KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta

Nena News Agency – 26/10/2017

Seggi aperti dalle 6 di questa mattina. Il Paese africano sceglie di nuovo il presidente dopo l’annullamento delle elezioni di agosto. Ma senza l’oppositore Odinga, che boicotta il voto, il risultato è scontato

Nairobi commercial district, graffiti per elezioni_UNDP

Nairobi, Kenya – Election graffiti in Nairobi commercial district

di Federica Iezzi

Roma, 26 ottobre 2017, Nena NewsIl Kenya torna a votare oggi dopo le massicce proteste nelle strade e le violenze, seguite alle elezioni presidenziali dello scorso agosto, annullate per irregolarità dalla Corte Suprema quando si attendeva la vittoria del capo dello stato uscente Uhuru Kenyatta, sull’oppositore Raila Odinga, il leader della National Super Alliance. Quest’ultimo si è poi fatto da parte lamentando la mancanza di una autentica riforma elettorale.

Come si è arrivati a questo punto?

All’inizio di agosto, il Kenya aveva votato per un nuovo presidente. Più di 15 milioni di persone hanno partecipato attivamente alla tornata elettorale. Per la prima volta è stato usato un nuovo sistema di votazione elettronico, volto ad evitare il rischio di brogli e voti non idonei. Tuttavia, nonostante il nuovo sistema in vigore, Odinga e sostenitori hanno contestato i risultati, che proclamano come vincitore Kenyatta, denunciando infiltrazioni alla banca dati dell’organo elettorale e dunque profonde manipolazioni di tutto il processo democratico.

Manifestazioni contro la vittoria di Kenyatta si sono susseguite in tutti i maggiori centri kenyani, secondo i rapporti diffusi da Amnesty International e Human Rights Watch. Quei report internazionali rafforzano le denunce degli attivisti locali e dei gruppi che difendono i diritti umani, i quali accusano la polizia kenyana di brutalità e omicidi extragiudiziali. Trentatré persone sono state uccise dalle forze di polizia nei giorni immediatamente successivi alla data del voto presidenziale di agosto.

Il portavoce della polizia Charles Owino non ha esplicitamente risposto alle denunce.

Sulle base delle accuse di frode elettorale formalizzate da Raila Odinga, la Corte Suprema ha perciò deciso di annullare il risultato elettorale, stabilendo una una nuova data entro 60 giorni. Prima al 17 ottobre, poi al 26 ottobre. Odinga in reazione ha perciò dichiarato che avrebbe partecipato alla nuova consultazione soltanto se le riforme elettorali da lui richieste sarebbero state attuate. A cominciare dalla sostituzione del capo della commissione elettorale.

Infine il 10 ottobre il leader del National Super Alliance si è ritirato dalle elezioni, a causa del mancato compimento delle riforme auspicate da parte dell’Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC).

Poco dopo la decisione di abbandono di Odinga, il parlamento kenyano ha approvto una nuova legge elettorale, secondo la quale alla rinuncia di un candidato segue automaticamente la vincita del candidato contrapposto. Immediate sono state le proteste da parte dei sostenitori di Odinga che hanno colorato le strade kenyane.

Una nuova petizione è stata presentata alla Corte Suprema kenyana da attivisti per i diritti umani, secondo la quale l’attuale commissione elettorale non è pronta a verificare un sondaggio credibile.

Così mentre la macchina elettorale è in moto e i cittadini esprimono oggi la loro scelta, l’opposizione lancia nuovi pressanti appelli a boicottare il “voto vergognoso” non libero, nè giusto, dice. Il governo Kenyatta risponde invitando le persone ad esercitare il loro diritto democratico. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta” di Federica Iezzi

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TUNISIA. Revocata la restrizione matrimoniale per le donne

Nena News Agency – 20/09/2017

La scorsa settimana il governo tunisino ha annunciato l’abolizione del divieto che non permetteva alle donne musulmane di sposare non-musulmani. L’abrogazione giunge dopo importanti mutamenti subiti dalle leggi sulla violenza domestica e sulle molestie sessuali negli spazi pubblici

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di Federica Iezzi

Roma, 20 settembre 2017, Nena News – È stata annunciata la scorsa settimana dal governo tunisino l’abolizione del divieto decennale di matrimonio tra donne musulmane e uomini non-musulmani. Il presidente Beji Caid Essebsi ha condotto una campagna per la parità tra i sessi, dalla sua presa in carica nel dicembre 2014. Nel corso degli anni ha annunciato diverse proposte per arrivare all’uguaglianza di genere.

