REPORTAGE. Aleppo si aggrappa alla vita

Nena News Agency – 05 febbraio 2015

Mentre continuano gli scontri tra le forze governative e i qaedisti del Fronte al-Nusra, nei quartieri occidentali di Aleppo si vede la vita scorrere in tutte le sue forme disordinate, a volte interrotte e frantumate dai combattimenti. Gli abitanti non si arrendono alla guerra

 

Aleppo (Syria) - Destroyed Umayyad mosque

Aleppo (Syria) – Destroyed Umayyad mosque

di Federica Iezzi

Aleppo, 05 febbraio 2015, Nena News – Da quando infuriano di nuovo i combattimenti, famiglie intere sono state costrette a fuggire dalle loro case. Alcuni vivono in sorte di campeggi, altri nelle rovine di vecchi condomini. Gli edifici non hanno mura, come le case delle bambole vecchio stile. Dai soffitti di cemento grezzo, la pioggia si infiltra e si raccoglie in pozzanghere scure sui pavimenti di calcestruzzo. Nessun servizio igienico. Nessuna protezione se non teli di plastica forniti dalle Nazioni Unite. Si stima che siano 1,78 milioni gli sfollati di Aleppo. Il governatorato locale è dal luglio del 2012, un campo di battaglia chiave schiacciato tra i militanti dello Stato Islamico, l’esercito governativo e i ribelli cosiddetti “moderati” finanziati e appoggiati dagli Stati Uniti, da altri paesi occidentali e dalle monarchie arabe.

I qaedisti del Fronte al-Nusra, controllano aree sul lato nord-occidentale della città. L’ultimo, in ordine di tempo, ad essere strappato dalle mani del governo siriano il quartiere di al-Ashrafieh, ad ovest della città. L’esercito governativo controlla solo un terzo dei quartieri di Aleppo. La parte orientale della città è invece contesa tra ISIS e l’Esercito Siriano Libero, la milizia dell’opposizione. Le forze militari agli ordini del presidente Assad cominciano a chiudere le tangenziali a nord di Aleppo e gli abitanti temono di subire la stessa sorte di Homs se jihadisti e qaedisti non lasceranno la città. Si annuncia un assedio che potrebbe durare mesi, con pochi aiuti umanitari. Senza ingressi e senza uscite.

I combattimenti avvenuti intorno alla città di Hama hanno danneggiato le linee elettriche che rifornivano anche Aleppo. Si studia perciò alla luce delle candele e si lotta quotidianamente con i tagli dell’elettricità. E si convive anche con la scarsità di acqua. Le pompe idrauliche non funzionano più. Gli abitanti di quella che era la città più prospera della Siria, sono ridotti a raccogliere acqua dai pozzi e trasportarla in taniche.

Non c’è il latte. Non c’è gas. Non c’è lo zucchero.

Nel centro storico di Aleppo e nel souq della cittadella del tredicesimo secolo, costellati da due anni di bombardamenti, il silenzio è interrotto da disordinati spari, tra le barriere di sabbia e detriti, erette per bloccare i ribelli. Le granate non fanno distinzione tra combattenti e civili, uomini e donne, vecchi e bambini. E proprio i bambini di Aleppo hanno imparato subito la lezione: non si toccano le schegge delle bombe dopo l’esplosione. Bruciano le dita. La gente racconta che i raid aerei distruggono solo i primi quattro o cinque piani degli edifici, quindi le migliori possibilità di sopravvivenza, sono nei piani nei quali la luce non arriva.

Non c’è più nessun popolo. Non ci sono gatti né insetti. Niente.

Come succedeva nella Sarajevo negli anni ’90, oggi nelle strade all’ingresso di Aleppo si leggono cartelli scritti a mano con lettere arabe, che indicano la presenza dei qannas, i tiratori scelti delle parti in lotta. Uccidono indiscriminatamente.

Le cupole dell’antica moschea di Umayyad, terreno di battaglia fino allo scorso luglio, sono coperte da segni di razzi. Poco è rimasto dei preziosi archi, una volta case e negozi dei piccoli produttori tessili. I viali deserti della “capitale del Nord”, così è soprannominata Aleppo, sono disseminati di detriti, frammenti di bombe e proiettili, vetri rotti, edifici distrutti, finestre in frantumi, polvere e pezzi di metallo arrugginito. Ai lati delle strade si vende gasolio da riscaldamento e gas: combustibili di bassa qualità che raggiungono Aleppo dal mercato nero iracheno. E su ogni grosso incrocio, venditori ambulanti offrono generatori ben etichettati, provenienti dalla Cina. Sono gli unici affari che vanno bene perchè scarseggia l’elettricità. Nei viottoli, in parte bruciati e distrutti, del vecchio bazar di Aleppo si trovano ancora carne, verdure e pane. Le donne un tempo erano la vita dei mercati di questa città nota a tutto il mondo, oggi sono coperte dalla testa ai piedi nell’hijab e molte tengono nascosto l’intero viso sotto il niqab

L’odore di plastica bruciata rimane perennemente nella gola e il fumo sale all’infinito sopra Aleppo. I bambini frugano nelle montagne di spazzatura, per cercare materiale riciclabile. Sui marciapiedi della città anziani uomini, con kefiah dai mille colori, vendono legna da ardere.

