REPORTAGE. Unica assicurazione, il clan. Così abbiamo aiutato i somali a casa loro

Il Manifesto – 28 agosto 2019

28est3-mogadiscio-8

di Federica Iezzi

Mogadiscio – La storia moderna della Somalia è un turbine di indipendenza, prosperità e democrazia negli anni ’60 e di dittatura militare dagli anni ’70, seguita da un disperato declino, regolato da una sanguinosa guerra civile e dal conseguente caos politico. L’effetto immediato della guerra è stato quello di disperdere il popolo somalo nei campi profughi e nei Paesi limitrofi.

Etichettata spesso in passato come la “Svizzera d’Africa”, la Somalia ha goduto di quasi un decennio di democrazia, grazie all’operato impeccabile del primo presidente popolarmente eletto, Adam Abdullah Osman. Dopo l’assassinio di Aden Adde e il governo dei sei giorni di Mukhtar Mohamed Hussein, esplode il colpo di stato militare guidato dal generale Mohammed Siad Barre, che ha messo fine definitivamente al periodo di governo democratico. Il regime dittatoriale di Barre creò efficacemente la Somalia moderna, costruì uno degli eserciti più forti dell’Africa e migliorò in maniera massiccia l’alfabetizzazione della popolazione. Appoggiato alternativamente da Stati uniti e Unione sovietica, ha sospeso la costituzione, bandito i partiti politici, arrestato politici e frenato la libertà di stampa.
A partire dagli anni della guerra dell’Ogaden, in Etiopia, la sua presa sul potere si indeboliva gradatamente. Uno dei risultati del suo fallimento fu l’autoproclamazione della regione settentrionale del Somaliland, che ancora oggi mantiene il suo separatismo, ma non ha quasi alcun riconoscimento internazionale.

E l’altro risultato duraturo fu la guerra civile, con fazioni in contrapposizione violenta, frequenti interventi sul territorio da parte di potenze straniere, gravi danni alle infrastrutture e all’economia dell’intero territorio.

Facente parte di una più ampia costellazione di attori internazionali che hanno invano cercato di stabilizzare il Paese per anni, l’Italia è stata in prima linea nelle vorticose e disastrose missioni di peace-enforcement in terra somala.

Né la famosa operazione Restore Hope né la successiva UNOSOM II, hanno svolto il ruolo guida nel rispondere al problema fondamentale della Somalia. Una crisi politica caratterizzata da disaccordi sulle strutture di governance, mancanza di riconciliazione e nutriti conflitti armati. Il tutto inoltre accompagnato dallo spettro di 500.000 somali morti per fame solo nell’autunno del 1992.
L’Italia, dopo quasi mezzo secolo di colonizzazione, ha sempre spinto per ricoprire un ruolo nel Corno d’Africa pur persistendo nella sua linea di politica estera di non prendere una posizione chiara in nessuna delle dispute.

Un’ondata di aiuti da parte delle Nazioni Unite, a partire dagli anni ’90 ha portato all’implacabile crollo dell’agricoltura somala e ha ridotto di fatto i contadini alla povertà. Con il profondo collasso del governo, la popolazione somala è tornata ad appoggiarsi alle proprie tribù, clan e sottoclan, per riempire il vuoto, come lungimirante forma di assicurazione.

L’insicurezza, la mancanza di protezione e garanzie da parte dello Stato e le ricorrenti crisi umanitarie oggi hanno un impatto devastante sui civili somali. Il numero di sfollati interni raggiunge i 2,7 milioni, molti dei quali senza alcuna assistenza e a grave rischio di abusi, soprattutto confinati nelle conflittuali regioni meridionali. Mentre le autorità federali e regionali hanno compiuto alcuni progressi nel chiarire ruoli e responsabilità nei settori della sicurezza e della giustizia, le lotte politiche e le tensioni interne, sono ferme in Parlamento.
Secondo i dati delle Nazioni Unite le forze di sicurezza continuano a usare violenza contro i civili durante le lotte interne, per il controllo dei posti di blocco, per le operazioni di disarmo, in particolare nella regione di Benadir, con la sua capitale Mogadiscio, e nella regione del Basso Scebeli.

