REPORTAGE. Iraq, un milione di profughi che il mondo non vede

Nena News Agency – 13 agosto 2015

Racconto dai campi profughi di Dhuha al-Rawii, Baharka e Arbat e dal confine Iraq-Turchia, per raccontare la tragedia dei rifugiati iracheni. Uomini, donne e bambini che hanno perduto tutto dopo la violenta nascita dello Stato Islamico e l’offensiva aerea lanciata dalla Coalizione a guida USA

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di Federica Iezzi

Baghdad (Iraq), 13 agosto 2015, Nena News – Mesi di bombardamenti del governo iracheno, della Coalizione Internazionale, guidata dagli Stati Uniti, dei jihadisti dello Stato Islamico. Mezzi corazzati e violente rivolte di militanti. Chiusura delle principali strade che portano fuori città e che impediscono ai civili di fuggire. A Falluja come a Mosul.

Dall’ingresso del Califfato nella provincia di Anbar, all’inizio dello scorso anno, più di un milione di iracheni ha lasciato le proprie case. Di questi, almeno 350.000 sono attualmente rifugiati nell’area di Baghdad. I campi sono costruiti in aree tra cui Abu Ghraib, Razwania, Jamia, Sadr Yousefia, Dora e zone vicine al ponte di Bezebz.

Il campo di Dhuha al-Rawii nel quartiere occidentale di Mansur, nella capitale Baghdad, è un piccolo accampamento di circa 200 famiglie. E’ situato su quello che era un parcheggio. Ora vicino c’è una moschea sunnita.

“Mentre i rumori di mortai e bombardamenti in lontananza erano diventati un suono comune, la violenza iniziata nei quartieri di Falluja, ha distrutto case e vite. Elettricità intermittente, spesso totalmente assente. Lavoro soffocato e prezzi del cibo alle stelle” ci racconta Kasim, giovane studente di ingegneria. “Studiavo all’Anbar University. E’ stata devastata dagli uomini del Daesh”, continua “mi sono ritrovato a Dhuha al-Rawii. Ci sono arrivato a piedi nudi perchè le mie scarpe sono rimaste nel fango. Ho la mia vita ma non ho più la mia famiglia”.

Perfino gli abitanti sciiti e la maggior parte dei residenti sunniti del quartiere di Hayy Al-Jami’a, nello stesso distretto di Mansur, sono stati costretti a rifugiarsi a Dhuha al-Rawii.

Nel campo c’è un tanour per fare il pane tradizionale iracheno, una grande cucina dove le donne possono preparare pasti giornalieri. Sono stati costruiti servizi igienici per sostituire quelli portatili temporanei.

Sono in corso da un quarto di secolo, dalla prima guerra del Golfo, le migrazioni della popolazione irachena. Il Paese ora deve far fronte a quasi 3,5 milioni di sfollati interni. Dopo le aree a nord, il maggior numero di sfollati interni iracheni, sono nella provincia di Anbar a ovest con 400.000 anime, a Kirkuk al centro con 350.000 e a Baghdad con più di 300.000.

Inghiottiti dai combattimenti, ora vivono in tende, dai pavimenti di stuoie di plastica, costruite su tela e pali di legno, nel campo profughi Baharka, nella provincia di Erbil.

Alcuni ragazzi guardano timidamente da dietro la tela delle loro tende i camion, con gli aiuti umanitari, arrivare. Una bambina porta una vasca di plastica grande come lei, ha imparato che con i camion arrivano le cisterne di acqua fresca da bere. Le donne che lavano i vestiti sotto il sole rovente si fermano. I bambini con le loro magliettine rosse, verdi, azzurre e gialle sono gli unici lampi di colore tra la polvere grigia del campo. Un cartellino se la famiglia è composta da meno di sette membri. Due cartellini se ci sono più di sette figli. Riso, lattine di fave, olio vegetale, zucchero e pane sono tra le razioni giornaliere di cibo, consegnate insieme a cherosene e coperte.

Non c’è molto in prossimità del campo. Pianure polverose con modeste case di mattoni all’orizzonte. Una guardia armata al cancello, veglia file e file di tende. Se si lascia il campo si deve essere di ritorno prima delle 18. C’è una tenda di attività per i bambini di età compresa tra uno e sei anni. Non ancora c’è una scuola. Sono 1.649 i bambini al di sotto dei 18 anni che vivono nel campo.

All’interno di una delle tende, Telenaz, volto segnato dal tempo e dalla fatica, ci dice “Abitavo a Ramadi. Gli uomini dell’ISIS ci hanno fatto indossare vestiti neri. Guanti e calze scure. Non bastava più il niqab, dicevano che venivano mostrati troppo i nostri occhi”. La pena per chi disobbediva alle regole era di 40 frustate.

Yassin, suo figlio, è un bambino di 14 anni e ha il compito di assicurarsi che il campo rimanga pulito. Ogni giorno distribuisce buste di plastica a bimbi più piccoli di lui per raccogliere la spazzatura.

A Erbil, a partire dallo scorso settembre, si sono riversate 176.784 persone, secondo un rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Erbil, con una popolazione di 1.5 milioni, ha assorbito circa 120.000 rifugiati, per la maggiorparte dalle province di Ninive e Salah al-Din.

Inizialmente progettato come centro di transito per al massimo 700 famiglie irachene, oggi ospita circa 3.000 famiglie. 18.000 persone. Nel campo dell’UNHCR di Arbat per sfollati interni, nel nord-est della provincia irachena di Sulaymaniyya, ci sono una piccola farmacia, con poche medicine, e una tenda medica con infermieri di guardia e poco materiale. L’acqua scarseggia, l’elettricità è discontinua e i sistemi sanitari sono insufficienti. Solo 500 latrine e 600 docce.

In ogni tenda, in ogni rifugio, gli stessi occhi spenti. Chiediamo a Noora, una ragazzina disabile, dove avessero portato i suoi libri di scuola. Ci risponde piangendo. Nena News

Nena News Agency “REPORTAGE. Iraq, un milione di profughi che il mondo non vede” di Federica Iezzi

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