Nel quartiere cristiano di Suleiman al-Halaby, quattro bambini su cinque non vanno più a scuola. Bombardamenti, fuoco di artiglieria e cecchini sembrano essere diventati comuni. Le famiglie devono educare i figli e portare a casa il cibo da mangiare. Fanno del loro meglio per sopravvivere in mezzo a questo conflitto, a caos e povertà. Alcuni abitanti di Aleppo ci dicono: “All’inizio di questa guerra c’era ingiustizia. Ora si è aggiunta l’umiliazione”. Nena News

Nena News Agency “REPORTAGE. Aleppo si aggrappa alla vita” – di Federica Iezzi

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Medio Oriente. Il Natale lontano

Nena News Agency – 26 dicembre 2014

Il Medio Oriente si prepara a vivere un nuovo Natale di  paura e sangue tra assedio israeliano, Stato Islamico e continui scontri tra i gruppi ribelli e il regime siriano 

A Kurdish refugee child from the Syrian town of Kobani walks in the rain in a camp in the southeastern town of Suruc

di Federica Iezzi

Erbil (Iraq), 26 dicembre 2014, Nena News – Nel quartiere cristiano di Ainkawa a Erbil, il Natale è segnato dalle tende  di plastica blu e bianche delle Nazioni Unite. Ormai sono le uniche case delle migliaia di famiglie di caldei cattolici che, per generazioni, hanno abitato questo lembo di Iraq. Prima dell’invasione degli Stati Uniti nel 2003, inizio di un conflitto settario che, feroce, continua ancora oggi, nelle montagne irachene viveva un milione di cristiani. Oggi  ne rimangono appena 250.000.

La comunità cristiana di Baghdad è stata totalmente annientata e la maggior parte dei cristiani scampati agli abusi, ai rapimenti e alle violenze, si è rifugiata nel nord dell’Iraq, a Mosul, e nella regione di Nineveh, nei villaggi di Quaraqosh, al-Qosh e Telkeff. E qui ha inizio una nuova lotta impari con i jihadisti dello Stato Islamico. I cristiani del quartiere di Karakus, a Mosul, hanno lasciato l’Iraq con i soli vestiti che avevano indosso.

La persecuzione delle minoranze religiose è stata il tratto distintivo dei combattenti dell’ISIS, che continuano l’avanzata senza sosta sui 100 mila chilometri quadrati da Aleppo, a nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq. Distrutte, incendiate e saccheggiate tutte le chiese. Parlare di Natale e di cristianesimo è proibito. Solo 100.000 cristiani hanno trovato rifugio nel Kurdistan iracheno.

In Siria rapimenti, torture, uccisioni di massa e decapitazioni tormentano da più di tre anni le vite delle minoranze religiose. Almeno 200.000 cristiani sono fuggiti dal conflitto interno siriano e oggi come profughi occupano tende o rifugi governativi, nei paesi limitrofi. Chi è rimasto in terra siriana, dove in passato vivevano più di 2 milioni di cristiani, ha trovato un riparo ad al-Hasakah, a nordest.

I cristiani del quartiere di Hamidiyeh, nella città di Homs assediata per più di due anni, questo Natale sono tornati a decorare strade, porte e balconi distrutti. In Majla Square, gli anziani del quartiere hanno costruito un presepe di macerie. Nell’Aleppo senza acqua, elettricità e gas si è celebrata la tradizionale messa di mezzanotte. Semplici preghiere di pace nella cattedrale Mariamita di Damasco.

Con poche ore di elettricità al giorno, luci di Natale spente adornano la Striscia di Gaza. Gli attacchi dell’esercito israeliano restano come un’ombra nei giorni duri degli abitanti di Gaza. Quest’anno, almeno 500 cristiani della Striscia hanno ottenuto il permesso di entrare in Cisgiordania. Hanno attraversato Erez soltanto i palestinesi di età inferiore ai 16 anni e superiore ai 35, per passare la notte di Natale a Betlemme. Una magra consolazione per i circa 1500 cristiani che abitano Gaza e sono costretti a vivere sotto il pesante assedio di Israele dal 2006.

Nel cuore di Gaza City alcune vetrine sono addobbate con rami di pino. L’operazione Margine Protettivo, portata avanti per 50 giorni dal governo di Tel Aviv, che ha fatto crollare la Striscia quest’estate, ha ucciso centinaia di cristiani e distrutto le loro case. Le famiglie rimaste preparano un piccolo albero con candele rosse e verdi per i bambini. Nena News

Nena News Agency “Medio Oriente. Il Natale lontano” – di Federica Iezzi

 

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SIRIA. Nei campi profughi

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Nena News Agency – 11 ottobre 2014

Dalla Turchia in Siria. Migliaia di rifugiati siriani vivono sulle terre di confine, in centri collettivi senza riscaldamento, medicine, coperte, vestiti e scarpe. Schiacciati tra i bombardamenti aerei del governo di Bashar al-Assad, i colpi di mortaio dei ribelli islamici e i kalashnikov delle brigate dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. 

 

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di Federica Iezzi

Aleppo (Siria), 11 ottobre 2014, Nena News – A nord della Siria, a pochi chilometri da quell’Aleppo strappata ai jihadisti, dopo il lungo assedio durato oltre un anno, villaggi distrutti e strade semi deserte. Qui le bombe continuano a cadere, soprattutto nelle zone liberate, ora sotto il controllo dell’Esercito Siriano Libero, vigorosa coalizione contro il regime di Bashar al-Assad. Colpi di artiglieria e incursioni aeree dipingono i cieli caldi. Le strade corrono sui perimetri dei nuovi posti di blocco militari, che in media sono a 500 metri l’uno dall’altro. Stravolgono le città in labirinti di paure. Il traffico è scarso sulle vie di collegamento.

Nomi in arabo segnano i sovraffollati campi profughi siriani, al confine con la Turchia, che ospitano migliaia di anime, costrette a lasciare le proprie case per gli estenuanti scontri. Molti campi sono nati nei territori liberati dagli uomini dell’Esercito Siriano Libero. L’assedio è rotto dall’alba. Non ci sono regole, non c’è protezione, non c’è rispetto. Fumo nero marchia l’orizzonte. Macchie di carburante, crateri di esplosioni e aloni scuri di rottami bruciati feriscono la terra.