Le agenzie di intelligence a livello federale, nelle regioni settentrionali, continuano arbitrariamente ad arrestare e detenere civili per periodi prolungati, senza accuse né accesso a consulenti legali o familiari. I tribunali militari reiterano procedimenti che sono molto lontani dagli standard internazionali del processo equo. Il governo non ha ancora compiuto progressi tangibili nella gestione delle forze di sicurezza abusive, in particolare in merito all’agenzia dei servizi segreti.

Le rinnovate tensioni tra le regioni autonome settentrionali del Somaliland e del Puntland, nelle contestate storiche terre di confine di Sool, hanno provocato lo spostamento di almeno 12.500 civili.

Gli stessi civili hanno subito attacchi indiscriminati durante la violenza tra clan, in particolare nelle aree di Sanaag, Galgudud e Hiraan.

Le Nazioni unite hanno evidenziato la mancanza di trasparenza riguardo le indagini e i procedimenti giudiziari della missione internazionale di peacekeeping AMISOM e hanno espresso profonda preoccupazione per la mancanza di sforzi formali, per proteggere le vittime e i testimoni delle rappresaglie.

Gravi abusi, reclutamento forzato, esecuzioni arbitrarie, spionaggio, minacce sono il terreno fertile in cui si muove il gruppo al-Shabaab. I feroci attacchi del movimento di matrice sunnita contro civili e infrastrutture, usando ordigni esplosivi improvvisati, attentati suicidi e bombardamenti, in particolare nelle regioni meridionali somale, si sono ormai trasformati in regola.

Al-Shabaab continua a vietare alla maggior parte delle organizzazioni non governative e tutte le agenzie delle Nazioni unite di lavorare nelle aree sotto il proprio controllo.

Sono passati più di nove anni da quando il Kenyan Defence Force (KDF) ha dato il via all’operazione ‘Protect the Country’ (in swahili ‘Linda Nchi’) sul confine somalo, contro gli attacchi seriati di al-Shabaab. Non ci è voluto molto perché il coinvolgimento unilaterale del Kenya fosse assorbito, e retrospettivamente legittimato, dalla missione AMISOM. Ciò ha conferito al KDF un mandato più definito: sradicare al-Shabaab e sostenere il Governo Federale della Somalia, internazionalmente riconosciuto con sede a Mogadiscio.

Con quartier generale di fatto nella città di Kismayo, le Forze di Difesa del Kenya, piuttosto che sostenere la lotta contro al-Shabaab, sono in realtà impegnate in pratiche commerciali corrotte con l’amministrazione semi-autonoma dello Jubaland e gli estremisti stessi.
Navi cariche di zucchero non raffinato entrano nel porto di Kismayo e le lasciano con un carico di carbone: pratica ormai salda e ben collaudata. Il KDF riscuote una tassa di due dollari su ogni sacchetto di zucchero, mentre al-Shabaab rastrella circa 1000 dollari per ogni camion che lascia il porto. Ognuno dei camion, inoltre, viene tassato di nuovo attraverso la Somalia dall’amministrazione dello Jubaland, e poi di nuovo da altri elementi KDF, quando attraversa il confine con il Kenya. Per il carbone, lo stesso processo lavora al contrario.
Dunque l’intervento del Kenya in Somalia è diventato un perfetto esempio dell’intersezione tra crimine organizzato e politica, con costi di gestione coperti dai donatori internazionali che finanziano AMISOM.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, più di due milioni di somali vivono di spostamenti interni prolungati, affrontando gravi abusi, tra cui uccisioni indiscriminate, sfratti forzati, violenza sessuale e accesso limitato ai servizi di base.

Secondo le agenzie umanitarie, oltre 204.000 persone sono state allontanate dalle proprie case con la forza nei primi mesi del 2019, anche dalle forze governative, principalmente nelle regioni meridionali di Benadir e Bai. Nella regione di Benadir le forze di sicurezza hanno demolito dozzine di insediamenti informali, comprese le infrastrutture umanitarie, senza avvertimenti sufficienti e senza fornire ai residenti insediamenti alternativi, lasciando circa 30.000 persone senza casa.