La revoca del decreto di restrizione matrimoniale, istituito nel 1973, rappresentava un ostacolo alla libertà di scelta del coniuge e una violazione della costituzione tunisina, adottata nel 2014 a seguito delle proteste legate alla primavera araba, secondo il presidente tunisino.

La legge sul matrimonio costrinse per anni gli uomini non-musulmani, che volevano sposare una donna tunisina, alla conversione all’islam. Mentre gli uomini tunisini erano liberi di sposare donne non-musulmane, ma la conversione religiosa non era un obbligo. L’abrogazione della legge sul matrimonio viene dopo importanti mutamenti subiti dalle leggi sulla violenza domestica e sulle molestie sessuali negli spazi pubblici. Pietre miliari importanti in un Paese in cui la religione, nei legami coniugali, può essere al centro di numerosi conflitti familiari e lunghe lotte contro le leggi statali.

E’ evidente che il nuovo decreto non allontana le donne tunisine dagli ostacoli culturali e tradizionali in caso di matrimonio misto, ma comunque offre loro la libertà di scelta da una prospettiva giuridica. Ma mentre il governo Essebsi è riuscito ad affinare le leggi in materia di uguaglianza e violenza familiare, si trova ad affrontare un’opposizione più rigida, da parte dei teologi tunisini e dei membri del parlamento, sugli storici codici che regolano l’ereditarietà in Tunisia.

Secondo la legge islamica, alla donna spetta la metà di quanto spetta all’uomo del lascito ereditario. E una donna riceve la metà dell’eredità del defunto marito, rispetto al figlio. Nell’alta borghesia tunisina, si ovvia alle convenzioni grazie a donazioni o cessioni di proprietà ante-mortem. Sono invece le donne cresciute in ambienti rurali, tradizionalisti o meno istruiti, a pagarne le conseguenze più dure.

Il presidente ha istituito una commissione, formata da esperti per i diritti umani, incaricata di rivedere le politiche legate ai diritti di matrimonio e alle leggi di eredità e discriminazione economica, per cercare un equilibrio tra l’uguaglianza di genere da un lato e la religione e la costituzione dall’altra. Promuovendo l’istruzione per le ragazze, abolendo la poligamia e non avallando il rifiuto di una moglie fuori dalla procedura di divorzio, ufficialmente decretata da un tribunale, il codice di status personale della Tunisia ha accresciuto il suo apprezzamento, come modello progressivo per i diritti delle donne in Nord Africa e Medio Oriente.

Dura invece la risposta del mondo sunnita, da parte del Grande Imam egiziano di al-Azhar, Ahmed el-Tayeb, che ha denunciato la riforma matrimoniale, come contrapposta agli insegnamenti islamici, incitando alla violenza contro la leadership tunisina. La Tunisia ha garantito i diritti fondamentali alle donne fin dagli anni ‘60: accesso al voto, divorzio, aborto. Oggi nel parlamento tunisino il 31% dei deputati sono donne. E il numero di lavoratori di sesso femminile raggiunge il 27%. La Tunisia è considerata uno dei Paesi arabi più progressisti in termini di diritti delle donne, anche se Amnesty International ha riferito l’anno scorso che ci sono ancora pochi segni tangibili per dimostrare il miglioramento. Nena News

Nena News Agency “TUNISIA. Revocata la restrizione matrimoniale per le donne” di Federica Iezzi

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KENYA. Vince Kenyatta, scoppiano gli scontri

Nena News Agency – 12/08/2017

Almeno 5 morti durante manifestazioni contro il presidente rieletto accusato dall’opposizione di Odinga di brogli. Rimane nell’aria la lotta dinastica tra le due famiglie Kenyatta e Odinga, rispettivamente kikuyu e luo

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di Federica Iezzi

Roma, 12 agosto 2017, Nena News – Mantiene l’incarico come presidente Uhuru Kenyatta, dopo essere rimasto sempre in testa, sullo storico sfindante Raila Odinga, durante le ultime elezioni in Kenya. Kenyatta vince con più del 54% dei voti contro il 44% di Odinga tra tafferugli e incredulità. Più di 15 milioni i kenyani che si sono recati alle urne, pari al 78% degli elettori registrati.