Oltre alla Siria, con i suoi 6,5 milioni di profughi interni, sono cinque i paesi coinvolti dalle conseguenze del conflitto: Libano, Giordania, Turchia, Iraq e Egitto. E il Libano è quello che oggi ospita almeno il 30% dei rifugiati in arrivo. La meta’ di loro e’ ammassata nei campi rifugiati governativi tra leishmaniosi e morbillo. Gli altri sono distribuiti e anonimamente disseminati in migliaia di piccoli, sconosciuti campi spontanei, non tracciati sulle cartine. Ci sono bambini scalzi che corrono tra macerie e fango. Non sono soldati di Assad, non sono ribelli, non sono nelle milizie qaediste, ma combattono ogni giorno per sopravvivere tra filo spinato e melma, razioni di cibo fredde e insipide, coperte logorate da dividersi in dieci.

Vivono nelle tende che si riempiono di acqua durante le improvvise e furiose piogge. Sentono i colpi di mortaio risuonare a pochi metri, incessantemente, senza sosta, tutte le notti. Il filo spinato sembra concedere una fallace protezione. Dall’altra parte delle rete, in fila con i cartoni e i sacchi sulle spalle, moltitudini di siriani che pregano perchè ci sia la guardia giusta che li faccia entrare. Fuori dal campo, in mezzo a bombe e macerie, uomini anziani fumano torpidamente il narghilè e la vita di tutti i giorni va avanti. Desolazione e malattie. Elettricità per un’ora e mezzo al giorno. Dopo il calare del sole, le strade restano al buio, nessuna luce, da nessuna parte. Dai rubinetti non sgorga più acqua, al massimo poche gocce erigono un sottile filo freddo e sterile. Non ci sono più nemmeno le latrine.

Fuori, nelle abitazioni senza muri, gli occhi percorrono le superfici impolverate di mobili, divani e letti. La gente corre alle finestre per sentire da dove provengono gli spari. All’ingresso di ogni campo profughi siriano guardie o ribelli stringono gelosamente in mano kalashnikov, lanciagranate, caricatori, munizioni e grappoli di bombe a mano. Appena un paio di chilometri più avanti da Aleppo comincia la terra di nessuno. Sventola la bandiera nera del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Un vessillo di morte. E’ lo Stato Islamico che comanda ora. Appare come una guarnigione misera e trascurata, sopra nuvole color rame cariche di pioggia. Nena News

Nena News Agency – 11 ottobre 2014 “SIRIA. Nei campi profughi” – di Federica Iezzi

“Nei campi profughi siriani” – Reportage e immagini di Federica Iezzi

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SIRIA. La battaglia per la conquista di Kobani

Nena News Agency – 20/09/2014

 

Da più di 48 ore nella zona di Kobani, a nord della Siria, si susseguono violenti scontri tra i combattenti curdi dell’YPG e i jihadisti dell’Isis. Si cerca di scongiurare un nuovo massacro, dopo quello degli yazidi, dei turcomanni e dei cristiani

Syrian refugee at turkish border

Syrian refugees at turkish border

di Federica Iezzi

Aleppo, 20 settembre 2014, Nena News – Iniziato l’assedio da parte dei combattenti dell’Isis di 24 villaggi curdi nell’area di Kobane (Ayn al-Arab), nel nord della Siria, vicino al confine con la Turchia. Gli attacchi nelle ultime 48 ore hanno coinvolto carri armati e artiglieria pesante, fucili d’assalto, kalashnikov e granate. Continuano i bombardamenti dell’Isis nei villaggi di Barkel e Qihida a sud di Kobane. Questa notte presi altri 3 villaggi nei pressi del fiume al-Forat, ad ovest di Kobane. Per ora nessuna informazione sul numero di vittime.

Il violento assalto ha spinto i civili ad abbandonare le proprie case nel timore di ritorsioni da parte dei jihadisti. Circa 3.000 rifugiati tra uomini, donne e bambini sono arrivati al confine turco nella notte. Hanno lasciato le loro case, nei villaggi circondati dalle forze dell’Isis, e hanno camminato per almeno 10 chilometri senza acqua né cibo. I più piccoli, avvolti in coperte di fortuna, sono arrivati in stato di disidratazione marcata.

Già dallo scorso mercoledì, aree ad ovest di Kobani, battevano la bandiera nera dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. L’Isis ha cercato di stabilire il controllo su una fascia di territorio vicino al confine con la Turchia, ha tentato l’espansione verso est, fuori dalle proprie roccaforti, nelle province di al-Raqqa e Der Ezzor, al confine con l’Iraq. L’intera area curda di Kobani, nella zona di Aleppo, è sempre stata  una spina nel fianco per i ribelli jihadisti, fonte di pesanti passati insuccessi. Oggi Kobani è una piccola tasca di terreno siriano, isolata dalle vaste aree di territorio controllato dall’Isis e dalle aree controllate dalle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad. E’ difficile da difendere.

I 50.000 combattenti siriani dell’YPG, Unità di Protezione Popolare, hanno richiesto al governo turco urgenti aiuti nella lotta contro l’Isis, nel nord della Siria. Il governo di Davotoglu ha assicurato aiuti ai rifugiati siriani curdi. In un conflitto che contrappone militanti curdi contro gli estremisti sunniti, armare il PKK e l’YPG rimane ancora un dilemma. 46 cittadini turchi sono ancora oggi in ostaggio in Iraq, nelle mani dell’ISIS.

I rapporti tra l’YPG e il governo siriano di al-Assad rimangono ambigui. Finora l’YPG non sarebbe stato supportato dalle forze di Damasco. Invece sembrano rafforzarsi i rapporti con i gruppi di insorti non islamici, nella provincia di Aleppo. Per più di un anno, combattenti dell’ISIS e milizie curde si sono affrontati in lotte feroci, in diverse zone del nord della Siria, dove le grandi popolazioni curde risiedono. Gli scontri sono solo un aspetto della più ampia guerra civile in Siria.

