Unione Europea-Unione Africana, belle parole e progetti inefficaci

Nena News Agency – 30/11/2017

Molti programmi europei in Africa, ideati per offrire formazione e incoraggiare le imprese locali, non hanno né corpo, né consistenza, né azioni concrete. Gli investimenti diretti esteri rappresentano solo il 3% del PIL africano

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di Federica Iezzi

Roma, 30 novembre 2017, Nena NewsE’ stato un summit di serrate discussioni su disoccupazione giovanile, sicurezza e soprattutto migrazione quello tra Unione Europea e Unione Africana che si è tenuto a inizio settimana ad Abijan, in Costa d’Avorio.

Tema ufficiale sono stati i giovani africani. L’incontro, arrivato ormai alla sua quinta edizione, è stato disegnato in un momento in cui la migrazione è in cima alle agende dei governi.

L’attenzione in codice, per le superpotenze europee, sono le paure sul numero di membri della popolazione africana, in rapida ed esponenziale crescita, che troveranno la loro strada verso l’Europa nei prossimi anni.

Secondo il presidente del Parlamento europeo, l’impatto sarà una ‘bomba demografica’. Risposta contraria arriva dalla politica estera dell’Unione Europea, secondo cui troppe mani in tutto il mondo si affacciano sull’incredibile energia e sul desiderio di cambiamento dell’Africa.

L’Unione Europea ha acquistato tempo, finanziando azioni per coprire le rotte del contrabbando di esseri umani trans-sahariano, fino ad arrivare a un accordo multimiliardario con la Turchia, atto a riportare indietro i migranti dalla black-road balcanica. Per finire con una manovra, l’Italia ne è protagonista, creata ad hoc ad arginare il flusso massiccio di migranti dall’Africa attraverso il Mediterraneo, costringendo i richiedenti asilo ad affrontare, senza diritti, condizioni inumane, fino alle torture vere e proprie, nei campi di detenzione in territorio libico.

Molti progetti europei di sussistenza a lungo termine in Africa, ideati per offrire formazione e incoraggiare le imprese locali, non hanno né corpo, né consistenza, né azioni concrete. Gli investimenti diretti esteri rappresentano solo il 3% del PIL africano, secondo le cifre mostrate dalla Banca mondiale.

Con potenze emergenti come Cina, Turchia, India e Singapore, che fanno ormai sempre più ingenti incursioni in Africa, Bruxelles cerca disperatamente una posizione da protagonista nel continente, decantando una leadership nei settori della tecnologia, della qualità, del know-how industriale e della formazione.

La verità è che l’approccio dell’Europa continua ad essere frammentario, con i singoli Paesi che cadono gli uni sugli altri nel perseguimento dei propri interessi e programmi. Il risultato è una strada lastricata di buone intenzioni, molte opportunità mancate e pochi successi. L’Europa non ha esercitato alcuna reale influenza politica ed economica sul futuro dell’Africa.

Il vertice è avvenuto dopo la reazione orripilata da parte di tutto il mondo riguardo le ‘aste umane’ battute tra i migranti in Libia. Dopo le pesanti denunce perpetrate da Medici Senza Frontiere e avallate dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, niente è cambiato nel sistema criminale libico di abusi nei confronti dei migranti, ancora tenuto in piedi dalla politica dei governi europei.

La risposta europea a tanta illegalità riguarda uno scarno programma di azioni poco consistenti, mirate a preparare i giovani nel trovare opportunità di lavoro, investendo nell’istruzione, nella scienza e nello sviluppo delle competenze, nell’ambito dei propri Paesi. Nena News

Nena News Agency “Unione Europea-Unione Africana, belle parole e progetti inefficaci” di Federica Iezzi

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KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta

Nena News Agency – 26/10/2017

Seggi aperti dalle 6 di questa mattina. Il Paese africano sceglie di nuovo il presidente dopo l’annullamento delle elezioni di agosto. Ma senza l’oppositore Odinga, che boicotta il voto, il risultato è scontato

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Nairobi, Kenya – Election graffiti in Nairobi commercial district

di Federica Iezzi

Roma, 26 ottobre 2017, Nena NewsIl Kenya torna a votare oggi dopo le massicce proteste nelle strade e le violenze, seguite alle elezioni presidenziali dello scorso agosto, annullate per irregolarità dalla Corte Suprema quando si attendeva la vittoria del capo dello stato uscente Uhuru Kenyatta, sull’oppositore Raila Odinga, il leader della National Super Alliance. Quest’ultimo si è poi fatto da parte lamentando la mancanza di una autentica riforma elettorale.

Come si è arrivati a questo punto?

All’inizio di agosto, il Kenya aveva votato per un nuovo presidente. Più di 15 milioni di persone hanno partecipato attivamente alla tornata elettorale. Per la prima volta è stato usato un nuovo sistema di votazione elettronico, volto ad evitare il rischio di brogli e voti non idonei. Tuttavia, nonostante il nuovo sistema in vigore, Odinga e sostenitori hanno contestato i risultati, che proclamano come vincitore Kenyatta, denunciando infiltrazioni alla banca dati dell’organo elettorale e dunque profonde manipolazioni di tutto il processo democratico.

Manifestazioni contro la vittoria di Kenyatta si sono susseguite in tutti i maggiori centri kenyani, secondo i rapporti diffusi da Amnesty International e Human Rights Watch. Quei report internazionali rafforzano le denunce degli attivisti locali e dei gruppi che difendono i diritti umani, i quali accusano la polizia kenyana di brutalità e omicidi extragiudiziali. Trentatré persone sono state uccise dalle forze di polizia nei giorni immediatamente successivi alla data del voto presidenziale di agosto.

Il portavoce della polizia Charles Owino non ha esplicitamente risposto alle denunce.

Sulle base delle accuse di frode elettorale formalizzate da Raila Odinga, la Corte Suprema ha perciò deciso di annullare il risultato elettorale, stabilendo una una nuova data entro 60 giorni. Prima al 17 ottobre, poi al 26 ottobre. Odinga in reazione ha perciò dichiarato che avrebbe partecipato alla nuova consultazione soltanto se le riforme elettorali da lui richieste sarebbero state attuate. A cominciare dalla sostituzione del capo della commissione elettorale.

Infine il 10 ottobre il leader del National Super Alliance si è ritirato dalle elezioni, a causa del mancato compimento delle riforme auspicate da parte dell’Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC).

Poco dopo la decisione di abbandono di Odinga, il parlamento kenyano ha approvto una nuova legge elettorale, secondo la quale alla rinuncia di un candidato segue automaticamente la vincita del candidato contrapposto. Immediate sono state le proteste da parte dei sostenitori di Odinga che hanno colorato le strade kenyane.

Una nuova petizione è stata presentata alla Corte Suprema kenyana da attivisti per i diritti umani, secondo la quale l’attuale commissione elettorale non è pronta a verificare un sondaggio credibile.

Così mentre la macchina elettorale è in moto e i cittadini esprimono oggi la loro scelta, l’opposizione lancia nuovi pressanti appelli a boicottare il “voto vergognoso” non libero, nè giusto, dice. Il governo Kenyatta risponde invitando le persone ad esercitare il loro diritto democratico. Nena News

Nena News Agency “KENYA. Urne aperte, Odinga boicotta” di Federica Iezzi

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LIBERIA. Il gol più difficile di George Weah

Nena News Agency – 18/10/2017

L’ex calciatore del Milan ha ricevuto il 39% dei voti alle presidenziali staccando di 10 punti il rivale Joseph Boakai. Non avendo però conquistato la maggioranza assoluta al primo turno, sarà il ballottaggio di novembre a decidere se sarà il nuovo presidente

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di Federica Iezzi

Roma, 18 ottobre 2017, Nena News – Dopo mesi di manifestazioni rauche, promesse e discorsi di nuovi inizi, e sotto l’occhio vigile di 148 osservatori internazionali dell’Unione Africana, dell’ECOWAS, della Carter Foundation e dell’Istituto Nazionale Democratico, si è concluso il primo passaggio di potere democratico in Liberia.

I sondaggi si sono chiusi con alcune segnalazioni di violenza, con conteggio quasi completo e incalzanti scommesse sul vincitore. Si cerca un successore ai 12 anni di potere del primo presidente donna del continente africano, Ellen Johson Sirleaf. Dunque dopo due mandati di sei anni, limite dettato dalla Costituzione, il Premio Nobel per la pace lascia il governo di Monrovia.

Sono più di due milioni di elettori registrati. E il 20% di questi è tra i 18 e i 24 anni. Venti i candidati presidenziali. Divide gli animi la candidatura dell’ex giocatore di calcio e pallone d’oro George Weah. Per la vittoria bisogna ottenere il 50% dei voti, più uno. Non c’è mai stato un chiaro favorito al primo turno.

Secondo gli ultimi conteggi nelle 15 contee, testa a testa tra George Weah, pedina del Congresso per la Democrazia e il Cambiamento, e l’attuale vicepresidente Joseph Boakai, del centrodestra Partito dell’Unità.

Con il 95% dei voti contati, la National Election Commission liberiana, ha comunicato che Weah domina le elezioni con il 39% dei voti, Boakai guadagna il 29% dei consensi. I risultati finali sono attesi entro il 25 ottobre. Secondo la legge elettorale in Liberia, se nessun candidato ottiene una maggioranza assoluta nel primo turno elettorale, seguirà un secondo turno tra i primi due candidati. Il secondo turno elettorale è fissato per gli inizi di novembre.

La campagna elettorale di Boakai è stata improntata su integrità e fiducia, con la promessa di aumentare la spesa pubblica per l’agricoltura e per promuovere la crescita economica, lo sviluppo e il miglioramento delle infrastrutture. Il Partito dell’Unità sta ancora godendo degli evidenti vantaggi del classico partito al governo, rafforzato da risorse statali e lealtà tribali. E sta ottenendo i maggiori consensi nelle contee di Lofa, Gbarpolu, Bong, Bomi, Cape Mount, Gbarpolu e Grand Gedeh.

Profondamente impopolare nella diaspora liberiana, l’ordine del giorno di Weah che prevede la creazione di un tribunale anticorruzione e il decentramento del potere parlamentare, permettendo al popolo liberiano di essere partner attivo nella governance delle singole comunità.

Spesso definita la più antica repubblica moderna del continente nero, nel 1847, la Liberia divenne la prima repubblica africana a proclamare l’indipendenza. Membro fondatore dell’organizzazione intergovernativa Società delle Nazioni, delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione dell’Unità Africana.

I suoi problemi iniziano nel 1980 quando, con un colpo di stato militare, viene rovesciato il governo Tolbert. Da quel momento partono 23 anni di crisi politiche e di guerre civili, che determinano la morte di almeno 250.000 persone e il crollo dell’economia nazionale. La pace non è tornata nel fragile Paese fino al 2003, quando l’allora presidente Charles Taylor si è dimesso a causa di un mandato d’arresto per i crimini di guerra, commessi mentre guidava le forze ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito nella vicina Sierra Leone.

La governance calma e misurata di Ellen Johnson Sirleaf, dal 2005 ha portato pace e stabilità nello stato dell’Africa Occidentale. Mentre oltre l’80% della popolazione continuava a vivere sotto la soglia di povertà, nel 2014 il Paese è stato schiacciato dall’epidemia di Ebola. Nena News

Nena News Agency “LIBERIA. Il gol più difficile di George Weah” di Federica Iezzi

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TUNISIA. Revocata la restrizione matrimoniale per le donne

Nena News Agency – 20/09/2017

La scorsa settimana il governo tunisino ha annunciato l’abolizione del divieto che non permetteva alle donne musulmane di sposare non-musulmani. L’abrogazione giunge dopo importanti mutamenti subiti dalle leggi sulla violenza domestica e sulle molestie sessuali negli spazi pubblici

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di Federica Iezzi

Roma, 20 settembre 2017, Nena News – È stata annunciata la scorsa settimana dal governo tunisino l’abolizione del divieto decennale di matrimonio tra donne musulmane e uomini non-musulmani. Il presidente Beji Caid Essebsi ha condotto una campagna per la parità tra i sessi, dalla sua presa in carica nel dicembre 2014. Nel corso degli anni ha annunciato diverse proposte per arrivare all’uguaglianza di genere.

La revoca del decreto di restrizione matrimoniale, istituito nel 1973, rappresentava un ostacolo alla libertà di scelta del coniuge e una violazione della costituzione tunisina, adottata nel 2014 a seguito delle proteste legate alla primavera araba, secondo il presidente tunisino.

La legge sul matrimonio costrinse per anni gli uomini non-musulmani, che volevano sposare una donna tunisina, alla conversione all’islam. Mentre gli uomini tunisini erano liberi di sposare donne non-musulmane, ma la conversione religiosa non era un obbligo. L’abrogazione della legge sul matrimonio viene dopo importanti mutamenti subiti dalle leggi sulla violenza domestica e sulle molestie sessuali negli spazi pubblici. Pietre miliari importanti in un Paese in cui la religione, nei legami coniugali, può essere al centro di numerosi conflitti familiari e lunghe lotte contro le leggi statali.

E’ evidente che il nuovo decreto non allontana le donne tunisine dagli ostacoli culturali e tradizionali in caso di matrimonio misto, ma comunque offre loro la libertà di scelta da una prospettiva giuridica. Ma mentre il governo Essebsi è riuscito ad affinare le leggi in materia di uguaglianza e violenza familiare, si trova ad affrontare un’opposizione più rigida, da parte dei teologi tunisini e dei membri del parlamento, sugli storici codici che regolano l’ereditarietà in Tunisia.

Secondo la legge islamica, alla donna spetta la metà di quanto spetta all’uomo del lascito ereditario. E una donna riceve la metà dell’eredità del defunto marito, rispetto al figlio. Nell’alta borghesia tunisina, si ovvia alle convenzioni grazie a donazioni o cessioni di proprietà ante-mortem. Sono invece le donne cresciute in ambienti rurali, tradizionalisti o meno istruiti, a pagarne le conseguenze più dure.

Il presidente ha istituito una commissione, formata da esperti per i diritti umani, incaricata di rivedere le politiche legate ai diritti di matrimonio e alle leggi di eredità e discriminazione economica, per cercare un equilibrio tra l’uguaglianza di genere da un lato e la religione e la costituzione dall’altra. Promuovendo l’istruzione per le ragazze, abolendo la poligamia e non avallando il rifiuto di una moglie fuori dalla procedura di divorzio, ufficialmente decretata da un tribunale, il codice di status personale della Tunisia ha accresciuto il suo apprezzamento, come modello progressivo per i diritti delle donne in Nord Africa e Medio Oriente.

Dura invece la risposta del mondo sunnita, da parte del Grande Imam egiziano di al-Azhar, Ahmed el-Tayeb, che ha denunciato la riforma matrimoniale, come contrapposta agli insegnamenti islamici, incitando alla violenza contro la leadership tunisina. La Tunisia ha garantito i diritti fondamentali alle donne fin dagli anni ‘60: accesso al voto, divorzio, aborto. Oggi nel parlamento tunisino il 31% dei deputati sono donne. E il numero di lavoratori di sesso femminile raggiunge il 27%. La Tunisia è considerata uno dei Paesi arabi più progressisti in termini di diritti delle donne, anche se Amnesty International ha riferito l’anno scorso che ci sono ancora pochi segni tangibili per dimostrare il miglioramento. Nena News

Nena News Agency “TUNISIA. Revocata la restrizione matrimoniale per le donne” di Federica Iezzi

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IMMIGRAZIONE. L’inferno dei centri di detenzione libici

Nena News Agency – 12/09/2017

Gli immigrati sono detenuti in celle sovraffollate, con scarsa luce naturale e ventilazione e con un inadeguato numero di latrine o bagni. Per loro non è previsto alcun processo legale, né hanno la possibilità di contestare la legittimità della loro prigionia o del loro trattamento. Secondo la ONG internazionale Medici Senza Frontiere, l’Unione Europea finanzia e perpetua il ciclo di sofferenza degli immigrati nello stato africano

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di Federica Iezzi

Roma, 12 settembre 2017, Nena News – L’Unione Europea finanzia e perpetua il ciclo di sofferenza dei migranti in Libia, costringendoli a reclusioni arbitrarie in centri di detenzione. Questo è quanto affermato nell’ultima conferenza stampa da Joanne Liu, il presidente internazionale di Medici Senza Frontiere.

Dunque la pesante accusa, appoggiata anche dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, è che la politica dei governi europei, alimentando un sistema criminale di abusi, è diretta complice delle violenze subite dai migranti in Libia. Il governo di al-Sarraj controlla ufficialmente circa due dozzine di centri di detenzione in territorio libico, attraverso la sua direzione per la lotta alla migrazione irregolare (DCIM), secondo gli ultimi dati dell’EUBAM (European Border Assistence Mission in Libya).

I finanziamenti previsti dai Paesi europei per le attività dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) e dell’UNHCR per migliorare le condizioni nei centri di detenzione governativi libici rappresentano oggi solo un’illusione di fronte al milione di profughi intrappolati in Libia.

L’unica soluzione ragionevole e civile sarebbe quella di aprire percorsi legali per chi fugge da guerre, fame e violenze. La rotta migratoria africana maggiore parte da Agadez, passa per Dirkou in Niger, per arrivare alla città libica di Sabha. I migranti vengono poi dirottati dai contrabbandieri verso i porti di Tripoli o Zawiya.

La rotta percorsa dai migranti dei Paesi africani dell’ovest, invece, parte sempre dalla porta di Agadez in Niger, passa per Bamako e Gao, in Mali, e arriva a Tamanrasset, in Algeria. L’ultima parte del viaggio è comune per tutti fino alle coste libiche.

Pane, burro e acqua è tutto ciò che i migranti ricevono nell’unico pasto giornaliero, nei centri di detenzione libici. Malattie legate alle scadenti condizioni sanitarie, malnutrizione e violenze fisiche sono cicatrici indelebili di ogni migrante, secondo le molteplici denunce del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Vengono rinchiusi in celle sovraccariche, con scarsa luce naturale e ventilazione. Gli edifici sono spesso vecchie fabbriche o magazzini, con un inadeguato numero di latrine o bagni. Per i migranti è prevista una detenzione ma non è previsto nessun processo legale, nessuna possibilità di contestare la legittimità della loro prigionia o del loro trattamento.

Secondo i report dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, un considerevole numero di profughi che entra in Libia, viene scambiato nei cosiddetti mercati di schiavi, prima di finire nei centri di detenzione. A questo segue una richiesta di riscatto da parte dei trafficanti, in accordo con i militari libici, verso le famiglie dei più giovani. Se il denaro non arriva, il viaggio si ferma in Libia.

Dopo Medici Senza Frontiere, anche Save The Children e la maltese MOAS (Migrant Offshore Aid Station) sospendono le operazioni di salvataggio nel mar Mediterraneo, a causa delle forzature dettate dal codice di condotta per le ONG, imposto dal Viminale con il benestare dell’Europa, e a causa di una guardia costiera libica ostile alle attività di soccorso.

La Commissione europea risponde decantando un programma di 46 milioni di euro, per formare e rafforzare la guardia costiera libica, e stimando un brusco calo degli arrivi in Italia nel mese di agosto, scesi dell’80% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. E’ cieca invece di fronte a quanto accade nei centri di detenzione in Libia, dove torture, stupri, fame e uccisioni, sono la quotidianità. I migranti arrestati in mare dalla guardia costiera libica, modellata irresponsabilmente dai nostri militari, vengono inviati, senza dignità, nel sistema di detenzione del Paese. Qui inizia la fiorente impresa di rapimento, tortura e estorsione, di cui l’Europa è corresponsabile.

Dunque, per raggiungere un accordo con gli attori coinvolti nel traffico di esseri umani, il prezzo da pagare è quello di accettare un certo grado di violenza e violazioni dei diritti umani? L’Europa sembra disposta a pagare quel prezzo per porre fine alla crisi migratoria. A sei anni dalla rivoluzione che rovesciò la dittatura Gaddafi, una Libia, senza regole né governo, è diventata la meta per migliaia di profughi pronti a rischiare la vita, su sovraffollate imbarcazioni, pur di attraversare il Mediterraneo. Gli abusi che i rifugiati affrontano durante il pericoloso viaggio verso l’Europa, meritano una risposta globale, secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad al-Hussein.

L’accordo di Parigi, tra i leader di Francia, Germania, Italia, Spagna, Ciad, Niger e Libia sponsorizza un poco lungimirante piano per affrontare il traffico illegale di esseri umani, sostenendo i Paesi che combattono per bloccare il flusso di richiedenti asilo, attraverso prima il Sahara e poi il Mar Mediterraneo. E’ molto sottile la linea che divide queste attività dalla tutela dei diritti umani dei migranti. Nena News

Nena News Agency “IMMIGRAZIONE. L’inferno dei centri di detenzione libici” di Federica Iezzi

“Human suffering. Inside Libya’s migrant detention centres”

“MSF President Dr Joanne Liu on horrific migrant detention centres in Libya”

 

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FOCUS ON AFRICA

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Rubrica a cura di Federica Iezzi su Nena News Agency

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Roma, 19 ottobre 2019, Nena News

Sudafrica – L’ex presidente sudafricano Jacob Zuma dovrà affrontare un processo per accuse di corruzione dopo che un tribunale ha respinto la sua richiesta di sospensione permanente del procedimento.

Zuma è stato accusato di corruzione, frode, racket e riciclaggio di denaro in accordo con la società di difesa francese Thales, negli anni ’90 prima come ministro dell’economia provinciale e successivamente come vice presidente dell’African National Congress.

Il giudice Willie Seriti dell’Alta Corte ha concordato con l’accusa che parti degli argomenti di Zuma per far valere il caso erano “scandalosi e vessatori”.

Le accuse sono state presentate per la prima volta nel 2005. Sono state ritirate dai pubblici ministeri nel 2009, poco prima che Zuma diventasse presidente e ripristinate nel 2016.

Sudan – Sono in corso nella capitale del Sud Sudan, Juba, i colloqui di pace tra una delegazione del nuovo consiglio sovrano del Sudan e i leader ribelli.

Le discussioni hanno lo scopo di porre fine ai conflitti che durano da anni nel Paese e arrivano un mese dopo che le due parti hanno concordato un piano e una serie di misure di rafforzamento della fiducia, compresa l’estensione di un cessate il fuoco già in atto.

La delegazione del consiglio sovrano è guidata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, mentre la squadra rappresentativa dei ribelli è guidata da Abdulaziz al-Hilu, leader del Sudan People’s Liberation Movement-North, che è attivo nel Nilo azzurro e nel sud Kordofan.

Presenti anche il primo ministro etiope Abiy Ahmed, recente premio Nobel per la Pace, il presidente ugandese Yoweri Museveni e il presidente keniota Uhuru Kenyatta.

La nuova iniziativa di pace arriva dopo l’allontanamento dell’ex-presidente Omar al-Bashir, che è stato rimosso dalla carica a opera dei militari sudanesi lo scorso aprile, a seguito di proteste di massa contro il suo governo trentennale.

L’attuale primo ministro Abdalla Hamdok è stato incaricato di riportare il Sudan al potere civile e sta duramente lavorando sul porre fine ai conflitti con i ribelli.

Mozambico – In Mozambico si sono aperti i seggi per le elezioni presidenziali, parlamentari e provinciali, prova di un recente accordo di pace tra il partito al potere e l’opposizione armata.

I due partiti dominanti, Frelimo, vincitore di ogni precedente elezione, e Renamo, ex gruppo ribelle trasformato in principale partito di opposizione, si affrontano dalla guerra civile che si è conclusa nel 1992.

Quasi 13 milioni di elettori sono registrati nella nazione dell’Africa meridionale, sebbene alcuni osservatori avvertono che l’insicurezza potrebbe impedire ad alcuni di votare.

Le tensioni in Mozambico sono elevate alla vigilia delle elezioni che probabilmente vedranno l’attuale presidente Filipe Nyusi e il suo partito al potere Frelimo, mantenersi in carica.

Mentre si prevede che Nyusi vincerà un secondo mandato nel voto presidenziale, nonostante disordini cronici e una crisi finanziaria legata alla presunta corruzione statale, l’opposizione sta lavorando sugli incarichi provinciali e legislativi.

Si prevede che Renamo vincerà per la prima volta da tre a cinque delle 10 province del Mozambico, a seguito di una modifica della legge che consente agli elettori di eleggere i governatori provinciali. Il partito ha già ottenuto guadagni nelle elezioni municipali dell’anno scorso.

Il candidato del gruppo di opposizione Renamo, Ossufo Momade, dirige un partito di ex ribelli anticomunisti che hanno combattuto una brutale guerra civile con Frelimo dal 1975 al 1992, devastando l’economia e provocando la morte di quasi un milione di persone. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Mozambico al voto, ma il risultato non cambierà” di Federica Iezzi


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Roma, 12 ottobre 2019, Nena News 

Mauritius – Il primo ministro delle isole Mauritius, Pravind Kumar Jugnauth, ha proclamato lo scioglimento del parlamento e ha annunciato elezioni generali il mese prossimo.

Il Paese, popolare destinazione turistica, è una delle nazioni più stabili dell’Africa, tiene elezioni regolari ogni cinque anni.

Per legge, il Paese ha tra i 30 e i 150 giorni per organizzare le elezioni dopo che il primo ministro scioglie il parlamento.

Jugnauth, 57 anni, anche ministro delle finanze, cercherà un altro mandato come leader del Mouvement Socialiste Militant. Ha ricoperto la carica di Primo Ministro dal 2017 quando ha assunto il posto di suo padre, Anerood Jugnauth.

La politica mauriziana è stata dominata da un piccolo numero di famiglie indù dall’indipendenza nel 1968, con gli ultimi 40 anni segnati dalla stabilità e dalla costante crescita economica che ha spinto l’isola nelle file dei Paesi a medio reddito.

Camerun – Maurice Kamto, il principale leader dell’opposizione del Camerun, è uscito di prigione nove mesi dopo il suo arresto per aver condotto proteste contro un risultato elettorale che aveva denunciato come fraudolento.

Un tribunale militare nella capitale del Paese, Yaoundé, ha ordinato la liberazione dell’ex candidato per volere dell’attuale presidente Paul Biya, sottoposto a forti pressioni internazionali per la dura repressione ai danni dei partiti di opposizione.

Il 65enne leader dell’opposizione era stato processato lo scorso settembre, insieme a decine di altri, con l’accusa di insurrezione, ostilità nei confronti della madrepatria e ribellione, crimini che avrebbero potuto comportare la pena di morte.

Biya ha ordinato la sospensione dei procedimenti pendenti dinanzi ai tribunali militari contro alcuni funzionari e militanti di partiti politici, in particolare del Cameroon Renaissance Movement.

Rwanda – Lo scorso settembre il politico dell’opposizione Sylidio Dusabumuremyi, coordinatore nazionale delle Forces Democratiques Unifiees (FDU-Inkingi) è stato ucciso, in condizioni non chiare.

Questi incidenti fanno parte di una serie di omicidi e sparizioni forzate di oppositori e critici del presidente Kagame avvenuti negli ultimi anni. Sebbene non sia stato stabilito alcun legame diretto tra il presidente Kagame e questi omicidi e sparizioni, le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente criticato il governo per il suo trattamento pesante ai danni dell’opposizione e per l’incapacità di indagare sugli omicidi politici.

Tuttavia, il presidente Kagame gode ancora di un enorme sostegno pubblico, come portatore di pace e stabilità, in un Paese spezzato dal genocidio.

Da quando il suo gruppo ribelle prese il potere con la forza, ponendo fine al genocidio dell’aprile 1994, ha lottato per una intensa trasformazione economica del Paese e per abbattere la corruzione. Ha aperto il paese agli affari, promosso la crescita di nuovi settori economici e migliorato la sua burocrazia. Ha impiegato gli aiuti esteri con prudenza e ha usato saggiamente le risorse naturali del Rwanda. Ha spinto al maggior numero di donne in carica politica, il 64% dei legislatori nel parlamento del Rwanda oggi sono donne, la percentuale più alta di qualsiasi Paese al mondo.

Nel 2015, i rwandesi hanno votato in modo schiacciante un emendamento della costituzione attraverso il quale consentire al presidente di rimanere potenzialmente al potere fino al 2034.

Soffocando il dissenso e lasciando che gli omicidi dei suoi avversari politici rimangano irrisolti, oggi Kagame sembra mettere tutto questo a rischio percorrendo un percorso di autoritarismo.

Forse agli occhi di Kagame, solo pochi decenni dopo un genocidio che costò 800.000 vite, una democrazia veramente pluralista rappresenta un rischio troppo grande per la sicurezza e la stabilità del Paese.

Etiopia – Il Comitato Nobel norvegese ha deciso di assegnare il Premio Nobel per la pace per il 2019 al Primo Ministro etiope Abiy Ahmed Ali per i suoi sforzi atti a raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua decisiva iniziativa per risolvere il conflitto di confine con la vicina Eritrea.

Quando Abiy Ahmed è diventato Primo Ministro nell’aprile 2018, ha chiarito che desiderava riprendere i colloqui di pace con l’Eritrea. In stretta collaborazione con Isaias Afwerki, il presidente dittatore dell’Eritrea, Abiy Ahmed ha elaborato i principi di un accordo di pace per porre fine al lungo stallo tra i due Paesi.

Questi principi sono enunciati nelle dichiarazioni che il primo ministro Abiy e il presidente Afwerki hanno firmato ad Asmara e Jedda lo scorso luglio e settembre.

La normalizzazione delle relazioni tra l’Eritrea e l’Etiopia risulta più apparente che reale.

Abiy da Primo Ministro ha sollevato lo stato di emergenza del Paese, concedendo l’amnistia a migliaia di prigionieri politici, interrompendo la censura dei media, legalizzando i gruppi di opposizione illegali, licenziando leader militari e civili sospettati di corruzione e aumentando significativamente l’influenza di donne nella vita politica e comunitaria etiope

Sulla scia del processo di pace con l’Eritrea, il Primo Ministro Abiy, appoggiato e guidato da Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita, si è impegnato in altri processi di pace e riconciliazione nell’Africa orientale e nordorientale. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Elezioni generali nelle Mauritius, rilasciato il leader dell’opposizione in Camerun” di Federica Iezzi


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Roma, 5 ottobre 2019, Nena News

Uganda – Il politico d’opposizione e pop star ugandese Bobi Wine, ha denunciato la mossa del governo di mettere fuorilegge l’uso civile dei berretti rossi, simbolo distintivo di People Power, movimento di potere popolare da lui concepito.

Il codice di abbigliamento per l’Uganda People’s Defence Forces, invece, è stato standardizzato e l’azione è stata approvata dai principali organi dell’esercito. People Power è attualmente un movimento politico in forte espansione che lotta per il futuro dell’Uganda. Bobi Wine, vero nome è Robert Kyagulanyi Ssentamu, spera di schiacciare il leader di lunga data Yoweri Museveni che ha governato il paese dell’Africa orientale per più di 30 anni.

Ha annunciato, lo scorso luglio di candidarsi alla presidenza nel 2021 e ha fatto del famoso berretto rosso la sua firma, definendolo un “simbolo di resistenza”.

Somalia – Separati attacchi terroristici in Somalia hanno preso di mira una base di forze speciali statunitensi nella città di Baledogle, nella regione di Lower Shabelle, e un convoglio militare italiano nella capitale Mogadiscio.

Non sono state segnalate vittime immediate dell’attacco.

Secondo quanto dichiarato dalla missione statunitense le forze di sicurezza hanno fermato l’attacco, alla fine fallito, grazie alla loro prontezza e risposta rapida, non permettendo agli aggressori di violare i perimetri difensivi esterni della base.

L’US Africa Command ha in seguito effettuato due raid aerei contro i combattenti di al-Shabaab in un contrattacco.

Questo attacco, sebbene inefficace, dimostra la minaccia diretta che al-Shabaab rappresenti per gli americani nella regione.

La base di Baledogle funge da campo di addestramento per i soldati somali, del Somali National Army.

Una dichiarazione della missione di addestramento dell’UE in Somalia, ha confermato l’esplosione ai danni di un convoglio italiano, in un incidente separato.

La missione italiana offre consulenza militare e fornisce addestramento all’esercito della Somalia, attualmente ancora sostenuto da circa 20.000 forze di pace africane, mentre il Paese cerca di risorgere da decenni di guerra civile.

Camerun – Il Camerun avvierà ufficialmente, la prossima settimana, un dialogo nazionale nel tentativo di porre fine al conflitto separatista nelle province anglofone del Paese.

Migliaia di persone sono morte e mezzo milione di persone sono fuggite dalle proprie abitazioni dallo scoppio degli scontri nel 2017 tra esercito regolare e combattenti armati, che invocano l’indipendenza per le due province di lingua inglese del Camerun.

I colloqui, guidati dal primo ministro Joseph Dion Ngute, si terranno agli inizi di ottobre presso il palazzo del Congresso nella capitale Yaoundé.

Il presidente Paul Biya, al potere da 37 anni, spera che i colloqui chiudano una crisi che continua a danneggiare l’economia del Paese centrafricano.

I madrelingua inglesi rappresentano circa un quinto della popolazione del Camerun, che conta 24 milioni di persone, per lo più francofone.

Gli anglofoni sono concentrati principalmente in due aree occidentali, la regione nord-occidentale e la regione sud-occidentale che sono state incorporate nello stato di lingua francese dopo l’era coloniale africana, risalente a 60 anni fa. Gran parte degli anglofoni si lamenta della discriminazione e dell’emarginazione.

In un rapporto pubblicato la scorsa settimana, l’International Crisis Group ha stimato che circa 3000 persone sono state uccise dalla violenza separatista e dalla repressione militare.

Secondo il portavoce del dialogo del governo, George Ewane, le autorità camerunesi hanno tenuto discussioni preliminari con alcuni separatisti. Dei 16 leader separatisti invitati, si contano anche quelli a capo di gruppi armati come Ebenezer Akwanga e Cho Ayaba. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Attacchi terroristici in Somalia, dialogo nazionale in Camerun” di Federica Iezzi


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Roma, 28 settembre 2019, Nena News

Tanzania – La Tanzania ha convocato il rappresentante locale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dopo che l’agenzia sanitaria delle Nazioni Unite ha accusato il governo di non aver condiviso informazioni dettagliate su sospetti casi di Ebola.

Secondo le informazioni in possesso dell’OMS all’inizio del mese è morta una donna a Dar-es-Salaam, che in seguito sarebbe risultata positiva all’ebola.