Le agenzie umanitarie continuano oggi ad affrontare serie sfide nell’accedere alle popolazioni vulnerabili a causa dell’insicurezza, delle restrizioni imposte dalle parti in conflitto, dei checkpoint illegali e dell’estorsione.

Il Manifesto “REPORTAGE. Unica assicurazione, il clan. Così abbiamo aiutato i somali a casa loro” di Federica Iezzi

Annunci
Standard

L’orizzonte di tende visto da Mogadiscio

Il Manifesto – 28 agosto 2019

REPORTAGE. La capitale somala prova invano a risollevarsi. Senza riuscire a integrare nel suo tessuto urbano la più alta concentrazione di sfollati interni del mondo, frutto di un complesso intreccio di conflitti, insicurezza alimentare e violazioni dei diritti umani

cof

di Federica Iezzi

Mogadiscio – In alcuni punti, Mogadiscio, da anni ormai sinonimo di anarchia, terrorismo e guerra urbana, è indistinguibile da molte altre città dei Paesi in via di sviluppo. Lungo la centralissima Jidka Warshaddaha, strada in prima linea della spietata guerra civile agli inizi degli anni ’90, nuovi negozi e marciapiedi hanno trasformato i pochi edifici spogli, cimeli di un duro conflitto, in arrangiate attività commerciali. Luci al neon dai colori dell’arcobaleno rimangono accese fino a notte fonda, in vuoti negozi con cianfrusaglie cinesi rigorosamente di plastica.

NELL’EX QUARTIERE governativo, le imponenti ambasciate e gli edifici del ministero, con i proiettili ancora indovati nei muri, sono ancora cinti con sacchi di sabbia. Sul lungomare, dove la distruzione è quasi totale, ora sbucano marciapiedi pavimentati che fiancheggiano le strade. È vero senza un unico edificio abitabile e con tralicci dalle decine di cavi pendenti. Qualche anno fa in piena lotta tra le milizie di al-Shabaab e i soldati della scellerata missione Amisom, una visita sul lungomare sarebbe stata fuori discussione. Anche nella sua forma più polverizzata, Mogadiscio accenna al suo potenziale recupero.

L’improvvisato progresso della capitale, si dissolve una volta raggiunti i siti non ufficiali dove stanziano quelli che le Nazioni unite qualificano come Internally Displaced People. Il fenomeno del dislocamento interno in Somalia è stato esacerbato negli ultimi anni da complesse interconnessioni tra conflitti, soprusi, insicurezza alimentare e violazioni dei diritti umani. Dei 2,7 milioni di sfollati interni, almeno la metà sono stati costretti a spostamenti a partire dalla fine del 2016. E nella maggior parte dei casi i movimenti sono avvenuti da zone rurali a siti informali urbani e peri-urbani, con al seguito condizioni non dignitose, sfratti illeciti, ambienti sovraffollati con accesso limitato ai servizi di base, violenza di genere, lavoro minorile.

EMARGINATI E DISCRIMINATI, in particolare se appartengono a una minoranza o se vengono separati dalla protezione dei propri clan, gli sfollati interni sono spesso nel mirino dei soprusi. Nel 2018 sono stati registrati circa 550.000 nuovi spostamenti dalle regioni meridionali del Paese, Galgudud, Basso e Medio Scebeli: i valori più alti nell’ultimo decennio. I più alti livelli di povertà in Somalia, si mostrano in questi insediamenti. In condizioni di quasi carestia, la gente continua ad essere dipendente da assistenza e protezione umanitaria, compreso il semplice accesso a cibo, acqua, servizi igienici, servizi sanitari, alloggio e istruzione.

Già nel 2010, Mogadiscio ospitava la più grande concentrazione di sfollati interni sul pianeta, una città all’interno di una città di 400.000 rifugiati che vivevano in un’espansione spontanea di tende costruite di stracci, nella periferia devastata del centro urbano.