Intanto si ripetono massacri e rapimenti di donne nelle aree sequestrate di recente. I timori della comunità internazionale sono puntati sul rivivere le atrocità degli yazidi, nella regione di Sinjar, nel vicino Iraq, mentre in Siria proseguono gli scontri tra i ribelli siriani e l’ISIS a Dabeq, nel governatorato di Aleppo.

Bombardamenti dalle forze di al-Assad sui villaggi di Nahya Aqirbat, Hamada Omar, Kafar Zita, Demo e Tal al-Meleh, nella provincia di Hama, e sui vilaggi di al-Bab, Balat e al-Jaboul, vicino Aleppo, tutti controllati dall’Isis. Nena News

Nena News Agency – “SIRIA. La battaglia per la conquista di Kobani” – di Federica Iezzi

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SIRIA, il dramma dei milioni di feriti

Siria (17 giugno 2014) – Dopo il raid aereo sul campo rifugiati di al-Shajara, area di Daraa, al confine con la Giordania. 12 morti

Nena News Agency – 08 luglio 2014

 

Un milione e centomila è la stima dei feriti dovuti al conflitto siriano dal 2011. La mancanza di medicine, la carenza di personale medico e di strutture mediche rendono le cure incostanti e gravose

 

Douma (Siria) - Ramadan Kareem - by Abd Doumany

Douma (Siria) – Ramadan Kareem – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi

Aleppo (Siria), 8 luglio 2014, Nena News – Dagli ultimi report del Syrian Network for Human Rights, sono stati documentati un milione e centomila feriti dal marzo 2011, data di inizio del conflitto siriano. Il 45% sono bambini. 120.000 persone sono costrette a vivere con una disabilità permanente e con complicanze dovute all’amputazione di arti.

Il numero di morti è salito a 133.586, di cui 15.149 bambini. La maggior parte delle morti e dei ferimenti sono stati causati da ordigni esplosivi improvvisati e ordigni inesplosi. La terra siriana si è riempita di ordigni inesplosi, che hanno contribuito duramente ad uccidere e ferire chiunque ne entrasse in contatto. E spesso hanno marcato crudelmente il destino dei bambini. Alla costante ricerca di rottami da rivendere a poco prezzo, l’impercettibile movimento dell’ordigno ha atrocemente significato, per i bambini: amputazioni, cecità, sordità e mutilazioni eterne.

Il 50% dei colpi di arma da fuoco diretti, da fucili di precisione o da kalashnikov, dei colpi di mortai e autobombe, sono stati la causa di ferite a torace e addome di civili inermi.

Gravoso è il trattamento dei feriti nelle aree sotto assedio, per la mancanza di farmaci, di materiale chirurgico e di personale medico. Più di 1000 feriti sono i morti per mancanza di medicazioni adeguate e altre migliaia sono peggiorati per complicanze legate alle ferite principali. Ad Homs la situazione peggiore. 187.000 feriti, di cui la maggiorparte con disabilità totali o parziali. L’80% dei presidi medici è distrutto. Va meglio nelle aree del distretto di Homs al confine con il Libano, per la possibilità di reperire antibiotici e antidolorifici e per l’eventualità di varcare il confine.

A Damasco si contano almeno 194.000 feriti. Civili sorpresi nel mezzo di uno scambio a fuoco, bersagli degli attentati suicidi o semplicemente vittime di errori, per avere infranto i confini non codificati dalle nuove divisioni con le forze di opposizione. Disagevole il reperimento di medicinali a Eastern Ghouta, sotto assedio da 14 mesi. Il monopolio dei farmaci è in mano a Russia, Cina e Iran. A causa delle sanzioni occidentali contro il governo siriano, non si ricevono più medicine dalle grandi compagnie farmaceutiche.

Al Doma medical point di Ghouta, si ricevono ogni giorno circa 130 pazienti con ferite da arma da fuoco. Vengono eseguite circa 400 procedure di piccola chirurgia, per la rimozione di frammenti di ordigni, schegge di bossoli e materiale estraneo. La carenza di antibiotici e disinfettanti induce un’elevata percentuale di infezioni, che spesso ha come unica cura l’amputazione dell’arto. L’impossibilità di accesso a banche del sangue rende incurabili le gravi ferite e le pesanti emorragie interne, provocate da granate, da colpi di mortaio e da esplosioni. Anche la permanenza in terapia intensiva spesso aggrava le condizioni dei pazienti, per i sempre più frequenti blackout elettrici.

Nelle aree sotto assedio, un barile di diesel arriva a costare anche 2500 dollari. E’ necessario un barile di diesel al giorno, per permettere il funzionamento di attrezzature mediche e chirurgiche e per far fronte al numero di feriti in perenne crescita, in una popolazione di circa 12.500 persone.

La situazione nel governatorato di Idlib, ricalca quella a Homs e Aleppo. Ogni giorno 250 nuovi feriti. Il 5% delle ferite da arma da fuoco provoca morte. Il 20% determina amputazioni, paresi e disabilità permanenti. Il 30% dei feriti sono bambini.

Nella provincia di Daraa documentati 92.000 feriti. Gli ospedali funzionanti sono appena 8. Mancano staff medico e materiali sterili.L’ospedale di Al-Saqlabya di Hama, funzionante assieme ad altre 6 strutture, accoglie 1500 feriti al mese. 300 procedure chirurgiche. Almeno 78.000 feriti. A Der-Ezzor documentati 85.000 feriti. A Latakia 30.000. Ad Ar-Raqqah 14.000. Ad Al-Hasakah 11.000.

Gli attacchi ad Aleppo hanno ferito 183.000 persone e distrutto 127 ospedali e centri medici. Severi sanguinamenti, ustioni, fratture ossee e lacerazioni muscolari sono le maggiori lesioni. L’80% delle quali a bambini. Ogni giorno, in ognuno degli ambulatori dei quartieri di Aleppo si contano almeno 50 nuovi feriti.