Nonostante diverse richieste, i dati clinici, i risultati delle indagini, i possibili contatti e i potenziali test di laboratorio eseguiti non sono stati comunicati all’OMS.

Il governo tanzaniano ha formalmente informato l’OMS a metà settembre di non aver confermato o sospettato casi di ebola.

Le autorità dell’Africa orientale e centrale sono state allertate per il possibile accrescimento dell’attuale focolaio di ebola in Repubblica Democratica del Congo (RDC), dove l’infezione in 13 mesi ha ucciso oltre 2.000 persone.

Zimbabwe – La valuta dello Zimbabwe è stata sottoposta a forti pressioni nelle ultime settimane. A partire dall’inizio della settimana, il valore di 40 Zimdollars equivale a circa 2,75 dollari nel cambio interbancario e a 2,66 dollari nel mercato nero di Harare.

Ormai il lavoro informale e non regolamentato è l’unica opzione percorribile in un’economia afflitta da un’inflazione allettante, salari stagnanti e carenze di beni essenziali.

Il tasso di disoccupazione ufficiale dello Zimbabwe è notoriamente difficile da definire. Secondo le stime del Labour and Economic Development Research Institute of Zimbabwe, i giovani di età compresa tra 18 e 34 anni rappresentano circa il 60% dei disoccupati del Paese.

L’economia del Paese sta attraversando una regressione strutturale, sostanzialmente deindustrializzante.

La regressione può essere fatta risalire al 2000, quando lo Zimbabwe iniziò il controverso sequestro di fattorie di proprietà bianca per la ridistribuzione a cittadini neri senza terra durante il governo Mugabe.

Al suo apice nel 1992, il settore manifatturiero del Paese rappresentava poco più di un quarto della totale produzione economica. Entro il 2002, a seguito dei sequestri di terreni, la produzione è crollata a meno del 10% della produzione totale del Paese, rimanendo al di sotto del 12% dal 2009 al 2014. Oggi viene utilizzata solo circa la metà della capacità produttiva del Paese.

In una normale economia formale, la manodopera dovrebbe spostarsi da settori a bassa produttività e basso reddito come l’agricoltura a settori ad alta produttività e ad alto reddito come l’industria manifatturiera. Il lavoro in realtà sta tornando all’agricoltura e ad altri settori economici a basso reddito.

La mancanza di opportunità professionali e la catastrofica situazione economica sta causando disordini sociali, che sono cresciuti nel corso dell’anno, in seguito alla decisione di estromettere l’uso di valute estere che avevano contribuito a stabilizzare l’economia dopo il crollo del dollaro dello Zimbabwe nel 2009.

Repubblica Democratica del Congo – L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato che la Repubblica Democratica del Congo inizierà a utilizzare un secondo vaccino contro l’ebola nell’ambito degli sforzi per ridurre l’epidemia che ha ucciso più di 2.000 persone negli ultimi 13 mesi.

Il vaccino sperimentale, prodotto dalla società americana Johnson & Johnson, sarà introdotto da metà ottobre in aree che non hanno trasmissione attiva dell’ebola.

Il prodotto completerà un altro vaccino sperimentale, prodotto dal colosso farmaceutico statunitense Merck, che fino ad oggi è stato somministrato a circa 225.000 persone.

L’ex ministro della sanità del Paese Oly Ilunga Kalenga, si era fortemente opposto all’uso del secondo vaccino, che non si è dimostrato efficace.

La Johnson & Johnson ha testato il nuovo vaccino su oltre 6.000 volontari in numerosi studi.

L’approccio dell’OMS è incentrato sulla cosiddetta ‘strategia ad anello’, in base alla quale tutte le persone a contatto con casi confermati di ebola ricevono il vaccino.

Spesso viene eseguita una ‘vaccinazione geografica mirata’ di interi quartieri considerati ad alto rischio virale.

Una combinazione tossica di insicurezza profondamente radicata nella regione e diffidenza diffusa nei confronti dell’epidemia hanno notevolmente ostacolato il tentativo di fermare la diffusione del virus. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Inflazione nello Zimbabwe, vaccino contro l’ebola nella Repubblica Democratica del Congo” di Federica Iezzi


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Roma, 21 settembre 2019, Nena News 

Burkina Faso – I leader dell’Africa occidentale riuniti in Burkina Faso hanno annunciato un piano da un miliardo di dollari per combattere la crescente insicurezza nella regione del Sahel.

L’impegno, che sarà finanziato dal 2020 al 2024, è stato annunciato alla fine del vertice della ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), tenutosi a Ouagadougou, la capitale burkinabè.

Il fondo comune contribuirebbe a rafforzare le operazioni militari dei Paesi coinvolti, contro i gruppi armati, affiliati ad al-Qaeda, che hanno rafforzato il loro punto d’appoggio attraverso l’arida regione del Sahel, rendendo inagibili ampie aree di territorio e alimentando la violenza etnica locale, in particolare in Mali e Burkina Faso.

Supportata dalla Francia, già una forza militare multinazionale nella regione del Sahel ha iniziato le operazioni di mantenimento della pace nel 2017, attirando truppe dal Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania nel tentativo di respingere i gruppi armati.

Ma la mancanza di finanziamenti, addestramento e attrezzature ha limitato l’efficacia della task force congiunta del G5 Sahel.

All’inizio del vertice di Ouagadougou, il presidente della Commissione ECOWAS, Jean-Claude Brou, ha sottolineato il crescente pedaggio umano, economico e politico della violenza, invitando le Nazioni Unite a rafforzare la propria missione di mantenimento della pace MINUSMA, con sede in Mali dal 2013.

Spaventoso tributo: 2.200 attacchi negli ultimi quattro anni, 11.500 morti, migliaia di feriti, milioni di sfollati.

Repubblica Democratica del Congo – L’ex ministro della salute della Repubblica Democratica del Congo è attualmente in custodia cautelare per la presunta cattiva gestione dei fondi stanziati per la risposta del Paese alla recente epidemia di Ebola in corso.

La polizia nazionale ha dichiarato che Oly Ilunga Kalenga è stato arrestato perché aveva intenzione di eludere i procedimenti giudiziari lasciando il Paese.

Sono arrivate a quasi 2000 le vittime dell’ultimo focolaio di ebola in Repubblica Democratica del Congo, mentre i casi confermati del virus hanno ormai superato i 3000.

Dall’agosto 2018, la malattia virale ha continuato a diffondersi nelle province orientali del Nord Kivu e Ituri.

Alcuni casi sono stati confermati anche in Uganda dopo che alcuni dei pazienti hanno attraversato il confine.

Una sfiducia nei confronti degli operatori sanitari e diffusi problemi di sicurezza hanno minacciato la lotta contro l’infezione mortale. Tra i disordini, gli operatori sanitari sono riusciti a vaccinare sperimentalmente oltre 200.000 persone.

Somalia – Secondo gli ultimi dati resi pubblici dalle Nazioni Unite, circa due milioni di persone in Somalia sono a rischio di grave malnutrizione, a causa della siccità che tormenta il Paese, la peggiore dal 2011.

Decenni di conflitti e mancanza di investimenti hanno minato la capacità della Somalia di far fronte a ripetute crisi umanitarie.

La siccità è sempre più frequente e intensa e la stagione delle piogge provoca ormai inondazioni ricorrenti nel Paese. L’analisi più recente delle Nazioni Unite sulla sicurezza alimentare ha mostrato che il raccolto dallo scorso aprile allo scorso giugno, è stato il peggiore dal 2011, a causa di piogge scarse e irregolari, a cui sono seguite distruttive inondazioni.

Nei prossimi mesi si prevede che fino a sei milioni di persone siano insicure dal punto di vista alimentare.

Circa 2,6 milioni di persone sono già state costrette a lasciare le proprie case a causa di catastrofi naturali e conflitti, secondo quanto dichiarato dall’ONU.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Malnutrizione in Somalia, piano per combattere l’insicurezza nel Sahel” di Federica Iezzi


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Roma, 14 settembre 2019, Nena News 

Nigeria – La Nigeria ha avviato il processo di rimpatrio di oltre 600 dei suoi cittadini dal Sud-Africa a seguito della recente ondata di attacchi xenofobi che ha logorato le relazioni tra i due Paesi.

La drastica decisione è arrivata dopo i gravi disordini iniziati a Pretoria e Johannesburg che hanno ucciso almeno una dozzina di civili e preso di mira 1.000 imprese di proprietà straniera.

La violenza ha suscitato proteste internazionali. Circa 700 persone sono ospitate in rifugi temporanei a Johannesburg.

Gli attacchi di rappresaglia in Nigeria hanno costretto alla sospensione degli affari sudafricani nel Paese, mentre l’ambasciata sudafricana a Lagos ha temporaneamente chiuso le porte per ragioni di sicurezza.

Questa non è la prima volta che gli stranieri vengono presi di mira in Sud-Africa. Nel 2008, almeno 62 persone, tra cui sudafricani stessi, sono state uccise, mentre la violenza e il saccheggio nei negozi di proprietà straniera hanno lasciato decine di decessi nel 2015.

Le cause profonde dell’ultima ondata di violenza non sono ancora chiare, ma i rapporti suggeriscono che è legato all’elevata disoccupazione, criminalità e povertà nel Paese.

Camerun – Il presidente del Camerun, Paul Biya, ha dichiarato la forte intenzione di creare un dialogo nazionale per porre fine alle crisi in atto nel Paese, compresa la violenza che ha ucciso migliaia di persone nelle sue regioni anglofone.

Biya ha invitato tutti i separatisti nelle regioni di lingua inglese ad arrestare le proteste che macchiano le strade delle principali città.

Il processo di dialogo presieduto dal primo ministro, Joseph Dion Ngute, coninvolgerà tutti i camerunensi, in particolare i governanti tradizionali, i legislatori, il clero e tutti i funzionari popolarmente eletti.

Lo scorso agosto, un tribunale militare del Camerun ha emesso dure pene per il leader separatista Julius Ayuk Tabe e altri attivisti anglofoni, per crimini di secessione, terrorismo e ostilità contro lo stato. I condannati erano stati arrestati nella vicina Nigeria ed estradati dal Camerun per aver sostenuto uno stato separatista anglofono in Camerun, noto come Ambazonia.

Le violenze hanno avuto inizio nel 2016 a partire da insegnanti e avvocati nelle regioni di lingua inglese del Camerun che protestavano contro una presunta discriminazione da parte della maggioranza francofona del Paese.

Il governo ha risposto con una repressione che ha scatenato un movimento armato per uno stato indipendente di lingua inglese, l’Ambazonia, autodichiarato da un gruppo di secessionisti nell’ottobre 2017.

Da allora il conflitto, secondo quanto dichiarato dalle Nazioni Unite, ha ucciso oltre 2.000 persone, il numero degli sfollati interni supera i 500.000 e almeno 50.000 sono i rifugiati nella vicina Nigeria.

Rwanda – Il Rwanda ha accettato di accogliere centinaia di rifugiati e richiedenti asilo africani detenuti nei centri di detenzione in Libia ai sensi di un accordo raggiunto con l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati e l’Unione Africana.

Un primo gruppo di 500 persone, inclusi bambini e giovani a rischio, provenienti in prevalenza dal Corno d’Africa, sarà evacuato nelle prossime settimane.

Le parti hanno firmato un protocollo d’intesa nella capitale etiope, Addis Abeba, per istituire un meccanismo di transito. In base all’accordo, il governo del Rwanda riceverà e fornirà protezione ai rifugiati e ai richiedenti asilo che sono attualmente detenuti nei centri di detenzione in Libia.

Saranno alloggiati in un centro di transito rwandese prima di essere reinsediati altrove, a meno che non accettino di tornare nei loro Paesi di origine.

Secondo i dati diffusi dalle Nazioni Unite, circa 4.700 rifugiati sono attualmente in custodia libica.

L’accordo arriva dopo anni di ripetute accuse riguardo le inumane condizioni per i migranti nei centri di detenzione libici, tra cui abusi fisici, mancanza di cure mediche e insufficiente nutrizione.

Il governo Kagame è pronto ad accogliere fino a 30.000 africani provenienti dalla Libia.

La firma dell’accordo è il culmine di un impegno del governo rwandese risalente al 2017, atto ad ospitare i migranti africani bloccati nel Nord Africa.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Si del Rwanda ai rifugiati detenuti in Libia, il Camerun apre il dialogo nazionale” di Federica Iezzi


Acting BCMM City Manager, Andile Fani Picture: MARK ANDREWS

Roma, 7 settembre 2019, Nena News

Sudafrica – Il prodotto interno lordo sudafricano è migliorato nel secondo trimestre del 2019 grazie a una ripresa delle attività estrattive e manifatturiere. Primi segni di ripresa per il presidente Cyril Ramaphosa mentre il Paese sembra destinato a schivare la recessione.

Nel 2018 il settore agricolo è precipitato, l’economia ha faticato a recuperare uno slancio. La crescita del Pil negli ultimi tre mesi è stata del 3,1%, secondo i dati dello Statistics South Africa

L’attuale crescita è stata la più alta dal quarto trimestre del 2017. La crescita del PIL su base annua è stata dello 0,9%. I dati hanno mostrato che la produzione mineraria è cresciuta del 14,4% e quella manifatturiera è cresciuta del 2,1%.

Burkina Faso – Due alleati del corpo militare dell’ex presidente deposto del Burkina Faso, Blaise Compaore, sono stati condannati per aver organizzato un tentativo di colpo di stato nel 2015 contro il governo di transizione.

Un tribunale militare ha consegnato al generale Gilbert Diendere, ex dirigente del Presidential Security Regiment, una condanna a 20 anni di prigione con l’accusa di danno alla sicurezza dello Stato.

Invece il generale Djibrill Bassole, ex ministro degli Esteri, accusato di tradimento, è stato condannato a una pena detentiva di 10 anni.

Quattordici persone furono uccise e più di 300 ferite durante i disordini. Il colpo di stato fu montato da un’unità d’élite dell’esercito, il Presidential Security Regiment, nel settembre 2015, meno di un mese prima delle elezioni generali programmate.

Compaore è fuggito in Costa d’Avorio nel 2014 dopo 27 anni in carica segnati da omicidi e crescente disordine pubblico.

Sebbene il presunto colpo di stato sia stato rapidamente represso, ha avuto conseguenze traumatiche per il Burkina Faso, ha scavato una profonda spaccatura nelle forze armate.

Guinea Conakry – Proteste sempre più incalzanti contro il presidente guineano Alpha Conde. Nel 2010, Conde, che guida il partito al potere Rassemblement du Peuple Guineen, vinse le prime elezioni democratiche dall’indipendenza del Paese dalla Francia, risalenti al 1958.

Quattro anni fa, è stato rieletto con una maggioranza del 58% contro l’Union des Forces Democratiques de Guinee, partito guidato dall’ex primo ministro Cellou Dalein Diallo, che si è assicurato il 32% dei voti.

Secondo l’attuale costituzione, un presidente può rimanere al potere per due mandati quinquennali. Le prossime elezioni presidenziali sono programmate il prossimo anno, ma se i termini del mandato venissero eliminati da un referendum o dal consenso dei due terzi del parlamento, Conde potrebbe rimanere presidente a vita.

Figura di opposizione di lunga data, Conde fu incarcerato ed esiliato per le sue opinioni contro il precedente governo militare. È è diventato il secondo presidente della Guinea nel 1984 rovesciando il governo di Louis Lansana Beavogui, leader ad interim, dopo la morte di Sekou Toure, che aveva governato il Paese per i 28 anni successivi all’indipendenza.

Almeno 102 persone sono state uccise nelle proteste da quando Conde è entrato in carica, secondo una coalizione della società civile.

Nel corso degli anni, diversi leader africani hanno cercato di perpetuarsi al potere. Due dei capi di Stato più longevi del mondo sono Teodoro Obiang della Guinea Equatoriale e Paul Biya del Camerun che sono stati al potere rispettivamente dal 1979 e dal 1982.

All’avvicinarsi del suo secondo mandato nel 2007, l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo fece pressioni senza successo sui legislatori federali per modificare la costituzione e rimanere al potere. Paul Kagame, attuale presidente rwandese, potrebbe potenzialmente governare fino al 2034 grazie a un referendum del 2015. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Burkina Faso, condannati i golpisti” di Federica Iezzi


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Roma, 31 agosto 2019, Nena News

Somalia – Lo Stato meridionale del Jubaland ha rieletto Ahmed Mohamed Islam a leader della regione semi-autonoma. Ahmed ha sconfitto altri tre candidati in un voto espresso dai legislatori tenutosi nella città portuale di Kismayo. L’ex leader ribelle ha vinto con 56 dei 74 voti espressi.

Ahmed, 58 anni, è stato eletto per la prima volta nel maggio 2013, un anno dopo che le truppe somale, sostenute dai soldati dell’Unione Africana, hanno spinto il gruppo armato di al-Shabaab, fuori da Kismayo.

Le Nazioni Unite avevano invitato tutte le parti interessate a tenere un processo elettorale credibile, inclusivo, equo e pacifico.

Mali – La stagione del raccolto in Mali si è trasformata in un conflitto ancestrale che si svolge al culmine della stagione secca tra i Dogon, contadini e cacciatori tradizionali e i Fulani, pastori semi nomadi del Sahel. I Dogon accusano i Fulani di oltrepassare i terreni agricoli per nutrire i loro animali, mentre i Fulani accusano i Dogon di aver ucciso e rubato il loro bestiame.

La violenza non si limita al Mali: i Fulani nel Sahel sono in perpetuo conflitto con distinte tribù. Ad alimentare questo conflitto entrano gruppi armati, tra cui al-Qaeda.

La crisi nel centro del Mali è iniziata dall’occupazione del nord del paese da parte di gruppi terroristici ed è direttamente collegata alla situazione in Libia. Presente dal 2013, la missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite Minusma. Ci sono attualmente 14mila truppe delle Nazioni Unite, tra cui soldati britannici, canadesi e tedeschi, oltre 4mila truppe da combattimento francesi e forze regionali del G5 Sahel.

Intanto i leader Dogon e Fulani rimangono entrambi scettici nei confronti degli attori esterni internazionali.

Tanzania – Il governo della Tanzania ha raggiunto un accordo con il vicino Burundi per il rientro dei rifugiati burundesi, a partire dal prossimo ottobre. Il rimpatrio avverrà in collaborazione con le Nazioni Unite. In base a questo accordo, saranno 2mila i rifugiati che saranno rimpatriati ogni settimana. Attualmente, circa 200mila burundesi sono in Tanzania, secondo i dati del governo.

L’Unhcr ha dichiarato che le condizioni in Burundi, immerso in una crisi politica quattro anni fa, non sono completamente favorevoli alla promozione dei rimpatri. In Burundi, centinaia di persone sono state uccise e oltre 400mila sono fuggite nei Paesi limitrofi a causa della violenza per lo più condotta dalle forze di sicurezza della nazione in seguito alla decisione del presidente Pierre Nkurunziza dell’aprile 2015 di candidarsi per un controverso terzo mandato.

Nkurunziza ha vinto la rielezione e subito dopo il Burundi ha sospeso tutte le attività di cooperazione con gli uffici delle Nazioni Unite, dopo che un rapporto commissionato dall’Onu ha accusato il governo di Bujumbura e i suoi sostenitori di essere responsabili di crimini contro l’umanità.

Ciad – Secondo quanto dichiarato dal ministro della giustizia del Ciad, un tribunale penale speciale ha condannato i 243 ribelli che hanno attraversato la Libia, lo scorso febbraio, prima che la loro incursione fosse interrotta da raid aerei francesi.

L’Union of Resistance Forces, gruppo armato che si oppone al presidente ciadiano Idriss Deby, con sede nel deserto libico meridionale, è avanzato per circa 400 km nel territorio del Ciad, prima di essere fermato dai raid aerei francesi nei pressi della capitale del Ciad, N’djamena. Il Ciad ha subito ripetuti colpi di stato e crisi da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1960.

Deby ha anche affrontato diverse crisi dopo il colpo di stato militare del 1990, mentre osservatori internazionali hanno messo in dubbio l’equità delle elezioni che lo hanno tenuto in carica per decenni. La Francia invece vede Deby come chiave per una più ampia lotta regionale contro i gruppi armati, e con questo principio ha basato le sue 4.500 forze dell’Operazione Barkhane a N’djamena. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. La Tanzania rimpatria i rifugiati in Burundi, nonostante la crisi” di Federica Iezzi


SUDAN, Al_Jazeera

Roma, 24 agosto 2019, Nena News

Sudan – Dopo mesi di incertezza politica e di violenze, il Sudan sembra entrare in una nuova era con il recente giuramento del nuovo primo ministro e del nuovo consiglio sovrano con membri militari e civili. Abdalla Hamdok è stato scelto come primo ministro dallo stesso movimento di protesta.

Il consiglio sovrano, composto da sei civili e cinque militari, governerà il Sudan per poco più di tre anni fino a quando si potranno tenere le nuove elezioni. Sostituisce il Consiglio Militare di Transizione, che ha preso il potere ad aprile dopo che il presidente-sovrano Omar al-Bashir è stato costretto a lasciare l’incarico, in seguito a mesi di proteste di massa contro il suo governo pluridecennale, proteste da cui è nata l’Alleanza della libertà e il cambiamento, alleanza di gruppi della società civile e partiti di opposizione

L’esercito sudanese ha rovesciato al-Bashir in aprile dopo mesi di manifestazioni diffuse contro il suo governo autoritario. Le prime proteste risalgono allo scorso dicembre a causa di condizioni economiche disastrose. Anche il generale Abdul Fattah al-Burhan, prima a capo del Consiglio Militare di Transizione, ha prestato giuramento come presidente del consiglio sovrano. Condurrà il consiglio per 21 mesi, in seguito un leader civile, nominato dal movimento di protesta, subentrerà per i seguenti 18 mesi.

Con l’inizio del periodo di transizione, il Sudan è entrato nella fase più complessa, la fase di costruzione e riforma. Oltre ad al-Burhan, i militari nel consiglio sono il generale Mohamed Hamdan Dagalo, Yasser Abdul Rahman al-Atta, Ibrahim Jabir e Shams al-Din Kabashi. I sei civili includono due donne: Ayesha Musa Saeed e Raja Nicola Issa Abdul-Masseh, giudice della minoranza copta cristiana del Sudan. Gli altri sono Hassan Sheikh Idris Qadi, Al-Siddiq Tawer Kafi, Mohammed al-Fekki Suleiman e Mohamed Osman Hassan al-Taayeshi.

Il consiglio sovrano sovrintenderà alla formazione di un governo e di un organo legislativo composto da 300 membri. Dunque, il prossimo focus del popolo sudanese sarà sul consiglio esecutivo, che avrà la maggioranza delle forze di libertà e cambiamento.

I tortuosi negoziati sul consiglio civile e militare congiunto non si sono arrestati nonostante una mortale repressione della sicurezza in un sit-in di protesta nella capitale Khartoum. Almeno 250 persone sono state uccise da dicembre, secondo gli organizzatori della protesta. Ora le sfide future includono la lotta alla crisi economica che ha scatenato le proteste contro al-Bashir e i conflitti in corso nelle regioni del Darfur, Kordofan e Blue Nile.

Ma chi è Abdalla Hamdok? Famoso economista, a seguito di lunghi negoziati con il Consiglio Militare di Transizione, ha strappato il ruolo di primo ministro nel governo del Paese. Nato nella provincia centro-meridionale del Kordofan, Hamdok ha oltre 30 anni di esperienza come economista e analista senior specializzato in sviluppo economico in tutta l’Africa. Ha iniziato a trattare le sfide immediate: inflazione, disoccupazione giovanile e disponibilità di materie prime. Dal 1981 al 1987 è stato un alto funzionario del Ministero delle finanze e della pianificazione economica del Sudan, prima di assumere diversi ruoli di leadership in istituzioni tra cui l’African Development Bank e l’International Labour Organization.

Ha ricoperto la carica di vice segretario esecutivo nella Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa. La nomina di Hamdok a primo ministro segnala l’intenzione della nuova leadership sudanese di affrontare una crisi finanziaria ormai divenuta cronica. La sua più grande sfida sarebbe quella di integrare il Paese nell’economia internazionale dopo 20 anni di paralizzanti sanzioni commerciali statunitensi. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Transizione in Sudan, chi è il nuovo premier” di Federica Iezzi


RDC_Medici Senza Frontiere

Roma, 17 agosto 2019, Nena News

Repubblica Democratica del Congo – Va avanti la ricerca dei primi trattamenti efficaci per il virus Ebola dopo che due potenziali farmaci hanno mostrato tassi di sopravvivenza fino al 90%, in uno studio clinico nella Repubblica Democratica del Congo. I due farmaci sperimentali, Regeneron’s REGN-EB3 e l’anticorpo monoclonale mAb114, hanno mostrato buoni risultati, secondo quanto dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

I farmaci hanno migliorato i tassi di sopravvivenza alla malattia rispetto a due altri trattamenti in fase di sperimentazione: lo ZMapp, prodotto dalla Mapp Biopharmaceutical, e il Remdesivir, prodotto da Gilead Sciences.

L’endemia di ebola si è diffusa nell’area orientale della Repubblica Democratica del Congo dall’agosto 2018 in un focolaio che finora ha ucciso almeno 1.800 persone. Gli sforzi per controllarlo sono stati ostacolati dalle violenze legate alla milizia Boko-Haram. Gli operatori sanitari, inoltre, hanno lottato per ottenere la cooperazione delle comunità colpite, molte delle quali sono profondamente diffidenti nei confronti del governo Tshisekedi.

Almeno 680 pazienti in quattro centri di trattamento separati nel Paese sono già stati arruolati nella sperimentazione clinica del nuovo trattamento. Intanto il focolaio supera i confini dell’Uganda, dove sono stati dichiarati dallo scorso giugno tre casi di Ebola.

Zimbabwe – Lo Zimdollar, ormai unica moneta legale dello Zimbabwe, è in piena crisi. Nel 2009, l’impennata inflazionaria ha spinto lo Zimbabwe a abbandonare la sua valuta sovrana a favore di un paniere di valute estere, guidate dal dollaro Usa. Ma l’economia ha avuto un forte colpo nel 2015 quando l’insufficienza della valuta statunitense ha indebolito il sistema bancario formale.

Nel tentativo di porre fine alla carenza di dollari Usa, la banca centrale dello Zimbabwe ha introdotto le obbligazioni, una forma di valuta surrogata, che è stata sostenuta da 200 milioni di dollari dell’Africa Export-Import Bank. La speculazione del mercato nero ha rapidamente eroso il valore delle obbligazioni, innescando una carenza che la banca centrale ha cercato di compensare creando banconote elettroniche.

Quindi, lo scorso febbraio, tutte le obbligazioni sono state fuse nel Real Time Gross Settlement dollar (RTGS) o Zimdollar. Una valuta provvisoria, progettata per spianare la strada a un nuovo dollaro dello Zimbabwe previsto per la fine dell’anno. Lo Zimdollar è rapidamente caduto in preda alle speculazioni del mercato nero che hanno fatto precipitare il suo valore.

Attualmente meno vale lo Zimdollar e più i prezzi di beni e servizi salgono. La maggior parte degli zimbabwani è alle prese con difficoltà finanziarie legate alla carenza di carburante, blackout continui che hanno colpito le aree residenziali e industriali e salari che non riescono a tenere il passo con l’inflazione a spirale.

Nel tentativo di creare supporto per lo Zimdollar, la banca centrale dello Zimbabwe ne ha prelevato circa 400 milioni dal sistema bancario a giugno, quando sono diventati l’unica moneta legale del Paese. Ma non è riuscita a arginare gli attacchi speculativi e ha esacerbato l’attuale crisi di liquidità fisica. Attualmente la banca centrale consente prelievi fino a 300 Zimdollars (circa 30 dollari) a settimana. Ma l’importo massimo giornaliero, consentito da molte banche, è di 60 Zimdollars (6 dollari).

Secondo quanto dichiarato dal presidente Mnangagwa la banca centrale avrebbe iniziato a coniare nuove banconote, ma non ha offerto un calendario preciso.

Eritrea – Secondo un nuovo rapporto di Human Rights Watch, il sistema educativo eritreo continua a forzare gli studenti a impieghi militari o governativi indefiniti. L’istruzione secondaria eritrea è una macchina di coscrizione che sottopone gli studenti a lavoro forzato e abusi fisici.

Nonostante un accordo di pace con l’Etiopia, risalente al luglio 2018, che ha ispirato la speranza a una riforma, il governo guidato dal presidente Afwerki dal 1993, non ha attuato cambiamenti significativi nel sistema. L’Eritrea è stata condannata dalle Nazioni Unite per abusi che includono omicidi extragiudiziali, torture e violenze. Il Global Slavery Index stima che il 93‰ dei cittadini eritrei vive in una forma di schiavitù moderna.

Dal 2003, gli studenti all’ultimo anno di scuola secondaria sono costretti ad allenarsi nell’isolato campo militare di Sawa, vicino al confine sudanese. Qui, gli studenti sono indirizzati verso disciplina di tipo militare, punizioni fisiche e lavoro forzato.

Dopo la formazione obbligatoria, alcuni studenti vengono inviati direttamente al servizio militare. Altri vengono inviati al college, da cui vengono incanalati in lavori governativi. Coloro che rifiutano questo futuro hanno poche scelte oltre a fuggire dal Paese. E coloro che tentano di fuggire spesso affrontano una lunga detenzione con abusi fisici e torture. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Farmaci contro Ebola, in Congo si sperimenta la cura” di Federica Iezzi


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Roma, 10 agosto 2019, Nena News 

Benin – Un tribunale del Benin ha imposto un periodo di detenzione di sei mesi all’ex primo ministro Lionel Zinsou, leader politico dell’opposizione, per violazione della campagna elettorale.

Il provvedimento vieta a Zinsou di candidarsi alle prossime elezioni politiche, contro l’attuale presidente Patrice Talon.

Il leader è stato dichiarato colpevole di aver utilizzato documenti falsi e di aver abbondantemente superato i limiti di spesa nella sua offerta del 2016 per la presidenza della nazione dell’Africa occidentale.

I critici dichiarano che l’ultima sentenza fa parte di una repressione concertata dell’ex magnate degli affari Talon che ha portato persino all’esilio di avversari chiave.

Talon, che ha fatto fortuna nell’industria del cotone, è salito al potere nel 2016 su una piattaforma di modernizzazione, promettendo di sradicare la corruzione e la cattiva gestione in un Paese che ha la reputazione di una delle democrazie più stabili della regione.

Le proteste hanno pesantemente scosso il Benin in seguito al voto parlamentare dell’aprile 2016 che ha visto i partiti alleati di Talon conquistare tutti i seggi elettorali. I gruppi di opposizione sono stati di fatto banditi.

Zimbabwe – L’inizio del nuovo mandato per l’attuale presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, si era politicamente staccato dal passato rovinoso e spesso autocratico del suo predecessore e si era impegnato nuovamente con la comunità internazionale, dopo anni di ostracismo diplomatico.

Era previsto un ritorno alla democrazia.

Economicamente si stavano perseguendo nuove politiche come l’apertura del Paese agli affari internazionali. Si stava anche tentando di abbandonare politiche controverse come l’indigenizzazione, legge che obbligava gli investitori stranieri, con aziende del valore patrimoniale netto di un milione di dollari a cedere quote azionarie per il 51% agli indigeni dello Zimbabwe, per correggere squilibri storici di prosperità.

Ma un anno dopo la nuova presidenza in Zimbabwe, la speranza di un nuovo Paese è svanita. Mnangagwa ha perso il supporto e ha confermato la peggior paura di tutti: una gestione peggiore di quella di Mugabe.

La vita è più dura. I prezzi continuano a salire. Non gira denaro nell’economia. Le tasse scolastiche sono alle stelle.

Lo Zimbabwe è di fronte a una crisi politica ed economica caratterizzata da carenza di energia, aumento dei prezzi, crisi valutaria e carenza di carburante.

Mnangagwa inoltre non ha istituito riforme delle leggi ritenute incostituzionali come la legge repressiva sull’accesso alle informazioni e alla protezione della privacy e la legge sull’ordine pubblico e la sicurezza. Le due leggi sono state viste da sempre come un attacco ai diritti fondamentali come la libertà di espressione e di associazione.

Guinea Equatoriale – Un decennio fa, nessuna nave era al sicuro al largo della Somalia. Uomini armati di mitragliatrici su piccole imbarcazioni prendevano sistematicamente di mira le navi, comprese quelle collegate a aiuti umanitari.

È difficile confrontare la pirateria dell’Africa orientale con quella dell’Africa occidentale. Sono due fenomeni separati. Il Corno d’Africa ha attraversato gravi fallimenti governativi. Il Golfo di Guinea ha stati sovrani funzionanti.

La minaccia della pirateria continua a tormentare la regione del Golfo di Guinea, area che copre 11.000 chilometri di costa dall’Angola al Senegal, impedendone la sicurezza e lo sviluppo economico.

La maggior parte degli attacchi viene effettuata su petroliere e petroliere. La regione produce oltre cinque milioni di barili di petrolio greggio al giorno, fonte vitale di petrolio e gas per Asia, Europa e Stati Uniti.

Al largo delle coste dell’Africa occidentale, il costo totale della pirateria è aumentato costantemente negli ultimi tre anni, con un costo totale stimato superiore agli 800 milioni di dollari, secondo i dati del programma Oceans Beyond Piracy.

L’International Maritime Bureau dichiara che nei primi sei mesi di quest’anno, la maggior parte della cattura di ostaggi ha avuto luogo nel Golfo di Guinea.

Burundi – La malaria ha ucciso oltre 1.800 persone in Burundi quest’anno, secondo i dati dell’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite, un bilancio delle vittime in competizione con il letale focolaio di ebola nella vicina Repubblica Democratica del Congo.

Nel suo ultimo rapporto, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha affermato che nel Burundi sono stati registrati 5,7 milioni di casi di malaria nel 2019, una cifra approssimativamente pari alla metà della sua intera popolazione.

Il piano nazionale di risposta all’epidemia di malaria, attualmente in fase di convalida, ha messo in luce la mancanza di risorse umane, logistiche e finanziarie per una risposta efficace.