Il voto ha messo a confronto per l’ennesima volta Uhuru Kenyatta, uomo d’affari di 55 anni e figlio del presidente fondatore del Kenya, e i 72 anni di Raila Odinga, ex prigioniero politico e figlio del primo vice-presidente del Kenya.

Sebbene le prime ore dopo il voto di martedì scorso fossero state regolari nella maggioranza del territorio del paese dell’Africa orientale, scontri tra polizia e sostenitori dell’opposizione sono iniziati dopo l’incertezza dei risultati finali. Tensioni su brogli, accuse di falsificazione di voto, voti non validi e manipolazioni sul sistema informatico hanno segnato i principali seggi elettorali in Kenya.

Amnesty International ha riportato di violenze nella contea di Garissa, nella regione sudorientale del Tana River, nelle baraccopoli di Mathare di Nairobi e nella zona di Kondele nella città portuale di Kisumu. Almeno cinque persone sono state uccise durante gli scontri. Due sono state uccise nella capitale Nairobi, un’altra nella contea di Kisii, nell’ovest del paese, durante alcuni scontri con le forze di sicurezza, e altre due nella città di Hola, regione di Tana River, in un attacco a un seggio elettorale.

Gli osservatori internazionali hanno lodato la gestione delle elezioni presidenziali, con il consenso anche dell’Unione Africana, non segnalando alcun sospetto di manipolazione, nonostante le denunce dell’opposizione. Secondo il report dell’Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC), organo costituzionale kenyano, le elezioni sono risultate conformi alle leggi in vigore nel paese.

Il governo Kenyatta aveva notevolmente investito in un nuovo sistema di voto elettronico, per le recenti elezioni. Ma questo sembra aver fatto poco per aumentare la fiducia dell’opposizione nel processo elettorale. Tra i motivi di tensione spicca quello per cui i candidati all’opposizione spesso dichiarano che il partito di governo utilizza risorse statali per svolgere le proprie campagne elettorali. Questo è dunque il clima con cui inizia il secondo mandato da presidente di Uhuru Kenyatta.

Rimane nell’aria la lotta dinastica tra le famiglie Kenyatta e Odinga. Entrambi i candidati hanno manipolato audacemente le loro fortezze etniche, rispettivamente kikuyu e luo, mentre i loro sostenitori hanno dimostrato ancora una volta una tenace ossessione verso i modelli di voto tradizionali. La sofisticazione elettronica del sistema di voto non è stata all’altezza dei programmi di entrambi i candidati. Nessun accenno alla lotta alla corruzione e alle macchinazioni politiche, all’incombente disoccupazione giovanile e alle riforme politiche. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Vince Kenyatta, scoppiano gli scontri” di Federica Iezzi

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KENYA. Un muro intorno Dadaab dopo il mancato smantellamento

Nena News Agency – 25/02/2017

Dopo la sentenza dell’Alta Corte, il governo annuncia il ricorso e continua a costruire la recinzione intorno al campo profughi più grande del mondo. E molti rifugiati tornano in Somalia

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di Federica Iezzi

Mogadiscio, 25 febbraio 2017, Nena News – E’ stata annullata dall’Alta Corte keniota la direttiva del governo di chiudere il campo profughi di Dadaab, nella zona nord-est del Kenya vicino al confine somalo e dunque di rimpatriare circa 260mila rifugiati somali.

Il termine ultimo per la sua chiusura era stato esteso fino al prossimo maggio, ma il giudice dell’Alta Corte John Mativo, assegnato al processo, ha equiparato la decisione ad un atto di persecuzione. Il governo di Uhuru Kenyatta ha già comunicato ufficialmente che farà appello contro la sentenza, per motivi di sicurezza.