Lesioni spinali e danni cerebrali ingravescenti vengono generalmente trattati con il trasferimento dei pazienti nella vicina Turchia. Più di 2300 pazienti siriani vengono ammessi negli ospedali turchi, ogni mese. 900-1100 negli ospedali giordani. 1500 negli ospedali libanesi. Le spese mediche sono totalmente a carico dei pazienti. Nena News

Nena News Agency “SIRIA, il dramma dei milioni di feriti” di Federica Iezzi

 

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SIRIA. Human Rights Watch: gruppi ribelli reclutano bambini

Nena News Agency – 26 giugno 2014

 

“Maybe we live and maybe we die” è l’ultimo report dell’organizzazione per i diritti umani. L’accusa è quella di assoldare minori di 14 anni nelle milizie che combattono per l’esercito governativo di Bashar al-Assad

 

Siria

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 26 giugno 2014, Nena News – La pratica di arruolare al jihad bambini e ragazzi, di età inferiore ai 14 anni, di trascinarli in prima linea con le armi in spalla, era già stata documentata da Human Rights Watch già nel novembre 2012, in brigate affiliate all’Esercito Siriano Libero nelle città di Daraa e Homs. Ora nell’ultimo rapporto dell’organizzazione  a tutela dei diritti umani, pubblicato il 23 giugno, si documenta come i gruppi jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, l’Esercito Siriano Libero, il Fronte Jabhat al-Nusra, i gruppi armati di Yekîneyên Parastina Gel e le forze di polizia curde di Asayish,  reclutino sistematicamente ragazzi sopra i 15 anni, addestrandoli all’uso delle armi. Anche i bambini sotto i 14 anni vengono impiegati in ruoli di supporto, come tenere posti di blocco, spiare, occuparsi dei feriti o portare munizioni al fronte. Daraa, Aleppo, Damasco e il governatorato di Idlib sono le aree maggiormente coinvolte. I ragazzini sono soprattutto reclutati dai campi profughi nella provincia di Idlib e nelle aree di Hasakeh sotto il controllo curdo, e dai campi rifugiati fuori dal territorio siriano, in quello di Zaatari in Giordania, in Turchia, Libano e Kurdistan iracheno.

Il numero esatto di “bambini soldato” coinvolto nel conflitto siriano non è noto. Il Violations Documenting Center siriano, dal settembre 2011, ha dimostrato la morte di 194 bambini, arruolati nelle forze di opposizione al governo siriano.

La popolazione civile è la vera vittima del sangue versato in Siria. I siriani inermi sono gli unici a subire le peggiori violenze dall’esercito di Assad e dalle fazioni armate a lui avverse, che vanno dall’Esercito Siriano Libero, vicino al governo di transizione, a Jabhat al-Nusra, gruppo affiliato ad al-Qaeda, e all’ISIS, la formazione di animo jihadista oggi più spietata e meglio organizzata. I 25 ragazzini intervistati da HRW raccontano di essere entrati nei gruppi ribelli per seguire amici o parenti, dopo aver subito torture o detenzioni dal regime di Assad. Alcuni ricevendo addirittura un compenso mensile fino a 100 dollari e forniture alimentari, tra cui, olio, prodotti in scatola e cereali.

La mancanza della vita scolastica è una delle motivazioni per cui i ragazzini si avvicinano agli oppositori di Assad. Proposte letture e insegnamenti. I bambini ricevono in più, dai seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi, lezioni sulla sharia’a, sulla cultura islamica e addestramento bellico, dalle tattiche militari all’uso delle armi. Dall’analisi dei più recenti dati dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), dell’UNDP (United Nations Development Programme) e del Syrian Centre for Policy Research, il 52% dei bambini in età scolare non può più frequentare le scuole, percentuale che in alcuni centri, come Al Raqqa e Aleppo raggiunge il 90%, in altri, come Damasco, sfiora il 70%. Alla fine del 2013, 4.000 scuole erano inagibili, distrutte, danneggiate gravemente o usate come rifugio per gli sfollati.

Secondo il II Protocollo Aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra e secondo lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, costringere ragazzi minori di 15 anni all’arruolamento è un crimine di guerra. Il governo siriano non ha mai ratificato il II Protocollo Aggiuntivo e mai aderito allo Statuto. Nel 2003 la Siria ha invece ratificato il Protocollo Opzionale, alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, che all’articolo 4 proibisce il reclutamento alle armi per i ragazzi di età inferiore ai 18 anni.

Nel marzo 2014, il report della Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta ONU sulla Siria parla di reclutamento di ragazzi di età inferiore ai 13 anni, anche da parte dell’esercito governativo siriano, usati nei checkpoint di Aleppo, Dara’a e Tartus. Nena News

 

Nena News Agency “SIRIA. Human Rights Watch: gruppi ribelli reclutano bambini” di Federica Iezzi

 

 

 

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SIRIA. Due ospedali su tre sono distrutti

Siria – Lo scorso 7 giugno, bombardamenti sull’ospedale di Bab al-Hawa, al confine con la Turchia

 

Nena News Agency – 23 giugno 2014

 

Nelle zone sotto bombardamento non vengono risparmiati nemmeno gli ospedali. Scarseggiano medici, trattamenti e sicurezza in tutte le strutture sanitarie della Siria

Idlib (Syria) - Bab al-Hawa hospital

Idlib (Syria) – Bab al-Hawa hospital

 

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 23 giugno 2014, Nena News – L’ultimo in ordine di tempo è l’ospedale di Bab al-Hawa, colpito da bombardamenti aerei il 7 giugno scorso. Questo sconosciuto ospedale non è finito sulle prime pagine dei media internazionali. Queste notizie passano inosservate. Sono diventate di routine. Eppure l’ospedale di Bab al-Hawa rappresenta uno dei centri medici di riferimento nel governatorato di Idlib e accoglie ogni mese fino a 2000 pazienti, che confluiscono anche da città come Aleppo, Homs e Hama, a oltre 200 chilometri di distanza.