La mancanza di misure preventive, i cambiamenti climatici e l’aumento dei movimenti di persone dalle aree montane con bassa immunità alla malaria stanno guidando la crisi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato almeno 220 milioni casi della malattia parassitaria nel 2017, con circa 435.000 morti in tutto il mondo. Più del 90% dei casi di malaria e dei correlati decessi avviene in Africa. Nena News

Nena News Agency ” FOCUS ON AFRICA. Carcere per l’ex premier del Benin. 1800 le vittime della malaria in Burundi” di Federica Iezzi


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Roma, 3 agosto 2019, Nena News

Senegal-Gambia – Di tutti i confini artificiali stabiliti in Africa dalle potenze coloniali nel XIX secolo, uno dei più ridicoli è quello tra Senegal e Gambia. Geopoliticamente il Gambia, colonizzato dagli inglesi, è una sottile striscia di terra che corre sull’omonimo fiume, circondata sui tre lati dal Senegal. Su entrambi i lati, le persone condividono la stessa cultura e le stesse lingue locali, ma la scuola divide le popolazioni per la lingua d’istruzione, rispettivamente l’inglese per il Gambia e il francese per il Senegal.

Il confine tra i due Paesi è stato sempre motivo di tensioni economiche e di sicurezza. Chiuso già nel 2016 per una dura disputa tra i due governi. L’ex-presidente gambese Yahya Jammeh emise un decreto con il quale aumentava il dazio doganale applicato al traffico merci che attraversava il Paese, senza avvisare le autorità senegalesi. E poco è cambiato con il turbolento passaggio di consegna all’attuale presidente Adama Barrow.

Il Senegal affronta da anni un conflitto a bassa intensità con un movimento separatista interno nella regione di Casamance, il Mouvement des force démocratiques de Casamance (MFDC), nonché una persistente instabilità politica con la vicina Guinea-Bissau.

La chiusura delle frontiere e la lotta diplomatica continua tutt’oggi ad avere implicazioni economiche negative per entrambi i Paesi. Il Gambia è quasi interamente senza sbocco sul mare e quindi fa totale affidamento sul vicino Senegal, per i flussi commerciali terrestri. In molte occasioni le politiche e le scelte irrazionali del regime gambese hanno causato la fuga di migliaia di civili sulla sponda senegalese, secondo i dati dell’UNHCR.

Anche le seriate riaperture ufficiali del confine e le ispezioni da parte di delegazioni ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale), sono state motivo di disordini, soprattutto a carico dei trasportatori, i quali hanno pesantemente protestato contro l’aumento ingiustificato delle tariffe che stanno soffocando l’economia del Gambia.

Questo si ripercuote direttamente sull’aumento dei costi di trasporto all’interno del Senegal, in particolare nella problematica regione meridionale di confine di Casamance.

Di gran lunga il percorso più breve tra la regione di Casamance e la capitale Dakar, attraversa il Gambia ma con le continue chiusure del confine il viaggio di 420 km raddoppia.

Sul confine pattugliano forze di sicurezza congiunte che comprendono militari, Police Intervention Unit e guardiani del National Intelligence Agency.

La persistente instabilità cronica sconforta lo sviluppo economico nella Casamance, per agricoltura e turismo. Invece le attività illecite, come il traffico di droga e il disboscamento illegale, sono enormemente diffuse, nonostante i severi controlli da parte della polizia senegalese.

Nel tentativo di affrontare alcune delle cause profonde dei disordini in Casamance, il governo senegalese sta portando avanti importanti progetti infrastrutturali volti a migliorare i collegamenti della regione con il resto del Paese.

Tuttavia, qualsiasi miglioramento a lungo termine delle condizioni della regione dipenderà dal vicino Gambia. Le relazioni tra i due governi, mai state forti, sono peggiorate negli ultimi anni.

Il governo del Gambia è stato inoltre oggetto di critiche internazionali per le repressioni sui sostenitori di diritti politici e di diritti umani, che hanno aggravato le tensioni già esistenti tra i due governi. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Il confine tra Senegal e Gambia” di Federica Iezzi


L'Hôpital des plaies de de la cicatrisation de Balanveng, Cameroun / The Hospital of wounds and cicatrization of Balaveng, Cameroon

Roma, 27 luglio 2019, Nena News

Repubblica Democratica del Congo – Nell’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, si sottolinea la grande preoccupazione per il perpetrarsi di violenze che hanno provocato lo sfollamento di centinaia di migliaia di civili nell’area nord-orientale della Repubblica Democratica del Congo e la minaccia di nuovi scontri sta impedendo ai civili il rientro nelle proprie case. Il deterioramento della situazione della sicurezza sta inoltre interrompendo il processo di rimpatrio nel Paese.

Gli scontri interetnici nella turbolenta e ricca regione dell’Ituri hanno lasciato almeno 700.000 persone in balia di soli aiuti umanitari. L’Ituri ha una storia di violenza etnica, con oltre 60.000 persone uccise e altre 500.000 sfollate a causa di sanguinosi scontri tra gruppi rivali tra il 1999 e il 2003.

In tutto il Paese, i disordini hanno prodotto 4,5 milioni di sfollati interni, dal dicembre 2017, e oltre 850.000 civili hanno attraversato i confini per stazionare in Angola, Zambia e altri Paesi limitrofi.

La politica della Repubblica Democratica del Congo è stata sconvolta da una lotta di potere da quando Felix Tshisekedi ha ottenuto la vittoria a sorpresa nel voto presidenziale dello scorso dicembre, contro il candidato favorito del presidente uscente Joseph Kabila, Emmanuel Ramazani Shadary.

L’assenza di un governo nazionale, dovuta principalmente all’intransigenza degli attori politici allineati con l’ex presidente Kabila, compromette progressi e iniziative.

Tanzania – Il governo Magufuli ha dichiarato di aver concesso le licenze per la costruzione di una fonderia di minerali e due raffinerie d’oro a impresari cinesi, nell’ambito dei programmi per generare maggiori entrate dall’industria mineraria nella Nazione. Almeno 37 società cinesi hanno manifestato interesse. La costruzione di miniere su larga scala, prevede un investimento individuale superiore ai 100 milioni di dollari.

La Tanzania risulta essere il quarto produttore di oro dell’Africa dopo il Sudafrica, il Ghana e il Mali.

Il governo tanzaniano ha dichiarato di aver istituito 28 centri di commercio di minerali dallo scorso marzo, per migliorare e controllare la raccolta delle entrate provenienti dai minatori africani di piccola scala. Per un totale di 60 milioni di dollari, l’oro è stato scambiato attraverso i nuovi centri minerari facendo incassare al governo almeno tre milioni di dollari in diritti d’autore e commissioni di liquidazione.

Secondo un rapporto parlamentare, infatti, i minatori su piccola scala producono circa 20 tonnellate di oro all’anno, ma il 90% di questo viene esportato illegalmente. La Tanzania ha conquistato 134 milioni di dollari in entrate minerarie nell’anno fiscale 2018-2019 che mira ad aumentare fino a 200 milioni di dollari nel prossimo anno fiscale.

Le esportazioni di oro sono una fonte chiave di valuta estera per il Paese, che solo l’anno scorso ha esportato oro per più di 1.500 miliardi di dollari, secondo i dati della Banca Centrale.

Kenya – Il presidente Uhuru Kenyatta ha sostituito il suo ministro delle finanze, Henry Rotich, accusato di frode per la gestione di contratti multimilionari indirizzati alla costruzione di due dighe nell’ovest del Paese. È la prima volta che un ministro delle finanze in Africa orientale, afflitta da una diffusa corruzione, viene accusato mentre è in carica. Rotich ha negato le accuse in un’apparizione in tribunale.

Secondo una dichiarazione del governo Kenyatta, l’attuale ministro del lavoro, Ukur Yatani Kanacho, ricoprirà il ruolo di Rotich.

Il presidente ha anche sostituito il funzionario vicino a Rotich, Kamau Thugge, e altri collaboratori. Le accuse sostengono che i funzionari avrebbero cospirato per truffare il governo nel progetto delle dighe nella contea di Elgeyo-Marakwet, nella Rift Valley Province, dove non è stata avviata alcuna costruzione nonostante siano stati già spesi miliardi di scellini kenioti.

Secondo alcune fonti la società italiana CMC (Cooperativa Muratori e Cementisti) di Ravenna, leader nel settore delle costruzioni, sarebbe coinvolta nell’inchiesta. La stessa ha negato qualsiasi illecito e ha dichiarato di collaborare con le autorità kenyane. L’accusa si riferirebbe, in effetti, alle condizioni del finanziamento, da parte delle banche di primaria importanza internazionale e delle opere pubbliche appaltate dal governo kenyano alla CMC. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. RDC, nuove violenze etniche. Kenya, corruzione ai vertici. Tanzania, affari d’oro con la Cina” di Federica Iezzi


RDC Al-Jazeera

Roma, 20 luglio 2019, Nena News

Repubblica Democratica del Congo – Deliberato lo stato di ‘Emergenza Internazionale di Salute Pubblica’ da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il primo paziente con diagnosi di ebola nella città di Goma, nell’area orientale della Repubblica Democratica del Congo, è morto.

Il ministero della Sanità del Paese aveva qualche giorno fa confermato il caso di ebola a Goma, attualmente il più grande centro abitato colpito dall’endemia.

Il virus ha ucciso oltre 1.650 persone dall’agosto 2018 nell’est del vasto Paese. Sono stati curati 694 civili e altri 160.239 sono stati vaccinati. Il vaccino è sperimentale, ma è stimato essere efficace al 97,5% e, secondo l’OMS, può proteggere un individuo fino a 12 mesi. E oggi il virus potrebbe diffondersi più rapidamente nell’area densamente popolata al confine con il Rwanda.

L’uomo che ha contratto l’infezione era arrivato a Goma, dopo un viaggio in autobus da Butembo, una delle principali città toccate dal virus ebola nella provincia del Nord Kivu. Sono già in corso le vaccinazioni per tutti i passeggeri di quella tratta.

Nella città di Goma, un centro per il trattamento dell’ebola è operativo già dallo scorso febbraio. Gli sforzi per combattere l’epidemia sono stati notevolmente complicati dai molteplici attacchi contro gli operatori sanitari e i centri di cura, nonché dalla sfiducia diffusa tra i membri della popolazione locale nei confronti sia del governo centrale di Kinshasa sia delle strategie mediche messe in atto dai soccorritori. Un’epidemia sovrapponibile a quella attuale tra il 2013 e il 2016 uccise oltre 11.300 persone nell’Africa occidentale.

Zimbabwe – Il servizio statistico dello Zimbabwe ha affermato che l’inflazione annuale è salita al 175,7% a giugno dal 97,9% di maggio. Sono dunque 29 mesi che i prezzi dello Zimbabwe hanno ripreso a salire dopo anni di deflazione.

I prezzi del cibo, dell’abbigliamento, dei mobili e dell’assistenza sanitaria sono aumentati di oltre il 200% a giugno rispetto a un anno prima. L’inflazione nella nazione dell’Africa meridionale ha raggiunto il picco dei 500 miliardi nel 2008, spingendo il governo ad abbandonare lo Zimbabwe dollar. Il governo il mese scorso ha annunciato il ritorno di una valuta nazionale e ha tenuto a precisare che il dollaro USA e il rand sudafricano ampiamente utilizzati negli ultimi dieci anni, non saranno più accettati come moneta a corso legale.

Il nuovo tasso di cambio creerà il rischio di una maggiore spinta verso il mercato nero, deprimendo ulteriormente l’economia di entrate statali già insufficienti, in un momento in cui il Paese sta fronteggiando una grave carenza di grano, carburante ed elettricità.

Uganda – Il politico, leader dell’opposizione e pop-star dell’Uganda, Bobi Wine, ha dichiarato che sfiderà il decennale presidente Yoweri Museveni nelle prossime elezioni del 2021. Wine, il cui vero nome è Kyagulanyi Ssentamu, ha affermato di essere preoccupato per la sua sicurezza dopo essere sopravvissuto a quello che crede sia stato un attentato alla sua vita lo scorso agosto.

Come leader del movimento popolare ‘People Power’, Wine ha catturato il consenso dei molti ugandesi che sperano nell’uscita di Museveni, che ha mantenuto il potere nel Paese dal 1986 e sembra destinato a correre per un nuovo mandato. Wine è entrato nella scena politica ugandese per la prima volta nel 2017 quando, come candidato indipendente, ha vinto le elezioni, diventando legislatore in rappresentanza di un collegio elettorale vicino a Kampala.

Da allora ha partecipato con successo a molteplici campagne come candidato dell’opposizione, aumentando il suo profilo come leader nazionale.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Ebola arriva a Goma, in Congo è stato di emergenza” di Federica Iezzi


Auxillia Mnangagwa - Zimbabwe

Auxillia Mnangagwa – Zimbabwe

#AuxiliaMnangagwa

Roma, 13 luglio 2019, Nena News

Zimbabwe – Politico dello Zimbabwe, Auxillia Mnangagwa diventa First Lady nel novembre 2017, come moglie del presidente Emmerson Mnangagwa. Entrò a far parte dell’ufficio del Primo Ministro nel 1992 e della Central Intelligence Organization nel 1997.

È entrata nel dipartimento finanziario dello Zimbabwe African National Union – Patriotic Front (Zanu-PF) a Kwekwe. Dopo un tentativo infruttuoso di schierarsi con lo ZANU-PF nella sua nativa Mazowe Central, nel 2009 è entrata a far parte del Comitato Centrale del partito.

Fu eletta membro del Parlamento Zanu-PF per Chirumanzu-Zibagwe nel 2015, quando suo marito ricopriva la carica di vicepresidente nel governo di Robert Mugabe. A nome di Zanu-PF, ha fondato un certo numero di banche femminili a Silobela, Zhombe, Kwekwe e Chirumanzu-Zibagwe nella provincia delle Midlands dello Zimbabwe.

Auxilia Mnangagwa ha spodestano gli anni di sgomento della moglie dell’ex-presidente Robert Mugabe, dittatore rimasto al potere per quasi 40anni, Grace Mugabe, schernita come ‘Gucci Grace’, per il suo evidente e spasmodico interesse verso la moda. Oggi la First Lady dello Zimbabwe è ampiamente accettata, anche per il suo lavoro di beneficenza nei confronti della condizione femminile del Paese.

Ha contribuito a creare banche femminili in diverse aree delle Midlands del Paese, tra cui Zhombe, Zibagwe e Chirimanzu. E nel 2013, ha anche lanciato una banca di donne a Mvuma con l’assistenza del Small and Medium Enterprises and Cooperative Development ministry.

È coinvolta inoltre in campagne che mirano a porre fine ai matrimoni della prima infanzia. È evidente che Auxillia Mnangagwa, ha aggiunto valore all’offerta presidenziale di suo marito attraverso iniziative caritatevoli come la ‘Angel of Hope Foundation’. È una fondazione costruita con i forti valori africani tradizionali e cristiani di amore e unità. I suoi obiettivi più ampi si fondano su attività di advocacy e iniziative incentrate su: lotta a HIV/AIDS, abuso di minori, violenza domestica, miglioramento dell’accesso all’assistenza sanitaria, istruzione della fascia giovanile. Il ruolo della Fondazione è quello di creare un futuro migliore per i membri vulnerabili della società.

Auxilia Mnangagwa ha fatto la sua apparizione inaugurale al Primo Forum delle donne africane contro l’HIV/AIDS. In questa spinta ha già creato una squadra per sviluppare il suo piano d’azione. Lo scrittore francese Alphonse Karr scriveva “Più le cose cambiano, più rimangono le stesse”. E in Zimbabwe è questa la vera aria che si respira nelle strade.

Non ci sono nette differenze tra la prima e la seconda repubblica del Paese, rispettivamente guidate da Robert Mugabe e Emmerson Mnangagwa. Non esiste una netta rottura con il passato, anzi le due ere hanno una sorprendente somiglianza.

Come succedeva con Mugabe, il Paese continua ad essere bloccato sotto il ciarpame amministrativo, istituzionale e culturale di Mnangagwa. La cultura del protocollo politico che ha accompagnato i 37 anni al potere di Mugabe non è variato. Ci sono solo state alcuni modifiche in relazione alle riforme legali, politiche ed economiche, ma i cambiamenti non hanno costituito un chiaro distacco dall’era Mugabe. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Zimbabwe, la first lady Auxilia Mnangagwa” di Federica Iezzi


Famiglia Sassou-Nguesso

Antoinette Sassou Nguesso – Repubblica del Congo

#AntoinetteSassouNguesso

Roma, 6 luglio 2019, Nena News

Repubblica del Congo – Antoinette Sassou Nguesso, la moglie del presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso, nasce a Brazzaville ed è attuale First Lady dal 1997 dopo il primo mandato presidenziale del marito dal 1979 al 1992.

Ex insegnante, continua a mantenere il legame con la scuola attraverso la presidenza onoraria del ‘Mouyondzienne’, gruppo di ex-allievi del Collège des filles de Mouyondzi, nel dipartimento di Bouenza.

La famiglia di Sassou Nguesso rimane oggetto di numerose indagini legali e finanziarie negli Stati Uniti e in Francia. Alla stessa Antoinette Sassou Nguesso è stato notificato un mandato di comparizione costringendola a comparire per una deposizione negli uffici di White & Case, studio legale con sede a Washington in rappresentanza della Commissions Import Export – Commisimpex nella lunga controversia tra la società e la Repubblica del Congo.

L’azione delle cosiddette prime donne nelle ex-colonie francesi d’Africa ha sempre avuto un’impronta sociale diventata quasi un marchio di fabbrica e utile a coprire dietro una facciata umanitaria i regimi di cui sono parte integrante. Sono visibili nel campo dell’istruzione, della salute, della disabilità, del benessere delle popolazioni vulnerabili del rispetto dei diritti umani, dell’uguaglianza di genere, in paesi dove pesante è ancora il retaggio coloniale e dove il potere è gestito da decenni dagli stessi clan familiari.

Antoinette Sassou Nguesso è presidentessa dell’organizzazione non governativa ‘Fondation Congo-Assistance’ (Fca) fin dalla sua nascita nel 1984. L’obiettivo dichiarato della Fondazione è quello di promuovere l’azione sociale nei settori della salute, lo sviluppo, l’istruzione e la formazione professionale.

Collaborando con partner internazionali nel settore pubblico e privato, la Fondazione afferma di lavorare per migliorare la vita della popolazione vulnerabile congolese. Più del 40% della popolazione del Congo ha meno di 14 anni e quasi la metà vive al di sotto della soglia di povertà.

La Fca distribuisce aiuti alle vittime di conflitti, forma le donne affinché assumano ruoli dirigenziali e sta cercando di porre fine alla dannosa pratica culturale delle mutilazioni genitali femminili.

Dal 2000, i principali progetti sanitari della Fca si sono concentrati sulla cura di malattie croniche, tra cui l’Hiv/Aids, il cancro e le malattie cardiache. Le donne del Congo ricevono gratuitamente per cinque anni il Viramune, un farmaco che impedisce la trasmissione verticale dell’Hiv da madre a figlio, grazie al supporto della Fondazione che fornisce il trattamento antiretrovirale alle famiglie meno agiate.

Ha collaborato con il Marocco per costruire scuole in zone remote del Congo e con la Cina per fornire generatori, utilizzati nei centri di accoglienza per i malati di Hiv e per i gruppi di donne vulnerabili.

La Fondazione ha firmato un accordo di partnership con la società tedesca OncoInvest per costruire una clinica oncologica che fornirà un trattamento oncologico mirato, per tutti i congolesi, indipendentemente dai mezzi finanziari. Il trattamento per i meno abbienti sarà coperto da un fondo gestito dalla Fondazione stessa.

Madrina del National Sickle Cell Centre situato presso l’ospedale didattico di Brazzaville, Antoinette Sassou Nguesso affianca i programmi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sul miglioramento del sistema sanitario nazionale riguardo l’anemia a cellule falciformi.

Mentre il Paese è impegnato a migliorare il proprio sistema sanitario, gli indicatori sanitari indicano sfide significative. L’aspettativa di vita è di 59 anni e rimangono alti i tassi di mortalità materna e infantile (442 decessi ogni 100mila nati vivi e 33 decessi ogni mille nati vivi). Il 12% dei bambini sotto i cinque anni sono sottopeso. Esiste un’ampia disparità nell’accesso ai servizi sanitari tra le persone che vivono nelle aree rurali rispetto a quelle che vivono nelle aree urbane. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Antoinette Sassou Nguesso, tra fondazioni umanitarie e povertà” di Federica Iezzi


Dominique+Folloroux-Ouattara+4

Dominique Folloroux-Ouattara – Costa d’Avorio

#DominiqueFollorouxOuattara

Roma, 29 giugno 2019, Nena News

Costa d’Avorio – Dominique Folloroux-Ouattara è l’attuale First Lady della Costa d’Avorio, sposata con il presidente Alassane Ouattara. Nata in Algeria francese, si è trasferita in Costa d’Avorio nel 1975 con il suo primo marito, Jean Folloroux, professore al Lycée Technique di Abidjan. Ha incontrato Alassane Ouattara, allora vice governatore del BCEAO (Banque Centrale des États de l’Afrique de l’Ouest), a Dakar dopo il 1983. Alassane Ouattara fa ancora i conti con le accuse legate ai crimini commessi dalle forze ribelli che lo appoggiavano, durante la crisi post-elettorale del Paese nel 2010-2011, che hanno causato la morte di oltre 3.000 persone.

Potente donna d’affari, è stata CEO dell’Association of Image Consultants International Group. Ha fondato una società di gestione immobiliare la Malesherbes Gastron. È diventato CEO di French Beauty Services che gestisce il marchio del franchising Jacques Dessange statunitense.

Dopo l’elezione del marito alla presidenza della Repubblica, Dominique Ouattara ha cessato le sue attività come donna d’affari per concentrarsi esclusivamente sui suoi doveri da First Lady.

Nel novembre 2011 è stata nominata capo del National Oversight Committee of Actions Against Child Trafficking, Exploitation and Labour, come risultato del suo impegno nell’eliminare le peggiori forme di lavoro minorile in Costa d’Avorio. Collabora con partner nazionali e internazionali per l’eliminazione di questo flagello in Costa d’Avorio e nella sub-regione dell’Africa occidentale. L’ultimo progetto del Comitato ha previsto la costruzione di tre rifugi per bambini a Soubré, Ferkessédougou e Bouaké in Costa d’Avorio, per assistere i bambini esposti alla tratta e salvarli dalle mani dei trafficanti. Gli sforzi del Comitato hanno portato all’elaborazione di elenchi di lavori pericolosi vietati ai bambini e di lavori leggeri autorizzati per ragazzi tra i 13 ei 17 anni.

La First Lady ha diretto missioni umanitarie in Costa d’Avorio e nel 1998 ha creato la Fondazione ‘Children of Africa’, con l’obiettivo del supporto al benessere dei bambini.

Patrona della fondazione, attiva in Costa d’Avorio, Gabon, Madagascar, Burkina Faso e nei Paesi dell’Africa Centrale, è la principessa Ira von Fürstenberg.

Poche First Lady a fianco dei capi di stato africani riescono, come Dominique Ouattara, a guadagnarsi un posto da fuoriclasse per aiuti umanitari e imprenditoria senza la finestra politica. Attraverso queste due attività, la moglie di Alassane Ouattara ha costruito una rete di contatti molto variegata che comprende l’élite ivoriana e i capi di aziende di alto livello, ma anche personalità dello spettacolo e dei media.

Come prima sostenitrice delle ambizioni presidenziali del marito, oggi sta raccogliendo i frutti di molti anni di lotte. Il suo status di First Lady le ha permesso di accelerare la realizzazione dei suoi progetti di beneficenza, compresa la costruzione di un ospedale a Bingerville, nel sud-est della Costa d’Avorio.

Credendo fermamente che il potenziale delle donne possa avere un impatto sullo sviluppo economico di un paese, Dominique Ouattara ha lanciato il Fund to support the women of Côte D’Ivoire (FAFCI), per finanziare i microprogetti guidati dalle donne. Questo fondo mira a facilitare l’emancipazione finanziaria delle donne, incoraggiare l’imprenditorialità femminile e affrontare la disoccupazione. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Costa d’Avorio, l’impegno per i bambini di Dominique Folloroux-Ouattara” di Federica Iezzi


Mariéme-Faye-Sall

Mariéme-Faye-Sall – Senegal

#MariemeFayeSall

Roma, 22 giugno 2019, Nena News

Senegal – Nata nel Senegal del nord, cresciuta con le tradizioni Wolof, ha suscitato un consenso unanime per la sua umiltà e la grande capacità di ascoltare e comunicare con i poveri e con i giovani. Marieme Faye Sall, la Première Dame senegalese, crede nella condivisione equa e trasparente delle opportunità, per le popolazioni più diseredate e rese vulnerabili da condizioni avverse.

È la prima First Lady ‘indigena’ del Senegal, a precederla solo donne dal backgroud francese. Altro elemento non trascurabile della sua ascesa è la religione musulmana. Tutte e tre le precedenti First Lady del Senegal erano cristiane in una nazione al 90% musulmana.

Presidentessa della Serve Senegal Foundation, professa l’azione sociale a beneficio di chi ne ha più bisogno, in un flusso disinteressato di generosità e in una fede incrollabile per un Senegal di stabilità e innovazione. E il lavoro filantropico innovativo di Marieme Faye Sall inizia attraverso il supporto a pazienti in dialisi con problemi renali.

Il Senegal è un paese molto dinamico sulla scena internazionale. Ha ricevuto varie responsabilità all’interno dell’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale, e più recentemente, del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Lo stesso presidente Macky Sall è impegnato a garantire la stabilità della sub-regione dell’Africa occidentale (in Mali, Burkina Faso, Guinea-Bissau).

Con il rivoluzionario Plan for an Emerging Senegal, il nuovo quadro politico del governo del presidente Sall ha l’obiettivo di portare il Paese sulla strada dello sviluppo entro il 2035. Tre sono i pilastri strategici: la trasformazione strutturale del quadro economico, la promozione del capitale umano, la garanzia di uno stato di diritto.

Durante la campagna presidenziale del 2012 Macky Sall vince contro il presidente uscente Abdoulaye Wade: Marieme Faye Sall ha agito come uno stretto consigliere di sostegno, rimanendo però fuori dalla pianificazione quotidiana del partito politico di supporto del marito.

I primi mesi a fianco del presidente ha affrontato la stampa senegalese pro-Wade. È stata subito paragonata alla potenza di Simone Gbagbo, First Lady della Costa d’Avorio e moglie di Laurent Gbagbo al potere fino al 2011 nel Paese, arrestata dalle forze pro-Ouattara.

Dal 2004 al 2007, quando Macky Sall era primo ministro, la First Lady aveva la reputazione di fare e disfare le carriere. Oggi rimane a una certa distanza dalla politica. Non ha mai partecipato a una riunione dell’Alliance pour la République (Apr), il partito creato da Sall nel 2008, né è stata coinvolta attivamente nell’ultima campagna elettorale.

In tutto il continente africano, numerose First Lady sono state riconosciute, applaudite e talvolta vilipese per i ruoli che interpretano a sostegno della politica dei loro mariti. Mentre molti possono applaudire Marieme Faye Sall come personaggio tradizionale, altri lo possono denigrare come un passo indietro per le donne africane. La maggior parte delle donne senegalesi si trova già a svolgere lavori non tradizionali per sostenere le proprie famiglie.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. La prima volta di Mariéme Faye Sall” di Federica Iezzi


Sylvia Bongo Odimba - Gabon

Sylvia Bongo Ondimba – Gabon

#SylviaBongoOndimba

Roma, 15 giugno 2019, Nena News

Gabon – Sylvia Bongo Ondimba, moglie di Ali Bongo Ondimba dal 1989, è diventata la First Lady del Gabon in seguito all’elezione del marito a presidente nell’ottobre 2009. Ali Bongo Ondimba è succeduto a Omar Bongo Ondimba continuando la dinastia dei Bongo iniziata nel novembre 1967, quando suo padre succedette al primo Presidente Léon M’ba.

Nata a Parigi, Sylvia Bongo Ondimba ha vissuto a Douala con il padre, un uomo d’affari francese che dirigeva il gruppo Omnium Gabonais d’Assurances et de Réassurances. Dopo una successiva e lunga permanenza in Tunisia, la famiglia della First Lady, decise di trasferirsi in Gabon. Qui Sylvia Bongo Odimba ricevette un’istruzione accademica alla Libreville Immaculate Conception Institution.

Nel gennaio 2011 ha creato la Fondazione Sylvia Bongo Ondimba ‘For the family’, per migliorare la condizione delle persone vulnerabili e svantaggiate. Dal 2015, la Fondazione è maggiormente coinvolta nel campo della salute e dell’istruzione.

Più che mai in passato, l’impegno della First Lady è nella lotta contro il cancro e all’HIV. Sono state create ventotto nuove unità di screening e diagnostica nel Paese. Brulicano le iniziative per i giovani con la nascita di due nuovi programmi, Safety First e Livre des Métiers

In base agli obiettivi fissati dal Millénaire pour le Développement, il tasso di prevalenza dell’HIV/AIDS nel Gabon dovrebbe essere inferiore all’1,2% nel 2015. Oggi questi obiettivi non sono attualmente raggiunti in nessuna delle province del Gabon. Nel 2012, il tasso di prevalenza dell’HIV/AIDS ha raggiunto il 4,1% nella popolazione generale, ovvero 41.000 persone. Alcune province come Woleu-Ntem e Moyen-Ogooué hanno tassi di prevalenza molto elevati, che sfiorano il 7,2%.

È con questo in mente che la Fondazione, nell’innovativo programma Safety First, ha deciso di impegnarsi in una campagna di sensibilizzazione contro l’HIV/AIDS, le infezioni sessualmente trasmesse e le gravidanze precoci.

La Première Dame è molto impegnata anche nel miglioramento relativo delle condizioni di vita delle persone disabili, delle donne e dei giovani più fragili. Ha permesso a decine di portatori di handicap di spostarsi più facilmente, di assistere meglio alle loro attività quotidiane e di promuovere sé stessi in termini sociali, economici e finanziari. E ha investito nell’organizzazione di posti medici avanzati, permettendo la protezione della salute di bambini e madri.

Proprio quest’anno la Fondazione ha istituito un premio dedicato alle associazioni leader che combattono la violenza contro le donne. La violenza contro le donne è una piaga che attraversa le generazioni. Il premio è un modo per aiutare coloro che, quotidianamente, combattono contro questa ignominia che non risparmia alcuna famiglia nel Gabon. Nena News

Nena News Agency ” FOCUS ON AFRICA. Gabon, l’impegno nel sociale di Sylvia Bongo Ondimba” di Federica Iezzi


Janet Museveni - Uganda

Janet Museveni – Uganda

#JanetMuseveni

Roma, 8 giugno 2019, Nena News

Uganda – Classe 1948, Janet Kataaha Museveni, oltre a vestire i panni della first lady dell’Uganda dal 1986, è a capo del Ministero dell’educazione e sport. Janet Museveni fuggì in esilio in Tanzania nel 1971, quando Idi Amin rovesciò con un colpo di stato militare il regime di Milton Obote, in cui suo marito Yoweri Museveni era ministro della Difesa.

Quando il regime di Amin cadde dal potere nell’aprile del 1979, tornò in Uganda con suo marito. Nel febbraio 1981 si trasferisce con i suoi figli prima a Nairobi, in Kenya, poi a Göteborg, in Svezia. Soggiorno durato fino al maggio 1986, quattro mesi dopo che l’Esercito di Resistenza Nazionale di Yoweri Museveni prese il potere a Kampala.

Lo stato Museveni e l’immenso potere presidenziale, che è la sua principale caratteristica, si concentrano sulla mobilitazione di conflitti militari per rafforzare la legittimità del regime e sulla sorveglianza degli spazi urbani per contenere i segnali della potenziale rivoluzione. Insieme queste dinamiche hanno cristallizzato il potere presidenziale in Uganda.

Una delle dirette conseguenze è stato il voto dei legislatori ugandesi nel 2017, riguardo la modifica della Costituzione del Paese, per permettere al leader di estendere il suo governo, potenzialmente garantendogli una presidenza a vita.

Organizzare e protestare è praticamente impossibile, poiché le aree urbane sono sotto stretta sorveglianza. Inoltre, le principali istituzioni statali, il parlamento, la commissione elettorale, la magistratura, i militari e la polizia, sono tutte rimaste fortemente legate al Movimento di Resistenza Nazionale, e dunque tutte le voci di dissenso vengono messe a tacere.

Janet Museveni entra in politica nel novembre 2005, nella contea di Ruhaama, Ntungamo District, rappresentandone il seggio al parlamento, nelle elezioni generali ugandesi del febbraio 2006. Ha vinto sul candidato per il Democratic Change Forum, Augustine Ruzindana. Ed è stata rieletta nel marzo 2011 per un ulteriore mandato di cinque anni.

Nel 2009, Janet Museveni è stata nominata ministro di Stato per gli affari di Karamoja e in seguito ministro della Pubblica Istruzione. Membro fondatore dell’Uganda Women’s Effort to Save Orphans (Uweso), Janet Museveni si prende cura, a fianco delle principali agenzie delle Nazioni Unite e di altre agenzie internazionali, degli orfani colpiti dalla guerra e dall’Hiv/Aids in tutti i distretti ugandesi.

Come membro dell’Organizzazione delle prime donne africane contro l’Hiv/Aids (Oafla), è in prima linea nella lotta alla malattia dal 1987, diventando parte della risposta aperta e aggressiva all’epidemia. È inoltre promotrice del National Strategy for the Advancement of Rural Women in Uganda (Nsarwu), organizzazione di supporto economico alle donne che vivono in realtà rurali, e dell’Uganda Youth Forum, associazione di sostegno ai giovani ugandesi. Quest’ultima fornisce una piattaforma per un dialogo aperto per i giovani dell’Uganda su questioni e sfide della crescita come la sessualità e le relazioni, l’adolescenza, l’amicizia e le scelte professionali.

Entrambe le fondazioni lavorano principalmente con donne delle periferie rurali, che tendono ad essere private di opportunità educative. Con un pacchetto di formazione intensivo e sensibilizzazione che fa parte di uno schema di microfinanza, la prospettiva delle donne ugandesi inizia ad espandersi. Più donne partecipano ai forum nazionali decisionali, in ruoli di responsabilità politiche, sociali ed economiche.

