizzare i loro attacchi solo contro le formazioni “terroriste”, ossia i ribelli.

Amnesty International continua a chiedere che chiunque sia sospettato di aver commesso o ordinato crimini di guerra o crimini contro l’umanità, tra cui omicidio, tortura e sparizione forzata sia sottoposto alla giustizia.

Secondo gli ultimi report di Save the Children, dei 2.500 medici ufficialmente registrati nella zona di Aleppo ne sono rimasti 36, i quali ormai passano le loro giornate a sanare, con medicine poco reperibili e troppo costose, le vittime delle esplosioni dell’esercito di Assad. Nena News

 

Nena News Agency “ALEPPO, civili senza scampo tra le parti in lotta” – di Federica Iezzi

 

 

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Siria, senza cibo e senza medicine nelle città assediate

Idlib (Siria) – Il primo venerdì di Ramadan all’ospedale da campo di Sarmeen dopo pesanti bombardamenti

 

Frontiere News – 30 maggio 2014

 

Nelle città siriane assediate, da mesi la guerra causa silenziosamente migliaia di vittime per la drammatica mancanza di cibo e di farmaci. 6,8 milioni di persone aspettano improrogabile aiuto, senza elettricità né riscaldamento, con gli occhi freddi di chi ha visto troppa sofferenza

 

Douma (Syria) - A little bit of food but a lot of hope - by Abd Doumany

Douma (Syria) – A little bit of food but a lot of hope – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi 

Douma (Siria) – I penosi anni di ostilità hanno fatto a pezzi ospedali, laboratori e farmacie. Il 60% degli ospedali è danneggiato o completamente distrutto. La metà dei medici ha lasciato il Paese. La medicina e gli ospedali diventano improvvisati.

Dagli ultimi dati divulgati da Save the Children, i neonati scompaiono nel vuoto delle incubatrici a causa della mancanza di elettricità. I più fortunati dispongono di elettricità solo per un’ora e mezzo al giorno. Si amputano arti ai bambini per mancanza di cure alternative. Si muore come negli anni ’20 di morbillo, diarrea o polmonite. Non ci sono antibiotici. Non ci sono anestetici per gli interventi chirurgici.

I pochi medici rimasti, lavorano in scantinati bui. Possono solo centellinare farmaci dalle loro irrisorie scorte. A volte li ottengono dopo lunghe contrattazioni e scendendo a vili compromessi con soldati del governo di Damasco.

Nelle città sotto assedio dei governativi non entra e non esce nessuno. Non entra e non esce niente. Alle organizzazioni umanitarie non è concesso portare nemmeno sciroppi per la tosse ai bambini che vivono nell’instabilità senza fine delle città assediate. Homs è sotto assedio da 716 giorni di fila. I bambini uccisi sono 14.000. Secondo l’UNICEF più di 250.000 persone sono tagliate fuori dagli aiuti all’interno della Siria.

Nelle zone sotto assedio, il governo al-Assad ha tagliato la corrente e le comunicazioni, impedendo l’afflusso di cibo e medicine. Palazzi distrutti, case rase al suolo, quartieri fantasma, isolati e assediati, senza nessun collegamento con il resto dell’umanità, senza che i convogli umanitari riescano a penetrare all’interno.

Secondo le stime dell’UNICEF 2,8 milioni di bambini non vanno a scuola da quasi due anni. Le scuole insieme agli ospedali sono stati convertiti in alloggi collettivi delle forze di al-Assad.

Disattesi regolarmente gli accordi per l’apertura di corridoi umanitari per l’arrivo di beni di prima necessità alla popolazione civile. Falliti miseramente gli accordi di Ginevra I e Ginevra II.

Le pattumiere hanno sostituito il negozio sotto casa, dove i bambini si precipitavano con poche lire strette tra le mani, per comprare pane e frutta. La gente è affamata. Il regime di al-Assad ha strappato il cibo a 500.000 persone.

Sono passati tre anni dall’inizio del conflitto e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha smesso di contare le vittime. Le stime parlano di più di 150.000 morti. 600.000 feriti. Tutti nel paese sembrano aver perso qualcuno. Il drammatico bilancio è stato diffuso dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, una piattaforma dell’opposizione anti-regime che dal 2007 monitora le violenze nel Paese. Un terzo delle vittime è costituito da civili e di questi almeno ottomila sono bambini.

Il mondo continua a guardare disorientato i crimini di guerra, le accanite torture, l’arbitrario sterminio di Bashar al-Assad. Vane e timide sanzioni su scambi economici e militari, su rapporti politici e quelli bancari. Intanto miliziani qaedisti antigoverantivi della Jabhat al-Nusra hanno privato di acqua potabile i quartieri occidentali di Aleppo, controllati dalle forze lealiste, ormai da settimane. Chi vive sotto assedio non ha elettricità da più di 18 mesi. La gente continua a non avere voce.

Frontiere News “Siria, senza cibo e senza medicine nelle città assediate” di Federica Iezzi

ANA Press – 01 agosto 2014 – “Children eating from the streets of Hajr al-Aswad in Damascus”

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