E’ un ospedale in cui nonostante le bombe dell’aviazione di Damasco e i colpi di mortaio dei ribelli qaedisti, nonostante i tagli sempre più pesanti alla fornitura elettrica, 35 persone, fra medici, infermieri e staff, continuano il loro lavoro. La struttura medica, che ha notevolmente intensificato la sua attività dal gennaio del 2013, si trova vicino la frontiera di Bab al-Hawa, sul lato siriano di fronte alla città turca di confine di Reyhanli.

All’inizio, la maggior parte dei pazienti erano membri dell’Esercito Siriano Libero, i ribelli che da 39 mesi combattono il regime di Bashar al-Assad. Oggi sono i civili, sono gli sfollati, sono i bambini a insanguinare le barelle. I missili caduti dal cielo sull’area vicina al confine con la Turchia sono esplosi a distanza ravvicinata dall’ospedale, quanto basta per causare danni all’edificio e alle attrezzature. Tra i feriti risultano anche due bambini, che giocavano nel cortile dell’ospedale.

Secondo i recenti dati pubblicati dalle agenzie delle Nazioni Unite UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) e UNDP (United Nations Development Programme) e secondo il Syrian Centre for Policy Research, 61 dei 91 ospedali siriani sono stati gravemente danneggiati e quasi la metà, il 45%, sono fuori servizio.

La copertura dei programmi di vaccinazione è crollata al 68%. Le drammatiche e precarie condizioni di igiene nei campi profughi da as-Salama, nel governatorato di Aleppo, a Yarmouk, alla periferia di Damasco, fanno crescere i casi di leishmaniosi, poliomielite, morbillo, meningite, tifo e colera, tra i sempre più affollati angusti spazi. Circa  80 mila bambini sono affetti da polio. La leishmaniosi è passata da 3 mila a 100 mila casi. Sono già 7 mila i casi di morbillo.

Tre donne su quattro non sono assistite durante il parto. Per il timore di un travaglio sotto le zone assediate e sotto i pesanti bombardamenti quotidiani, è raddoppiato il numero di parti cesarei (passati dal 19 al 45 per cento, con picchi del 75 per cento nelle città sotto assedio), in pronto soccorso improvvisati, illuminati solo con qualche vecchia torcia. I neonati prematuri rischiano di scomparire nelle incubatrici per i frequenti blackout elettrici. Il problema collaterale è la mancanza di latte artificiale, spesso disperatamente sostituito da semplici soluzioni di acqua e zucchero.

Scarseggiano i farmaci salvavita e i pazienti con malattie croniche possono contare solo su un accesso limitato e carente alle strutture sanitarie, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel governatorato di al-Raqqa, dove risiedono 500 mila sfollati, il numero di pazienti diabetici ha raggiunto i 21 mila: nessuno di loro ha possibilità di ricevere una terapia farmacologica adeguata. Nel centro di emodialisi di al-Thanaa a Damasco, una seduta su tre è stata cancellata per la scarsità di scorte. A causa della mancanza di farmaci chemioterapici, i trattamenti ciclici per cancro sono sospesi: 70 mila bambini sono malati di cancro e 5 mila sono in dialisi.

Circa il 50 per cento dei medici è fuggito all’estero: queste le stime di Save the Children. Il resto del personale medico è stato ucciso o imprigionato. Ad Aleppo, più di 2 milioni di persone sono assistite da soli 36 medici. Physicians for Human Rights (PHR) ha documentato la morte di 468 professionisti sanitari in Siria. Oltre 100 operatori sanitari sono stati giustiziati o torturati dalle forze governative. Nei tre anni di conflitto armato, l’ONG ha dimostrato 150 attacchi mirati contro strutture mediche. Dallo scorso gennaio sono stati contati almeno 14 attacchi.

Nell’ultimo report del PHR dello scorso maggio è descritta minuziosamente la situazione sanitaria in Siria. Ad Aleppo sono funzionanti solo 4 ospedali. A Qaboon, quartiere a nord-est di Damasco, sono funzionanti 2 dei 18 servizi sanitari. A Jobar, alle porte di Damasco, il villaggio dei ribelli conosciuto dal mondo per gli attacchi chimici dello scorso anno, non ci sono ospedali funzionanti e 1.900 persone sono completamente senza assistenza medica. A Damasco sono funzionanti 3 ospedali pubblici. Dallo scorso aprile, i decessi dovuti alla difficoltà di ingresso a strutture mediche sono almeno 191. Nena News

Nena News Agency – “SIRIA. Due ospedali su tre sono distrutti” di Federica Iezzi

 

 

 

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SIRIA. Ad uccidere è anche la fame

Siria – Ad al-Rastan (Homs) manca il latte che è spesso disperatamente sostituito da soluzioni di acqua e zucchero

 

Nena News Agency – 14 giugno 2014

Secondo i dati ONU, almeno 250.000 siriani sono a rischio immediato di fame. I lunghi assedi, i bombardamenti indiscriminati dell’esercito governativo e dei miliziani islamici, l’obbligata assenza di aiuti umanitari, hanno come risultato quello di affamare disastrosamente la popolazione civile 

 

Douma (Siria) - by Abd Doumany

Douma (Siria) – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 14 giugno 2014, Nena News  – Secondo i recenti report dell’ONU, nella Siria in preda alla guerra civile ci sono almeno 250.000 persone che si trovano in zone difficilmente raggiungibili dall’assistenza umanitaria e che sono quindi a rischio fame. Quest’anno il World Food Programme, ha previsto di fornire assistenza alimentare a 6,5 milioni di siriani. 4 milioni di persone all’interno della Siria e 2,5 milioni di rifugiati nei paesi limitrofi: Libano, Giordania, Turchia, Iraq ed Egitto.

