SIRIA. Cos’è l’ISIS per la gente comune

Nena News Agency – 29 settembre 2014

Nelle strade delle province siriane di al-Raqqa e Deir Ezzor, territori di dominio indiscusso dell’ISIS, parla la gente. Ha paura di uscire, paura di pregare. Paura di non essere parte del gruppo jihadista 

ISIS-fighters-in-Syria

di Federica Iezzi

Aleppo, 29 settembre 2014, Nena News – Pick-up in fila indiana come convogli, uomini con sciarpe nere aggrovigliate attorno ai magri volti. Kalashnikov in bella vista, puntati verso l’alto. Dietro di loro la bandiera nera dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria vola spietatamente insieme al vento. Ormai si contano tra i 20.000 e i 31.500 combattenti nel gruppo jihadista guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, lontana costola dell’al-Qaeda di Osama Bin Laden.

Gli estremisti sunniti dell’ISIS hanno il dominio di circa un quarto del territorio iracheno. E controllano approssimativamente un terzo della Siria. La roccaforte siriana dell’ISIS è al-Raqqa. Deir Ezzor è soffocata completamente, fatta eccezione per la base aerea militare. I militanti jihadisti regnano su alcuni quartieri nelle città di al-Joura, al-Ummal e al-Hamidiya, su vaste aree nel governatorato di al-Hasakah, tra cui Ash-Shdadi e al-Houl Markda, su molti villaggi nel nord-est di Aleppo, vicino al confine turco, come al-Bab, Akhtarien, al-Mashoudiya, al-Aziziya, Doybaq, al-Ghouz, Turkman Bareh e al-Rahie.

A Mosul, nell’Iraq del nord, la gente nelle strade sa che la maggior parte dei membri dell’ISIS è irachena. L’organizzazione terroristica ha trovato inizialmente terreno fertile nella comunità sunnita locale, scontenta per l’operato del governo a trazione sciita di Nouri al Maliki, ma è stata subito frenata dal nuovo esecutivo di Haider Al-Abadi.  L’ISIS, invece, ha trovato rifugio sicuro in Siria, strozzata da più di tre anni di guerra civile e dalla politica fortemente instabile di Bashar al-Assad.

L’ISIS non è islam. E’ questo che in terra siriana la gente urla. L’ISIS come conseguenza della guerra in Iraq del 2003 e del governo siriano di al-Assad; l’ISIS come gruppo di crudeli terroristi, ma meglio rispetto all’ateismo; l’ISIS come nemico dei musulmani; l’ISIS come kalashnikov, fucili d’assalto, mitragliatrici, obici e mortai, cannoni antiaerei e razzi anticarro, veicoli blindati, carri armati e centinaia di Humvee. Ma il pensiero comune, in terra siriana, è che la forza dei militanti islamici risiede nell’intensa lealtà all’interno dell’organizzazione.

In Siria il gruppo jihadista si scontra con più di 100.000 miliziani del fronte Jabhat al-Nusra, del Fronte Islamico e degli altri movimenti islamici. A opporsi, i ribelli dell’Esercito Siriano Libero e i 50.000 combattenti dell’YPG, Unità di Protezione Popolare curda. In Iraq sono i peshmerga ad affrontare sul campo i jihadisti.

Il muezzin annuncia la preghiera del venerdì, ma le moschee non sono piene. La gente ha paura di camminare per strada, così si accontenta di pregare tra le mura di casa, dove solo Allah può arrivare. Alla domanda “chi sono i combattenti dell’ISIS” risponde con sure del Corano o con brani tratti dai discorsi del profeta Muhammad “leggono il Corano ma non lo capiscono”.