È leader dell’Iniziativa Safe Motherhood del Ministero della Salute e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la riduzione della mortalità e morbilità materna. Ed è co-presidente del Cure Children’s Hospital nella città di Mbale, in Uganda orientale, ospedale specializzato nella cura dei bambini con paralisi. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Janet Museveni, il volto dell’Uganda illiberale che piace a Occidente” di Federica Iezzi


Jeannette Kagame - Rwanda

Jeannette Kagame – Rwanda

#JeannetteKagame

Roma, 1 giugno 2019, Nena News

Rwanda – Fuggita per un breve periodo dal suo Ruanda durante il genocidio del 1994, la First Lady personifica una devozione attiva e appassionata verso la condizione delle popolazioni più vulnerabili in Rwanda, in particolare quelle delle vedove, degli orfani del genocidio e delle famiglie in difficoltà. Nessun’altra First Lady in Africa orientale ha dovuto affrontare la sfida aggiuntiva del profilo internazionale di suo marito, tanto quanto Jeannette Kagame. Paul Kagame è presidente di un piccolo paese africano, per molti versi un’icona globale.

Le iniziative di Jannette Kagame riflettono quindi un pensiero forte, progressista, lungimirante e orientato al futuro, mentre eludono le battaglie internazionali e regionali che suo marito sembra invece gradire.

È diventata membro fondatore dell’Organization of African First Ladies against HIV/AIDS (OAFLA) nel 2002 e ne è stata il presidente dal 2004 al 2006. Nel 2001 ha fondato il Protection and Care of Families against HIV/AIDS, poi Imbuto Foundation, iniziativa incentrata principalmente sulla fornitura di un approccio olistico alla prevenzione e all’assistenza verso i malati di AIDS. La fondazione supervisiona diverse iniziative in materia d’istruzione, empowerment economico, HIV/AIDS, malaria. Nel 2007 è stata nominata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come Alto Rappresentante dell’Africa AIDS Vaccine Program (AAVP), per garantire la partecipazione attiva degli stati africani nelle aree di ricerca e sviluppo su HIV e AIDS.

Nel 2008, è stata nominata promotrice della White Ribbon Alliance – Rwanda Chapter, iniziativa dedicata a ridurre la mortalità materna e infantile. Nel 2010 è stata nominata rappresentante speciale per la nutrizione infantile, dal Programma Alimentare Mondiale. Ha anche aderito alle campagne UNAIDS e LANCET come commissario di alto livello. È membro di commissioni di organizzazioni internazionali, tra cui Friends of the Global Fund Africa, Global HIV Vaccine Enterprise and Global Coalition of Women against HIV/AIDS. Nel 2014 è diventata membro internazionale onorario di Zonta International per il suo contributo nel cambiare gli atteggiamenti della società sulla figura femminile, migliorandone il benessere.

Nella storia pre-coloniale del Ruanda, il ruolo della donna nella comunità sia negli affari privati ​​che in quelli pubblici aveva grande peso. Questa considerazione è stata tradotta anche nella cura e nella protezione offerta alla donna, in tutte le diverse fasi della vita. Gli anni della lotta di liberazione e le conseguenze del genocidio che ha devastato il Paese hanno predisposto le donne ad assumere un ruolo significativo nella ricostruzione della nazione. Questa filosofia ha aiutato il governo ruandese a raggiungere e superare il requisito costituzionale del minimo del 30% delle donne in posizioni di leadership pubbliche, e a raggiungere il più alto tasso mondiale di rappresentanza femminile al parlamento, con il 64%, e al consiglio dei ministri con il 40%.

Jeannette Kagame è anche la fondatrice della Green Hills Academy, una delle migliori scuole ruandesi, fondata nel 1997 per contribuire al rafforzamento della fascia giovanile attraverso l’istruzione. Oggi la Green Hills Academy conta più di 1.500 studenti provenienti da diversi Paesi ed è l’unica scuola in Rwanda ad offrire il Bachelor’s degree e l’accreditamento Label France Education. Importante sostegno rivolto agli studenti, per la creazione di una competitività a livello internazionale. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Jeanette Kagame, la first lady del Rwanda” di Federica Iezzi


gfd

Nairobi (Kenya) – Margaret Gakuo Kenyatta

#MargaretGakuoKenyatta

Roma, 25 maggio 2019, Nena News

Kenya – Dicono che dietro ogni uomo di successo c’è una donna ambiziosa. Esempio calzante è quello del presidente Kenyatta e di sua moglie Margaret Gakuo Kenyatta. Figlia del primo amministratore delegato africano delle Ferrovie del Kenya, Margaret Gakuo Kenyatta, la terza First Lady di Nairobi, ha scolpito la sua immortalità sul retro della campagna ‘Beyond Zero’, iniziativa di sanità di base su scala nazionale, che ha lanciato cliniche mobili in tutto il Paese, in particolare nelle aree che hanno difficoltà ad accedere ai servizi medici.

La campagna mira a promuovere la salute materna, neonatale e infantile in Kenya, controllando allo stesso tempo la prevalenza dell’HIV. Il lavoro in tutto il Paese è basato sulla comprensione che l’accesso a un’assistenza sanitaria decente a prezzi accessibili è diritto costituzionale di ogni cittadino in Kenya.

La fase successiva della campagna, mirerà ad aumentare l’impatto mediante la costruzione di un nuovo ospedale nazionale, l’investimento nel rinnovamento di centri sanitari in tutto il Paese, la creazione di centri specializzati di neonatologia, laboratori e sale operatorie. Anche la ricerca e la formazione costituiranno una componente importante dei servizi offerti.

Sebbene la letteratura sulla leadership politica contemporanea in Africa sia relativamente ampia, la produzione letteraria sul ruolo delle first lady africane politicamente influenti è scarsa. Margaret Gakuo Kenyatta ha concentrato le sue forze su questioni di sviluppo, come la salute materna, l’istruzione, i diritti femminili.

Ha ripetutamente espresso le sue opinioni su conservazione e sostenibilità. Ha chiesto un divieto globale per il commercio interno di animali selvatici. È forte sostenitrice dell’armonizzazione dei bisogni umani e animali e dei mezzi di sostentamento.

Dal 2013, la First Lady è stata coinvolta in varie campagne per prevenire il bracconaggio di rinoceronti e elefanti, nonché il commercio illecito di prodotti della fauna selvatica in Kenya. È di fatto la guida della campagna ‘Hands Off Our Elephants’.

Il patrocinio della first lady è stato determinante nel coinvolgere varie istituzioni governative, come Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, Kenya Wildlife Services, Kenya Airways, Nation Media Group, Kenya Tourism Board, Kenya Tourism Federation e Kenya Vision 2030. Nel 2015, Margaret Gakuo Kenyatta ha approvato la guida di WildlifeDirect sulla nuova legislazione sulla fauna selvatica del Paese.

Nel 2016, ha delineato il ruolo delle comunità locali nella protezione della fauna selvatica, descrivendole come le prime linee di difesa nella conservazione, citando come esempi il popolo Masai e le donne Imbirikani. Nel tentativo di migliorare la sostenibilità della fauna ha lanciato il Global Wildlife Program. Ha pianificato il lavoro di protezione della fauna selvatica come collaborativo, consultivo, incentrato sulla comunità e consapevole dei costumi e delle tradizioni locali. Margaret Gakuo Kenyatta è parte integrante delle discussioni nel consiglio dei ministri, di campagne ambientali nazionali, delle conferenze delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale.

Cara a molti kenyani, umile e pacata, ha accompagnato il presidente a L’Aia, nel lungo processo contro le accuse per crimini contro l’umanità, dopo le violenze post-elettorali del 2007/2008. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Margaret Gakuo Kenyatta, la first lady del Kenya” di Federica Iezzi


Chantal & Paul Biya

Yaoundé (Camerun) – Chantal & Paul Biya

#ChantalBiya

Roma, 18 maggio 2019, Nena News

Camerun – All’ombra di suo marito Paul Biya, la Première Dame di Yaoundé Chantal Biya, ha sviluppato metodicamente le sue reti d’influenza. Non ha nessuna funzione ufficiale e il suo nome non compare nella dettagliata tabella organizzativa della presidenza, ma nei corridoi del palazzo presidenziale di Etoudi, è ormai noto che la seconda moglie del capo di stato può essere un alleato forte.

Oggi Chantal Biya ha poco a che fare con la donna di 24 anni presentata in Camerun in una notte di festa nazionale, nel 1994, dopo un matrimonio a sorpresa, mentre il regime di Paul Biya usciva dalla polemica nata dallo stesso rinnovo del presidente.

Nata a Dimako, un villaggio del Camerun centro-orientale, è entrata a Etoudi come si entra in una fiaba. All’inizio, le sue funzioni erano essenzialmente formali, limitate in pubblico al ruolo di accompagnatore del capo di Stato. Ma la giovane donna imparò i codici della politica e fu in grado di trovare un posto nonostante le insidie. È la rivelazione di un vero polo di potere. La sua influenza sul marito di 86 anni dà origine a ogni tipo di speculazione.

Alla fine del 2016, fu addirittura suggerito che il suo ruolo dovesse essere regolarizzato dalla legge. Ma la proposta suscitò immediate critiche nei media dell’opposizione, preoccupati che la sua autorità sarebbe stata rafforzata. La sua immediata partecipazione agli affari pubblici la trasformò in un oggetto di attenzione popolare e di interesse mediatico sostenuto, che servì a rafforzare il culto della coppia presidenziale.

La Première Dame segna una società destabilizzata dalle dinamiche di sopravvivenza e una transizione sociale quasi anomala da un punto di vista relazionale e politico. La relativa simpatia popolare di cui gode è simboleggiata da un soprannome che unisce tenerezza, umorismo, ironia e scherno nei confronti del potere ‘Chantou’.

Chantal Biya umanizza in un certo senso un enigmatico capo di stato il cui assenteismo, i silenzi e la distanza nei confronti dell’arena politica nazionale e internazionale, rimangono parte integrante dello spettro politico camerunense.

Dopo il trauma del colpo di stato abortito nell’aprile 1984, la pressione popolare e internazionale ha agito per la democratizzazione del regime Biya, che poi ha attraversato una crisi politica acuta dal 1990 al 1993. È proprio in questa atmosfera tumultuosa sociale e politica che Paul Biya ha preso il potere ed è in questo contesto che Chantal Biya ha sequestrato progressivamente spazio mediatico.

Attraverso la guida di tre organizzazioni non governative (Fondation Chantal-Biya, Cercle des amis du Cameroun, Synergies africaines) l’azione della First Lady, si rivolge ai principali settori sociali particolarmente colpiti dalla crisi camerunense: salute e istruzione.

Particolarmente significativa rimane la posizione della signora Biya nell’associazione Synergies africaines, composta dalle mogli dei capi di stato, il cui lavoro si concentra sulla lotta contro l’AIDS. Chantal Biya è diventata la figura emblematica della lotta contro la pandemia dell’AIDS dal 2001.

A ruota, la Fondation Chantal-Biya si è posizionata nel circuito internazionale UNAIDS, stringendo importanti collaborazioni, ad esempio con la Glaxo Smith Kline Foundation, per dar vita ad un programma verticale contro l’infezione di bambini le cui madri sono sieropositive.

Invece, attraverso il Cercle des amis du Cameroun la First Lady ha sviluppato programmi per migliori studenti, occupandosi delle forniture scolastiche, concesse con l’aiuto di una casa editrice francese. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Chantal Biya, la first lady del Camerun” di Federica Iezzi


Namibia BBC

Roma, 11 maggio 2019, Nena News

Togo – Il parlamento del Togo ha approvato una modifica costituzionale che consentirebbe all’attuale presidente Faise Gnassingbe di rimanere in carica fino al 2030, nonostante le proteste diffuse. Approvata da 90 legislatori, supera l’approvazione dei quattro quinti richiesta dal parlamento.

L’emendamento limitava la carica presidenziale a due mandati quinquennali. Ma visto che l’applicazione non è retroattiva, Gnassingbe può candidarsi alle prossime due elezioni, nel 2020 e nel 2025, nonostante i suoi trascorsi tre mandati.
Un’altra modifica approvata dall’Assemblea Nazionale ha garantito l’immunità per tutta la vita a tutti gli ex presidenti, dunque per i nuovi termini costituzionali non possono essere perseguiti, arrestati, detenuti o processati per atti commessi durante il loro mandato presidenziale.

Il Paese ha una storia recente di scontri mortali, scoppiati nel 2017 sulle proposte di modifica costituzionali, dopo che le forze di sicurezza hanno represso i manifestanti chiedendo le dimissioni di Gnassingbe, facendo eco a un movimento di massa contro il suo primo incarico nel 2005, durante il quale almeno 500 persone sono state uccise.

Sud Sudan – Il formale presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, ha annunciato che la formazione di un governo di unità è al momento ritardata di almeno un anno, secondo gli ultimi accordi di pace, approvati dall’Igad (Intergovernmental Authority on Development).

Il rinvio è arrivato su richiesta dell’ex leader dei ribelli Riek Machar, visto che il governo Kiir non è stato in grado di disarmare e integrare le varie forze del Paese da quando l’accordo è stato firmato. Nell’ambito di quest’ultimo accordo, datato settembre 2018, le parti in conflitto si sono impegnate ad attuare una serie di misure di sicurezza, tra cui il cosiddetto processo di accantonamento, in base al quale le forze armate di entrambe le parti devono essere riunite e successivamente integrate in un’unica forza.

Circa 400mila persone hanno perso la vita durante la quinquennale guerra civile del Sud Sudan, scoppiata nel 2013 tra le forze fedeli a Machar, allora vice presidente del Paese, e Kiir. L’accordo siglato a settembre ha seguito una serie di accordi di pace falliti. Sono stati compiuti pochi progressi sui confini statali o sull’integrazione di forze governative e ribelli.

Nigeria – Una giuria di cinque giudici presso la corte d’appello della Nigeria ha aperto un’udienza per le contestazioni legali presentate dalla principale opposizione del Paese contro l’esito delle elezioni presidenziali dello scorso febbraio.
Il People’s Democratic Party (Pdp) e il suo candidato, l’ex vicepresidente Atiku Abubakar, stanno sfidando la rielezione del presidente Muhammadu Buhari dell’All Progressives’ Congress (Apc), che ha trionfato con oltre quattro milioni di voti.

Osservatori locali e internazionali hanno affermato che le elezioni sono state offuscate dalla bassa affluenza e da numerose irregolarità, tra cui violenze e acquisti di voti. Anche l’Independent National Electoral Commission (Inec) ha respinto i risultati dei sondaggi dell’elezione.

Nei prossimi mesi dunque si prevede una lunga battaglia legale, legata alla burocrazia del sistema giudiziario nigeriano. Nessuna elezione presidenziale è mai stata ribaltata nella storia della Nigeria, inclusa quella del 2007, segnata da violenze diffuse e intimidazioni degli elettori.

Namibia – Diversi governatori regionali della Namibia hanno descritto l’attuale siccità come la peggiore degli ultimi tempi, con le zone di coltivazione di Zambesi, Kavango Est, Kavango West, Omusati, Oshana, Ohangwena e Oshikoto tra le più colpite.

Si parla di una siccità peggiore di quella del 2013 e del 2016. L’ex presidente Hifikepunye Pohamba dichiarò la siccità del 2013 un’emergenza, mentre Hage Geingob dichiarò la siccità del 2016 un disastro nazionale.

Il governatore della regione di Erongo, Cleophas Mutjavikua, ha descritto la situazione come una delle peggiori in quanto i pastori non hanno nessun posto dove far pascolare le mandrie. Prima si cercavano nuovi pascoli in posti come Otjiwarongo, Otjinene e Okamatapati, diventati ormai sovraffollati. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. In Namibia la siccità peggiore, in Togo un presidente inamovibile” di Federica Iezzi


#feesmustfall South Africa Al Jazeera

Roma, 4 maggio 2019, Nena News

Etiopia – Solo poco più di un anno fa, l’Etiopia era conosciuta come uno dei peggiori Paesi per quanto riguarda la libertà di stampa, con l’egemonia di controllo dell’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front’s (Eprdf), partito al governo dal 2015.

Il primo ministro Abiy Ahmed, che ha assunto la presidenza dell’Eprdf e la premiership nell’aprile del 2018, ha invertito la rotta sbloccando centinaia di siti web dissidenti e riammettendo di fatto nel Paese giornalisti in esilio.

Il nuovo governo etiope sta preparando una legislazione che imporrebbe fino a tre anni di carcere per coloro che diffondono discorsi di incitamento all’odio e notizie false.

In prospettiva delle elezioni nazionali nel 2020, l’Etiopia è alla ricerca di una rinnovata libertà di stampa. L’intera popolazione deve prendere decisioni informate, per evitare il ripetersi delle violenze delle elezioni nazionali post-2005 quando alcuni media sono stati accusati di contribuire agli scontri.

Benin – Le forze di sicurezza nella più grande città del Benin, Cotonou, avrebbero usato violenza per disperdere la folla che protestava contro l’esclusione dei partiti di opposizione dalle imminenti elezioni parlamentari. Solo i due partiti, vicini all’attuale presidente Patrice Talon, hanno potuto schierare i propri candidati e spartirsi gli 83 seggi al parlamento. L’opposizione è stata totalmente esclusa dalla tornata elettorale.

Centinaia di persone continuano a scendere in piazza, invitando Talon a dimettersi. Le proteste sono iniziate ore dopo che i primi risultati hanno mostrato una bassa affluenza alle urne, che ha raggiunto appena il 22,9%.

I sostenitori dell’ex presidente Thomas Boni Yayi, che ha guidato le proteste contro i risultati del ballottaggio, hanno condotto i disordini in seguito alla decisione della commissione elettorale di impedire ai partiti dell’opposizione di partecipare alle elezioni perché non in grado di soddisfare i rigidi criteri previsti dalla nuova legge elettorale.

Secondo Amnesty International un’ondata di arresti arbitrari di attivisti politici e giornalisti e la repressione delle proteste pacifiche hanno raggiunto un livello allarmante.

Sudafrica – Continua il movimento studentesco #FeesMustFall, esploso sul panorama politico del Sudafrica nel 2015 come protesta contro il costo dell’istruzione universitaria. Nell’ottobre 2015, irritati dagli annunci di un aumento del 10,5% delle tasse universitarie, gli studenti hanno protestato occupando la Johannesburg’s Wits University.

Le università sudafricane avevano inoltre scelto di assumere personale di supporto tramite appaltatori aziendali piuttosto che prediligere impieghi diretti: questo ha significato minori salari e la perdita di benefici come l’assistenza medica. Motivi questi dell’implemento delle proteste.

Uganda – Il capo dell’opposizione e pop-star di successo ugandese Kyagulanyi Ssentamu, in arte Bobi Wine, è stato liberato su cauzione dopo aver trascorso tre notti in un carcere di massima sicurezza.

Accusato di disobbedire all’autorità statutaria, rimane in balia di un lungo processo. Wine è stato anche accusato di tradimento per aver guidato i giovani ugandesi verso una sfida alla leadership del presidente Yoweri Museveni, e ha lasciato intendere che potrebbe candidarsi alla presidenza nel 2021.

Il cantante, entrato in parlamento nel 2017 e riconosciuto da subito come critico principale di Museveni al potere dal 1986, ha rapito i giovani ugandesi con le sue canzoni sulla giustizia sociale. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Studenti e opposizioni nelle piazze di Sudafrica e Benin” di Federica Iezzi


Malawi Al-Jazeera

Roma, 27 aprile 2019, Nena News

Malawi – Il Malawi è il capofila di un programma pilota di vaccinazione contro la malaria indirizzato ai bambini, nel tentativo di prevenire la malattia che uccide in Africa ogni anno centinaia di migliaia di persone.

Il vaccino RTS,S è attualmente il primo a fornire una protezione parziale contro la malaria.

Dopo oltre tre decenni di sviluppo e quasi 1 miliardo di dollari in investimenti, il vaccino all’avanguardia è stato lanciato nella capitale malawiana Lilongwe, che verrà seguita a ruota da Kenya e Ghana nelle prossime settimane.

I destinatari saranno bambini tra i 5 mesi e i 2 anni e, secondo le aspettative dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il vaccino raggiungerà circa 360.000 bambini all’anno fino alla fine del 2022 in tutti e tre i Paesi.

Il Malawi, il Kenya e il Ghana sono stati selezionati per l’introduzione del progetto pilota a causa dell’elevato numero di casi di malaria registrati.

In una sperimentazione clinica, i bambini che hanno ricevuto dosi del vaccino RTS,S hanno avuto una minore probabilità di sviluppare l’infezione.

Mali – Il presidente maliano, Ibrahim Boubacar Keita, ha nominato come nuovo primo ministro, il quarantunenne ex ministro delle finanze, Boubou Cisse. La nomina è avvenuta pochi giorni dopo la dimissione dei rappresentanti del governo, durante azioni reiterate di violenza che hanno investito il Paese dell’Africa occidentale.

Cisse non appartiene a nessun partito politico ed è stato ministro delle finanze del Paese per tre anni sotto il precedente governo. La sua nomina è avvenuta dopo consultazioni con vari attori della società civile, leader dell’opposizione e membri del partito al potere

L’ex primo ministro del Mali, Soumeylou Boubeye Maiga, e il suo governo si sono dimessi la scorsa settimana, dopo lo scioccante massacro di quasi 160 pastori della comunità Fulani.

Le dimissioni si sono verificate tra le pesanti critiche secondo cui Maiga non sarebbe riuscito a gestire il peggioramento della situazione legata alla sicurezza del Paese.

Sia il Mali che il vicino Burkina Faso sono stati colpiti da un picco nelle ostilità, accresciuto dai gruppi armati fondamentalisti islamici, che cercano di estendere la loro influenza sul Sahel, regione arida tra il deserto del Sahara settentrionale e le savane meridionali.

Il Mali è in stato di tumulto da quando l’etnia Tuareg ha assunto il controllo della metà del Paese nel 2012, spingendo i francesi ad intervenire.

Angola – Le elezioni amministrative in Angola sono previste per la prima volta nel 2021, un passo importante verso la democrazia. Il decentramento appare una soluzione plausibile che potrebbe rispondere ad alcuni gravi problemi locali.

Illuminazione pubblica, servizi igienici di base, energia, acqua potabile e gestione dei rifiuti: i temi principali.

In un Paese in transizione, la responsabilità e una migliore gestione dei fondi pubblici è ciò che molti cittadini si aspettano dal processo di decentramento.

La struttura del potere locale deve attraversare una serie di fasi. La riformulazione del potere si tradurrà in una gestione più diretta. Il modello portoghese è uno di quelli considerati tra i migliori adattati alla realtà angolana. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Malawi vaccino contro la malaria, Angola, presto elezioni amministrative” di Federica Iezzi


Ghana. Winrock International

Roma, 20 aprile 2019, Nena News

Ghana – Secondo la Banca Mondiale, la Banca africana di sviluppo, il Fondo Monetario Internazionale e il Brookings Institution, quest’anno il Ghana sarà deputato ad avere una delle economie a crescita più rapida del mondo. Lo scorso ottobre, il Fondo Monetario Internazionale ha ridotto le sue previsioni di crescita globale al 3,7% per il 2018 e il 2019.

Ciò significa che, dopo un buon periodo di solida crescita, il mondo sta affrontando un periodo in cui si stanno materializzando rischi significativi. Ad esempio, molte economie in via di sviluppo stanno affrontando pressioni da un dollaro statunitense più forte, inasprimento delle condizioni di mercato e aumentate tensioni commerciali.

Negli anni ’80, la nazione dell’Africa occidentale ha attraversato una pesante crisi, paralizzata dalla fame dopo una serie di colpi di stato militari. Dalle elezioni pacifiche del 1992 le prospettive economiche sono cresciute anche alla luce di importanti giacimenti petroliferi offshore.

E il petrolio non è l’unica risorsa che aiuta a guidare l’economia del Ghana. Il cacao è l’altra taglia naturale del Paese, che sostiene il settore agricolo, il quale alla fine dello scorso anno ha registrato il miglior trimestre di crescita dal 2010. La sua prevista crescita tra l’8,3 e l’8,9%, potrebbe superare l’India, con il suo settore tecnologico in forte espansione, e l’Etiopia, che nell’ultimo decennio è stata una delle economie africane in più rapida crescita grazie all’espansione della produzione agricola e delle esportazioni di caffè.

Al contrario la crescita in settori come la finanza e l’assistenza sanitaria è diminuita, in parte perché gli investimenti pubblici sono stati limitati negli ultimi anni, al fine di correggere anni di spese eccessive. Dopo un iniziale boom petrolifero nel 2011, crescenti pagamenti di interessi sul debito pubblico hanno portato il Paese a un profondo deficit di bilancio quando i prezzi del petrolio sono crollati.

In ogni caso, secondo gli analisti, oggi il Ghana sembra essere tornato su una base di bilancio stabile. Mentre l’obiettivo a lungo termine è di diversificare l’economia, la ragione principale dietro l’attuale ottimismo in Ghana è ancora il petrolio.

Negli ultimi 18 mesi, altri due importanti giacimenti petroliferi al largo della costa ghanese hanno iniziato la produzione. Secondo le statistiche della banca centrale, nel 2017 la produzione è balzata a circa 60 milioni di barili, con un conseguente aumento delle esportazioni di petrolio del 124% rispetto all’anno precedente. Inoltre a settembre, il Ghana ha vinto una disputa sul confine offshore con la vicina Costa d’Avorio, che dovrebbe aprire la strada a ulteriori esplorazioni petrolifere. Lo scorso gennaio ExxonMobil, una delle principali compagnie petrolifere statunitensi, ha firmato un accordo esplorativo con il governo di Nana Akufo-Addo.

Esiste un risvolto negativo: se la valuta del Ghana si rafforza come risultato delle esportazioni di petrolio, potrebbe mettere i produttori nazionali in svantaggio rispetto alle importazioni e portare a un rallentamento degli investimenti produttivi. Chiaramente il boom economico dovrà tramutarsi in posti di lavoro di alta qualità e crescita sostenibile. Per le strade della capitale Accra, dove la popolazione è aumentata di quasi un milione nell’ultimo decennio, continuano a riversarsi persone in cerca di lavoro.

In tutta la nazione, molti cittadini comuni si sentono esclusi dall’espansione economica. Il tasso di disoccupazione, sebbene inferiore alla media del 7,4% dell’Africa sub-sahariana, è aumentato dal 4% nel 2011 al 5,8% l’anno scorso, secondo la Banca Mondiale. Tra i giovani, il tasso di disoccupazione è pari all’11,5%. Di contro negli ultimi due decenni, i livelli di estrema povertà sono diminuiti di oltre due terzi, l’aspettativa di vita è aumentata del 10% e il reddito pro capite reale è cresciuto di oltre l’80%. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Ghana, il Paese in crescita” di Federica Iezzi


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Kigali, Rwanda – Gisozi Genocide Memorial Center

#genocidiorwanda #25anni

Roma, 13 aprile 2019, Nena News – Venticinque anni fa 800mila persone, in maggioranza tutsi, vennero massacrate nell’arco di tre mesi in Ruanda. I responsabili materiali furono gli uomini della Forza armata ruandese e il governo di Kigali. Ma, in modo indiretto, furono anche altri gli attori del massacro.

RADIO TELEVISION LIBRE DES MILLE COLLINES. Si può esplorare il genocidio in Ruanda attraverso il prisma dei media, attraverso il ruolo di giornali e radio, protagonisti nell’incitamento all’odio razziale. Un turbine sulle fiamme della violenza. Prodotto negli anni ’30 sotto il dominio belga, il periodico della chiesa cattolica, Kinyamateka, ha indossato un ruolo vitale nella creazione dell’ideologia razzista.

Grégoire Kayibanda, uno dei primi giornalisti del Kinyamateka, che poi sarebbe diventato il primo presidente del Paese dopo l’indipendenza, era solito incoraggiare gli hutu a espellere i tutsi o a combatterli brutalmente. Accanto al mensile, il settimanale Kangura ha partecipato alla diffusione della propaganda di odio contro l’etnia tutsi.

E nel giugno 1993 entra in gioco Radio Télévision Libre des Mille Collines, che continuava ad incoraggiare i civili ad armarsi e ad attaccare i tutsi. Lungi dall’essere una forza unificante, divise i ruandesi e martellò il pubblico con canzoni dai testi incendiari. La radio divenne una singolare arma di propaganda e il suo obiettivo è stato quello di demonizzare i tutsi, i cosiddetti hutu moderati e tutti coloro che collaboravano con i tutsi, specialmente quelli facenti parte del governo dell’epoca.

La radio era stata a lungo usata come portavoce del governo e gli stessi cittadini erano abituati a vivere il governo del Paese attraverso questa popolare forma di comunicazione. Appurata l’opportunità e il potere della radio, il governo ha usato deliberatamente e sottilmente i media per propagare l’odio genocida.

CHIESA CATTOLICA. Durante il genocidio, seppur migliaia di persone si rifugiarono nelle centinaia di chiese del Paese, furono ugualmente massacrate. Il Ruanda è uno dei Paesi africani più religiosi. Ma questa bella nazione, apparentemente devota, detiene anche una delle cose più oscure e malvagie della storia dell’intero continente.

Molte delle vittime sono morte per mano di sacerdoti, ecclesiastici e religiose, secondo alcuni resoconti dei sopravvissuti, e il governo ruandese ha dichiarato che molti sono morti nelle chiese dove i civili perseguitati avevano disperatamente cercato rifugio.

Nei primi giorni caotici del genocidio, più di 2mila persone avevano cercato rifugio nella più grande chiesa cattolica del Paese, l’église de la Sainte-Famille della capitale Kigali. Molti furono consegnati agli assassini da uno dei parroci, arruolati ufficialmente nelle milizie hutu.

IL RUOLO DELLA FRANCIA. Mentre il Ruanda segna 25 anni dal genocidio, il governo francese sta rinnovando gli sforzi per far luce sul proprio ruolo nel Paese, a lungo fonte di tensione tra Parigi e Kigali. Il Ruanda ha ripetutamente accusato la Francia di aver giocato un preciso ruolo nel genocidio sostenendo il governo hutu, accuse che hanno spesso offuscato le relazioni bilaterali.

Il 22 giugno del 1994 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha autorizzato le truppe a guida francese a lanciare una missione umanitaria nota come Operation Turquoise che salvò migliaia di civili tutsi. Ma la Francia è stata fortemente criticata per aver permesso a molti dei soldati e funzionari responsabili del genocidio di fuggire attraverso la zona umanitaria che controllava in Repubblica Democratica del Congo.

La Francia aveva una forte presenza nel Paese già all’inizio degli anni ’90 sotto la presidenza di François Mitterrand. Durante la guerra civile nel 1990-1993, l’esercito francese addestrava già soldati ruandesi, ignorando i primi segnali di pericolo che aprirono le porte al genocidio.

TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE PER IL RWANDA. Nei mesi successivi al genocidio in Ruanda del 1994, il Consiglio di sicurezza dell’Onu istituì il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (ICTR). Non fu l’unico organismo istituito per giudicare i responsabili degli almeno 800mila morti in cento giorni di omicidi, ma divenne il primo tribunale internazionale a emettere un giudizio sul genocidio.

Complessivamente, in 5.800 giorni di procedimenti, sono stati incriminati 93 individui: politici, uomini d’affari, alti ufficiali militari e governativi, capi di media e leader religiosi. Due terzi di loro sono stati condannati e più di 3mila testimoni sono comparsi in tribunale per fornire i resoconti personali, che hanno delineato il quadro di crimini contro l’umanità.

L’ICTR è stato anche il primo tribunale internazionale a riconoscere lo stupro come mezzo per perpetrare il genocidio. Parallelamente al lavoro dell’ICTR, il sistema giudiziario ruandese ha tentato di pianificare equi processi a un numero impressionante di soggetti sospetti di genocidio, sia nei tribunali nazionali convenzionali che nei tribunali locali di gacaca, condotti dalla comunità. Ma le istanze di interferenze e le pressioni politiche hanno portato a una serie di processi iniqui. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Rwanda, tutti i responsabili del genocidio” di Federica Iezzi

Al Jazeera “Rwanda: from hatred to reconciliation”


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Roma, 6 aprile 2019, Nena News

Camerun – Secondo il nuovo rapporto di Human Rights Watch, le forze governative nelle regioni anglofone del Camerun hanno ucciso almeno 170 civili negli ultimi sei mesi. Anche se a causa delle continue violenze e delle difficoltà di accesso a zone remote, il numero di decessi tra i civili potrebbe probabilmente essere superiore. I disordini in corso hanno determinato lo spostamento di più di mezzo milione di persone.

Il conflitto armato è scoppiato nel 2017 nelle regioni anglofone nord-occidentali e sud-occidentali del Paese dopo che il governo ha represso violentemente le proteste pacifiche iniziate l’anno prima contro l’emarginazione percepita della popolazione di lingua inglese.

Nel rapporto di Human Rights Watch si descrive l’uso della forza indiscriminata da parte delle unità speciali dell’esercito. Distrutte centinaia di case e edifici pubblici nelle regioni nord-occidentali e sud-occidentali.

Naturalmente il governo Biya ha negato che le forze di sicurezza dello Stato abbiano effettuato abusi ai danni dei civili.

Almeno 30 casi sono pendenti nei tribunali militari di Bamenda e Buea per crimini quali tortura, distruzione di proprietà, violazione di ordini e furti.

Comore – Prime elezioni presidenziali nelle Isole Comore. In precedenza, la presidenza veniva ruotata attorno alle tre isole dell’Oceano Indiano, Grande Comore, Anjouan e Moheli, ogni cinque anni. L’accordo era stato messo in atto per promuovere la stabilità in un Paese che ha avuto più di 20 tentativi di golpe dalla sua indipendenza nel 1975.

L’anno scorso ci furono violente proteste quando il referendum pose fine al sistema di potere rotatorio tra le tre isole principali dell’arcipelago.

Grazie all’esito del referendum, il presidente Azali Assoumani ha potuto presentare la propria candidatura per la rielezione. Ha corso contro 12 avversari, aggiudicandosi la vittoria con più del 60% dei consensi.

La Corte Suprema ha escluso alcuni dei rivali di Azali, tra cui l’ex presidente Ahmed Abdallah Sambi, accusato di corruzione.

L’opposizione ha segnalato irregolarità nel voto della scorsa settimana.

Mozambico – Il numero di casi di colera in Mozambico a seguito del passaggio del ciclone Idai, continua ad aumentare nelle comunità colpite dalle inondazioni.

Almeno 1.500 persone sono state contagiate, nonostante le agenzie umanitarie stanno tentando di contenere l’epidemia. Il ministero della salute ha iniziato una campagna di educazione sanitaria e di igiene nelle aree maggiormente colpite dal ciclone.