In terra siriana, nelle maggiori città e nei più isolati villaggi la situazione è sovrapponibile: gli scaffali dei negozi sono desolatamente vuoti. Dalle strade malridotte si vedono campi abbandonati alla noncuranza, si attraversano villaggi che sopravvivono a stento non potendo più contare sui raccolti agricoli. Troppo pericoloso seminare. Manca il gasolio, per permettere il funzionamento dei sistemi di irrigazione, specialmente nelle aree agricole di Idlib, Aleppo e Homs, le più coinvolte nel conflitto. I trattamenti e i concimi sono costosissimi e spesso introvabili.

Le zone orientali del Paese, lambite dalle acque dell’Eufrate, che consentivano la quasi totalità del sostentamento alimentare della popolazione siriana, sono oggi quelle più colpite dai bombardamenti. A questo si aggiunge la siccità che colpisce le colture nelle zone occidentali. Si vedono i primi segni di una ingente carestia.Alla scarsa produzione si sommano le imponenti difficoltà legate alla distribuzione del cibo. Percorrere le strade militarizzate della Siria, tra le centinaia di posti di blocco e attraversando le linee del fronte, è sempre più pericoloso.

Dai dati dell’Ufficio di Statistica Siriana, il costo di pane e cereali sono aumentati del 115%.

Secondo Human Rights Watch nelle campagne che circondano Damasco e Homs cresce la scarsità di cibo. Nelle zone tenute sotto assedio, 288 mila civili sopravvive mangiando olive, verdure di campo, erbe e radici. Quasi ogni giorno si hanno notizie di scontri a fuoco, attentati falliti e episodi di violenza. E poi si fa i conti con  la pratica dell’assedio e con quel che ne consegue: mancanza di cibo, di medicine, di generi di prima necessità.

Lo scorso febbraio il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2139, ha imposto al governo siriano e alle forze dell’opposizione di consentire l’accesso ai convogli umanitari nelle aree abitate dai civili. Nelle aree controllate dall’esercito regolare, le Agenzie delle Nazioni Unite operano con il consenso di Damasco, permesso che viene spesso rifiutato quando l’intervento è nelle zone, faticosamente accessibili, in mano ai ribelli.

Attualmente il World Food Programme trasporta derrate alimentari nel nord-est della Siria, superando il confine con la Turchia, attraverso il passaggio Nusaybin.

Dunque, oggi, ad uccidere in Siria è anche la fame. Dagli ultimi comunicati del Damascus Center for Human Rights Studies, nel solo mese di maggio in Siria sono morte 2422 persone, tra cui 290 bambini.

Secondo le agenzie umanitarie, prime fra tutte Amnesty International, solo nel campo profughi palestinese di Yarmouk, nella periferia sud di Damasco, circa 20 mila persone si trovano in uno stato di estrema povertà e a rischio malnutrizione, per il mancato arrivo degli aiuti umanitari. Le forze ribelli controllano il campo da oltre un anno e l’esercito ha iniziato un assedio lo scorso giugno. Negli ultimi due mesi più 100 persone sono morte per fame o per mancanza di farmaci essenziali. Nel campo, l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente) riesce saltuariamente a consegnare aiuti, solo dopo estenuanti e ripetute richieste di permesso al governo di Assad.

La mancanza di un coprifuoco e i bombardamenti in pieno giorno senza preavviso, da parte dell’esercito di Assad e da parte dei miliziani jihadisti dell’opposizione, rendono impossibile perfino rovistare per strada alla ricerca di cibo. Rendono impossibile fuggire dai combattimenti che infuriano tutt’intorno. Per il Diritto Internazionale Umanitario, colpire zone densamente popolate da civili, dalle quali la popolazione non ha alcun modo di fuggire, e assediarla fino alla fame, è un crimine di guerra. Nena News

 

Nena News Agency “SIRIA. Ad uccidere è anche la fame” – di Federica Iezzi

 

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ALEPPO, civili senza scampo tra le parti in lotta

Zoom in SYRIA: 1st day of Ramadan

Nena News Agency – 11 giugno 2014

 

Il racconto crudo delle giornate tra i combattimenti e i bombardamenti degli abitanti di quella che un tempo era la capitale economica della Siria

 

Douma (Siria) - Douma is bleeding - by Abd Doumany

Douma (Siria) – Douma is bleeding – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 11 giugno 2014, Nena News  – Ogni giorno il cobalto cielo siriano è costellato dai barlumi arancioni e dalle nuvole polverose delle esplosioni e dai boati assordanti e improvvisi dei bombardamenti. Le città e i villaggi tremano. La terra trema. Gli scontri sono quotidiani. I bombardamenti continui. Ormai non si riesce più a dormire, né a fare nulla.  Durante la notte per ripararsi dai proiettili intere famiglie trovano rifugio in fossati vicino casa. Nei ripari di fortuna che la gente cerca di erigere con plastica e stracci ci sono bambini che vivono scalzi.

Molti non possono andarsene perché sono troppo vecchi, troppo poveri o semplicemente non trovano una via d’uscita dai territori assediati. Decine di migliaia di persone sono nient’altro che ostaggi stretti tra l’esercito siriano, che impedisce a chiunque di entrare e uscire, e i gruppi islamici più integralisti, che hanno fatto di aree come Yarmouk, Jaramana, Hajar al-Aswad, sobborghi della periferia sud di Damasco, la loro roccaforte.

Il regime di Bashar Assad, affermano gli oppositori, lascia entrare nelle città allo stremo pochissime derrate alimentari. Ad Homs, aggiungono sempre gli oppositori,  avrebb bloccato il passaggio delle attrezzature mediche e avrebbe sequestrato negli straripanti carceri, uomini che tentavano di fuggire dall’inferno insieme alle famiglie. Il tutto davanti agli occhi dei miseri figli.

Il frastuono e la polvere tormentano le calde giornate di fine primavera. Macerie, cenere e calcinacci di case, moschee e ospedali sembrano guardare silenziose il resto della distruzione.

Non si contano più morti e mutilati.