Le donne hanno paura di non coprirsi abbastanza per la shari’a professata dall’ISIS. “Essere bambine è pericoloso” è questo l’assillo della gente, è questa l’inquietudine di ogni madre. I comandanti portano via le giovani vergini per darle come premio ai combattenti più valorosi. E tra le giovani, ci sono bambine che fino al giorno prima giocavano con le bambole nel cortile di casa. In sottofondo il pianto inconsolabile dei bambini, che si accompagna al pianto degli adulti. Fa male. Ogni donna ha perso qualsiasi briciolo di libertà. Le donne possono uscire se accompagnate da un muhram, dal padre, dal fratello, dal marito o da un parente uomo. C’è un coprifuoco. Si rientra a casa alle 7 di sera. Il buio, l’assenza di elettricità, la mancanza di protezione da parte dell’esercito governativo rende potenzialmente fatale ogni spostamento.

“Essere curdi, cristiani o sciiti è pericoloso. Non essere ISIS è pericoloso”. Mentre i siriani nelle province di Idlib e Homs manifestano contro gli Stati Uniti, i curdi siriani appoggiano la decisione di bombardare i territori controllati dai miliziani jihadisti. Quelle zone sono deserte, dicono. Le case sono depredate. Gli abitanti scappano quando sentono colpi di mortaio a poca distanza o quando l’YPG li avverte dell’arrivo delle truppe dell’ISIS. Gli abitanti che rimangono o sono fedeli al gruppo terrorista o sono civili sotto assedio.

E mentre continuano i bombardamenti delle forze americane sulle aree intorno ad al-Raqqa, Deir Ezzor, al-Hasakah, sul nord-est di Aleppo e sulle zone del confine iracheno, la morte di civili dipinge le giornate. Nena News

Nena News Agency – 29 settembre 2014 – “SIRIA. Cos’è l’ISIS per la gente comune” di Federica Iezzi

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Grida il nome di Allah

Cortile interno della moschea di Abu Fazal a Kabul

Cortile interno della moschea di Abu Fazal a Kabul

 

LiberArt – 20 aprile 2014

 

Kabul (Afghanistan) Era il 6 dicembre di poco più di due anni fa. Nella rigida Kabul come per gli sciiti di Iraq, di Iran e Yemen era la festa dell’Ashura.
L’Ashura commemora la battaglia di Karbala in Iraq e il martirio dell’Imam sciita al-Husayn ibn Ali, con un periodo di digiuno di due giorni, il 9 e il 10 del mese lunare di muharram, primo mese del calendario islamico.
Azem-Gul ha sette anni, ha una cardiopatia congenita. E’ stato operato appena nato in India, grazie ai risparmi di una vita della famiglia. Fa parte dell’esigua minoranza sciita afghana, storicamente prevaricata e tormentata dai sunniti talebani.
Con suo nonno ricordava la sofferenza e il sacrificio di al-Husayn ibn Ali, tramite preghiere, pianti, racconti e flagellazioni, nella moschea sciita che ospita la tomba dell’imam Abu Fazal Wali.
Il gesto violento eseguito in massa dell’autoflagellazione con spade e catene è il cuore vibrante della commemorazione dell’Ashura. E’ il simbolo del rimpianto che si ripete anno dopo anno, di non aver potuto aiutare al-Husayn ibn Ali e i suoi seguaci nella battaglia, in cui prese vita la separazione tra sciiti e sunniti.

Nelle prime ore di luce un prepotente fragore ha riempito l’aria sporca di Kabul. Quel giorno, la moschea sciita è stata l’obiettivo di un brutale attacco dei terroristi pakistani.
Un kamikaze si è fatto esplodere investendo i fedeli in processione. E non si è fatta differenza tra bambini, anziani, malati o sani.
Sconvolgenti le scene di dolore e disperazione mostrate da tutte le televisioni. Parole in arabo riempivano confusamente radio e giornali.
Si cercava il numero di morti, il numero di feriti, i nomi, i figli, le madri, i padri. Feriti a terra inermi con rivoli di sangue rosso vivo che coloravano i marciapiedi, brandelli di cadaveri sulle strade dove le auto continuavano quasi non curanti a calpestare.
I passanti che diventano soccorritori. I soccorritori che diventano vittime. Tutti aiutano tutti. Ognuno di loro lotta per la vita e, nella più rovinosa disperazione, trova il tempo per aiutare chi gli è accanto in quel momento, non importa se è sciita o sunnita, pashtun o hazara.
Nell’eco dell’esplosione grida di centinaia di bambini. Il risultato di alleanze, tradimenti e massacri. Tra quei bimbi c’è anche Azem-Gul.