Molti centri sanitari nelle comunità coinvolte, sono stati spazzati via dalle acque di piena, mentre i centri di salute gestiti dalle agenzie di soccorso sono a malapena sufficienti per sostenere migliaia di sfollati.

In atto la campagna di vaccinazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, rivolta a circa 900.000 persone.

Il ciclone Idai ha investito il Mozambico lo scorso 14 marzo, causando inondazioni catastrofiche che hanno ucciso più di 500 persone nel Paese. Almeno 259 persone sono state uccise nello Zimbabwe e 56 nel Malawi.

Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, attualmente circa 1,8 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria urgente. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. In Camerun almeno 170 civili uccisi, in Mozambico aumentano i casi di colera” di Federica Iezzi


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#specialecicloneidai

Roma, 30 marzo 2019, Nena News

Mozambico Confermati i primi cinque casi di colera intorno alla città portuale mozambicana di Beira, gravemente danneggiata, dopo che il potente ciclone Idai ha ucciso più di 700 persone in Africa sudorientale. Gli operatori sanitari stanno anche affrontando 2.700 casi di diarrea acquosa acuta, che potrebbero sfociare in colera. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta inviando 900.000 dosi di vaccino per il colera, per via orale, nelle aree colpite. Il colera è endemico in Mozambico, con infezioni regolari negli ultimi cinque anni. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità circa 2000 persone sono state contagiate nell’ultima epidemia, risalente allo scorso febbraio.

Intanto le Nazioni Unite hanno lanciato un appello urgente di aiuti per circa 1,8 milioni di persone colpite dal ciclone. Il timore è che interi villaggi siano stati spazzati via in luoghi che al momento rimangono irraggiungibili. Colpiti 3.000 chilometri quadrati in Mozambico, Zimbabwe e Malawi.

Personale del World Food Programme cerca di portare cibo e acqua potabile nei villaggi di difficile accesso. Le previsioni sono quelle di servire almeno 1,7 milioni di persone nei prossimi mesi, con un badget di 140 milioni di dollari. L’agenzia delle Nazioni Unite stima che 500.000 ettari di colture sono stati spazzati via dalle inondazioni e con essi il raccolto principale di aprile-maggio.

Importanti fonti di reddito agricole, di pesca e di allevamento sono state gravemente colpite. Il popolo di Beira continua a fare i conti con gli effetti mortali della tempesta, che ha distrutto l’area intorno alla città costiera, lasciando almeno 33.000 case gravemente danneggiate.

Il 90% di strade, sistema di approvvigionamento idrico e impianti elettrici sono stati bersagliati. Il sistema elettrico come quello idrico è fuori servizio, quindi ci sono grandi aree in cui le persone trovano davvero difficile reperire fonti di acqua pulita. L’azienda elettrica, Electricidade de Moçambique, ha dichiarato che le province di Manica, Sofala e alcune parti di Inhambane, continuano a rimanere senza energia. Gli edifici sono stati sommersi e gravemente lesionati. Le infrastrutture sanitarie sono preoccupantemente lese. Bonifacio Cebola, portavoce dell’ospedale pubblico di Beira, ha dichiarato su Radio Moçambique, che le sale operatorie del secondo ospedale più grande del Paese non sono state risparmiate, per cui gli interventi chirurgici sono stati sospesi.

Nel frattempo si sono intensificati gli sforzi di soccorso, visto che il numero di persone coinvolte continua a salire raggiungendo nel solo Mozambico la cifra di 794.000.

Il lavoro di recuperare i corpi in questa vasta area è appena iniziato e il processo è afflitto da ostacoli apparentemente insormontabili. A Beira, la maggior parte degli sfollati ha trovato riparo in diversi edifici della città, occupando circa 2.800 stanze in un’area metropolitana di almeno 500.000 persone. Secondo l’UNICEF 260.000 sono attualmente i bambini coinvolti nel disastro.

Secondo quanto dichiarato dal primo ministro del Mozambico, Carlos Agostinho do Rosàrio, 293 persone nel Paese sono decedute solo negli ultimi tre giorni. 1511 sono state le ospedalizzazioni o trattamenti da parte di squadre mediche mobili.

Il portavoce di governo Geraldo Saranga ha comunicato gli sforzi per introdurre il diritto di status di rifugiato per le vittime dei tre Paesi dell’Africa sudorientale. Anche in Malawi e Zimbabwe la situazione rimane critica con almeno 35.000 famiglie sfollate e accolte in campi provvisori. Si prevedono ancora precipitazioni significative e inondazioni diffuse sulle province mozambicane di Sofala e Manica, nelle zone orientali dello Zimbabwe e nel sud del Malawi. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Ciclone Idai, è dramma in Mozambico, Zimbabwe e Malawi” di Federica Iezzi


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#specialecicloneidai

Roma, 23 marzo 2019, Nena News

Mozambico – Il bilancio delle vittime del potente ciclone che ha scatenato devastanti inondazioni in tre paesi dell’Africa sudorientale, Mozambico, Zimbabwe e Malawi, è salito a più di 500 persone, secondo i funzionari amministrativi. Attualmente almeno 15mila persone in Mozambico aspettano ancora le operazioni di soccorso.

Il ciclone Idai ha colpito la città di Beira, sulla costa mozambicana dell’Oceano Indiano, che ospita circa mezzo milione di persone, prima di trasferirsi nell’entroterra dello Zimbabwe e del Malawi. Nelle aree vicine ai fiumi mozambicani di Buzi e Pungwe, le acque in piena sono profonde metri e hanno sommerso completamente case, pali telefonici e alberi. Sono state emesse segnalazioni relative all’ulteriore rischio di inondazioni nei bacini idrografici allargati di Buzi, Pungwe e Save nelle prossime 72 ore, che potrebbero portare a ulteriori distruzioni e potenziali perdite di vite umane.

Si prevede che le forti piogge continuino a colpire pesantemente le province centrali del Mozambico di Sofala e Manica. La stessa Beira potrebbe affrontare una seria carenza di carburante nei prossimi giorni e la sua rete elettrica non sarà operativa entro la fine del mese.

Il tornado ha distrutto edifici, innescato la furia delle inondazioni che hanno demolito strade e sommerso interi villaggi in tutta la regione. La portata delle inondazioni è enorme, copre 2.165 chilometri quadrati, secondo le Nazioni Unite. Secondo le stime della stessa ONU, almeno 400mila persone potrebbero richiedere uno spostamento dal Mozambico.

Le cattive condizioni meteorologiche e le infrastrutture distrutte hanno ostacolato gli sforzi delle agenzie militari e umanitarie per raggiungere migliaia di persone bloccate. Un’enorme frana ha bloccato l’accesso alla città di Chimanimani, a circa 400 km a sud-est della capitale Harare, e l’accesso alle aree più colpite è stato fortemente limitato.

Secondo la Federazione internazionale delle società della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, questa è la peggiore crisi umanitaria nella storia recente del Mozambico. I tornadi non sono rari in questa zona, ma Idai è considerato il peggiore dopo il devastante ciclone Eline nel 2000.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno donato 4,9 milioni di dollari in aiuti di emergenza, mentre alcuni paesi africani limitrofi, tra cui Botswana, Sudafrica, Namibia e Tanzania, hanno fornito assistenza umanitaria. Il segretario per lo sviluppo internazionale del Regno Unito, Penny Mordaunt, ha annunciato che la Gran Bretagna fornirà fino a 6 milioni di sterline in aiuti umanitari per Mozambico e Malawi.

In Zimbabwe il bilancio delle vittime è salito a 139. Il World Food Program ha stimato che 200mila cittadini zimbabwiani avrebbero attualmente bisogno di aiuti alimentari urgenti per i prossimi tre mesi e che fino a 1,7 milioni di persone nel Paese sono attualmente nel percorso di Idai. In Malawi invece i morti sono saliti a 56 e 82.000 persone sono state già sfollate. Nena News

FOCUS ON AFRICA “Il ciclone Idai devasta il Mozambico” di Federica Iezzi


Ethiopian airlines

Roma, 16 marzo 2019, Nena News 

Uganda – Secondo l’ultimo report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, una grave forma di peste polmonare da Yersinia pestis è scoppiata al confine tra Repubblica Democratica del Congo e Uganda.

Vigilanza e azione tempestiva dello staff sanitario sono state determinanti per l’infezione.

Il ministero della salute dell’Uganda ha riportato due casi probabili di malattia nel distretto di Zombo lo scorso 5 marzo. Circa 55 persone, tra cui 11 operatori sanitari, sono stati identificati come contatti ad alto rischio e attualmente continuano un monitoraggio clinico.

Altre tre persone sono intanto decedute per sintomi simili nella Repubblica Democratica del Congo.

La peste polmonare è endemica in Repubblica Democratica del Congo, Madagascar e Perù.

Etiopia – Mentre gli investigatori passano in rassegna i resti del Boeing 737 Max della compagnia aerea etiope Ethiopian Airlines, caduto domenica mattina a Bishoftu nella regione di Debre Zeit, nei pressi della capitale Addis Abeba, la scatola nera del mezzo arriverà in Europa per ulteriori analisi.

Le vittime del volo ET 302, in rotta verso Nairobi, includevano 35 nazionalità, molte delle quali coinvolte in attività umanitarie e diretti a una conferenza ambientale delle Nazioni Unite svoltasi nella capitale kenyana.

Intanto l’Ethiopian Airlines, per via precauzionale, ha bloccato tutti gli aerei Boeing 737 Max. Non si conoscono ancora le cause della sciagura.

Repubblica Democratica del Congo – Il neo presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi, ha prosciolto circa 700 prigionieri politici, incarcerati dal precedente governo Kabila.

Tra questi Firmin Yangambi, condannato nel 2009 a 20 anni di carcere con l’accusa di essere una minaccia per la sicurezza nazionale. E Franck Diongo, importante figura di opposizione.

Amnesty International ha elogiato la mossa di Tshisekedi, definendola ‘primo passo cruciale verso il ripristino dei diritti umani nel Paese’.

Tshisekedi è stato dichiarato il vincitore delle elezioni dello scorso 30 dicembre, portando la Repubblica Democratica del Congo al suo primo trasferimento pacifico di potere dopo l’indipendenza dal Belgio, quasi 60 anni fa. Ha battuto il selezionatissimo candidato di Kabila, Emmanuel Ramazani Shadary, e il rivale candidato dell’opposizione Martin Fayulu.

Tshisekedi e Kabila hanno rilasciato una dichiarazione congiunta la scorsa settimana confermando la loro volontà comune di governare insieme come parte di un governo di coalizione a causa del Common Front for Congo, partito legato a Kabila, che attualmente detiene 342 dei 485 seggi nel parlamento.

Tshisekedi, leader dell’opposizione, promise nella sua campagna elettorale di rinvigorire la giustizia e combattere la corruzione nel Paese.

Guinea Bissau – Il partito al governo in Guinea Bissau ha vinto le elezioni legislative di domenica scorsa, senza una maggioranza assoluta.

Ciò significa che l’African Party for the Independence of Guinea and Cape Verde, non sarà in grado di formare un governo senza un accordo.

Secondo i risultati provvisori della National Elections Commission of Guinea Bissau, il partito al governo ha vinto 42 dei 102 seggi. La vittoria dovrà essere convalidata dalla Corte Suprema.

Altri due gruppi, il Madem G-15, formato da dissidenti della maggioranza dominante, e il Party for Social Renewal, reputato vicino alla gerarchia militare, hanno raggiunto un accordo per formare un blocco di opposizione all’Assemblea Nazionale.

Attualmente tutti gli occhi sono puntati sul leader del Democratic Party of Guinea-Bissau, Nuno Gomes Nabiam. Il candidato potrebbe svolgere un ruolo chiave con i suoi cinque legislatori che potrebbero dar vita ad una maggioranza assoluta. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Peste in Uganda, impasse politica in Guinea Bissau” di Federica Iezzi


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#specialeottomarzo #becauseIamawoman #bethevoice

Roma, 8 marzo 2019, Nena News

Ghana – La memoria storica di Agbogbloshie sono le donne. Fanno risalire la formazione dell’ampio slum della capitale ghanese, Accra, al momento in cui la popolazione a più basso reddito, del Paese multiculturale e multietnico dell’Africa Occidentale, trasformò negozi in case di fortuna.

Da quel momento Agbogbloshie diventò una delle più grandi discariche di prodotti digitali al mondo, dove ogni anno vengono confinati, legalmente e illegalmente, milioni di rifiuti elettronici, provenienti dai Paesi Occidentali. Tonnellate di rifiuti si sono via via accumulati su quest’area, un tempo verde, per trasformarla in un cimitero globale per apparecchiature elettroniche.

Ogni giorno, le lavoratrici dello slum liberano l’area da un intenso calore che si irradia da computer, iPod, radio e televisioni in fiamme. E quelle stesse donne, ogni sera, si ritrovano nelle capanne della baraccopoli il fumo nero degli scarti. Ognuna di loro sa bene che gli incendi sono indispensabili perché bruciano e consumano il materiale plastico da cavi, spine e schede madri, lasciando vivo solo il metallo, che poi raccolgono e vendono.

Inutile dire che l’esposizione alle tossine dello slum rimane pericolosa in particolare per i bambini, a livello del sistema nervoso centrale e di quello riproduttivo. Sono circa 50.000 gli abitanti dell’area. Molti di loro si ritrovano intrappolati nel circolo vizioso della povertà, dove nonne e nipoti, senza tempo e senza spazio, lavorano fianco a fianco.

Le bambine hanno precisi compiti a Agbogbloshie: bruciano la plastica degli schermi dei computer, lasciandosi dietro frammenti di rame e ferro che raccolgono per vendere. Altre, con magneti legati all’estremità di un pezzo di corda, raccolgono ogni piccola scheggia di metallo rimasta nella terra. Le ragazzine più grandi invece si fanno strada tra vecchi dischi rigidi, cavi districati, vecchie unità di condizionamento e ferri da stiro. I preziosi frutti del loro lavoro quotidiano sono pile di rame e alluminio, metalli che poi vengono acquistati a pochi soldi dai commercianti. Ognuna di loro guadagna 1 dollaro e 30 al giorno.

Le donne più anziane vagano per il sito tentacolare, vendendo arance sbucciate, bustine di acqua e cibo cotto. Molte hanno bambini piccoli avvolti in un panno legato strettamente alla schiena. Nello slum nessuna struttura è permanente e non ci sono sistemi di acqua o fognature nella zona.

Le Nazioni Unite stimano che a Agbogbloshie vengono abbandonati fino a 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici ogni anno. E secondo i dati dell’E-Waste Problem, iniziativa nata nel 2007 per affrontare la crescente crisi mondiale dei rifiuti elettronici, il volume globale di tali rifiuti è destinato a crescere del 33% nei prossimi quattro anni.

Il sito di Agbogbloshie e con sé le sue donne sono in prima linea, con un esponenziale aumento del rischio di contaminazione del suolo con piombo, mercurio, cadmio e arsenico. Seppur la Convenzione di Basilea del 1989 vieta lo scarico di rifiuti elettronici nei Paesi a basso e medio reddito, ogni mese a Agbogbloshie arrivano, spesso illegalmente, container carichi di materiale elettronico, da Paesi di tutto il mondo. Vecchi videoregistratori, macchine da cucire, computer degli anni ’80.

L’agglomerato urbano di Agbogbloshie appare come un bieco centro commerciale all’aperto dove ognuna di queste povere donne cerca di aiutare le proprie famiglie ad avere una vita migliore, lavorando fino a 12 ore al giorno, senza garanzie ne protezione. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Ghana: le donne di Agbogbloshie” di Federica Iezzi


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Roma, 2 marzo 2019, Nena News 

Nigeria – La commissione elettorale nigeriana ha dichiarato Muhammadu Buhari il vincitore delle recenti elezioni presidenziali del Paese.

Il presidente 76enne ha vinto un secondo mandato quadriennale alla guida della più grande economia dell’Africa. Subito dopo i risultati delle elezioni, il leader dell’opposizione Atiku Abubakar ha promesso una sfida legale.

Buhari, del partito al governo All Progressives Congress Party, ha guadagnato il 56% dei voti, in numeri circa 15 milioni di voti. Il suo principale avversario, l’ex vice presidente Abubakar del People’s Democratic Party ha ricevuto invece il 41% dei voti.

Il People’s Democratic Party ha denunciato prepotenze elettorali, inclusi i brogli, a patire dai sondaggi, che sono stati ritardati di una settimana.

Le votazioni sono state caratterizzate da ritardi di ore e violenze che hanno tenuto alcuni civili lontani dalle urne. Più di 260 persone sono state uccise dall’inizio della campagna elettorale in ottobre.

Le accuse hanno accresciuto le tensioni in un Paese in cui sei decenni di indipendenza sono stati segnati da lunghi periodi di governo militare, colpi di stato e guerre secessioniste.

Gli osservatori della Economic Community of West African States, l’Unione Africana e le Nazioni Unite hanno chiesto a tutte le parti di attendere i risultati ufficiali, prima di presentare reclami.

Buhari si è insediato nel 2015 e ha cercato un secondo mandato con la promessa di combattere la corruzione e di rinnovare la rete ferroviaria nigeriana.

La campagna elettorale di Atiku, 72 anni, mirava a raddoppiare le dimensioni dell’economia entro il 2025, a privatizzare la compagnia petrolifera statale e ad espandere il ruolo del settore privato.

Senegal – Il presidente Macky Sall, dell’Alleanza per la Repubblica, ha vinto al primo turno le elezioni presidenziali in Senegal con il 57% dei voti espressi guadagnati.

Sall ha ampiamente vinto le elezioni in 13 regioni su 14 del Paese. Dopo la dichiarazione di vittoria, la commissione elettorale del Paese, ha invitato i candidati e i gruppi della società civile a astenersi dal dichiarare prematuramente i risultati e mantenere l’atmosfera quiete.

Più di 6,5 milioni di persone si sono registrate per partecipare al voto.

Hanno partecipato alle elezioni, quattro altri candidati, la prima da quando un referendum del 2016 ha interrotto il mandato presidenziale da sette a cinque anni. I due principali avversari di Sall alle urne, sono stati Idrissa Seck, del partito di opposizione REWMI, e Ousmane Sonko, del partito Patriotes du Sénégal pour le Travail, l’Ethique et la Fraternité (PASTEF).

Il Senegal ha una delle economie in più rapida crescita nel continente ed è considerata una delle democrazie più stabili dell’intera Africa.

Dall’indipendenza dalla Francia del 1960, il Paese dell’Africa occidentale ha avuto tre trasferimenti pacifici di potere.

Sudan – Il capo del governo sudanese Omar al-Bashir ha lasciato la sua posizione di presidente del National Congress Party, dopo oltre due mesi di proteste contro la sua quasi trentennale amministrazione. Bashir ha delegato i suoi poteri all’interno del partito di governo al vice-presidente, Ahmed Harun, almeno fino alla prossima conferenza generale.

Come Bashir, anche Harun è indagato dalla Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra commessi nella regione del Darfur in Sudan.

Il dominio di Bashir è stato segnato da guerre civili e manifestazioni di strada nell’intero territorio sudanese. L’ultima ondata di proteste, a livello nazionale, è scoppiata a metà dicembre, inizialmente innescata dall’aumento dei prezzi dei beni di consumo, ma si è rapidamente rivolta contro il governo di Bashir, iniziato dopo la sua presa di potere con il colpo di stato del 1989. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Buhari eletto presidente in Nigeria, Sall in Senegal” di Federica Iezzi


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Roma, 23 febbraio 2019, Nena News 

Nigeria – Il capo dell’opposizione nigeriana, Atiku Abubakar, afferma che i sondaggi ritardati sono cruciali per il futuro dei nigeriani. I sondaggi dello scorso 16 febbraio sono stati rimandati a causa dell’incapacità di trasportare i materiali elettorali in tutto il Paese. L’INEC (Independent National Electoral Commission) ha assicurato che la data del 23 febbraio sarà rispettata e che è tutto pronto per le imminenti elezioni. In corsa 70 candidati, ma Buhari e Atiku sono considerati i principali avversari.

Tanzania – La fortemente discussa ‘Ivory queen’, donna d’affari cinese, è stata infine condannata a 15 anni di carcere dal magistrato della corte tanzaniana di Kisutu, Huruma Shaidi, per aver contrabbandato zanne di avorio di oltre 350 elefanti africani. Yang Feng Glan, 69 anni, era stata accusata già nell’ottobre 2015, insieme a due uomini tanzaniani, del traffico illecito di almeno 860 pezzi di avorio, del valore di circa 13 miliardi di scellini. Tutti e tre avevano negato le accuse. Shaidi ha anche ordinato loro di pagare il doppio del valore di mercato delle zanne di elefante. Nei documenti giudiziari, i pubblici ministeri hanno affermato che Yang “ha organizzato, gestito e finanziato intenzionalmente un racket criminale raccogliendo, trasportando, esportando e vendendo avorio” per un totale di 1.889 tonnellate. I conservazionisti hanno accolto con favore la condanna di Yang, prova della serietà del governo nella lotta contro il bracconaggio, anche se alcuni hanno criticato la sentenza. Yang è stata scortata sotto stretta sorveglianza alla prigione di Ukonga a Dar es Salaam, dove è prevista il suo periodo di detenzione. La donna viveva in Tanzania dagli anni ’70, quando ricopriva l’incarico di segretario generale del Consiglio d’affari Cina-Africa della Tanzania.

Madrelingua Swahili, è ora proprietaria di un famoso ristorante cinese a Dar es Salaam. Solo nell’ultimo decennio, l’Africa ha perso circa 110.000 elefanti. In Tanzania, la popolazione di elefanti è scesa a poco più di 43.000, secondo un censimento del 2015. La richiesta di avorio da paesi asiatici come Cina, Vietnam e Tailandia, dove è stata trasformata in gioielli e ornamenti, ha portato a un’impennata del bracconaggio in tutta l’Africa.

Sud Africa – Il ministro delle finanze del Sudafrica, Tito Mboweni, continua a rassicurare gli investitori nella turbolenta società elettrica pubblica del Paese.Il governo rimane sotto pressione nella salvezza dell’azienda elettrica statale Eskom, con debiti da di circa 30 miliardi e al centro dei crescenti problemi economici del Paese.

Gli analisti già prevedono tensioni che potrebbero emergere nel caso in cui la ristrutturazione del colosso elettrico conduca a perdite di posti di lavoro. Nelle scorse settimane, l’azienda ha collezionato blackout continui, non riuscendo a soddisfare la domanda del Paese.

La portata delle interruzioni di corrente ha scosso la nazione più industrializzata del continente, facendo precipitare le attività delle imprese e dei servizi pubblici. Intanto aumenta il rischio della dimissione di Eskom, per gli enormi debiti. In questo caso, i creditori avrebbero il diritto di richiamare altri prestiti in diverse parti dello stato, compresa la travagliata compagnia nazionale South African Airways.

La frode, la corruzione e l’incompetenza hanno attanagliato le imprese del settore pubblico e hanno compromesso la loro credibilità. Il crescente aumento dei debiti ha spaventato gli investitori.

Il debito netto del Paese è attualmente pari a circa 160 miliardi, pari al 48,6% del prodotto interno lordo (PIL), secondo il ministero dell’economia.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Si vota in Nigeria; Tanzania, condannata la #IvoryQueen” di Federica Iezzi


Libya - AlJazeera

Roma, 16 febbraio 2019, Nena News 

Libia – L’Unione Africana ha proposto una conferenza globale il prossimo luglio per cercare di risolvere il conflitto in Libia con l’obiettivo di tenere nuove elezioni in ottobre.

Il Paese nordafricano è stato dilaniato da lotte per il potere e minato dall’insicurezza cronica dopo l’estromissione sostenuta dalla NATO di Muammar Gheddafi nel 2011.

Il Paese ha almeno due amministrazioni rivali. Uno riconosciuto dall’ONU con sede nella capitale Tripoli. Mentre l’altro con quartier generale nella città orientale di Tobruk. Inoltre, ci sono dozzine di gruppi armati che si contendono potere e ricchezza.

Nigeria – La sospensione di uno dei giudici anziani nigeriani, Walter Onnoghen, da parte del presidente Muhammadu Buhari ha infranto gli standard internazionali sui diritti umani sull’indipendenza della magistratura e la separazione dei poteri, secondo quanto affermato dalle Nazioni Unite.

Gli standard internazionali sui diritti umani prevedono che i giudici possano essere licenziati solo per gravi motivi di cattiva condotta o incompetenza. Dunque qualsiasi decisione di sospendere o rimuovere un giudice dal proprio ufficio dovrebbe essere giusta e dovrebbe essere presa da un’autorità indipendente come un consiglio giudiziario o un tribunale.

Il sistema giudiziario della Nigeria ha contribuito a risolvere le dispute elettorali nelle passate elezioni, alcune delle quali sono state segnate da violenze e brogli elettorali.

Il Nigerian Bar Association e le associazioni locali della società civile hanno organizzato proteste ad Abuja e nel sud-est dello stato di Enugu per respingere la sospensione di Onnoghen, definendola un tentativo di colpo di stato contro la magistratura nigeriana.

I critici dicono che la sospensione è una strategia di Buhari per indebolire il potere giudiziario della Nigeria e aprire la strada per la sua elezione a un secondo mandato nelle elezioni in corso.

Camerun – Il leader dell’opposizione camerunense, Maurice Kamto, è stato accusato di ribellione, insurrezione e ostilità contro la madrepatria.

Kamto ha perso le ultime elezioni presidenziali di ottobre ed è stato arrestato alla fine del mese scorso, dopo aver organizzato manifestazioni contro l’attuale presidente Paul Biya.

I giudici inquirenti hanno incriminato Maurice Kamto e lo hanno consegnato al tribunale militare. Tra le accuse: ostilità contro la madrepatria, incitamento all’insurrezione, offesa contro il presidente della repubblica, distruzione di edifici e beni pubblici.

Ventidue membri del partito da lui guidato, Cameroon Renaissance Movement, sono sotto processo per le stesse accuse.

I gruppi per i diritti umani hanno accusato Biya di aver messo a tacere le voci dell’opposizione durante i suoi 36 anni di governo, accuse che sistematicamente vengono negate.

Le proteste sono scoppiate nella tormentata regione anglofona occidentale più di due anni fa, e dopo essere state represse si sono trasformate in costanti malcontenti. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. In Camerun accusato il leader dell’opposizione, in Nigeria il presidente sospende un giudice” di Federica Iezzi


Maternal Health in Sierra Leone

Roma, 9 febbraio 2019, Nena News

Repubblica Centrafricana – Il governo di Faustin Archange Touadera ha siglato un accordo di pace con 14 gruppi armati, che controllano la maggior parte del Paese, dopo due settimane di colloqui nella capitale sudanese, Khartoum. L’accordo di pace è stato annunciato dall’Unione Africana, ma i termini non sono stati immediatamente pubblicati.

I colloqui a Khartoum miravano a raggiungere un accordo e istituire un comitato di controllo per cercare di stabilire la pace in un Paese devastato dalla guerra dal 2012. Questo è l’ottavo accordo da quando sono iniziate le ostilità.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha concordato un possibile alleggerimento dell’embargo sulle armi nella Repubblica Centrafricana per consentire forniture di armi alle forze governative che combattono le milizie. L’embargo sulle armi è stato imposto nel 2013 dalle stesse Nazioni Unite, quando il governo di François Bozizé, è stato rovesciato dai ribelli Seleka, principalmente musulmani.

La Francia è intervenuta militarmente sotto mandato Onu, spingendo i Seleka al potere, e per contribuire a ripristinare la stabilità è stata istituita una missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite (Minusca). Migliaia di persone sono state uccise durante le violenze e un quarto dei 4,5 milioni di abitanti del Paese ha abbandonato le proprie case a causa dei disordini.

Costa d’Avorio – Il Tribunale Penale Internazionale ha ordinato il rilascio condizionale dell’ex presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo, dopo che è stato assolto dalle accuse di crimini contro l’umanità il mese scorso. L’ex presidente è stato processato per omicidio, stupro, persecuzione e altri atti disumani commessi dalle forze pro-Gbagbo all’indomani dei contestati sondaggi del 2010.

Gbagbo è in custodia del Tribunale Penale Internazionale dal 2011. La Costa d’Avorio è uno stato membro del Tribunale Penale Internazionale, ma lo stesso organo potrebbe essere riluttante a mandare Gbagbo in patria. Gbagbo era stato trattenuto in detenzione in attesa di obiezioni da parte dei pubblici ministeri, che avevano in programma di presentare appello per l’assoluzione.

Più di 3mila persone sono morte negli scontri tra Gbagbo e la sua rivale sostenuta a livello internazionale, Alassane Ouattara, che è l’attuale presidente della Costa d’Avorio.

Repubblica Democratica del Congo – L’epidemia del virus Ebola nella Repubblica Democratica del Congo è la seconda più grande nella storia dopo l’epidemia dell’Africa occidentale del 2014. Una tempesta di fattori complementari complica la diffusione dell’infezione: conflitto armato, instabilità politica e sfollamento di massa.

Di fronte a una complessa crisi umanitaria in evoluzione e alle recenti elezioni politiche, secondo quanto annunciato dalla rivista scientifica The Lancet, l’Organizzazione Mondiale della Sanità dovrebbe convocare il comitato di emergenza e prendere in considerazione la dichiarazione di un’emergenza sanitaria pubblica di preoccupazione internazionale (Pheic).

I casi di Ebola sono più che triplicati dall’inizio dei contagi, con un’impronta geografica ampliata in 18 zone del Paese. E il rischio di diffusione trans-frontiera della malattia in Uganda, Rwanda e Sud Sudan è elevato. Negli ultimi 6 mesi, almeno 300mila rifugiati della Repubblica Democratica del Congo hanno attraversato l’Uganda, aggiungendosi a una popolazione di rifugiati di circa un milione. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Un pò di pace nella Repubblica Centrafricana” di Federica Iezzi


Ablade Glover - The People II

Ablade Glover – The People II

Roma, 02 febbraio 2019, Nena News

Nigeria – Secondo l’UNHCR, più di 30.000 persone sono fuggite dalla città nigeriana di Rann nello scorso fine settimana, tra i timori di nuovi attacchi da parte del gruppo armato Boko Haram. Rann, vicino al confine con il Camerun, nello stato settentrionale del Borno, ha già visto un esodo di circa 9.000 persone dall’inizio del mese.

Un recente aumento delle violenze nella Nigeria nordorientale ha spinto più di 80.000 civili a cercare rifugio in campi già affollati o in città nello stato del Borno, dove si continua a sopravvivere in condizioni proibitive.

Le ostilità hanno messo a dura prova le operazioni umanitarie e gli operatori umanitari sono stati costretti a ritirarsi da alcune località. Almeno 260 operatori umanitari sono stati ritirati da tre località dello stato di Borno dall’inizio di dicembre.

Liberia – È passato esattamente un anno da quando il presidente liberiano George Weah ha scatenato una catena di polemiche dichiarando un fermo sostegno per l’attuazione della doppia cittadinanza e l’abrogazione di una “clausola” costituzionale, secondo la quale si proibisce ai non neri di ottenere la cittadinanza per nascita, discendenza o naturalizzazione.

Nonostante questi sforzi, le leggi rimangono tuttora invariate perché le obiezioni agli emendamenti sono di natura profondamente socioeconomica, non sopprimibili da proclami presidenziali.

I liberiani vivono la cittadinanza in modo diverso in base alla loro classe sociale, genere ed etnia, e questo influenza in larga misura il rifiuto o l’accettazione della doppia cittadinanza. Ciò è stato ulteriormente confermato dai dati dell’indagine di Afrobarometer del 2018, in cui due terzi dei liberiani hanno dichiarato di opporsi alla doppia cittadinanza come prescrizione politica, supporto che limita la cittadinanza a persone di discendenza nera.

Lo spostamento e l’espropriazione definiscono il passato e il presente della Liberia. Le lotte per la cittadinanza e l’appartenenza sono di fatto più evidenti nei Paesi africani che hanno vissuto migrazioni forzate.

Ghana – Ablade Glover, 84 anni, fondatore della Artists Alliance Gallery, nella capitale del Ghana, è conosciuto ben oltre i confini del suo Paese per i suoi lavori. Venticinque anni fa ha creato una galleria d’arte sul mare e l’ha aperta al pubblico per promuovere l’arte contemporanea, in particolare dal Ghana.

Glover ricorda che all’epoca gli artisti locali non avevano alcun sostegno. Ma una svolta importante si è verificata negli ultimi anni, con un crescente riconoscimento internazionale dell’arte africana contemporanea. Una delle opere di Ablade Glover è visibile nella galleria privata di Seth Dei, uomo d’affari di 73 anni forte sostenitore di artisti locali, in un tranquillo sobborgo verdeggiante di Accra.

Glover ha accompagnato le carriere di artisti ora riconosciuti all’estero, come Wiz Kudowor, Larry Otoo e Kofi Setordji. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Nigeria, 30mila in fuga da Boko Haram; Ghana, l’arte di Ablade Glover” di Federica Iezzi


SSUDAN-CONFLICT

Roma, 26 gennaio 2019, Nena News

#conflicttowatch

Sud Sudan – Dallo scoppio della guerra civile in Sud Sudan cinque anni fa, almeno 400.000 persone sono morte, si contano 1,6 milioni di sfollati interni e circa 2,5 milioni di rifugiati fuggiti nei Paesi vicini, tra cui il Sudan. La guerra civile che corre oggi lungo le linee etniche è scoppiata nel dicembre 2013, in seguito alle accuse del presidente Salva Kiir secondo cui l’ex vicepresidente Riek Machar stava progettando un colpo di stato. Ma la radice di questa guerra non è un conflitto etnico. La ragione per cui le cose sono passate da una crisi politica a una guerra non è dovuta alle divisioni etniche in quanto tali, ma alla mancanza di un esercito professionalizzato e istituzionalizzato.

Lo scorso settembre, l’attuale presidente Salva Kiir e il suo principale rivale, l’ex vicepresidente, capo dei ribelli Riek Machar, firmarono un accordo per un cessate il fuoco permanente, per la formazione di un governo di transizione e per la stesura di una nuova costituzione, almeno fino alle prossime elezioni previste nel 2022. Secondo i termini del nuovo accordo di pace, il Sud Sudan avrà cinque vice presidenti ed espanderà il suo parlamento a 550 membri per includere rappresentanti di tutte le fazioni. I critici sostengono che il piano rafforzerà solo il tribalismo e le divisioni etniche, ancora una volta senza affrontare le cause profonde del conflitto.