A dirlo è il portavoce governativo keniota Eric Kiraithe, secondo cui “il campo ha da tempo perso il suo carattere umanitario ed è diventato un rifugio per terrorismo e altre attività illegali”.

Secondo l’attuale presidente del Kenya, infatti, gli attacchi del gruppo jihadista al-Shabab continuano ad essere pianificati all’interno del campo rifugiati più grande del mondo. Inoltre i rifugiati sono percepiti come un freno per lo sviluppo economico del paese.

Intanto continuano i lavori da parte del governo keniota per la costruzione di una recinzione lungo i 700 chilometri di confine con la Somalia. Il campo rifugiati di Dadaab è stato designato nel 1991 per le famiglie in fuga dal conflitto in Somalia, famiglie che attualmente vivono lì da più di 20 anni.

La Commissione Nazionale del Kenya per i Diritti Umani e l’organizzazione non governativa che sostiene la responsabilizzazione alla legalità Kituo Cha Sheria, hanno impugnato la decisione governativa, descrivendola come discriminatoria e contraria al diritto internazionale umanitario.

I neonati nel campo non sono stati più registrati come rifugiati, perché il dipartimento competente per i rifugiati in Kenya è stato chiuso a metà dello scorso anno, contro la ferma condanna di Amnesty International.

Dall’annuncio della chiusura del campo di Dadaab, oltre 51mila somali sono volontariamente tornati in Somalia, grazie anche ad una continua stabilizzazione politica del Paese, realizzata negli ultimi giorni dall’elezione del nuovo capo di Stato Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo.

324.735 sono i rifugiati somali ufficialmente registrati in Kenya. Di questi 256.868 sono alloggiati nel complesso di Dadaab e a loro sono dedicati i piani futuri, messi sul tavolo. Già avviato il rimpatrio, appoggiato dall’UNHCR, dei rifugiati somali che hanno accettato di tornare in Somalia volontariamente. Nel solo mese di gennaio, 4.753 rifugiati sono stati riaccolti in Somalia. Al 31 gennaio, erano 44.365 i rifugiati somali tornati a casa a partire dal 2014.

Uno dei passi del governo keniota potrebbe riguardare l’attuazione del secondo articolo della Convenzione dell’organizzazione dell’unità africana che regola gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa, adottata nel 1969 e entrata in vigore nel 1974. Secondo tale legge, la solidarietà e la cooperazione internazionale dovrebbero promuovere la buona volontà tra le Nazioni Africane per condividere l’onere dei richiedenti asilo.

La sentenza del tribunale prescrive ai rifugiati di rimanere nel complesso di Dadaab per il momento. Dunque prendere in considerazione l’apertura di nuovi campi o l’ampliamento di quelli esistenti, che soffrono di sovraffollamento cronico, rimane attualmente uno dei punti per la gestione dei rifugiati in Kenya. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Un muro intorno Dadaab dopo il mancato smantellamento” di Federica Iezzi

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MALAWI. Dove essere albini è pericoloso

Nena News Agency – 14/06/2016

Nello stato africano sono in corso dal 2014 ripetute violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone con albinismo. Secondo fonti di polizia, sono almeno 18 le persone uccise da bande criminali. Sono presi di mira per la credenza che le loro parti del corpo racchiudono poteri magici

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di Federica Iezzi

Lilongwe (Malawi), 14 giugno 2016, Nena News – Ripresa per l’ennesima volta, dall’ultimo report di Amnesty International, la discriminazione verso le persone con albinismo in Africa. Questa volta si parla di Malawi.  E’ ormai dal novembre 2014, che in Malawi sono in corso, da parte di bande criminali, violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone con albinismo, compresi abusi verbali, rapimenti, sequestri, violenze e omicidi. Secondo il Malawi Police Service, sono stati commessi 69 reati nei confronti di albini. Almeno 18 persone sarebbero state uccise, altre cinque rimangono tuttora disperse.

Secondo il Ministero di genere, bambini, disabilità e previdenza sociale del Malawi, dal 2009 sono stati segnalati crescenti numeri di rapimenti, omicidi e esumazioni dei resti delle persone con albinismo, in particolare nelle zone al confine tra Malawi e Mozambico, come Mulanje, Phalombe e Machinga. Sono tra 7.000 e 10.000 le persone con albinismo in Malawi che vivono con la paura di perdere la vita. Vengono prese di mira per la credenza che le loro parti del corpo racchiudano poteri magici.

