#SaveDinaAli, la donna saudita incarcerata per aver cercato la libertà

Nena News Agency – 02/05/2017

Dina Ali Lasloom in fuga verso l’Australia è stata arrestata a Manila durante uno scalo aereo e subito rimpatriata a Riyadh. Di lei non si sa più nulla. L’Arabia saudita continua a godere di impunità, nonostante le violazioni dei diritti umani, perché alleata dell’Occidente

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di Federica Iezzi

Roma, 2 maggio 2017, Nena NewsDa metà aprile l’hashtag #SaveDinaAli ha riempito gli spazi dei social network. Ma chi è Dina Ali Lasloom? E’ una giovane donna saudita di 24 anni che ha tentato la fuga in Australia per chiedere asilo politico, per sfuggire alle pesanti restrizioni imposte dalla sua famiglia, ed ora è in carcere a Riyadh “colpevole” di alcun reato se non quello di aver cercato la libertà.

Ad una donna saudita non è permesso viaggiare liberamente all’estero, nè sposarsi, lavorare o ottenere assistenza sanitaria, a causa del severo sistema di tutela maschile discriminatorio che è alla radice di molti abusi contro il genere femminile, in Arabia Saudita, Paese che continua a godere di impunità e immunità a causa della sua alleanza con l’Occidente.

Dina Ali Lasloom è stata arrestata in fuga a Manila, nelle Filippine, durante uno scalo aereo, ed è stata prontamente rimpatriata a Riyadh, nonostante la grande campagna condotta dal team di Amnesty International, impegnato nei Paesi del Golfo.

Le autorità filippine l’avrebbero trattenuta in regime di detenzione nel Ninoy Aquino International Airport di Manila, confiscandole il passaporto. L’ambasciata saudita a Manila ha confermato che la donna sarebbe ritornata in Arabia Saudita accompagnata dai suoi parenti, ma non ha fornito ulteriori informazioni.

Da quel momento non sia hanno più notizie di Dina Ali Lasloom. Si parla del suo trasferimento in una struttura di detenzione a Riyadh, la Correctional Facility for Women.

Tutto questo avviene, come una beffa, alla vigilia della folle decisione presa dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, di avere una rappresentanza saudita tra i 45 membri che costituiscono la Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne (UNCSW), l’organismo ONU più impegnato nella lotta per l’uguaglianza di genere. Nomina in netto contrasto con i dati diffusi dal Report sulla Disparità di Genere 2016, redatto dal Forum Economico Mondiale, in cui la monarchia del Golfo occupa la 141esima posizione su 144 per la questione ‘diritti femminili’.

Il sistema di tutela maschile saudita implica che la vita di una donna sia controllata da un parente maschile dalla nascita fino alla morte, il wali al-amr. Chi come Dina fugge dalla famiglia o dal Paese di appartenenza, deve affrontare la punizione riservata a chi lede l’onore familiare. La pena spesso si chiama delitto d’onore: un fenomeno antico quanto le società maschiliste, che viene nascosto, giustificato, tollerato e poco punito. Le autorità considerano queste questioni come ‘affare familiare’. Se la famiglia della donna accusata decide come punizione, la condanna a morte, non seguirà nessuna accusa ad alcun membro della famiglia.

Human Right Watch è il capofila della campagna per esortare il leader saudita, il re Salman Bin Abdulaziz, ad intervenire per assicurare un’adeguata protezione a Dina Ali Lasloom contro l’accusa e contro i trattamenti degradanti che ne derivano.

Il sequestro e la detenzione delle donne saudite non è inusuale: la teocrazia del regno detta che le donne debbano trascorrere tutta la loro vita sotto la tutela maschile. Chiunque disapprovi un matrimonio forzato o le mille altre restrizioni maschili viene redarguito duramente.

La razionalità teocratica per limitare il movimento delle donne, nasce da una visione distorta di un versetto del Corano, contenuto nella Sura IV An-Nisâ’, dedicata alle donne, il quale recita che gli uomini sono ‘protettori e manutentori delle donne’. Nel Corano viene usata la parola qawwamun, è il reale significato è quello di ‘prendersi cura’.

L’interpretazione wahabita-salafita dell’Arabia Saudita, costringe invece le donne ad essere di fatto prigioniere dei loro uomini.

Gli attivisti per i diritti delle donne in Arabia Saudita hanno più volte richiesto al governo di abolire il sistema di tutela maschile. La pratica della tutela maschile nelle sue molteplici forme compromette e, in alcuni casi, annulla una serie di diritti umani femminili, violando la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), che l’Arabia Saudita ha ratificato nel 2000. Nena News

Nena News Agency “#SaveDinaAli, la donna saudita incarcerata per aver cercato la libertà” di Federica Iezzi

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ARABIA SAUDITA. La Mers fa paura ai pellegrini

Nena News Agency – 07 giugno 2014

 

Il governo di Riad ha ridotto il numero di fedeli ammessi a La Mecca per il pellegrinaggio dell’Hajj e alcuni Paesi hanno consigliato di rinviare il viaggio che ha inizio durante il Ramadan (28 giugno-27 luglio) 

 

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di Federica Iezzi

La Mecca (Arabia Saudita), 7 giugno 2014, Nena News –  Il rito del pellegrinaggio a La Mecca da 14 secoli abbraccia i quattro angoli del mondo. Situata nella regione saudita dell’Hegiaz, La Mecca ogni anno accoglie due milioni di musulmani. Il numero di pellegrini, nella città santa dell’Islam prima di Medina e Gerusalemme, è stato ridotto quest’anno dal governo di Riad per la serpeggiante presenza del virus responsabile della Middle East Respiratory Syndrome (MERS). Il principale timore, soprattutto in Arabia Saudita, è che il tradizionale pellegrinaggio dell’Hajj possa scatenare una spirale di infezioni prima che si trovi una cura efficace.