Impotente il nonno, coperto di polvere, con schegge scure che gli feriscono profondamente le mani, con una miserabile e malferma corsa lo porta in braccio, dentro l’enorme ospedale pediatrico francese. Grida il nome di Allah. Lo grida inconsolabilmente, furiosamente.
Ma in quelle stanze non c’è Dio, ci sono solo poveri uomini che cercano di fare tutto quello in loro possesso, nel disastro più estremo, per strappare anche un bimbo in più da una morte sleale.
Il rumore del tritolo ha percosso rabbiosamente le orecchie di Azem-Gul, per giorni, mesi, anni. Ha ricevuto tutte le cure, ma l’anima è ormai malata.
Quelle schegge sulle mani di suo nonno non sono andate più via. Sono un segno di quel giorno maledetto. Quelle cicatrici di Azem-Gul oggi sono ancora lì. Sotto alla cicatrice una voragine.

 

LiberArt “Grida il nome di Allah” – di Federica Iezzi

 

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La tempestosa danza dei dervishi

Tariqa

Tariqa

 

Khartoum (Sudan) Le case sono in roccia corallina e fango, le strade in terra battuta percorse da uomini e donne con le tradizionali jellabiya, lunghe tuniche bianche che coprono anche i piedi.
E’ proprio a Khartoum che il Nilo Bianco si fonde con il Nilo Azzurro dando vita al fiume Nilo solcato dalle doa, tipiche imbarcazioni arabe a vela triangolare.
Questo paesaggio ospita ogni venerdì, un’ora prima del tramonto, attorno alle grandi moschee cittadine, mentre l’Imam si prepara alla recita della ṣalāt al-maghrib, le danze rituali dei darwīsh.

Gli enormi spazi davanti alle moschee si riempiono di bancarelle che esibiscono: spezie, tè aromatizzato al cardamomo, ciambelle e fritti.
I dervishi sono asceti che vivono in mistica povertà in confraternite islamiche (turuq) che, per il loro cammino di salvezza, sono chiamati a distaccarsi dalle passioni mondane e dai beni e dalle lusinghe del mondo.
Le Confraternite islamiche (arabo: ﻃﺮﻴﻘـة, ṭarīqa, pl. ṭuruq) sono un tardo fenomeno del sufismo che sotto la guida di un Maestro, imparavano a percorrere la Via mistica per giungere ad una diretta conoscenza di Dio.
La cerimonia inizia con l’espressione di parole di graditudine verso il profeta Mohammed.
Dopo un lungo periodo di meditazione, i dervishi si alzano, si muovono lentamente lungo un immaginario cerchio.
I loro occhi guardano senza vedere. Incenso e fumo riempiono l’aria.
Continua con la dhikr, invocazioni ritmate ad Allah, prosegue con una celere roteazione dei corpi, che sembrano disegnare un grosso cerchio nella sabbia trasportata dal vento del Sahara.
Musica di tamburi e canti religiosi ossessionanti, danze vorticose, profumo penetrante di incenso: tutto il corpo ne viene coinvolto per cercare di raggiungere l’estasi mistica.

Ecco allora manifestarsi un tipico rituale con vesti verdi e rosse, con perle intorno al collo, con la testa reclinata sulla spalla, con gli occhi socchiusi, con l’energica rotazione su se stessi, accompagnate da vertigini mistiche.
Nel mondo islamico, il movimento ripetitivo, la rotazione dal centro verso l’esterno rivestono la completa armonia con il movimento cosmico.
Il rito continua con la condivisione del cibo e si trasforma in evento sociale e comunitario.
Al termine della cerimonia, poco prima del tramonto, i danzatori, spossati dal volteggiare, passeggiano intorno alla platea con in mano incenso fumante, delineando una sorta di benedizione ai fedeli.

 

LiberArt “La tempestosa danza dei dervishi” – di Federica Iezzi

 

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