Le donne e i bambini con albinismo sono ancora le categorie più vulnerabili. Le donne devono affrontare anche il pericolo di stupri e abusi sessuali per l’insensata credenza che fare sesso con una donna albina sia in grado di curare l’AIDS.
Alti funzionari governativi, compreso il Presidente Peter Mutharika, hanno pubblicamente condannato gli attacchi contro le persone con albinismo e hanno annunciato una serie di misure legali pesanti, nell’ambito di un più ampio piano di risposta nazionale.

Tuttavia, queste misure non sono riuscite ancora a fermare la violenza. Spesso sanzioni e incriminazioni non sono commisurati alla gravità dei reati. L’incapacità di condurre ricerche efficaci sui crimini contro le persone con albinismo, in Malawi, è strettamente legata alla mancanza di accesso a strumenti e attrezzature per indagini forensi e alla scarsa remunerazione del lavoro.

Amnesty International continua a sollecitare il governo del Malawi a condurre una campagna contro la mitologia diffusa attorno all’albinismo, a identificare e rintracciare le bande criminali, a combattere gli alti tassi di povertà e il basso livello di istruzione, che guidano la maggior parte dei reati contro gli albini. L’albinismo è una rara, non contagiosa, condizione ereditaria, presente fin dalla nascita. E’ indipendente dal sesso e dall’appartenenza etnica. Risulta dovuta alla mancanza della pigmentazione di melanina nei capelli, nella pelle e negli occhi.

L’ignoranza di questi fattori ha contribuito in Africa all’esclusione della Comunità albina, alla sua stigmatizzazione e alla negazione dei diritti fondamentali economici, sociali, culturali, all’istruzione e alla sanità. Il Malawi è uno dei 23 Paesi africani dove le persone con albinismo affrontano forme estreme di discriminazione che includono rapimenti, uccisioni e mutilazioni, sulla base di superstizioni e miti.

Segnalate violenze sugli albini anche in Tanzania, Kenya e Burundi. Presumibilmente le loro parti del corpo vengono vendute per l’uso in rituali. In particolare le ossa, secondo la tradizione contenenti oro, sarebbero vendute per grosse cifre ai professionisti della medicina popolare in Malawi e Mozambico per l’uso in farmacia e stregoneria, nella convinzione che essi portano ricchezza e buona fortuna.  Nascondersi dietro i radicati miti e le superstizioni sull’albinismo non è la soluzione. Districare e risolvere infatti i fattori socio-economici che alimentano questa violenza, come l’alta disoccupazione, la crescita economica vincolata, la disuguaglianza e la povertà, significherebbe impostare le condizioni necessarie per evitare la prosperità di credenze dannose. Nena News

Nena News Agency “MALAWI. Dove essere albini è pericoloso” – di Federica Iezzi

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SIRIA. L’assedio di Madaya

Nena News Agency – 04 gennaio 2016

Tra i civili almeno 1200 soffrono di patologie croniche. La malnutrizione ha colpito 300 bambini e la situazione sanitaria è destinata a peggiorare per la mancanza di farmaci 

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di Federica Iezzi

Damasco, 3 gennaio 2016, Nena News – Dimora di più di 40.000 civili in condizioni di grave disagio. Rifugio per centinaia di profughi provenienti dalla vicina al-Zabadani. E’ Madaya, una cittadina di montagna a 40 chilometri a nord-ovest di Damasco, da sei mesi teatro di uno dei più crudeli assedi da parte dell’esercito governativo e dal gruppo militante libanese Hezbollah.

Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, la città è imprigionata in un dedalo di mine antiuomo e in un labirinto di filo spinato.

Tra i civili, prigionieri delle loro stesse mura, almeno 1200 soffrono di patologie croniche, come diabete e insufficienza renale. La malnutrizione ha colpito 300 bambini. E la situazione sanitaria è destinata al netto peggioramento per la pesante mancanza di forniture mediche.