La grande moschea di Masjid al-Haram, potrebbe dunque non vedere tra l’ottavo e il tredicesimo giorno del mese di Dhu l-hijjah, ad ottobre, la solita potente affluenza di fedeli, vestiti con due pezzi di tessuto bianco non cucito. Paesi come Tunisia, Egitto e Iran hanno consigliato ai fedeli di rinviare l’Umrah, il piccolo pellegrinaggio, e l’Hajj, il grande pellegrinaggio annuale, che ha inizio per molti musulmani nel corso del digiuno del mese di Ramadan, quest’anno dal 28 giugno al 27 luglio.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato, con dati di laboratorio, 636 casi di MERS e 193 morti legati alla polmonite infettiva che nel 2002 scoppiò in Cina, infettando 8.000 persone e uccidendone quasi 800. La maggior parte dei casi è legata alla penisola arabica, dove attualmente i decessi per MERS sono arrivati a 283. E i casi di contagio sono saliti a 689. Casi confermati in altri Paesi del Medio Oriente, quali Giordania, Kuwait, Oman, Qatar, Emirati Arabi, Yemen e Libano. Casi sporadici in paesi del nord Africa, in Malesia, nelle Filippine, negli Stati Uniti e in alcuni Paesi dell’Unione europea.

Due settimane fa si è tenuto un vertice di emergenza a Ginevra, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sulla minaccia crescente a livello globale del virus MERS. È stata inviata a Gedda una squadra dell’OMS per studi sulle modalità di trasmissione del virus, in vista del grande pellegrinaggio religioso annuale a La Mecca.

Il cammino verso La Mecca, descritto nella Sura al-Hajj del Sacro Corano, rappresenta il quinto pilastro dell’Islam ed è un atto obbligatorio nella vita di ogni musulmano. Dallo scorso ottobre, inizio del calendario musulmano, il numero di pellegrini dell’Umrah in Arabia Saudita  ha già toccato i 4,8 milioni. Quest’anno, vicino alla sacralità della Ka’bah, i pellegrini si trovano a fronteggiare una serie di precauzioni dettate dalle autorità saudite per ridurre al minimo i contagi. Nena News

 

Nena News Agency “A. SAUDITA. La Mers fa paura ai pellegrini” di Federica Iezzi

 

 

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Il virus MERS fa paura in Medio Oriente

Nena News Agency – 24 aprile 2014

E’ la Sindrome Respiratoria Medio-Orientale da coronavirus. 253 casi nella sola penisola arabica e registrati già i primi 10 casi in Europa 

 

 

di Federica Iezzi

 

Virus MERS

Virus MERS

Roma, 24 aprile 2014, Nena News – C’è confusione e paura in Medio Oriente per la nuova ondata di infezioni dovuta ad un virus della  stessa famiglia di quello della temuta SARS (Sindrome Acuta Respiratoria Grave).  Con oltre 8000 casi di contagio nel 2003, di cui il 9% sfociato in decessi, la SARS è oggi controllata magistralmente grazie al lavoro della rete di medici e ricercatori messi a disposizione  dall’OMS. La variante mediorientale della SARS oggi si chiama MERS (Sindrome Respiratoria Medio-Orientale). L’inedito agente patogeno non ha alcuna relazione con nessun altro coronavirus  identificato prima d’ora ed ha un tasso di mortalità che si avvicina al 50%. Le prime propagazioni, dai contorni poco chiari, si allargarono a macchia d’olio, a partire da Guangdong in Cina, tra il novembre del 2002 e il luglio del 2006, mietendo circa 800 vittime.

Il focolaio epidemico nasce a Jeddah, in Arabia Saudita. Inizialmente è stato maggiormente concentrato nelle regioni orientali della penisola arabica, oggi è diffuso su più aree. Attualmente 253 sono i casi di infezione confermati dai laboratori dell’OMS. 93 i decessi. Solo nell’ultima settimana, si sono contate 49 nuove infezioni. E sono stati registrati anche i primi 10 casi in Europa. L’ultimo in Grecia, 6 giorni fa, in un settantenne, di ritorno da Dubai. La Grecia così si unisce a Regno Unito, Francia e Italia, nella lista di Paesi Europei in cui sono stati registrati casi di MERS. Altri casi in Giordania, in Tunisia, in Malesia e nei territori lambiti dalle acque del Golfo Persico, quali Kuwait, Qatar, Oman.