L’accordo seppur pieno di lacune, soddisfa gli interessi dei due antagonisti e quelli dei presidenti Omar al-Bashir del Sudan e Yoweri Museveni dell’Uganda, i due leader africani con più influenza in Sud Sudan. Le probabilità di una nuova instabilità nel Paese sono preoccupanti, se si pensa ad un accordo simile, raggiunto e poi crollato nel 2015, che provocò un’impennata dei combattimenti. Gli accordi più allarmanti e contestati sono quelli riguardanti la sicurezza con un’eventuale unificazione di un esercito nazionale. Gli Stati Uniti, che fino a poco tempo fa hanno guidato la diplomazia occidentale nel Sud Sudan, hanno fatto un passo indietro. Altri stanno aspettando di vedere i passi tangibili di Kiir e Machar prima di assegnare finanziamenti. Se questo ennesimo accordo fallisse, non è chiaro cosa lo sostituirà, e il Paese potrebbe collassare di nuovo in grossi combattimenti.

La combinazione derivante dall’indulgenza internazionale all’indipendenza del Sud Sudan e da un eccesso di denaro ha fatto sì che le élite politiche del Paese commettessero alcuni errori catastrofici, tra cui la chiusura della produzione nazionale di petrolio solo sei mesi dopo l’ottenimento dell’indipendenza a causa di una disputa con il Sudan. La politica del presidente Salva Kiir, ha usato fondi statali per acquistare preferenze, attraverso la concessione di licenze alla corruzione. La competizione politica all’interno del partito di governo si è intensificata, non solo tra il presidente Kiir e il vicepresidente Machar, ma anche tra altri membri dell’aggrovigliato quadro politico.

Attraverso i suoi stessi abusi e corruzione il Sud Sudan è passato dall’essere una nazione povera ma speranzosa ad uno stato fallito, guidato da un’élite militare corrotta e opprimente. L’ottimismo si è sgretolato nel 2013 dopo che scontri politici tra Kiir e Machar si sono riversati in anni di lotte politiche, guai economici e ben pochi progressi nello sviluppo, nonostante miliardi di dollari in aiuti stranieri, in parte contagiati dalla corruzione del governo. Transparency International, organizzazione che monitora la corruzione, ha classificato il Sud Sudan al 179° posto su 180 Paesi, nel suo indice di corruzione.

Le dichiarazioni delle agenzie umanitarie non sono meno preoccupanti. Il Paese si trova di fronte a una grave carenza di cibo e a una potenziale carestia se gli aiuti umanitari continuano a rimanere bloccati e se agli agricoltori sfollati viene impedito di tornare nelle proprie case. Quasi il 63% della popolazione del Paese affronta l’insicurezza alimentare in condizioni che sfiorano la fame. Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, su una scala da uno a cinque: 47.000 persone affrontano il più alto livello di fame nel Sud Sudan (IPC fase 5), altri 1,7 milioni sono a un livello di ‘emergenza’ (IPC4) e 6 milioni vivono in uno stato di cronica carenza di cibo (IPC3). La situazione è particolarmente preoccupante negli Stati di Unity, Lakes, Jonglei, Upper Nile and Western Bahr el Ghazal. Le condizioni sono disperate nelle contee di Leer e Mayendit nello stato di Unity,

Il conflitto è anche segnato da atrocità da parte sia della sicurezza governativa sia delle forze di opposizione, incluse esecuzioni, torture, stupri di gruppo e schiavitù sessuale, secondo lo State Department’s 2017 human rights report on South Sudan e secondo studi di gruppi internazionali per i diritti umani. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Sud Sudan, tra guerra civile e corruzione” di Federica Iezzi


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Roma, 19 gennaio 2019, Nena News

#conflicttowatch

Camerun – La crisi nelle aree anglofone del Camerun, il South West e il North West Regions, iniziata nel 2016 dopo decenni di emarginazione, è sul punto di destabilizzare il Camerun, un Paese un tempo considerato un’isola di relativa calma in una regione travagliata. L’inizio della crisi coincide con le proteste di insegnanti e avvocati anglofoni contro l’uso strisciante del francese nei sistemi di istruzione e nei sistemi legali.

Queste dimostrazioni si sono trasformate in proteste più ampie sull’emarginazione della minoranza anglofona del Camerun, che rappresenta circa un quinto della popolazione dell’intero Paese. Il governo ha rifiutato di riconoscere le rimostranze degli anglofoni mentre le forze di sicurezza hanno represso violentemente le proteste, imprigionando gli attivisti.

La conferma alla presidenza, dopo 36 anni di potere, di Paul Biya, lo scorso ottobre, ha intensificato ulteriormente gli scontri. Quasi dieci milizie separatiste ora combattono le forze governative, con a capo il governo ad interim dell’Ambazonia, autoproclamato Stato anglofono camerunense. Da allora, una lotta sempre più secessionista ha contrapposto il governo di lingua francese di Yaoundé, alle Forze di Liberazione dell’Ambazonia e altri gruppi ribelli.

Almeno 500 civili sono morti nelle violenze. Secondo i dati ufficiali dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, si contano 30.000 rifugiati anglofoni in Nigeria e 437.000 sfollati interni in Camerun, tra le rappresaglie del governo e l’intimidazione delle milizie. Secondo le stime dell’International Crisis Group, i combattimenti hanno già ucciso circa 200 soldati, gendarmi e agenti di polizia, con circa 300 feriti, e ucciso più di 600 separatisti.

Disinnescare la crisi richiederà il rilascio da parte del governo di tutti i detenuti politici, compresi i leader separatisti, un impegno da entrambe le parti per concretizzare un cessate il fuoco, colloqui tra il governo e i leader anglofoni, seguiti da qualche forma di dialogo nazionale comprensivo di discussione per un eventuale decentramento o per un’unione federale tra le due componenti francofona e anglofona. Già a metà dicembre le autorità camerunesi hanno rilasciato 289 detenuti anglofoni, sebbene centinaia, compresi i leader separatisti, siano ancora dietro le sbarre. Senza un significativo e reciproco compromesso, il Camerun rischia di scivolare verso un conflitto destrutturante.

Nonostante gli investimenti, il Paese sta soffrendo economicamente a causa del conflitto nelle regioni anglosassoni. La lobby del commercio camerunese ha dichiarato che, a causa della crisi, le perdite ammontano a 500 milioni di dollari insieme a 6.500 posti di lavoro.

Il Camerun anglofono nelle regioni amministrative del sud-ovest e del nord-ovest, armato di fucili da caccia, piccoli cannoni e armi bianche, usa tattiche di guerriglia per sfidare un esercito ben equipaggiato e altamente sofisticato, appoggiato da Francia e Stati Uniti. Le truppe governative mantengono il controllo dei principali centri urbani, mentre l’Ambazonia Defence Forces (ADF), l’ala militare del movimento separatista, opera in villaggi e territori remoti, dove i soldati meno numerosi e le infrastrutture stradali povere, limitano la portata diretta dello stato. Le operazioni governative hanno tuttavia gravemente danneggiato la catena di comando dell’ADF, costringendolo a operare in modo clandestino.

Il Camerun è un membro chiave della Multinational Joint Task Force contro le milizie di Boko Haram, nella sua regione più settentrionale, tra Nigeria a ovest e Ciad a est. Contribuisce con circa 1.000 soldati alla missione di peacekeeping MINUSCA, United Nations Multidimensional Integrated StabilizationMission in the Central African Republic. Ospita almeno 300.000 rifugiati dalla Repubblica Centrafricana nella sua impoverita regione orientale, già terreno di scontro tra pastori e agricoltori del bacino del Lago Ciad. Qualsiasi escalation del conflitto nel sud estenderebbe inevitabilmente nell’area l’esercito camerunense ben finanziato e ben addestrato, compromettendo così gli sforzi regionali per mitigare lo jihadismo militante e per migliorare la sicurezza e il mantenimento della pace alle frontiere. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Camerun dilaniato da violenze, proteste e separatismo” di Federica Iezzi


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Roma, 12 gennaio 2019, Nena News

#conflicttowatch

Nigeria – Nuove elezioni presidenziali, nuova legislatura federale e nuovi governatori e legislatori statali. È così che si apre il 2019 della Nigeria. Paese dalle tradizionali violente e infiammabili campagne elettorali. Particolarmente dure saranno le urne destinate all’attuale presidente Muhammadu Buhari e al suo principale rivale, l’ex vicepresidente Atiku Abubakar. Astio nelle relazioni tra l’All Progressive Congress, attualmente al governo, e il People’s Democratic Party, che dominò il Paese nei 16 anni precendenti l’era Buhari. Le proteste elettorali hanno precedenti travagliati: le manifestazioni dopo i sondaggi del 2011 si sono trasformate in attacchi alle minoranze nel nord della Nigeria, in cui morirono più di 800 persone.

La Nigeria è devastata contemporaneamente da una serie di conflitti. Nel nord-ovest, si combattono le milizie di Boko Haram. Nel Niger, si combatte il Movimento militante per l’Emancipazione del Delta del Niger. E nell’est del Paese si rinnova il sentimento separatista legato al Biafra. I livelli di criminalità violenta e di insicurezza generale restano elevati in gran parte del Paese.

I civili in alcune parti del nord-est sopportano il peso del brutale conflitto tra le truppe governative e gli insurrezionalisti di Boko Haram. La violenza tra pastori prevalentemente musulmani (Fulani) e agricoltori per lo più cristiani, nel centro del Paese, lo scorso anno ha raggiunto livelli preoccupanti, uccidendo circa 1.500 persone. Nel 2016, il conflitto aveva provocato la morte di 2.500 persone e una perdita di 13,7 miliardi di dollari di entrate. I continui soprusi hanno compromesso le relazioni intercomunitarie, specialmente tra musulmani e cristiani, in quelle stesse aree, che vedranno feroci scontri elettorali.

Ciò che manca è la prospettiva ambientale. La Nigeria si estende per oltre 1.000 km da un’area meridionale lussureggiante e tropicale, fino ai margini settentrionali del Sahara. I mandriani Fulani, che un tempo facevano affidamento sul lago Ciad, nell’estremo nord-est del Paese e oggi in gran parte prosciugato, sono costretti a spostarsi più a sud in cerca di pascoli e acqua per il proprio bestiame. E più a sud ci si muove, più la popolazione diventa cristiana, quindi nel momento in cui emergono conflitti di risorse, la trasformazione in conflitti religiosi è fulminea.

La risposta del governo Buhari ali scontri è stata vacua. Prestare al pascolo del bestiame dei Fulani, terre appartenenti ai contadini indigeni. Riportare il lago Ciad al grande sistema idrografico che è stato in passato. Secondo esami preliminari della Corte Penale Internazionale, oltre 1.300 persone sono state uccise e almeno 300.000 sono state sfollate a seguito di scontri tra pastori e agricoltori negli stati nigeriani di Plateau, Benue, Nasarawa, Adamawa e Taraba. L’escalation di violenze tra il 2017 e il 2018 è il risultato dell’aumento delle milizie etniche. E le sopravvalutate forze di sicurezza nigeriane sono spesso causa di conflitto. Lo scontro tra l’esercito nigeriano e la sua minoranza musulmana sciita è un esempio di come le forze di sicurezza sono una parte più grande del problema rispetto alla soluzione.

Nel sud-est del Paese continuano gli scontri tra comunità a Ebonyi e nello stato di Cross River. E sebbene al momento non si registra alcun conflitto in corso nel bacino del Delta del Niger, vi è il perturbante disordine economico, con il risorgere della militanza, nella maggior regione produttrice di petrolio, con continue minacce da parte di gruppi militanti.

Questi diversi conflitti hanno, in varia misura, contribuito allo sfollamento di più di due milioni di persone in Nigeria, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Ciò ha causato un enorme calo della produzione agricola nella fascia centrale e ha accelerato l’enorme deriva rurale-urbana.

I diversi conflitti hanno messo a dura prova le capacità delle forze di sicurezza nigeriane: l’esercito nigeriano stesso si è schierato in 32 dei 36 stati del Paese a partire dal gennaio 2017, combattendo il terrorismo, la lotta tra agricoltura e pastorizia, i rapimenti e gli scontri etnici. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Nigeria, il Paese dilaniato dai conflitti” di Federica Iezzi


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Roma, 22 dicembre 2018, Nena News 

Repubblica Democratica del Congo – Le elezioni presidenziali nella Repubblica Democratica del Congo sono state rimandate al 30 dicembre.

Lo scorso giovedì la commissione elettorale del Paese ha dichiarato di non essere pronta a tenere le elezioni in seguito ad un incendio che avrebbe distrutto i sistemi elettorali e in seguito all’epidemia di Ebola che non tende ad arrestarsi nelle regioni ad est.

L’annullamento del voto, previsto inizialmente per domani, potrebbe provocare proteste da parte dei leader e degli studenti dell’opposizione nel vasto paese dell’Africa centrale.

Attualmente il campus dell’Università di Kinshasa è stato isolato dalle forze di sicurezza in seguito alle manifestazioni nella capitale, che chiedevano lo svolgimento dei sondaggi nei tempi previsti.

La campagna elettorale è stata preannunciata dalle violenze ai danni soprattutto dei sostenitori dell’opposizione.

Le elezioni nella Repubblica Democratica del Congo, posticipate ripetutamente dal 2016, hanno lo scopo di scegliere un successore del presidente Joseph Kabila, che lascia il potere dopo 18 anni al governo.

Il Paese non è mai riuscito ad ottenere una transizione pacifica del potere da quando ha raggiunto l’indipendenza dal Belgio nel 1960.

Nigeria – Il governo nigeriano si dichiara ‘preoccupato’ riguardo le attività di Amnesty International. Le pesanti affermazioni arrivano solo pochi giorni dopo che il governo Buhari ha bandito l’UNICEF, con le inammissibili accuse di addestramento di spie solidali a Boko Haram.

Secondo quanto riportato dal portavoce ufficiale di governo, Garba Shehu, le operazioni dell’organizzazione internazionale in Nigeria sembrano orientate solo a danneggiare l’esercito federale, mediante la fabbricazione e macchinazione di accuse fittizie di presunte violazioni dei diritti umani e di sponsorizzazioni clandestine di gruppi dissidenti.

La risposta di Amnesty International è correlata da dati e avvenimenti dettagliati a partire dall’assassinio di quasi 4.000 persone negli ultimi tre anni, per finire alle centinaia di sfollati, ai limiti della sopravvivenza, in molte regioni del Paese.

La rivolta nel nord-est della Nigeria è iniziata nel 2009 e si è estesa ai vicini Camerun, Ciad e Niger, uccidendo almeno 27.000 persone e lasciando milioni di persone totalmente dipendenti da aiuti umanitari.

Etiopia – Ancora violenti scontri e intensi combattimenti tra gruppi etnici nel sud dell’Etiopia, che hanno costretto centinaia di persone alla fuga attraverso il confine con il vicino Kenya. Notizia cnfermata da Patrick Mumali, vice commissario nella contea di Moyale.

Le violenze sono scoppiate tra giovedì e venerdì scorsi nei pressi della città di Moyale, al confine con il Kenya, in una regione rivendicata sia dall’Oromo, il più grande gruppo etnico del Paese, sia dalle etnie somale, in particolare le Somali Garre.

I contrasti si sono riaccesi nella regione meridionale di Oromia da quando il primo ministro Abiy Ahmed, primo leader dell’Oromo nella storia moderna dell’Etiopia, si è insediato lo scorso aprile.

Dall’inizio di quest’anno, almeno 5.000 etiopi sono stati costretti a cercare rifugio in Kenya, in seguito a violenze ai danni di civili da parte dell’esercito etiope nel sud del Paese.

Nella regione di Oromia, convivono almeno quattro conflitti separati lungo linee etniche, oltre a una disputa sui confini.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Nigeria preoccupata da Amnesty International, scontri etnici in Etiopia” di Federica Iezzi


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Roma, 15 dicembre 2018, Nena News 

Repubblica Democratica del Congo – Joseph Kabila, il presidente uscente della Repubblica Democratica del Congo, ha dichiarato di voler rimanere in politica e non esclude la possibilità di ricominciare a lavorare per un nuovo mandato nel 2023. Kabila, che si ritirerà dopo le elezioni a lungo ritardate, previste per il prossimo 23 dicembre, ha affermato di voler proteggere i suoi ‘successi’, rimanendo in politica.

L’ex presidente avrebbe dovuto dimettersi già nel 2016 alla fine del suo mandato costituzionale. Ma l’elezione per sostituirlo è stata ripetutamente ritardata, accendendo le proteste che poi hanno causato migliaia di vittime.

Le prossime elezioni segneranno il primo trasferimento democratico di potere nel Paese e segneranno la fine del governo di Kabila iniziato nel 2001, subito dopo l’assassinio di suo padre avvenuto durante una sanguinosa guerra civile che imperversò dal 1998 al 2003 e uccise cinque milioni di persone.

Kabila ha scelto il lealista Emmanuel Ramazani Shadary, come candidato della coalizione di governo. Su Shadary pendono le dure sanzioni dell’Unione Europea per il suo presunto coinvolgimento in violazioni dei diritti umani. Secondo gli attuali sondaggi di opinione Shadary sarebbe indietro rispetto ai principali personaggi dell’opposizione.

Il ritardo nelle elezioni è coinciso con un problema di sicurezza in gran parte del Paese. I ribelli armati continuano a combattere sui confini con l’Uganda e il Ruanda. Gli osservatori internazionali affermano che la mancanza di sicurezza renderà difficile la tenuta delle elezioni nel Paese equatoriale e creerà opportunità di brogli.

Rwanda – Un tribunale ruandese ha assolto Diane Rwigara, ferma oppositrice del veterano presidente Paul Kagame, dell’accusa che includeva l’incitamento all’insurrezione e la falsificazione di documenti.

Rwigara, 37 anni, è stata arrestata nel settembre 2017 dopo che il suo tentativo di candidarsi alle elezioni presidenziali in Ruanda fu negato per falsificazione delle firme dei sostenitori dell’opposizione. L’attivista è stata anche accusata di incitamento all’insurrezione per le critiche verso il governo Kagame durante la preparazione delle elezioni.

Il caso di Rwigara ha attirato nuovamente l’attenzione globale sul sempre più esiguo spazio che Kagame lascia ai critici nel Paese dell’Africa orientale. Sotto accusa la libertà di espressione, le esecuzioni extragiudiziali e alla mancanza di libertà politica.

La giovane politica è stata una voce insolita di critica nel Rwanda prima delle ultime elezioni, ed è stata vittima di una campagna diffamatoria disonesta. Inoltre, con la madre, ha trascorso più di un anno in prigione prima del rilascio su cauzione dello scorso ottobre.

Tanzania – I partiti di opposizione in Tanzania si schierano contro gli attuali legislatori per non approvare proposte di emendamento di legge che disciplinerebbero i partiti politici, con la causa di criminalizzare le loro attività. Hashim Rungwe, presidente di uno dei 10 partiti dell’opposizione, ha affermato che gli emendamenti proposti ridurranno le libertà costituzionali.

Tra le disposizioni, la nuova legge vieterebbe ai partiti di funzionare come gruppi ‘attivisti’. Fornirebbe a un funzionario governativo poteri radicali per sospendere o addirittura licenziare un membro del partito.

I critici dell’attuale presidente John Magufuli, che è salito al potere nel 2015, contestano una dura repressione del dissenso, con restrizioni sull’opposizione politica, i media, i blogger e le organizzazioni non governative. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Kabila lascia la presidenza del Congo. Anzi no” di Federica Iezzi


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Roma, 8 dicembre 2018, Nena News 

Sudafrica – Il parlamento sudafricano ha approvato un rapporto che approva un emendamento costituzionale che consentirebbe l’esproprio della terra senza compenso o indennizzo. La proprietà terriera è ancora un’aperta questione in Sud Africa, dove la disuguaglianza razziale rimane radicata da più di due decenni dopo la fine dell’apartheid, quando milioni di civili della maggioranza nera furono espropriati della loro terra dalla minoranza bianca.

Il presidente Cyril Ramaphosa, che ha sostituito Jacob Zuma al governo lo scorso febbraio, ha dato la priorità alla ridistribuzione della terra, mentre cerca di unire il frammentato African National Congress (ANC) e ottenere il sostegno pubblico prima delle elezioni del prossimo anno.

I partiti di opposizione, guidati dalla Democratic Alliance rimangono estremamente critici nei confronti dei piani del governo, che di fatto metteranno a repentaglio i diritti di proprietà e allontaneranno i grandi investitori.

Zimbabwe – Entra nella seconda settimana il secondo grande sciopero del 2018 dei medici zimbabwiani occupati negli ospedali pubblici, per chiedere migliori condizioni economiche, mentre il governo del presidente Emmerson Mnangagwa lotta con un’economia in deterioramento.

La nazione dell’Africa meridionale dal 2009 fa i conti con picchi esponenziali di prezzi e carenza di beni di prima necessità, tra cui medicine e carburante. L’inflazione annuale è del 20,85%. Dalle ultime stime più della metà dei medici del settore pubblico ha aderito allo sciopero. Ogni ospedale è a corto di strumenti medicali e dipende dalle disponibilità economiche degli stessi pazienti, costretti a comprare farmaci e materiale sanitario per i propri trattamenti ospedalieri.

Già lo scorso marzo, i medici aderirono ad un esteso sciopero, con il risultato di un aumento delle retribuzioni e delle indennità, mettendo fine alla prima grande disputa sul lavoro che Mnangagwa ha affrontato da quando prese il potere.

Burundi – Il governo del Burundi avrebbe chiesto al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di chiudere il suo ufficio nel Paese entro due mesi, secondo ministero degli Esteri e fonti ONU. L’esecutivo sta diventando sempre più radicale e provocatorio nei confronti della comunità internazionale. Il Paese ha sospeso la collaborazione con l’ufficio per i diritti umani ormai dall’ottobre 2016 e il governo ha accusato l’organismo internazionale di ‘complicità’ nella stesura di un rapporto delle Nazioni Unite che evidenziava gravi violazioni dei diritti umani e possibili crimini contro l’umanità, da parte delle autorità burundesi.

La Nazione dell’Africa orientale è stata coinvolta in una crisi politica da quando il presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato la sua controversa candidatura per un terzo mandato presidenziale nell’aprile 2015. Poi conclusosi con una rielezione nel luglio dello stesso anno. Le violenze che hanno accompagnato la crisi hanno ucciso almeno 1.200 persone e hanno creato più di 400.000 sfollati tra l’aprile 2015 e il maggio 2017, secondo le stime del Tribunale Penale Internazionale.

Il Burundi ha boicottato lo scorso novembre un vertice della comunità dell’Africa orientale, concentrato sulla crisi politica in corso nel Paese. Scontri aperti anche con l’Unione Africana (UA), in seguito all’emissione di un mandato di arresto contro l’ex presidente Pierre Buyoya, attualmente inviato di pace dalla stessa UA.

Nel 2017, il Burundi ha abbandonato il Tribunale Penale Internazionale dopo che quest’ultimo aveva avviato un’indagine sulle presunte atrocità commesse nel Paese. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Esproprio della terra in Sudafrica, protesta dei medici in Zimbabwe” di Federica Iezzi


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Roma, 1 dicembre 2018, Nena News

Madagascar – Si sfideranno al secondo turno nelle presidenziali malgasce previste il prossimo dicembre, un ex presidente del Paese, al potere fino al 2009, Marc Ravalomanana, e l’uomo che rovesciò il suo governo in un colpo di stato Andry Rajoelina.

Nel primo turno di novembre, Ravalomanana ha ricevuto il 35,3% dei voti, subito dietro Rajoelina che ha ottenuto il 39,2% dei consensi, secondo i calcoli ufficiali dell’Alta Corte Costituzionale.

L’attuale presidente Hery Rajaonarimampianina ha ricevuto solo l’8,8% dei voti, per cui non prenderà parte al secondo turno. Il tribunale ha inoltre respinto la sua richiesta di annullamento delle elezioni.

Il voto per il secondo turno è fissato al 19 dicembre. La corte ha dichiarato che l’affluenza totale degli elettori al primo turno è stata del 53,9%.

Sia Ravalomanana che Rajoelinaerano sono stati esclusi dalla corsa nelle ultime elezioni del 2013, sotto la pressione internazionale, per evitare il ripetersi di violenze politiche che già inghiottirono l’isola nel 2009. L’ex colonia francese al largo della costa sud-orientale dell’Africa, ha anche una lunga storia di instabilità politica e colpi di stato.

Ravalomanana amministrò il Paese dal 2002 al 2009, fino a quando il suo governo fu rovesciato in un colpo di stato militare, da Rajoelina, che rimase al potere fino al 2014.

Entrambi i contendenti avevano avanzato denunce legali su presunte irregolarità durante il primo turno, tutte respinte dalla commissione elettorale.

Repubblica Democratica del Congo – Secondo i dati recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ultima epidemia di ebola che ha colpito la Repubblica Democratica del Congo è la seconda più grande nella storia, dietro la devastante propagazione in Africa occidentale che ha ucciso almeno 11.000 di persone nel 2014.

Il ministero della salute della Repubblica Democratica del Congo ha annunciato che il numero di casi ha raggiunto il numero di 426. Questo include 379 casi confermati e 47 casi probabili. Finora questo focolaio, dichiarato agli inizi di agosto, ha causato 198 morti confermate.

La crisi è centrata intorno alla città orientale di Beni nel nord Kivu, una regione tuttora distrutta da conflitti armati, che hanno ostacolato di fatto tutti gli sforzi messi in atto per frenare l’epidemia.

Le stime dell’OMS, prevedono che l’epidemia nella parte nord-orientale del Paese durerà almeno altri sei mesi prima che possa essere contenuta.

Più di 37.000 persone hanno ricevuto vaccinazioni contro l’ebola e la Repubblica Democratica del Congo ha avviato la prima prova per testare l’efficacia e la sicurezza di quattro farmaci sperimentali.

Tuttavia, il rischio di diffusione dell’ebola nelle cosiddette ‘zone rosse’, aree praticamente inaccessibili a causa della minaccia dei gruppi ribelli, rimane una delle maggiori incognite.

Un numero allarmante è anche quello dei neonati infetti. Nell’ultima dichiarazione dell’OMS sono stati segnalati 36 casi di ebola tra neonati e bambini sotto i 2 anni.

Due delle più importanti riviste scientifiche internazionali, il Journal of American Medical Association e il New England Journal of Medicine, hanno avanzato forti preoccupazioni sui nuovi focolai di ebola.

Chad – I leader dell’opposizione e i gruppi della società civile in Chad hanno fortemente criticato le intenzioni del Presidente Idriss Deby, di stabilire relazioni diplomatiche con Israele.

Secondo l’opposizione il Chad non dovrebbe ristabilire nessun legame con Israele finché continuerà ad occupare i territori palestinesi, e comunque in assenza di una condotta collettiva degli stati africani riguardo le azioni diplomatiche.

Dopo decenni, Deby fu il primo leader del Paese, a maggioranza musulmana, che visitò Israele. Visita, che secondo gli analisti arrivò come coronamento di legami di intelligence e militari tra i due governi.

Il sospetto è che dietro il ripristino dei legami con Israele, ci sia quello di mantenere il controllo del Paese usando l’assistenza israeliana e l’intelligence.

Per il governo Netanyahu, il Chad non sarebbe altro che una base per iniziare a stabilire legami con altre nazioni africane.

Il Chad aveva rotto i suoi legami con Israele nel 1972, dopo che l’Organizzazione per l’Unità Africana, decise di tagliare i legami diplomatici con Israele in solidarietà con il popolo palestinese. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Presidenziali in Madagascar, epidemia ebola nella Repubblica Democratica del Congo” di Federica Iezzi


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Birtukan Mideksa

Roma, 24 novembre 2018, Nena News 

Etiopia – L’Etiopia ha scelto una figura di spicco dell’opposizione, tornata di recente da un lungo esilio, a capo del suo corpo elettorale. Così il giudice Birtukan Mideksa è stata nominata capo del National Electoral Board of Ethiopia, solo alcune settimane dopo essere tornata dagli Stati Uniti, dopo l’approvazione da parte della Camera dei rappresentanti del popolo (la Camera bassa del parlamento etiope)

La giurista supervisionerà le prossime elezioni legislative in programma nel maggio 2020. Birtukan è stata condanna all’ergastolo in relazione alle contestate elezioni parlamentari del 2005, brutalmente represse dall’esercito etiope, con l’uccisione di almeno 190 persone.

L’ex giudice è stata incarcerata dopo le proteste e ha trascorso i suoi ultimi anni in Etiopia in prigione, prima di fuggire negli Stati Uniti, nell’esilio auto-imposto nel 2010. Incoraggiata dalle riforme politiche annunciate dal neo-primo ministro etiope Abiy Ahmed, Birtukan è rientrata in patria.

La nomina di Birtukan facilita le riforme elettorali e testimonia la volontà politica di rafforzare un comitato elettorale indipendente prima delle elezioni del 2020. Le recenti riforme di Abiy includono il rilascio dei dissidenti in regime di detenzione, un accordo di pace con la confinante Eritrea, il ritorno a casa di gruppi armati di opposizione e il progressivo allentamento della presa militare sul Paese.

Repubblica Centrafricana – Secondo quanto affermato dalle Nazioni Unite, il rischio carestia è vicino in Repubblica Centrafricana in mancanza di decisioni concrete atte a invertire la situazione umanitaria nel Paese, che continua a deteriorarsi verso un tasso allarmante

I crescenti disordini nel Paese abitato da 4,5 milioni di persone, costringono un numero sempre maggiore di civili a fuggire dalle loro case, ad abbandonare i loro campi, causando una spirale di insicurezza alimentare. Attualmente già diverse regioni hanno raggiunto il livello 4 in termini di insicurezza alimentare.

Migliaia di persone sono state uccise mentre un quarto della popolazione è fuggita durante le violenze che hanno seguito la caduta dell’ex presidente Francois Bozize nel 2013. Brutalità condotte dapprima dai ribelli Seleka, principalmente musulmani, che hanno innescato attacchi di vendetta da parte delle milizie cristiane.

Secondo i dati del Programma Alimentare Mondiale, la Repubblica Centrafricana sta affrontando la peggiore situazione di insicurezza alimentare in quattro anni, con quasi due milioni di persone che hanno urgente bisogno di aiuti alimentari.

I dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, hanno mostrato che 2,9 milioni di persone, circa il 63% della popolazione, richiede aiuto e protezione. Solo nelle ultime tre settimane, oltre 50.000 persone sono state colpite da violenze nella città settentrionale di Batangafo e nella città centrale di Alindao.

Burundi – La situazione della sicurezza in Burundi è rimasta relativamente calma negli ultimi mesi, ma la situazione dei diritti umani rimane preoccupante, secondo gli ultimi dati pubblicati dalle Nazioni Unite.

L’inviato speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per il Burundi, Michel Kafando, sta sollecitando governo e partiti di opposizione a trovare, in tempi brevi, un punto di incontro, per porre fine alla persistente crisi politica. L’attuale presidente burundese Pierre Nkurunziza ha sospeso le attività di assistenza di quasi tutte le organizzazioni non governative internazionali.

Si stima che circa 1,7 milioni di persone nel Paese siano minacciate dall’insicurezza alimentare. Le preoccupazioni del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, si concentrano anche sul deterioramento della situazione socio-economica del Burundi.

Inoltre il governo non ha ancora ripreso la cooperazione con l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Persistono le violazioni dei diritti umani e altri abusi come gli arresti arbitrari, le sparizioni forzate e gli atti di intimidazione contro gli attori dell’opposizione.

Il Burundi è entrato in un vortice di proteste e violenze all’inizio del 2015, quando il presidente Nkurunziza ha dichiarato che avrebbe concorso per un terzo mandato, atto considerato una violazione della Costituzione. I successivi scontri tra forze di sicurezza e oppositori hanno provocato centinaia di morti e hanno costretto alla fuga circa mezzo milione di civili. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Continua la rivoluzione di Ahmed, un’altra donna ai vertici dell’Etiopia” di Federica Iezzi


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Roma, 17 novembre 2018, Nena News 

Zimbabwe – È passato un anno dagli arresti domiciliari dell’ex presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, come parte di un’operazione militare, che ha permesso a Emmerson Mnangagwa di prendere il potere.

In una manifestazione senza precedenti, lo scorso novembre, centinaia di migliaia di cittadini hanno marciato per le strade, chiedendo le dimissioni dell’ex presidente.

Dopo l’inizio di un’udienza parlamentare di impeachment, Mugabe ha lasciato il governo, dopo quasi quattro decenni al potere.

Da quei giorni e dalla presa di potere di Mnangagwa non è cambiato molto nel Paese africano.

Nonostante le promesse di una nuova era, il ruolo sfocato dell’esercito nella governance dello stato e negli affari di partito, continua a destare preoccupazione. Non esiste ancora una netta separazione dei poteri tra stato, partito di governo e esecutivo. A questo si aggiunge il peggioramento dello stato dell’economia.

In seguito alle polemiche elettorali, gli Stati Uniti hanno rinnovato le sanzioni invitando il regime post-Mugabe a dimostrare maggiori sforzi verso le riforme. Parallelamente la Comunità Internazionale punta a promuovere attivamente la trasparenza e la responsabilità fiscale, che sostiene lo stato di diritto e la protezione dei diritti di proprietà.

Intanto, una commissione d’inchiesta indipendente, guidata dall’ex presidente sudafricano Kgalema Motlanthe, sta attualmente esaminando le violenze post-elettorali che hanno visto l’esercito schierato nelle strade della capitale Harare.

Repubblica Democratica del Congo – Felix Tshisekedi, leader del più grande partito di opposizione nella Repubblica Democratica del Congo (UPDS, Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale), insieme a Vital Kamerhe, leader dell’UNC (Unione per la Nazione Congolese), ha ritirato il suo consenso dagli accordi di Ginevra.

Accordi che avrebbero dovuto prevedere lo schieramento di un candidato congiunto nelle cruciali elezioni presidenziali del prossimo mese, inizialmente identificato in Martin Fayulu.

Il ritiro di Tshisekedi e Kamerhe priva il fronte di opposizione (Lamuka) di circa il 20% dei voti, decretandone di fatto il fallimento elettorale.

Manovre a favore di Emmanuel Ramazani Shadary del PPRD (Partito del Popolo per la Ricostruzione e la Democrazia), candidato appoggiato dall’attuale presidente Joseph Kabila.