La prolungata assenza di approvvigionamento ha causato un drammatico aumento dei prezzi di generi alimentari di contrabbando. Houmam ci racconta che un chilo di zucchero o di riso può arrivare a costare anche 15.000 lire siriane (più o meno 70 dollari), un chilo di farina o di fagioli 28.000 lire siriane (130 dollari). Le morti dovute alla carenza di cibo sono salite a 17 e rientrano nella definizione di crimine di guerra, secondo Amnesty International.

Houmam è uno dei pochi che, dopo il pagamento di una ingente somma agli sciiti di Hezbollah, è uscito due giorni fa con i suoi figli dalla città, lasciandosi alle spalle una giovane moglie morta e genitori allo stremo delle forze. E’ diretto in Libano.

Almeno 126 persone, per lo più sunniti, sono state evacuate da Madaya durante la scorsa settimana, grazie alla mediazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Le forze di regime e i militanti di Hezbollah stanno di fatto ostacolando qualsiasi tentativo di raggiungere una soluzione per sostenere i civili a Madaya. Unico obiettivo di Hezbollah è quello di controllare la città in modo che possa proteggere la sede delle sue milizie al confine siro-libanese e che possa strappare dall’assedio le città sciite nella provincia di Idlib.

Le organizzazioni umanitarie sono entrate a Madaya per l’ultima volta quattro mesi fa. Distribuiti aiuti alimentari ai civili, rifugiati in edifici scolastici. Oggi anche le riserve di farina si sono esaurite.

Circa 3.200 bambini di Madaya non andranno a scuola quest’anno. Ci sono sei scuole nella cittadina, due delle quali sono state sostanzialmente distrutte dai bombardamenti del regime. Le altre quattro sono abitate da sfollati.

Dall’esito negativo dei negoziati di al-Zabadani tra governo siriano, appoggiato dall’Iran, e opposizione armata, sostenuta dalla Turchia, e dal conseguente fallimento della tregua nei villaggi di al-Fu’ah e Kafraya, roccaforti della Comunità sciita nella provincia di Idlib, i combattimenti nell’area di Madaya si sono intensificati e la città è stata invasa da ondate di civili sfollati.

Al-Zabadani è stata una delle ultime roccaforti del gruppo Ahrar al-Sham e milizie ribelli lungo il confine nord-occidentale siriano. Gran parte della città è stata devastata da una grande offensiva, lanciata la scorsa estate, contro gli insorti da parte dell’esercito siriano e dei suoi alleati libanesi Hezbollah.

Houmam ci racconta “I civili dei quartieri di Inshaat e al-Mamoura, nella periferia orientale di al-Zabadani, sono stati i primi ad arrivare a Madaya”. Continua “Per le forze governative, Madaya è diventata la merce di scambio con al-Fu’ah e Kafraya. Ogni attacco proveniente dai combattenti dell’opposizione su al-Zabadani, scatena pesanti bombardamenti su Madaya da parte del regime”.

A Madaya sono attesi dalle Nazioni Unite, nei prossimi giorni, camion carichi di prodotti umanitari e generi alimentari di base, attualmente ancora bloccati nei checkpoint di Idlib. Nena News

Nena News Agency – 04/01/2016 “SIRIA. L’assedio di Madaya” di Federica Iezzi

 

 

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In Yemen si muore nel silenzio

Nena News Agency – 20 agosto 2015

I dati pubblicati da ONU e Amnesty International sono impietosi: 850mila bambini malnutriti, 21 milioni di civili senza accesso regolare a cibo e cure mediche. E mentre l’organizzazione per i diritti umani accusa tutte le parti di crimini di guerra, il mondo ha voltato lo sguardo

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di Federica Iezzi

Sana’a (Yemen), 20 agosto 2015, Nena News – Da un lato il riconosciuto presidente sunnita Abdel Rabbo Monsour Hadi, sostenuto da Stati Uniti, Unione Europea e dalla maggioranza dei Paesi del Medio Oriente. Dall’altro, nel sud dello Yemen, i ribelli di al-Qaeda, oggi guidati da Qasim al-Raymi, e nel nord la minoranza sciita Houthi, appoggiata dalle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e dall’Iran.