Mogadiscio ha un orizzonte piena di tende, una cornice di legno. È una metropoli tesa che si estende per chilometri in ogni direzione. Sorgono tende su entrambi i lati delle alte pareti di scheletri di case o di case piegate su loro stesse, tende attorno a ex-ospedali sventrati e tende su entrambi i lati del viale imperiale, sito di parate militari e luogo fortemente voluto dall’ex dittatore Siad Barre. I bambini oggi giocano sui resti polverizzati della città e gli sfollati interni si stringono in quella poca ombra che fornisce. Mentre le tende la circondano da tutti i lati.

I CAMPI RAPPRESENTANO tutt’oggi una sfida unica per il governo della Repubblica federale somala. Nel tentativo di disconnetterli dal tessuto urbano di Mogadiscio, ancora in fase di recupero, il governo municipale ha articolato piani per spostare gli sfollati interni in una nuova posizione più gestibile, lontana dal centro della città.

Il campo profughi di Badbaado fondato dal Governo Federale di Transizione somalo nel lontano 2011, progettato per poco più di 7000 posti, oggi accoglie più di 30.000 sfollati interni. È un ammasso confuso di tende, divenute le case del popolo degli invisibili, con i loro stracci, le loro lacerazioni, il loro tracoma. A Mogadiscio è difficile dire esattamente dove finisce un campo e dove ne inizia un altro. Il confine tra sfollati e gente del posto dentro e intorno a questi campi è sfocato. E i campi periferici, come quello di Badbaado sono considerati zone vietate in qualsiasi momento della giornata.

Il settore della sicurezza nei siti spontanei è in gran parte costituito da milizie di clan sottopagate che hanno un’alleanza spesso temporanea con il governo. Il sistema è una sorta di feudo personale.

La distribuzione di cibo all’interno del campo si è arrestata ormai da anni. Molti sfollati oggi lavorano a giornata nel tentacolare suq di Bakaara a Mogadiscio in un caldo asfissiante. Come Ibrahim, 29 anni: «I miei genitori mi hanno trascinato fuori dalla nostra casa quando avevo 8 anni. La maggior parte della mia vita l’ho trascorsa in un campo profughi. Non ho più visto la mia casa, non so se è ancora in piedi, se ci abita qualcuno dentro. Non so nemmeno se la riconoscerei». L’atto stesso di selezionare chi è più “vulnerabile” incoraggia i rifugiati a rimanere vulnerabili.

LA MAGGIOR PARTE DEI PASTI presume farina di mais o grano. L’acqua, che viene trasportata su camion, è spesso severamente razionata, a causa della siccità ormai trentennale che affligge il Paese. Poiché la legna da ardere è estremamente scarsa, l’ebollizione dell’acqua viene spesso trascurata, con conseguente diffusione di infezioni gastrointestinali.

Cosa significherebbe integrare sfollati interni in un’area fragile come Mogadiscio? La tradizionale economia nomade della Somalia, basata sul bestiame, sta subendo cambiamenti traumatici e drastici a causa dei sempre più pesanti periodi di siccità.

Il governo guidato dal presidente Mohamed Abdullahi «Farmajo» dovrebbe percepire gli sfollati interni di Mogadiscio come migranti permanenti, piuttosto che come temporaneamente sfollati, e far fronte ai grandi cambiamenti economici e sociali riflessi nella rapida urbanizzazione. Il raggiungimento di soluzioni durature e stabili richiederà approcci solidi, strategici e collettivi, indipendentemente dal fatto che gli sfollati interni scelgano di tornare nei luoghi di nascita, integrarsi localmente o stabilirsi altrove.

Spesso la vita nei nuovi insediamenti per quanto dura, risulta migliore rispetto al rientro nelle aree di origine, covo di rappresaglie, fortemente carenti in servizi sociali e opportunità di sostentamento.

Il Manifesto “L’orizzonte di tende visto da Mogadiscio” di Federica Iezzi

Standard