Le prossime elezioni sono fondamentali per il futuro del Paese, che non ha mai sperimentato una transizione pacifica del potere da quando ha ottenuto l’indipendenza dal Belgio nel 1960.

Eritrea – Le Nazioni Unite hanno revocato le sanzioni all’Eritrea, nove anni dopo essere state imposte dalla stessa organizzazione internazionale.

La decisione dello scorso mercoledì, presa durante una riunione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, segue il riavvicinamento degli ultimi mesi tra l’Eritrea e la vicina Etiopia. La disputa tra i due Paesi prese vita nei primi anni ’90, quando l’Eritrea ottenne la sua indipendenza dall’Etiopia, causando l’inizio di una guerra sulle dispute di confine.

Un confine imposto dall’ONU nel 2002, che avrebbe avuto lo scopo di risolvere definitivamente la disputa, vide la dura opposizione dell’Etiopia. Nel 2009, l’ONU aveva imposto all’Eritrea un embargo sulle armi, in seguito alle accuse di sostenimento di gruppi armati in Somalia. Naturalmente il Paese negò aspramente tutte le accuse.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Revocate le sanzioni all’Eritrea, nella RDC l’opposizione si condanna alla sconfitta” di Federica Iezzi


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Marocco – Green March

Roma, 10 novembre 2018, Nena News 

Madagascar – Iniziato il conteggio dei voti delle recenti elezioni presidenziali in Madagascar.

36 i candidati che si contendono la guida dell’isola dell’Oceano Indiano, negli ultimi anni attanagliata nella morsa dell’instabilità politica. Solo lo scorso maggio, l’esercito ha minacciato di subentrare tra enormi proteste di piazza. Tra i principali candidati il presidente uscente Hery Rajaonarimampianina e i suoi due maggiori rivali, gli ex presidenti Marc Ravalomanana e Andry Rajoelina. Temi ricorrenti su ogni lista politica hanno compreso la creazione di posti di lavoro, l’impegno politico contro la povertà e contro la corruzione, l’accelerazione di una ripresa economica. Secondo un rapporto della Banca Mondiale, oltre l’80% della popolazione vive in condizioni di povertà. Nonostante l’accalcamento della gente nei seggi, non sono state rilevate anomalie nei sondaggi, secondo il capo della missione di osservazione dell’Unione Europea.

L’affluenza alle urne sembrerebbe essere attorno al 40%.

I risultati provvisori sono attesi entro il 20 novembre, dati che dovranno poi essere confermati dall’Alta Corte Costituzionale entro il 28 novembre.

Rwanda – I procuratori rwandesi hanno chiesto una condanna a 22 anni di reclusione contro la candidata dell’opposizione Diane Rwigara. Rwigara è stata accusata di istigare l’insurrezione e falsificare documenti elettorali. Ha negato di aver falsificato le firme sui documenti elettorali nel tentativo di conquistare un posto nel ballottaggio presidenziale dell’anno scorso, un’accusa che secondo lei è stata progettata per far deragliare la sua sfida a Kagame.

La candidata, 37 anni, ha tentato invano di concorrere contro l’attuale presidente Paul Kagame nelle elezioni presidenziali del 2017.

La donna è stata arrestata con sua madre e sua sorella, poi rilasciata su cauzione nell’ottobre 2017.

Marocco – Il re Mohammed VI del Marocco ha espresso la sua disponibilità a tenere colloqui con la vicina Algeria, rivale regione da lungo tempo.

Il re reputa il dialogo necessario a superare le differenze transitorie e oggettive che impediscono lo sviluppo delle relazioni tra i due Paesi, per questo ha proposto l’istituzione di un meccanismo di consultazione politica congiunta.

Rabat dunque sembrerebbe disposta a prendere in considerazione le iniziative, portate avanti da Algeri, per rompere lo stallo politico e ristabilire i legami completi, compresa la riapertura delle frontiere terrestri.

Il confine tra Marocco e Algeria, che si estende per circa 1.600 chilometri, è una delle frontiere chiuse più lunghe al mondo. L’Algeria ha chiuso il confine con il Marocco nel 1994, dopo che Rabat ha imposto regolamenti sui visti ai visitatori algerini sulla scia di un attacco mortale all’Atlas Asni hotel di Marrakech.

Il discorso di Mohammed VI arriva nel 43° anniversario della Green March, quando migliaia di marocchini marciarono sul Sahara Occidentale, chiedendo la fine dell’occupazione spagnola del territorio marocchino. Mentre il governo spagnolo cedette volontariamente il controllo dell’area nel 1975, il Fronte Polisario, un movimento secessionista sostenuto dall’Algeria, iniziò a chiedere il diritto all’autodeterminazione. Rabat al contrario sostiene che il territorio è parte integrante del Paese.

Il Marocco accusa l’Algeria di sostenere l’Iran nella faida del Sahara occidentale. Questo è stato il principale motivo di contesa nei rapporti tra i due stati, entrambi membri fondatori dell’Unione del Maghreb arabo, comprendente anche Mauritania, Tunisia e Libia. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Presidenziali in Madagascar, aperture del Marocco all’Algeria” di Federica Iezzi


Opera nella Brazza Art Gallery

Brazzaville (Repubblica del Congo) – Opera nella Brazza Art Gallery

Roma, 3 novembre 2018, Nena News

Repubblica del Congo – Ha aperto finalmente i battenti la Brazza-Art Galerie, situata nel cuore della città di Brazzaville. La galleria raccoglie opere di artisti congolesi, senza alcuna restrizione di esposizione. Offre inoltre l’opportunità agli artisti locali meno popolari di mostrare il proprio lavoro.

La missione della galleria d’arte è quella di sostenere e promuovere gli artisti provenienti dall’Africa sub-sahariana. Già all’inizio del 2019, il nuovo impianto ospiterà una mostra di Baudoin Mouanda, fotografo congolese di fama internazionale che presenterà i suoi ultimi lavori e una retrospettiva sulla sua carriera.

Madagascar – Più di 50 detenuti sono morti nelle carceri madagascaregne lo scorso anno, in attesa di un processo, a causa delle scadenti condizioni sanitarie. È quanto emerso dall’ultimo comunicato di Amnesty International.
Complici dei decessi il grave sovraffollamento, la scarsa igiene, la mancanza cronica di cibo e di assistenza medica. Le principali cause di morte sono legate a malattie dell’apparato cardiovascolare e respiratorio.

Il rapporto di Amnesty International è basato sui casi di 11mila persone in detenzione preventiva. Dall’ottobre 2017, il 55% della popolazione carceraria totale è infatti detenuta in custodia cautelare. L’ingiustificata, eccessiva e prolungata detenzione pre-processuale, oltre a violare le leggi internazionale, equivale all’attuazione di trattamenti crudeli, inumani e degradanti. Secondo le leggi nazionali del Madagascar, gli adulti possono essere trattenuti fino a cinque anni e sei mesi senza processo e i minori fino a 33 mesi.

Camerun – L’attuale presidente del Camerun, Paul Biya, il leader più anziano dell’Africa sub-sahariana, ha facilmente conquistato il suo settimo mandato a capo del Paese, secondo quanto riportato dal Consiglio Costituzionale.
Biya, 85 anni, ha ottenuto il 71,3% dei voti alle elezioni presidenziali dello scorso ottobre, battendo il candidato dell’opposizione Maurice Kamto, che ha ottenuto il 14,2% dei voti.

Le elezioni sono state libere, corrette e credibili nonostante le sfide alla sicurezza soprattutto nelle regioni di lingua inglese. In seguito al voto, si sono sollevate vecchie tensioni politiche durante le manifestazioni di opposizione.

Burundi – Il governo del Burundi ha boicottato il quinto round del dialogo inter-burundese per porre fine alla crisi politica aperta dal 2015. Il presidente tanzaniano, Benjamin Mkapa, ufficialmente designato come facilitatore dei colloqui, ha rinviato tutti gli incontri.

Il passo successivo è quello di ridiscutere consigli e analisi prima di sottoporre il rinvio al presidente ugandese Yoweri Museveni, designato mediatore per il dialogo inter-burundese. Almeno venti leader dell’opposizione burundese si sono trovati nella città di Arusha per discutere delle profonde divisioni del Paese, evidenziatesi dopo il terzo mandato dell’attuale presidente Nkurunziza. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Brazzaville inaugura la sua galleria d’arte” di Federica Iezzi


Sudan – Wini Omer

Sudan – Wini Omer

Roma, 27 ottobre 2018, Nena News – Arrestata lo scorso dicembre per aver indossato una gonna e per camminare in modo indecente, la giornalista sudanese e attivista per i diritti delle donne, Wini Omer è comparsa davanti a un tribunale di ordine pubblico. È anche a rischio di essere accusata di crimini contro lo stato, punibile con una condanna a morte. Fervente attivista per i diritti umani e delle donne, racconta che negli ultimi anni, il Sudan ha condannato migliaia di donne alla fustigazione pubblica per disturbo dell’ordine pubblico.

Giornalista e difensore dei diritti umani, Wini Omer, attualmente lavora come responsabile del Democratic Thought Project e come redattore della rivista Alhadatha Alsudanya. Educa i giovani ai diritti umani, alla lotta contro la violenza di genere e ai problemi di salute riproduttiva. Secondo l’attivista Tahani Abbas del gruppo ‘No to Women’s Oppression Initiative’, nel 2016 oltre 15.000 donne sono state condannate a seguito di azioni penali, legate all’ordine pubblico.

La decennale legge impone punizioni tra cui pesanti pene pecuniarie e detentive. Quasi tutti i raduni sociali sono vietati dalla legge dell’ordine pubblico in Sudan, una legislazione che pone restrizioni su ciò che le donne possono fare e indossare. L’arresto di Omer arriva quando l’African Editors Forum ha contestato la confisca delle tirature del quotidiano sudanese Al-Jareeda, contro i duri regolamenti sugli “abiti inappropriati”.

Secondo Human Rights Watch, Wini Omer è da tempo un’oppositrice delle leggi sulla moralità del Sudan che criminalizzano “l’abito indecente” e altre scelte private, rendendola un bersaglio frequente per le accuse da parte delle autorità. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Wini Omer, a difesa dei diritti delle donne in Sudan” di Federica Iezzi


Paul Sixpence - Zimbabwe

Zimbabwe – Paul Sixpence

Zimbabwe – Paul Sixpence

Roma, 20 ottobre 2018, Nena News – Una personalità africana di eccezionale rilievo eppure ancora poco conosciuta in Europa è Paul Sixpence, attivista di Bulawayo il vincitore dell’African Union Theme #AfricaAgainstCorruption.

Paul Sixpence, dello Zimbabwe, è coordinatore dei progetti di advocacy per l’HIV/AIDS e i diritti umani presso il Center Stage della Media Arts Foundation a Bulawayo. Il suo lavoro attuale è incentrato sulla prevenzione dell’HIV. Nello specifico, le attività che segue includono l’educazione sessuale e riproduttiva, la salute dei giovani e la difesa dei diritti per le popolazioni. Temi particolarmente importanti in Africa dove il numero dei nuovi casi di HIV è sempre molto alto.

Sixpence ha conseguito una laurea in scienze della comunicazione presso la National University of Science and Technology in Zimbabwe e ha seguito un master in diritti umani presso la Central European University in Ungheria. Allo stesso tempo Sixpence è anche impegnato nella lotta alla corruzione nel suo paese e nel resto del continente. L’Unione Africana ha lanciato il 2018, come anno africano anticorruzione, durante la sua 30esima Assembly of Head of States and Government, tenutasi ad Addis Abeba lo scorso gennaio.

Il tema della corruzione ancora oggi in Africa continua a ostacolare gli sforzi per la promozione di una governance democratica, per la trasformazione sociale ed economica, per la pace e la sicurezza, per il godimento di diritti umani negli stati membri dell’Unione Africana. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Paul Sixpence, una vita contro l’AIDS e la corruzione” di Federica Iezzi


Cyrille Guel

Burkina Faso – Cyrille Guel

Burkina Faso – Cyrille Guel

Roma, 13 ottobre 2018, Nena News – Cyrille Guel è un praticante burkinabè di Media and Information Literacy, coinvolto nella promozione della partecipazione dei giovani alla governance democratica nel suo Paese. Cyrille ha recentemente collaborato con l’Unione Africana mediante il suo progetto ‘African Governance Architecture Youth Engagment Strategy’ e con l’UNESCO attraverso i suoi lavori ‘Global Alliance on Media and Gender’ e ‘Global Alliance for Partnership on Media and Information Literacy’.

Coinvolto nelle discussioni attorno alla situazione politica in Burkina Faso dall’ottobre 2014 al settembre 2015, attualmente ricopre la carica di presidente ad interim dell’Uganda Young Academy. Il giovane attivista ha recentemente vinto il premio per la gioventù africana, lanciato per la prima volta nel 2014 dal ghanese, Akpah Prince. Il premio riconosce le iniziative dei giovani africani che hanno un impatto sullo sviluppo del continente.

Le opere di Cyrille Guel sono state apprezzate dal Media Excellence Award. Guel è membro del comitato direttivo del Pan-African Alliance on Media and Information Litiracy (PAMIL), un’alleanza indipendente tra le diverse organizzazioni e individui che lavorano nel settore dell’alfabetizzazione mediatica e dell’informazione in tutto il continente africano. Coordina l’EducommunicAfrik, organizzazione di media senza scopo di lucro, gestita interamente da giovani e creata nel 2012 come estensione dell’Assciation Burkinabè pour la Promotion de l’Educommunication, il cui lavoro è stato riconosciuto agli Young African Awards. L’obiettivo generale di EducommunicAfrik è quello di promuovere l’istruzione, in particolare per quanto riguarda le questioni di genere, al fine di migliorare la consapevolezza e la comprensione delle persone sul ruolo dei media.

EducommunicAfrik gestisce iniziative per aiutare i bambini e i giovani a sviluppare la loro comprensione dei media, della tecnologia e delle nuove forme di comunicazione al fine di promuovere i loro diritti. Tutto ciò nel contesto dei più ampi temi di pace, democrazia, buon governo e sviluppo sostenibile. EducommunicAfrik è membro dell’UNESCO Global Alliance on Media and Gender. Nena News

Nena News Agency ” FOCOS ON AFRICA. Cyrille Guel, il professionista burkinabé dei media” di Federica Iezzi


Ilwad Elman

Somalia – Ilwad Elman

Somalia – Ilwad Elman

Roma, 6 ottobre 2018, Nena News – Ilwad Elman è un’attivista somalo-canadese e lavora all’Elman Peace and Human Rights Center a Mogadiscio, accanto a sua madre Fartuun Adan, fondatrice dell’organizzazione non governativa.

Figlia di un ardente attivista per la pace negli anni ’90, definito padre del mantra Drop the Gun, Pick up the Pen, poi assassinato nel 1996, e co-fondatrice del primo centro di crisi contro gli stupri per i sopravvissuti alla violenza sessuale e di genere, continua a guidare interventi nel campo della sicurezza e ad abbracciare programmi per il disarmo, l’emancipazione e la riabilitazione di bambini soldato.

È coinvolta nella direzione di Sister Somalia, una filiale dell’Elman Peace and Human Rights Center, primo programma del paese per le vittime della violenza di genere, nel lungo e delicato processo della ricostruzione post-bellica somala. Fornisce consulenza, assistenza sanitaria e alloggi alle donne in stato di necessità.

Di fronte ad altri 76 attivisti di 36 diverse nazioni africane, Elman nel 2011 ha rappresentato la Somalia durante la campagna Climb Up, Speak Out sul monte Kilimanjaro, evento organizzato da UNite Africa sotto la guida di UN Women. Al di là delle sue funzioni in Elman Peace, Ilwad è avvocato della Kofi Annan Foundation, nelle battaglie contro l’estremismo violento.

Come presidente del gruppo Child Protection Gender Based Violence Case Management Group e come membro fondatore del Advisory Committee for researching gender Based Violence Social Norms in Somalia and South Sudan, cura la responsabilità globale della protezione dell’infanzia. Nell’agosto 2016 Ilwad è stata nominata dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, consigliere per la gioventù, la pace e la sicurezza. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Ilwad Elman e la lotta per il disarmo in Somalia” di Federica Iezzi


Daniel R. Mekonnen

Eritrea – Daniel R. Mekonnen

Eritrea – Daniel R. Mekonnen

Roma, 29 settembre 2018, Nena News – Membro fondatore del Movimento eritreo per la democrazia e i diritti umani (Emdhr), Daniel R. Mekonnen è un avvocato per i diritti umani e attivista eritreo. Giudice del tribunale provinciale centrale di Asmara e stretto collaboratore del Linklaters, uno dei primi dieci studi legali di tutto il mondo, con sede a Londra, ha un background legato ai diritti dell’uomo e al diritto internazionale pubblico

Tra i suoi cavalli di battaglia si annoverano le relazioni tra nord e sud del Paese, le azioni non-violente, i processi di democratizzazione, gli studi su pace e conflitto, la giustizia transitoria e il diritto internazionale umanitario.

Per anni Mekonnen ha ricevuto gravi minacce dal governo eritreo, in particolare in relazione al suo lavoro sui diritti umani, inclusa la sua partecipazione nella commissione d’inchiesta incaricata dall’Onu riguardo le violazioni dei diritti umani in Eritrea. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Daniel R. Mekonnen, l’avvocato eritreo della democrazia” di Federica Iezzi


Bisi Adeleye-Fayemi

Nigeria – Bisi Adeleye-Fayemi

Nigeria – Bisi Adeleye-Fayemi

Roma, 22 settembre 2018, Nena News – Avvocato nigeriano, Bisi Adeleye-Fayemi, attualmente è il principale partner dell’Amandla Consulting, specializzata nello sviluppo della leadership femminile. In più gestisce una comunità online per donne chiamata Abovewhispers.com.

Consigliere delle Nazioni Unite per la Nigeria, si occupa da anni di diritti delle donne. Dal 1991 al 2001 ha lavorato come direttrice di AMwA (Akina Mama wa Afrika), un’organizzazione di sviluppo internazionale per donne africane con sede a Londra. Proprio in quegli anni ha contribuito a creare l’African Women’s Leadership Institute che ha formato oltre 6mila donne leader in tutta l’Africa, la maggior parte delle quali attualmente ricopre ruoli decisionali: ministre, membri dei parlamenti, accademiche, dirigenti della società civile e dipendenti di organizzazioni internazionali.

È stata direttrice esecutiva dell’African Women’s Development Fund, (AWDF, che tuttora svolge un ruolo chiave nella promozione e protezione dei diritti delle donne in Africa, attraverso il sostegno di iniziative sociali e politiche. Ha guidato le innovative campagne nigeriane per l’approvazione della legge sul proibizionismo basato sulla violenza di genere, della legge sulle pari opportunità e della legge correlata alla tutela della privacy per le donne contagiate da HIV.

Continua a far parte del comitato esecutivo del Fondo per lo sviluppo delle donne africane e del Global Fund for Women. È presidente del consiglio consultivo del Fondo fiduciario femminile nigeriano e fa parte del consiglio direttivo dell’Elizade university in Nigeria.

Women Deliver, organizzazione di advocacy globale, la annovera tra le prime 100 persone influenti al mondo, facendo così avanzare i diritti delle donne. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Bisi Adeleye-Fayemi, una donna per le donne” di Federica Iezzi


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Tunisia – Radhia Nasraoui

Tunisia – Radhia Nasraoui

Roma, 15 settembre 2018, Nena News – Radhia Nasraoui è un avvocato tunisino specializzato in diritto umanitario. Attivista per i diritti umani da oltre 30 anni e opinion leader di risalto della primavera araba, è totalmente impegnata nella lotta contro la tortura in Tunisia.

La tortura era un metodo largamente applicato dal regime dittatoriale di Zine El-Abidine Ben Ali. Lei stessa fu imprigionata e torturata durante gli anni di dura dittatura. Insieme alla sua famiglia, ha subito continue molestie e violenze fisiche da parte della polizia politica segreta tunisina.

Negli anni ’70, iniziò una campagna per i diritti umani, quando il regime del presidente Bourguiba vietò le dimostrazioni di studenti e lavoratori. È stata una delle fondatrici dell’Association de lutte contre la torture en Tunisie.

A causa delle sue attività, Radhia Nasraoui ha continuato ad essere esposta alla repressione e alla brutalità della polizia. Questo fino a quando la rivoluzione del 2011 ha segnato la caduta del presidente Ben Ali. Nel 2005, Nasraoui ha ricevuto una laurea ad honorem dall’Université libre de Bruxelles, in Belgio, per la difesa dei diritti umani e per la sua lotta all’emancipazione delle donne tunisine. Nel 2013, ha ricevuto il Premio Olof Palme per i diritti umani. Nena News

Nena News Agency “Radhia Nasraoui, 30 anni di lotta alla tortura in Tunisia” di Federica Iezzi


Nompendulo Mkhatshwa

South Africa – Nompendulo Mkhatshwa

South Africa – Nompendulo Mkhatshwa

Roma, 8 settembre 2018, Nena News – Ha attirato l’attenzione del pubblico come giovane militante della Witwatersrand University (WITS) di Johannesburg, al timone della campagna #FeesMustFall. Come presidente dello Student Representative Council, Nompendulo Mkhatshwa, 22 anni, ha trascinato il governo sudafricano a fornire un extra di circa due miliardi alle università pubbliche per il congelamento delle tasse.

È la storia di una studentessa che ha assunto il ruolo di guida, nell’ambito del movimento studentesco più rivoluzionario nel Sud Africa post-apartheid. Guarda estasiata le battaglie di Martin Luther King, Thomas Sankara, Winnie Madikizela-Mandela e la regina ghanese Madre Yaa Asantewaa.

Sono passati quasi 60 anni da quando un gruppo di oltre 20.000 donne hanno marciato verso gli edifici dell’Unione a Pretoria per presentare petizioni, all’allora Primo Ministro JG Strijdom, in protesta per le leggi sui passaporti.

Oggi gli studenti della Wits sono accusati di aver scatenato le proteste che avrebbero portato alla chiusura di almeno 17 università l’anno scorso. Almeno 20.000 studenti sull’onda delle proteste capeggiate dalla Mkhatswa hanno marciato di nuovo a Pretoria per protestare contro gli aumenti delle tasse. È stata la singola più grande dimostrazione studentesca contro gli aumenti delle tasse.

La sua campagna continua e mira a raccogliere dieci milioni di dollari per assicurare ad ogni studente, che non ha i requisiti per i finanziamenti NSFAS (National Student Financial Aid Scheme), l’accesso all’istruzione. Dal 1999, le università di tutto il Sud Africa hanno iniziato a esternalizzare il lavoro a società private. Ciò ha cancellato il concetto di ‘educazione accessibile’. Nena News

Nena News Agency “SUD AFRICA. Nompendulo Mkhatshwa e la nuova rivoluzione studentesca” di Federica Iezzi


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Accra, Ghana – Chale Wote Street Art Festival 2018

Roma, 1 settembre 2018, Nena News 

Sud Sudan – Il leader dei ribelli del Sud Sudan Riek Machar, insieme ad altri principali gruppi di opposizione, tra cui l’SPLM-IO (Sudan People’s Liberation Movement-in-Opposition), si è rifiutato di firmare l’ultima bozza di un accordo di pace con il governo che porrebbe fine a una brutale guerra civile.

Il mese scorso il leader dell’opposizione e il presidente sud-sudanese Salva Kiir hanno firmato un accordo per il cessate il fuoco e per la parziale condivisione del potere, una delle serie di progressi apparenti degli ultimi mesi.

Le parti in guerra hanno tenuto settimane di colloqui a Khartoum alla ricerca di un accordo di pace globale per porre fine al conflitto che ha ucciso decine di migliaia di persone e provocato milioni di sfollati.

La guerra civile del Sud Sudan è scoppiata nel dicembre 2013, meno di due anni dopo la sua indipendenza dal Sudan. Il conflitto armato ha distrutto un quarto della popolazione del Paese, ha decimato il settore agricolo e ha totalmente demolito la sua economia.

Uganda – Robert Kyagulanyi, un musicista diventato deputato, il cui arresto ha provocato proteste nell’intero Paese, è stato liberato su cauzione da un tribunale nella città settentrionale di Gulu.

Kyagulanyi, meglio conosciuto con il suo nome d’arte, Bobi Wine, è stato accusato di tradimento. Insieme ad altre 30 persone, è stato arrestato per il suo presunto ruolo nell’attacco al convoglio del presidente Yoweri Museveni, in seguito ad una manifestazione elettorale locale.

Il musicista popolare è emerso come critico influente di Museveni dopo aver vinto un seggio in parlamento lo scorso anno. Il legislatore dell’opposizione, 36 anni, ha usato la sua musica per affrontare le questioni politiche e sociali del Paese.

Le forze di sicurezza ugandesi, negli ultimi giorni, hanno represso violentemente le proteste nelle strade e nelle piazze da parte dei civili che chiedevano il rilascio dell’oppositore.

Repubblica Democratica del Congo – L’ultimo focolaio di ebola nell’est della Repubblica Democratica del Congo, in mano a scontri tra combattenti ribelli, ha ucciso ancora dozzine di persone questo mese.

Più di un centinaio di casi, tra confermati e probabili, della malattia sono stati segnalati da quando la riacutizzazione è iniziata agli inizi di agosto a Mangina, nella provincia del Nord Kivu, secondo il ministero della salute del Paese.

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità i decessi legati al virus ebola sarebbero 67.

Dall’inizio del focolaio sono stati messi a disposizione trattamenti sperimentali, tra cui la molecola mAb114, primo farmaco terapeutico ad essere utilizzato in un’epidemia di ebola attiva. All’inizio di questa settimana, il ministero della salute ha affermato che altri quattro farmaci sperimentali sono stati approvati per il trattamento di pazienti infetti.

Ad oggi, esisterebbero segnali che il virus si sia diffuso nella città di Oicha, nella provincia del Kivu settentrionale.

L’attuale epidemia è la decima a colpire il Paese dal 1976, quando l’ebola fu identificata per la prima volta.

Ghana – Le strade di Accra, si sono riempite di migliaia di visitatori per partecipare all’evento annuale Chale Wote Street Art Festival.

Piattaforma alternativa che ha portato arte, musica, design, danza e performance nelle strade della comunità di James Town, una delle comunità più storiche di Accra, e che si è concentrata sugli scambi tra artisti del Ghana e internazionali, creando forme nuove di arte.

Nella sua ottava edizione, Chale Wote ha riunito artisti e amanti dell’arte per interagire con spazi pubblici e luoghi della città. L’evento di sette giorni, appena conclusosi, ha compreso anche workshop e collaborazioni.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Niente pace in Sud Sudan, ebola nella Repubblica Democratica del Congo” di Federica Iezzi


Bidzar, Cameroon_UNESCO

Camerun – Sito archeologico di Bidzar

Bidzar (Camerun), 25 agosto 2018, Nena News – Le incisioni rupestri di Bidzar furono scoperte dal ricercatore francese Buisson nel 1933. Sono state successivamente studiate anche da Jauze (1944), J.P. Nicholas (1951), E. Mveng (1965) e A. Marliac (1982).

Bidzar è un piccolo villaggio vicino a Guidar, situato sulla strada Maroua-Garoua nel nord del Camerun. Nella regione, ci sono circa 130 km di affioramento di marmo. Le incisioni sono distribuite senza alcun collegamento apparente sulle lastre di marmo. Sono state realizzate su marmo calcareo e roccia, ricca di cloriti di diverse sfumature dal verde al giallo, dal blu al rosa.

La tecnica della punteggiatura indiretta percussiva utilizzata dagli incisori è ricorrente. Predilette le superfici senza crepe o buchi. La presenza di enormi figure occupa l’intera pavimentazione in pietra. Tutte le incisioni sono state fatte con strumenti di ferro, visto che il primo strato di marmo risulta facilmente rimovibile dalla roccia. In un secondo momento invece sono stati aggiunti i dettagli delle figure interne.

L’ipotesi sul significato di queste opere preistoriche in generale ammette che si riferiscano alla rappresentazione di un mito, della storia della cosmogenesi. È valutabile solo l’attenuazione chimica dei disegni su roccia, ma la datazione esatta dell’insieme Bidzar rimane ancora un mistero. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. L’inizio del mondo nel marmo di Bidzar” di Federica Iezzi


FortJesus_UNESCO

Kenya – Forte Jesus de Mombaça

Roma, 18 agosto 2018, Nena News

Fort Jesus, Mombasa (Kenya) – Forte Jesus de Mombaça, costruito dai portoghesi tra il 1593 e il 1596 su progetto di Giovanni Battista Cairati, per proteggere lo stesso porto di Mombasa, è uno degli esempi più notevoli e meglio conservati di fortificazioni militari portoghesi del XVI secolo.

È uno dei tre forti portoghesi costruiti intorno alle coste africane, insieme a Mazagan, in Marocco, e al forte dell’isola di Mozambico, tutti inclusi nella lista del patrimonio mondiale UNESCO.

La costruzione, con le sue proporzioni, le sue mura imponenti e i cinque bastioni, riflette il periodo rinascimentale. La proprietà copre un’area di più di due ettari, comprendendo il fossato del forte e gli immediati dintorni. Porta la testimonianza fisica, nelle sue strutture e nelle sue trasformazioni successive, dello scambio di valori e influenze culturali tra i popoli del porto strategico di origine africana, araba, turca, persiana ed europea.

A causa delle diverse potenze che hanno controllato il forte negli anni, la sua architettura è stata influenzata non solo dai portoghesi, ma anche dalle potenze arabe e britanniche. L’influenza portoghese e britannica si evidenzia per esempio sull’artiglieria e sui cannoni trovati nel sito.

All’interno sono ancora presenti i resti dell’abitazione del capitano, passaggi di archi e scale, un deposito di munizioni, una piattaforma di armi, camere, una chiesa portoghese, un pozzo, una galleria in cui sono esposti frammenti di porcellana cinese e altri oggetti recuperati dai naufragi risalenti all’epoca portoghese.

Il forte si erge su uno sperone di corallo e racconta la storia di come i portoghesi governavano le rotte commerciali dell’Oceano Indiano. Racconta anche l’era del commercio degli schiavi e le storie di tortura, fame e malattie del popolo africano mentre aspettava il trasporto da Mombasa verso Arabia e Golfo Persico. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Kenya, il Forte Jesus de Mombaça” di Federica Iezzi


Khami, Zimbabwe_UNESCO

Zimbabwe – Sito archeologico di Khami

Roma, 11 agosto 2018, Nena News – Il sito archeologico di Khami si trova sulla riva occidentale del fiume Khami, a circa 10 km a ovest di Bulawayo, nel sud dello Zimbabwe. Il sito rappresenta tutto ciò che rimane della capitale di uno dei più grandi imperi dell’Africa australe, al suo apice dal 1450 al 1650. Capitale del Grande Zimbabwe, a metà del XV secolo, divenne il centro del potere politico ed economico del regno.

Khami fu fondata dalla dinastia Torwa, primi governanti del Regno di Butua e fu costruita sulla base della forma architettonica del Grande Zimbabwe, antica città dell’Africa del Sud.

Tra i reperti archeologici figurano pezzi di porcellana Ming risalenti al regno di Wan-Li (1573-1691), imitazioni portoghesi di porcellane cinesi del XVII secolo, argenteria spagnola del XVII secolo, porcellana spagnola del XV e XVII secolo, ecc. Tali ritrovamenti indicano che Khami fu uno dei maggiori centri commerciali, presumibilmente collegati ai porti della costa dell’Africa orientale.

I muri di sostegno delle rovine di Khami, sono esempi molto precoci di innovazioni architettoniche, nell’intera Africa meridionale. Diverse case di terra sono ancora evidenti sulle colline rocciose dell’insediamento. Le fondamenta della residenza del capo (mambo) sono chiaramente visibili all’estremità settentrionale del sito.

La caduta di Khami avvenne intorno alla metà del XVII secolo, in seguito ad una disputa politica tra i governanti Torwa. Seguirono una lotta di potere e una guerra civile. I portoghesi colsero questa opportunità per intervenire nel conflitto, inviando un piccolo esercito sotto il comando di Sismundo Dias Bayao. Il design della città di Khami fu adottato dai successori della dinastia Torwa, come Danangombe e Zinjaja. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Archeologia, Khami la capitale del Grande Zimbabwe” di Federica Iezzi


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Sudan – Sito archeologico di Meroe

Meroe (Sudan), 4 agosto 2018, Nena News – Il sito di Meroe è il cuore del regno di Kush, potenza nel mondo antico risalente all’VIII secolo a.C., le cui rovine si trovano sulla riva orientale del Nilo a circa sei chilometri a nord di Kabūshīyah, nell’attuale Sudan.

Inizialmente, residenza principale dei sovrani, dal III secolo a.C. fu il luogo della maggior parte delle sepolture reali. Il sito archeologico è composto da tre componenti separate: Meroe, la capitale, che comprende la città e il sito del cimitero, Musawwarat es-Sufra e Naqa, due insediamenti e centri religiosi associati.

Insieme comprendono una vasta gamma di forme architettoniche, tra cui piramidi, templi, palazzi e aree industriali che hanno modellato la scena politica, religiosa, sociale, artistica e tecnologica della Valle del Nilo. Gli scavi di Meroe, iniziati nel 1902, hanno rivelato strade e edifici di una città grande e popolosa.

Le strutture architettoniche, l’iconografia applicata e le prove di produzione e commercio, tra cui ceramiche e lavori in ferro, testimoniano la ricchezza e il potere dello Stato kushita e riflettono i contatti tra Africa subsahariana, Mediterraneo e Medio Oriente.

I resti architettonici dei tre componenti del sito illustrano la giustapposizione di elementi strutturali e decorativi dall’Egitto faraonico, alla Grecia, a Roma, rappresentando un significativo riferimento di scambio e diffusione precoce di stili e tecnologie. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Meroe, la città perduta” di Federica Iezzi


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Somalia – Sito archeologico di Laas Gaal

Laas Gaal (Somalia), 28 luglio 2018, Nena News – Risalgono al neolitico i dipinti nelle pareti dei rifugi di roccia del sito di Laas Gaal, sulle colline di Naasa Hablood, nel nord della Somalia. Le grotte offrono uno scorcio sulla storia africana, con la prerogativa di essere tra le migliori e più antiche pitture rupestri conservate in Africa. Un’arte sopravvissuta intatta per più di 5mila anni.