Nel mezzo 26 milioni di persone che necessitano di assistenza internazionale, 330 mila sfollati interni, 12 milioni di individui a rischio insicurezza alimentare, 20 milioni senza accesso all’acqua potabile.

Secondo gli ultimi aggiornamenti dell’OHCHR, Office of the High Commissioner for Human Rights, dall’inizio del conflitto armato in Yemen, lo scorso 26 marzo, il numero delle vittime è salito a 6.221, incluso 1.950 civili e 398 bambini, e quello dei feriti a 22.110. Almeno 15 milioni i rifugiati, tra cui 1,2 milioni di sfollati interni. Il conflitto ha interessato 20 dei 22 governatorati del Paese.

L’UNHCR ha monitorizzato la registrazione di 28 mila rifugiati yemeniti in Somalia, 21.726 a Gibuti, 706 in Etiopia. Dopo viaggi estenuanti di 30 ore in mercantili. Tra i Paesi di arrivo degli yemeniti in fuga dalla guerra anche Oman e Arabia Saudita. Nel sultanato mediorientale sono stati registrati 5 mila arrivi dall’inizio del conflitto, mentre il numero di yemeniti in Arabia Saudita è salito a circa 30 mila negli ultimi quattro mesi.

Nel suo ultimo report Amnesty International accusa, di attacchi indiscriminati ai civili, la Coalizione saudita e i gruppi armati che supportano e si oppongono agli Houti. In particolare, sono state documentate violenze nelle città meridionali di Aden e Taiz. I raid aerei dell’esercito di Riyad dibattuti dall’organizzazione britannica sono: quello sulla città portuale di Mokha a sud-ovest del paese, che uccise almeno 63 civili; quello sul villaggio di Tahrur, nel goverantorato di Lahj, in cui persero la vita dieci membri della famiglia Faraa, tra cui quattro bambini; quello sulla moschea del villaggio di Waht, dove sono stati uccisi 11 civili; quello sul mercato popolare del villaggio di Fayush, dove i morti sono stati circa 40; quello sul quartiere di al-Mujaliyya, nella città di Taiz, con distruzione della al-Arwa school e quello sui villaggi di Dar Saber e di al-Akma, nell’area di Taiz, in cui hanno perso la vita 19 persone. Gli attacchi risalgono ai mesi di giugno e luglio scorsi. Dibattuti anche i violenti scontri via terra, tra houthi e lealisti, a Aden, Lahj, Al-Dhale’ e Taiz, per cui hanno perso la vita decine di bambini.

L’intensificarsi del conflitto negli ultimi mesi ha devastato Aden. Distrutti vite e mezzi di sussistenza della città portuale e della maggior parte dei suoi abitanti. Si scappa per cercare sicurezza, ma sono pericolosi perfino i posti di blocco militari. La mancanza di acqua ed elettricità, così come la paura di bombardamenti, hanno costretto i residenti dei quartieri sotto il controllo Houthi, di Crater, Khor Maksar e Ma’allah a Aden, a lasciare le proprie case.

Le milizie Houthi e i gruppi filo-governativi hanno regolarmente lanciato attacchi in quartieri residenziali densamente popolati, in prossimità di abitazioni, scuole e ospedali. Lasciate senza acqua ed elettricità infrastrutture civili. Ostacolata la consegna di aiuti umanitari. Almeno 160 strutture sanitarie sono state chiuse in tutto il territorio yemenita.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di una situazione sanitaria particolarmente critica a Aden. Si è osservato un aumento del numero di casi sospetti di malaria e febbre dengue. 850.000 bambini malnutriti. Molte persone non hanno accesso diretto a cibo, carburante, assistenza medica e acqua potabile.

Fino ad oggi, l’OMS ha distribuito più di 175 tonnellate di medicinali e forniture mediche e più di 500.000 litri di carburante per permettere un’attività minima nei principali ospedali, laboratori analisi e centri dialisi in 13 governatorati, raggiungendo un totale di quasi cinque milioni di persone, tra cui 700.000 sfollati interni e 140.000 bambini al di sotto dei cinque anni. Nena News

Nena News Agency “In Yemen si muore nel silenzio” di Federica Iezzi

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