Dall’agosto dello scorso anno, denunciano alcuni centri per i diritti umani, sono comparse negli arsenali delle forze governative siriane ex barili di carburante riempiti con tritolo, pietre, pezzi di metallo di scarto, proiettili di artiglieria e petrolio.  Erano armi rudimentali ma l’esercito siriano avrebbe aggiunto a questi barili piccoli alettoni per stabilizzarli durante il volo e detonatori per sincronizzare l’esplosione quando toccano terra.  Gli islamisti che combattono contro il regime sostengono che siano gettati, indiscriminatamente, sui centri abitati colpendo i civili. Gli elicotteri militari, aggiungono gli oppositori, quando lasciano cadere i barili esplosivi non avrebbero alcuna pretesa di colpire con precisione.  Pioverebbero sistematicamente barili sulle case e chi ci vive, su palazzoni residenziali alti, su vie strette, rendendo di giorno in giorno più catastrofico il bilancio di morti e feriti.  Fonti locali riferiscono che solo ad Aleppo dall’inizio dell’anno più di 1.900 persone sarebbero morte per raid aerei, di cui 567 bambini.  I bombardamenti a colpi di mortaio, con autobombe e missili terra-aria, importati pare dalla Russia, sarebbero altrettanto indiscriminati. Il lancio non guidato rende impossibile la distinzione tra civili e combattenti. Così, affermano sempre gli oppositori, piomberebbero bombe sui fornai e su ospedali, colpiti più volte fino a non poter più funzionare.

Tutto rappresenta un’infrazione delle leggi umanitarie internazionali. La Siria non ha mai ratificato  il II protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, adottato nel 1977, che garantisce la protezione dei civili nei conflitti non-internazionali, nelle guerre civili e nei conflitti interni.

Le forze armate siriane negano di colpire in modo indiscriminato e affermano invece di indirizzare i loro attacchi solo contro le formazioni “terroriste”, ossia i ribelli.

Amnesty International continua a chiedere che chiunque sia sospettato di aver commesso o ordinato crimini di guerra o crimini contro l’umanità, tra cui omicidio, tortura e sparizione forzata sia sottoposto alla giustizia.

Secondo gli ultimi report di Save the Children, dei 2.500 medici ufficialmente registrati nella zona di Aleppo ne sono rimasti 36, i quali ormai passano le loro giornate a sanare, con medicine poco reperibili e troppo costose, le vittime delle esplosioni dell’esercito di Assad. Nena News

 

Nena News Agency “ALEPPO, civili senza scampo tra le parti in lotta” – di Federica Iezzi

 

 

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Siria: tre anni di guerra civile

Bansky - Ragazza con palloncino

Bansky – Ragazza con palloncino

 

LiberArt – 20 marzo 2014

 

Aleppo (Siria) – Per più di cinquant’anni nessuna voce di protesta, nessuna divergenza di idee, nessun dissenso erano permessi nel regime fondato su censura e intimidazioni della dinastia al-Assad.
Prima con Hafiz al-Assad, poi con il figlio Bashar. La popolazione siriana è religiosamente ed etnicamente disomogenea e il regime non ha fatto fatica a distruggere gli animi, le convinzioni, i pensieri, le ispirazioni.
Il popolo non integralista guidato dai precetti religiosi cristiani, alawiti, islamici, sunniti o sciiti, che ha provato a uscire dalle righe esprimendo opinioni discordanti a quelle del governo siriano oggi è rinchiuso nelle insalubri prigioni disseminate in territorio siriano o è stato costretto ad abbandonare la propria terra per passare il resto della propria vita in campi profughi fuori dalla Siria. Attualmente la Giordania, il Libano, la Turchia, l’Iraq e l’Egitto sono tra i paesi che accolgono milioni di rifugiati siriani.
Tutto ebbe inizio nel 2011 con le prime rivolte e le prime sommosse civili.
Si respirava da lungo tempo un’aria carica di risentimento.

Scoppiarono una sequenza sterminata di dimostrazioni pubbliche contro il regime di Bashar al-Assad da parte del gruppo salafita Ahrar al-Sham, guidato dal precetto della Shahada.
Ad appoggiare i ribelli islamici, contro il governo siriano, entrarono il fronte Al-Nusra, un gruppo vicino all’ideaologia di Al-Qaeda e i jihadisti iracheni, con il fine ultimo di portare la legge coranica della Shari’ah in territorio siriano.
Si schierano a fianco dei miliziani anche Turchia, Arabia Saudita e Qatar.
Le forze armate siriane reprimono furiosamente le rivolte. Il governo di al-Assad viene supportato dai miliziani libanesi sciiti di Hezbollah, appoggiati dall’Iran, e dalla Russia.

L’Occidente condanna le efferatezze messe in opera dal dittatore ma esclude qualsiasi intervento armato.
Siamo davvero a conoscenza di ciò che sta accadendo giorno dopo giorno in Siria? Si fa fatica a volte a tenere aggiornato il database mentale sugli avvenimenti di un luogo così bello quanto tormentato. Si contano circa 140.000 vittime.
Una guerra che per tre lunghi anni, ha sconvolto le vite di civili che ancora oggi portano sui loro corpi segni di violenza e di barbarie.
In questo paese, crocevia del Medio Oriente, si contano migliaia di persone mutilate a colpi di arma da fuoco, uomini costretti alla sopravvivenza, figli senza genitori, famiglie divise e annientate.
Per anni, durante il regime di Bashar la televisione siriana contava due canali e nel pomeriggio, dopo la scuola, iniziavano i programmi educativi, come quello dello studio della lingua araba.
Per i bambini i momenti di divertimento iniziavano con i cartoni animati dai sottotitoli in arabo e alla fine dei piani di istruzione giocavano liberi nei cortili delle grandi case dallo stile arabeggiante.

 

LiberArt “Siria: tre anni di guerra civile” – di Federica Iezzi

 

 

 

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