Il virus della MERS dà sintomi simili a quelli di un comunissimo raffreddore, è invece responsabile di cruente polmoniti virali, che necessitano di periodi di quarantena. Dalla Columbia University arrivò la notizia che i pipistrelli potevano essere il vettore del coronavirus. Dai Paesi Bassi invece l’annuncio che il serbatorio del virus della MERS potrebbero essere i dromedari. Non esistono evidenze di trasmissione intracomunitaria.

L’OMS incoraggia il Medioriente a continuare sorveglianza, misure di prevenzione e controllo delle infezioni respiratorie acute. Il governo dell’Arabia Saudita dice di avere la situazione sotto controllo. Il numero di casi registrati non è ancora tale da poter parlare di epidemia. Nena News

 

Nena News Agency – “Il virus MERS fa paura in Medio Oriente” – di Federica Iezzi

 

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La dottoressa dal velo bianco

Nena News Agency – 19 marzo 2014

Missione di cardiochirurgia – European Gaza Hospital – Khan Younis (Striscia di Gaza)

 

La storia di Shaymaa Shurrab, pediatra palestinese all’European Gaza hospital di Khan Younis, prendendosi cura dei bambini della sua terra, nonostante i mille impedimenti

 

 

di Federica Iezzi (Cardiochirurgo pediatra)

 

Shaymaa Shurrab, pediatra palestinese

Shaymaa Shurrab, pediatra palestinese

Striscia di Gaza, 19 marzo 2014, Nena News – Ci sono vite che passano inosservate, i cui ardenti racconti invece penetrano violentemente sotto la pelle. Questa è la storia della dottoressa dal velo bianco.

Il suo nome è Shaymaa Shurrab. Ha 28 anni. È nata in Arabia Saudita da una famiglia palestinese, ha trascorso la sua infanzia nel villaggio di Abha, non lontano dalle coste del Mar Rosso. Durante la guerra del Golfo del 1991 lei e la sua famiglia furono strappati dalle montagne saudite, trattenuti sul confine giordano e poi deportati nella Striscia.

I primi anni dell’adolescenza e le scuole correvano parallelamente, fino al giorno in cui, tra migliaia di studenti, le fu affidata una borsa di studio per frequentare la facoltà di Medicina in Siria, all’università di Damasco. A 16 anni si è ritrovata improvvisamente donna, senza una famiglia a cui chiedere conforto, senza la quiete dell’infanzia ma solo con responsabilità, obblighi e saggezza da imparare. Anche quegli anni passano velocemente e si ritrova medico, in un paese diverso dal suo paese che sente fortemente come la sua casa, con gente diversa dalla sua gente, che sente come la sua famiglia.

A causa dell’assedio israeliano sulla Striscia di Gaza e la continua chiusura del valico di Rafah, al confine tra la Striscia e l’Egitto, i risparmi di quei quattro anni la portarono a rivedere i suoi genitori a Gaza soltanto nel 2008. Il 2008 fu un doloroso anno nel taccuino degli avvenimenti, accuratamente custodito dalla Striscia di Gaza, per i sanguinosi e selvaggi attacchi da parte delle forze israeliane contro gli obiettivi sospettati di essere legati al governo di Hamas. Parliamo di quella che oggi i libri ricordano come “operazione Piombo fuso”. Era il dicembre 2008. I morti solo durante la prima giornata di bombardamenti, un sabato di freddo sole invernale, furono 300. In tutto si contarono circa 700 vittime. In qualsiasi strada, vicolo, viale si poteva sentire l’odore di sangue, il sapore della morte, l’essenza di corpi martoriati per avere la sola colpa di difendere le loro case, le loro storie, le loro vite, le loro idee. Shaymaa per qualche mese lavora come volontario a Khan Younis, nell’European Gaza hospital. Finalmente la Rafah circondata da alte mura, apre i suoi cancelli e Shaymaa raggiunge di nuovo la Siria dove inizia la sua specializzazione in pediatria. Dopo gli 11 anni di solitudine, fede, duro lavoro, intervallati da attimi di cupo sconforto, passati a Damasco, Shaymaa oggi è la pediatra che si prende cura dei bimbi della sua terra, nonostante i mille impedimenti e gli incoerenti ostacoli.

Nella guerra civile scoppiata in Siria nel 2011, per Bashar Al-Assad ogni palestinese risultava colpevole a causa della sua nazionalità. L’unica colpa era il possesso di un passaporto palestinese. Così Shaymaa per l’ennesima volta è stata scaraventata inumanamente al di là del muro della Striscia.

Oggi, instancabile, con il suo composto hijab bianco che le tiene coperta la testa, lavora nella terapia intensiva neonatale dell’European Gaza hospital. È stata il nostro braccio destro in rianimazione durante la missione di cardiochirurgia pediatrica. Precisa, intelligente, competente cura i suoi bambini, supporta e sostiene i grigi timori dei genitori. Ed ecco il suono intenso della sua voce “the only thing that could stop me is death”. Nena News

 

Nena News Agency “La dottoressa dal velo bianco” – di Federica Iezzi

 

 

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