Laas Gaal è stato scoperto solo recentemente, nel 2002, da un gruppo di archeologia francese, guidato da Xavier Gutherz della Paul Valery University. L’anno successivo è iniziato uno studio dettagliato dei dipinti e del loro contesto preistorico. Poco ancora si conosce della civiltà dell’epoca e quali tecniche pittoriche sono state utilizzate per creare l’arte rupestre.

Le formazioni rocciose naturali, la più grande delle quali è lunga dieci metri con una profondità di circa cinque, raccolgono immutate le pitture rupestri. In totale sono presenti otto caverne, la prima delle quali, ospitando il maggior numero di dipinti, è considerata il centro artistico e creativo del complesso. La seconda grotta sembra possa essere stata utilizzata come sala riunioni. Nella terza caverna una grande pietra piatta fa pensare al trono di un re. Tra le ultime grotte, una è suddivisa in spazi più piccoli con piccole aperture come finestre: forse uno spazio per i prigionieri. Il resto delle caverne sembrano alloggi.

Si stima che ci siano 350 rappresentazioni animali e umane, oltre a numerosi segni tribali. Le raffigurazioni raccontano scene di pastorizia con mucche e cani; inoltre mostrano esseri umani, alcuni in scene commoventi. Gli animali minori raffigurati nell’opera includono scimmie, antilopi, giraffe e verosimilmente sciacalli e iene. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Laas Gaal, il neolitico in Somalia” di Federica Iezzi


Central African Republic (CAR) refugees in Cameroon / Réfugiés Centrafricains au Cameroun

Repubblica Centrafricana – Vita nei campi rifugiati

Roma, 21 luglio 2018, Nena News 

Etiopia – La compagnia aerea Ethiopian Airlines è tornata a condurre i primi voli civili tra Addis Abeba e Asmara, ricollegando l’Eritrea all’Etiopia dopo 20 anni di stallo militare.

La maggior parte dei passeggeri etiopi sono stati separati dalle loro famiglie dalla guerra. Alla vigilia della guerra di confine del 1998-2000, l’Etiopia ha espulso più di 70.000 eritrei dai suoi territori, creando separazioni tra famiglie. Dispute continue sulla demarcazione dei confini condivisi hanno innescato il conflitto. Il tutto è parte del recente storico accordo, firmato dal primo ministro etiope Abiy Ahmed ad Asmara, con il presidente Isaias Afwerki, ponendo ufficialmente fine allo ‘stato di guerra’ tra i due Paesi.

Mali – Secondo i dati dell’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite almeno 289 civili sono stati uccisi dall’inizio dell’anno, nelle violenze intercomunali in Mali.

Più del 75% degli incidenti si sono verificati nella regione centrale di Mopti.

La missione MINUSMA ha documentato un’escalation di attacchi presumibilmente effettuata dal gruppo Dozos e dalle milizie Dogon contro villaggi delle comunità Fulani.

Gruppi armati legati ad al-Qaeda, con stretti legami con le comunità Fulani, hanno a loro volta bersagliato le etnie Dogon e Bambara.

La Francia è intervenuta nel nord del Mali nel 2013 per respingere gruppi armati che stavano minacciando i principali centri abitati del sud. Da allora i combattenti hanno riacquistato un punto d’appoggio nel nord e nel centro semiarido.

Repubblica Centrafricana – Lo scorso aprile, l’apparente tranquillità della prefettura di Mambere-Kadei nel sud-ovest della Repubblica Centrafricana, si è interrotta allo scoppio dei combattimenti tra la missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, MINUSCA, e i membri del gruppo armato Siriri.

Circa 250.000 rifugiati della Repubblica Centrafricana hanno cercato rifugio nei Paese vicino negli ultimi anni.

A fronte di un aumento delle violenze dal 2016, e con l’80% del territorio della Repubblica Centrafricana, detenuto da gruppi armati, è improbabile il ritorno degli oltre 568.000 rifugiati da Paesi come il Camerun, la Repubblica Democratica del Congo e il Ciad.

Mentre il Camerun, rimane un asilo sicuro per i rifugiati della Repubblica Centrafricana, continua ad affrontare due crisi di sicurezza: Boko Haram nell’estremo nord e disordini in alcune regioni del sud-ovest e del nord-ovest di lingua inglese.

Camerun – Violente tensioni tra le forze governative del Camerun e i separatisti anglofoni hanno costretto oltre 180.000 persone a lasciare le proprie case a partire dallo scorso dicembre, secondo i dati di Human Rights Watch. L’80% di questi rimangono sfollati interni. Almeno 20.000 camerunesi hanno cercato rifugio in Nigeria. Le forze governative sono state accusate di uccisioni, uso di forza eccessiva contro i manifestanti e tortura.

Il nord-ovest e il sud-ovest del Paese è stato colpito da disordini dal 2016, quando insegnanti e avvocati hanno organizzato manifestazioni per chiedere il rispetto dei sistemi di istruzione e giustizia inglesi nelle stesse regioni.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. La fine dello stato di guerra tra Etiopia e Eritrea, migliaia di rifugiati in Camerun” di Federica Iezzi


Ethiopian paiting

Etiopia – Storica battaglia di Adwa

Roma, 14 luglio 2018, Nena News

Etiopia-Eritrea

L’Etiopia e l’Eritrea hanno ‘sospeso’ il loro stato di guerra, come parte di un accordo storico che promuove una stretta cooperazione in area politica, economica, sociale, culturale e di sicurezza. Il repentino riavvicinamento mette fine a una lunga guerra fredda durata decenni sulle dispute di confine che hanno macchiato di rosso la terra del presidente eritreo Isaias Afewerki e del primo ministro etiope Abiy Ahmed.

Il duro antagonismo dei due Paesi del Corno d’Africa inizia quando l’Etiopia, respingendo di fatto una decisione delle Nazioni Unite, si rifiuta di cedere terre di confine all’Eritrea, dopo una guerra che uccise 80mila persone. Dunque qual è stata la causa principale del conflitto tra Etiopia e Eritrea per il quale la disputa di confine è servita come surrogato?

Entrambi i partiti al potere furono immersi in feroci lotte interne al potere subito dopo la fine della guerra del 2000, quando l’esercito etiope ottenne il sopravvento. Il conflitto ha avuto poi una lunga serie di cause tra cui questioni economiche e questioni di rivalità per l’egemonia regionale.

I precedenti governanti dell’Etiopia vivevano pacificamente con un confine non demarcato con l’Eritrea dal 1890 al 1936 (sotto il colonialismo italiano) e di nuovo dal 1941 al 1952 (sotto l’amministrazione militare inglese). Negli anni ’80 e ’90 leader rivoluzionari africani arrivarono al potere parlando di riforme e democrazia. Era un periodo in cui la guerra fredda, le guerre per procura degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica e l’apartheid in Sud-Africa erano agli strascichi finali e una nuova era nella politica africana era all’orizzonte.

La recente decisione di accettare pienamente l’accordo è stata la riforma più sorprendente mai annunciata dal primo ministro dell’Etiopia, entrato in carica solo lo scorso aprile. Tre anni di proteste incessanti, violenze e deterioramento dell’economia avevano portato l’Etiopia sull’orlo del collasso. Abiy ha lanciato rapidamente un’ondata di riforme, liberando giornalisti e figure dell’opposizione, sbloccando mezzi di stampa, dopo anni di proteste anti-governative.

Le linee telefoniche internazionali dirette tra Etiopia ed Eritrea sono state ripristinate per la prima volta dopo due decenni. Presto riapriranno le ambasciate e i voli aerei tra i due Paesi torneranno ad essere operativi. Mentre la leadership eritrea ha effettivamente accolto gli sforzi dell’Etiopia per normalizzare le relazioni, non ha preso alcun provvedimento per allentare la stretta sui media.

Questo spiega perfettamente lo scetticismo sceso tra la popolazione eritrea riguardo gli accordi di pace. Il presidente eritreo in precedenza aveva già investito forti promesse sull’industria mineraria, nominandola panacea ai mali del Paese. Eppure, gli standard di vita si sono solo ulteriormente deteriorati negli ultimi anni. Aveva illuso la fetta giovanile della popolazione sulle limitazioni della durata del servizio militare obbligatorio. Documento mai materializzatosi fino ad oggi.

Il popolo eritreo, a fronte di false promesse e disattese aspettative, pazienta disperatamente per la normalizzazione del commercio, l’apertura delle frontiere terrestri, la smilitarizzazione immediata, l’amnistia ad ampio raggio, la riconciliazione nazionale.

Non mancano le critiche nemmeno verso le riforme della leadership etiope. Ne sono un esempio l’etnia Irobos, minoranza che vive nella regione del Tigray in Etiopia, che potrebbe vedere parte dei propri territori in mano alla vicina Eritrea.

Per non parlare della questione Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi si sono impegnati a depositare ingenti somme nella Banca Centrale dell’Etiopia come parte di un pacchetto di aiuti da tre miliardi di dollari. E’ evidente come accettando queste ampie facilitazioni, Abiy si schiera concretamente con l’Arabia Saudita e i suoi alleati nella crisi del Golfo in corso. Partecipare a questo power-play regionale può alla fine danneggiare le prospettive democratiche dell’Etiopia e danneggiare la credibilità di Abiy come leader africano indipendente.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Storica pace tra Etiopia ed Eritrea” di Federica Iezzi


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Mali – Nelle baraccopoli

Roma, 7 luglio 2018, Nena News 

Sud Sudan – L’opposizione sud-sudanese ha descritto come illegali i piani di estendere di ulteriori tre anni il mandato del presidente Salva Kiir. Il governo Kiir ha proposto un progetto di legge al parlamento per modificare la costituzione e prolungare il mandato del presidente, dei suoi deputati e dei governatori. La prevista estensione del mandato di Kiir è quasi garantita in quanto il partito al governo detiene la maggioranza dei seggi in parlamento. Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir e il suo oppositore Riek Machar, hanno concordato un cessate il fuoco permanente, durante i colloqui nella capitale sudanese Khartoum, suscitando concrete speranze di porre fine a una devastante guerra civile. Cessate il fuoco che è stato violato poche ore dopo il suo inizio, come successe nello scorso dicembre, quando una nuova spinta da parte della comunità internazionale minacciò sanzioni ONU. La guerra civile del Sud Sudan ha ucciso decine di migliaia di persone e ha creato una delle più grandi crisi dei rifugiati in Africa. Milioni di persone sono vicine alla carestia.

Etiopia – Il parlamento etiope ha approvato una nota del governo riguardo l’esclusione ufficiale di tre gruppi ribelli, dalla lista delle organizzazioni terroristiche del Paese. Dunque i gruppi Oromo Liberation Front (OLF), Ogaden National Liberation Front (ONLF) e Ginbot 7, impegnati nelle lotte armate contro il governo ad Addis Abeba per anni, oggi non sono più considerati gruppi terroristici. Gli analisti in Etiopia hanno affermato che la mossa è stata un passo nella giusta direzione, ma occorre lavorare maggiormente prima che i gruppi abbattano le armi. Il Ginbot 7, è un gruppo di opposizione formatosi dopo l’opposizione elettorale del 2005. L’OLF cerca l’autodeterminazione per il popolo Oromo, contro il dominio coloniale Amhara, degli altopiani settentrionali e centrali dell’Etiopia. L’ONLF è un gruppo ribelle separatista che lotta per l’autodeterminazione dei somali. Tutti e tre i gruppi hanno basi nella vicina Eritrea.

Somalia – Il parlamento europeo ha condannato gli Emirati Arabi Uniti per le misure di rappresaglia avanzate contro la Somalia, secondarie alla posizione neutrale assunta dal Paese sulla crisi del Golfo. Gli Emirati Arabi hanno cessato i regolari pagamenti di sostegno al bilancio somalo, indebolendo di fatto, ulteriormente, la capacità del governo di pagare le forze di sicurezza. La dichiarazione del parlamento europeo ha esortato gli Emirati Arabi Uniti a cessare immediatamente tutti gli atti di destabilizzazione in Somalia e a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale della Somalia. La disputa tra il Qatar, da un lato, e gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e il Bahrain dall’altro, è in corso dal giugno 2017, quando questi ultimi hanno annunciato blocchi commerciali. I paesi arabi accusano Doha di sostenere gruppi estremisti, accuse che naturalmente il Qatar nega. La Somalia ha da decenni una situazione di sicurezza instabile. Il gruppo al-Shabab, legato ad al-Qaeda, sta combattendo per rovesciare il governo centrale della Somalia, appoggiato dall’occidente, e stabilire un governo basato sulla interpretazione della legge islamica. A fronte di recenti disaccordi politici tra Mogadiscio e Abu Dhabi, la Somalia, a differenza di molti altri Paesi africani, ha rifiutato di prendere una posizione nella crisi del Golfo.

Mali – Gli organizzatori delle elezioni in Mali hanno deciso di porre fine allo sciopero, proclamato per condizioni di lavoro scadenti. Un accordo tra due sindacati e il governo ha concesso ai lavoratori un aumento di stipendio. Dunque è ripresa la distribuzione delle schede elettorali. Voto storico quello del Mali, programmato per il 29 luglio prossimo, che si trascina come sfondo sei anni di disordini politici e violenze. L’attuale presidente Ibrahim Boubacar Keita ha annunciato la sua candidatura per un secondo mandato. In opposizione una decina di altri candidati. Il più forte dei quali è sicuramente il leader dell’opposizione, Soumaila Cisse, ex ministro delle finanze. L’aumento della violenza mette in dubbio la capacità del governo maliano di portare a termine il processo elettorale. Il Mali è in tumulto da quando i ribelli tuareg hanno nel 2012 ‘sequestrato’ il deserto a nord, spingendo le forze francesi ad intervenire.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Critiche a Salva Kiir in Sud Sudan, fine dello sciopero in Mali” di Federica Iezzi


A protester is pictured through a Moroccan national flag during a protest against Geert Wilders in Amsterdam

Proteste in Marocco

Roma, 30 giugno 2018, Nena News

Sud Sudan – Le parti in conflitto in Sud Sudan hanno concordato mercoledì un cessate il fuoco ‘permanente’. L’accordo, firmato dal presidente Salva Kiir e dall’ex vicepresidente Riek Machar, è stato raggiunto nella capitale sudanese, Khartoum, alla presenza del presidente sudanese Omar al-Bashir e del presidente ugandese Yoweri Museveni.

L’ultimo accordo aumenta le speranze che presto possa essere raggiunta la pace per porre fine ad una guerra civile che dura ormai da più di quattro anni, che ha ucciso decine di migliaia di persone, che ha spinto milioni di civili sull’orlo della carestia e che ha creato la più grande crisi dei rifugiati in Africa dal genocidio rwandese del 1994.

L’accordo prevede l’apertura di corridoi ufficiali per gli aiuti umanitari, il rilascio di prigionieri di guerra e detenuti politici e un governo di unità transizionale, da formare entro quattro mesi, che governerà il Paese per 36 mesi.

Permetterà inoltre ai membri dell’Unione Africana di dispiegare le forze necessarie per sorvegliare il cessate il fuoco concordato.

Marocco – Il leader del Popular Movement che ha scosso per mesi la regione del Northern Rif del Marocco è stato condannato a 20 anni di carcere.

Martedì un tribunale di Casablanca ha condannato il trentasettenne Nasser Zefzafi, già arrestato a maggio dello scorso anno, accusato di minare l’ordine pubblico e minacciare l’unità nazionale.

I pubblici ministeri hanno affermato che l’arresto era stato ordinato dopo che “ostruiva la libertà di culto” presso la moschea di al-Hoceima.

Come parte dello stesso verdetto, anche i leader Nabil Ahmijeq, Wassim El Boustani e Samir Aghid sono stati condannati a 20 anni di prigione.

In più almeno dieci attivisti sono stati condannati a cinque anni di prigione.

La regione etnicamente berbera del Northern Rif ha avuto a lungo un rapporto teso con le autorità centrali del Marocco ed è stata al centro delle proteste ispirate alla primavera araba nel 2011.

Le principali proteste si sono placate in seguito a una serie di riforme politiche, compresi i cambiamenti costituzionali che hanno visto re Mohamed VI rinunciare a alcuni dei suoi ampi poteri.

Uganda – Il governo ugandese ha chiuso almeno 1.132 scuole primarie e secondarie private senza licenze in varie aree del Paese. La maggior parte delle scuole è stata chiusa la scorsa stagione per mancanza di conformità agli standard minimi richiesti.

Queste si aggiungono alle più di 1.500 scuole chiuse l’anno scorso perché non avevano insegnanti formati e registrati.

Secondo la Federation of Non-State Education Institutions, a circa 300 scuole primarie e secondarie private è stata ulteriormente bloccata l’apertura per la mancanza degli standard minimi richiesti dal ministero dell’Istruzione

Nigeria – Il ministro nigeriano Abubakar Bawa Bwari, ha discusso dell’eradicazione dell’attuale grave avvelenamento da piombo nei lavoratori delle miniere d’oro. Le vittime si troveranno di fronte a disabilità di apprendimento, disturbi della memoria e comportamenti violenti. Almeno 400 persone, per lo più bambini, sono morte a causa dei disturbi legati all’avvelenamento da piombo e molti altri hanno subito danni irreversibili alla propria salute. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Tregua in Sud Sudan, chiuse scuole senza licenze in Uganda” di Federica Iezzi


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Rifugiati in Sud Sudan

Roma, 23 giugno 2018, Nena News

Somalia – Senza un governo funzionante, le guerre di clan durano da decenni e gruppi terroristici attualmente controllano diverse fasce del paese. Il crollo del 1991 dell’allora governo somalo e la conseguente guerra civile hanno provocato centinaia di migliaia di rifugiati. Circa 500mila rifugiati somali sono fuggiti in Kenya, mentre quasi 250mila hanno trovato protezione in Etiopia.

In Kenya, la maggior parte di loro si è stabilita nell’ampio campo profughi di Dadaab, che è stato progettato per gestire solo 160mila rifugiati, ma attualmente ne ospita mezzo milione. Ci sono circa 100milarifugiati somali nel campo di Kakuma, oltre a circa 30mila rifugiati urbani nella capitale, Nairobi.

L’Etiopia è stato il principale paese di destinazione per i rifugiati somali nel 2012. Dal 2007, sei nuovi campi profughi sono stati aperti per accogliere la crescente popolazione di rifugiati somali in Etiopia, il maggiore dei quali rimane il Dollo Ado camp. Mentre la comunità internazionale continua a sostenere un governo debole, sia il Kenya che l’Etiopia stanno considerando il reinsediamento come una soluzione praticabile e duratura.

Sud Sudan – A causa della crescente violenza e del deterioramento della situazione politica in Sud Sudan, il numero totale dei rifugiati sud-sudanesi ha ora superato i due milioni. Si parla della più grande crisi di rifugiati in Africa e della terza più grande al mondo, dopo la Siria e l’Afghanistan.

Il 65% dei rifugiati sud-sudanesi ha meno di 18 anni, la maggioranza dei quali continua a cercare rifugio nella vicina Uganda che attualmente ospita più di un milione di rifugiati, di questi l’82% sono donne e bambini. In più almeno altri due milioni di civili sono stati costretti a lasciare le loro case, rimanendo all’interno del paese, nelle aree di Unity State e Upper Nile State.

Repubblica Democratica del Congo – Le gravi violenze nella Repubblica Democratica del Congo hanno portato a sfollamenti di massa, terreno fertile per un’enorme crisi alimentare con nuovi casi di malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni. Nella regione del Kasai, oltre un milione di persone sono state sfollate a causa dei combattimenti che durano ormai da quasi due anni. E secondo le Nazioni Unite, oltre 650mila persone sono state costrette a fuggire dai violenti scontri nella provincia di Tanganica.

Gli scontri estremamente brutali tra gruppi armati hanno avuto conseguenze molto gravi per i civili di etnie diverse: numerosi sono i morti, i feriti e i traumatizzati. I villaggi sono stati bruciati e i campi distrutti. Gli effetti di questa esplosione di violenza sono ancora oggi molto visibili. La situazione rimane instabile e le violenze rischiano di riaccendersi in qualsiasi momento.

Repubblica Centrafricana – Nel 2013 a causa di scontri violenti tra la coalizione Séléka musulmana e la milizia anti-Balaka cristiana, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono fuggiti disperatamente dalle loro case nella Repubblica Centrafricana, molti in cerca di rifugio nel vicino Camerun, nella Repubblica Democratica del Congo e nel Ciad. Gli anni che seguirono le violenze del 2013 portarono una transizione graduale verso la pace e la stabilità, ma il caos si scatenò nel giugno 2016.

Più di un milione di centrafricani sono stati costretti a fuggire. Quasi 550mila hanno cercato rifugio nei paesi limitrofi. La maggior parte dei rifugiati è fuggita in Camerun, mentre altri hanno trovato rifugio in Ciad e nel Sud Sudan. Più di 60mila civili sono arrivati ​​nella Repubblica Democratica del Congo dal maggio 2017. Altri 688mila sono stati costretti a lasciare le proprie case, ma rimangono sfollati all’interno del paese. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. In fuga da guerre e fame” di Federica Iezzi


AL-Jazeera War-orphaned child RDC

Repubblica Democratica del Congo – Orfano di guerra

Roma, 16 giugno 2018, Nena News 

Repubblica Democratica del Congo – Lo scorso 8 giugno, la Corte Penale Internazionale ha scosso la comunità internazionale ribaltando la condanna per crimini di guerra dell’ex vice-presidente della Repubblica Democratica del Congo, Jean-Pierre Bemba.

Condannato nel 2016 a 18 anni di carcere, per non aver impedito alla sua milizia di commettere crimini nel suo Paese, che includevano omicidi, stupri e saccheggi, l’assoluzione di Bemba, detenuto a L’Aia per 10 anni, non ha precedenti.

Nel 2002, Bemba aveva inviato i combattenti del Movement for the Liberation of the Congo (MLC) verso la Repubblica Centrafricana, su richiesta dell’ex presidente Ange-Felix Patasse, che stava combattendo contro un tentativo di colpo di stato da parte del suo capo di stato maggiore Francois Bozize. Fu in quel conflitto che i combattenti dell’MLC furono accusati di aver commesso le atrocità che portarono all’arresto e alle accuse di Bemba.

La condanna di Bemba è stata sempre ricordata come primo caso in cui la Corte Penale Internazionale perseguitò qualcuno per lo stupro, come arma di guerra.

Madagascar – Hery Rajaonarimampianina, presidente del Madagascar, dichiara la formazione di un nuovo governo, dopo una sentenza della Corte che richiese un’amministrazione di ‘consenso’, per risolvere la crisi scatenata dalla riforma elettorale.

La nazione dell’Oceano Indiano è stata scossa da proteste, da parte dell’opposizione, inizialmente lanciate contro nuove leggi elettorali. Le dimostrazioni sono poi cresciute al punto tale da costringere il presidente a dimettersi.

Lo scorso 04 giugno il tecnocrate Christian Ntsay, è stato nominato primo ministro, dopo diversi cicli di negoziati, come parte di un accordo con una sezione dell’opposizione.

Burundi – Il presidente in carica, Pierre Nkurunziza, ha annunciato che non correrà per un altro mandato, allentando i timori di nuove violenze nel Paese, impoverito dopo un referendum sui limiti di tempo della carica presidenziale.

Ci si aspettava che Nkurunziza approfittasse delle recenti modifiche alla costituzione per giustificare altri due termini, sollevando la preoccupazione che il Burundi avrebbe assistito a una ripetizione di forti disordini, simili a quelli del periodo post-elettorale del 2015.

In un referendum del mese scorso, oltre il 73% dei 4,7 milioni di elettori del Burundi ha approvato modifiche alla costituzione che hanno prolungato la durata del mandato del presidente da cinque a sette anni.

Ciò potrebbe consentire al 54enne Nkurunziza, al potere dal 2005, altri 14 anni di comando.

Sud Sudan – Il capo dei ribelli sud-sudanesi Riek Machar ha accettato l’invito del primo ministro dell’Etiopia a tenere colloqui con il presidente sud-sudanese Salva Kiir, ad Addis Abeba la prossima settimana.

Machar, che è agli arresti domiciliari in Sud Africa, parteciperà dunque ai colloqui, guidati dal blocco dell’Africa orientale dell’autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD).

Questa sarebbe la prima volta che Kiir e Machar, ex vice-presidente del Sud Sudan, si incontrano da quando un accordo di pace tra il governo e il gruppo ribelle è crollato nell’agosto 2016.

Decine di migliaia di persone sono morte nella guerra civile scoppiata alla fine del 2013, quando le truppe fedeli a Machar hanno iniziato manifestazioni contro il governo. Tutte le parti sono oggi accusate, dalle Nazioni Unite, di commettere atrocità contro i civili, nell’ormai complessa e multiforme guerra che traghetta il Paese. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Assolto Jean-Pierre Bemba, colloqui ad Addis Abeba sul Sud Sudan” di Federica Iezzi


Mozambico – Opera di Reinata Sadimba

Roma, 9 giugno 2018, Nena News 

Senegal – Oumou Sy, fashion designer – Per secoli l’estetica africana è stata studiata, raccolta, copiata e ammirata. Nelle preziose creazioni della stilista Oumou Sy lo chic occidentale incontra l’afro-avanguardia. La sua firma senegalese racchiude idee di moda audaci nell’intero continente africano.
Imprenditrice e fondatrice dell’annuale Carnevale di Dakar e della settimana della moda internazionale a Dakar, raggiunge la gente attraverso un processo creativo che si impregna del vero stile africano.

Attenta ai particolari, tutti gli accessori vengono lavorati a mano e hanno un distinto sapore africano: croci in rame etiope, bracciali in rame masai con brillanti perline, copricapi e foulard che ricordano le regalità camerunensi. I tessuti, dalla seta al raso, dalla rafia al cotone, sono tinti a mano in abbinamenti cromatici sorprendenti.

Vincitrice del Principal Prince Claus Award già nel 1998, oggi si conferma regina indiscussa di moda in Africa.

Mozambico – Reinata Sadimba, scultrice – Reinata Sadimba è nata nel 1945 nel villaggio di Nemu, in Mozambico. Figlia di contadini, ha ricevuto la dura tradizionale educazione Makonde, che includeva la realizzazione di oggetti in argilla.Anche se il gruppo etnico Makonde valorizza la donna nella società, in Mozambico la scultura è ancora un “lavoro da uomo”.

Nel 1975, si osserva una profonda trasformazione nel lavoro di Sadimba: inizia un periodo creativo florido mediante le sue ceramiche dalle forme bizzarre e fantastiche. Opere in argilla, grafite e polvere bianca, hanno sempre caratterizzato il lavoro dell’artista.

Ha ricevuto per i suoi capolavori numerosi premi. Ha esposto le sue opere in Belgio, Svizzera, Portogallo e Danimarca e il suo lavoro è rappresentato al Museo Nazionale del Mozambico, al Museo Etnografico Portoghese, alla Collezione d’Arte Moderna di Culturgest e in numerose collezioni private.

Etiopia – Julie Mehretu, pittrice – L’artista etiope Julie Mehretu è oggi conosciuta per i suoi dipinti inglobati nell’energia astratta, nella topografia e nei paesaggi urbani globali. Figlia di un professore universitario etiope e di un’insegnante americana, fuggì con i genitori dal paese nel 1977 e si trasferì a East Lansing, nel Michigan.

Vita e cultura divise tra il continente africano e quello americano, i dipinti di Mehretu sono costruiti attraverso strati di pittura acrilica su tela sovrapposti a segni con matita, penna, inchiostro e grossi flussi di pittura. Le sue tele si sovrappongono a diverse caratteristiche architettoniche come colonne, facciate e portici con diversi schemi geografici come grafici, piani di costruzione e mappe architettoniche. Pensa al suo marchio astratto come a un tipo di lessico, a una sorta di linguaggio dei segni per l’agire sociale. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. La potenza femminile dell’arte” di Federica Iezzi


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Repubblica Democratica del Congo – Ebola outbreak

Roma, 2 giugno 2018, Nena News

Repubblica Democratica del Congo – Torna l’incubo ebola in Repubblica Democratica del Congo. Siamo alla nona epidemia virale nel Paese dal 1976.
Contati un numero totale di 58 casi di contagio e 27 casi di morti correlate all’infezione, in aree dell’Equateur Province, in particolare nelle zone di Bikoro, Iboko e Wangata.
Organizzazione Mondiale della Sanità, Ministero della salute congolese, Gavi, Vaccine Alliance, Médecins Sans Frontieres e UNICEF stanno conducendo una capillare campagna di  vaccinazione nelle zone ad alto rischio di Mbandaka e Bikoro.
Già somministrate più di 8000 dosi di vaccino rVSVΔG-ZEBOV, e ne sono disponibili altrettante.

La febbre emorragica causata dall’Ebola è considerata mortale anche fino al 90% dei casi, per alcuni ceppi. Non esiste nessuna cura, né un vaccino specifico. Cura dei sintomi, quali febbre violenta, mal di testa, dolori muscolari, vomito e diarrea, sono ad oggi tutte le armi che si hanno in mano contro questo virus.

L’ultima epidemia di ebola risale alla fine del 2013, quando in Sierra Leone uccise almeno 3.900 persone, lasciando 12 mila orfani. La vicina Liberia è stata dichiarata libera dall’ebola, dopo più di 4.800 casi mortali. I decessi legati al filovirus in Guinea Conakry hanno superato quota 2.500.
I numeri parlarono di almeno 28.000 casi documentati di contagio dal virus ebola, in Africa occidentale, e più di 11.000 morti.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Ebola-Outbreak in Repubblica Democratica del Congo” di Federica Iezzi


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Repubblica Democratica del Congo – Nuovo focolaio del virus Ebola

Roma, 26 maggio 2018, Nena News

Burundi – Gli elettori in Burundi hanno dato il via libera a emendamenti costituzionali che potrebbero consentire al presidente Pierre Nkurunziza di rimanere in carica fino al 2034 e di rafforzare i suoi poteri. Pierre-Claver Ndayicariye, capo della commissione elettorale, ha detto che il 73% degli elettori ha votato ‘si’ al referendum per modificare la costituzione.

Oltre a consentire a Nkurunziza di prolungare il suo governo, le modifiche approvate alla costituzione del Burundi, consentono anche la revisione delle quote etniche attualmente protette dagli accordi di Arusha.

Ancor prima del voto, l’opposizione aveva denunciato i risultati come non democratici e i gruppi per i diritti umani dichiarano che il periodo della campagna elettorale è stato caratterizzato da intimidazioni e abusi. In seguito al ballottaggio, anche Human Rights Watch ha denunciato abusi.

Il referendum è arrivato tre anni dopo che Nkurunziza ha vinto un controverso terzo mandato come presidente durante le elezioni del 2015, che è stato boicottato dall’opposizione. Ne seguì una crisi politica, con l’opposizione che dichiarò incostituzionale la figura di Nkurunziza. Un tentativo di colpo di stato è stato evitato e proteste anti-governative hanno provocato la morte di almeno 1.200 persone. Oltre 400mila persone, tra cui leader dell’opposizione, sono fuggite dal paese.

Repubblica Democratica del Congo – Un focolaio del virus Ebola nella Repubblica Democratica del Congo sembra avere un chiaro potenziale di espansione secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Inizialmente sembrava essere confinata in un ambiente rurale vicino alla città di Bikoro, nella provincia nord-occidentale dell’Equateur. Ma un episodio confermato del virus la scorsa settimana nella città di Mbandaka, che ospita 1,2 milioni di persone, ha fatto precipitare la crisi in una nuova fase.

Il numero di persone colpite dal virus è salito a 28 dall’inizio di aprile, i casi sospetti sono 21. I decessi sono saliti a 27. E sette dei casi confermati erano in contesti urbani. Il tasso di mortalità medio tra quelli infetti da Ebola è di circa il 50%.

Finora l’OMS ha inviato 7.540 vaccini sperimentali alla Repubblica Democratica del Congo e manderà altre 8000 dosi, nei prossimi giorni. Sebbene privo di licenza, il vaccino sperimentale si è dimostrato efficace quando è stato utilizzato in Africa occidentale tra il 2013-2016 durante l’epidemia di Ebola, che ha causato la morte di circa 11.300 persone tra Guinea, Sierra Leone e Liberia.

Eritrea – Questa settimana ricorre il 27° anniversario dell’indipendenza dell’Eritrea, duramente conquistata dopo una guerra durata 30 anni con l’Etiopia. Nel settembre 1997, in un discorso pubblico alla Walton Park Conference nel West Sussex, in Inghilterra, il presidente Afwerki espresse profonde osservazioni sulla democrazia e sul concetto di stato di diritto. E nonostante le opinioni progressiste espresse dal presidente in questo discorso, l’Eritrea si è allontanata sempre più dalla democrazia negli ultimi due decenni sotto il suo governo.

Ad oggi l’Eritrea è ancora governata senza una Costituzione e il paese è ancora gestito da un unico partito, il People’s Front for Democracy and Justice. Nell’Eritrea odierna, ogni cittadino è costretto a dimostrare continuamente la propria obbedienza al regime, a informare ripetutamente le autorità della propria ubicazione e chiedere il permesso di prendere parte alle attività più banali.

La costruzione di abitazioni è stata bandita dal maggio 2006. L’esercito è stato preposto a demolire case costruite clandestinamente. A causa di una carenza acuta di abitazioni, gli affitti sono saliti alle stelle, al punto in cui l’affitto di una casa non ammobiliata con due camere da letto equivale allo stipendio mensile di un ministro.

Il presidente inoltra considera pilastro essenziale di una democrazia di successo la libertà di espressione e di opinione. Ma dal settembre 2001, tutti i media privati sono stati vietati e ai giornalisti internazionali non è permesso l’ingresso nel paese. Nena News

“FOCUS ON AFRICA. La nuova Costituzione in Burundi e la democrazia eritrea” di Federica Iezzi


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Nigeria – Negli ospedali psichiatrici

Roma, 19 maggio 2018, Nena News 

Somalia – C’è un’esplosione di malattie mentali in Somalia e la comunità non ha modi formali per provvedere ai malati di mente. Centri privati ​​con risorse insufficienti operano in gran parte senza controllo da parte delle autorità. L’accesso ai farmaci è limitato, le diagnosi sono spesso poco chiare e le attività sono quasi inesistenti. Le famiglie di solito pagano 100-150 dollari al mese per tenere i parenti nelle strutture psichiatriche private, il corrispettivo di un mese di stipendio medio.

L’immobilizzazione forzata dei pazienti è comune, così come lo è il confinamento senza consenso, pratiche secondo, Human Rights Watch che violano le norme internazionali che vietano i maltrattamenti. Molte persone sono male informate sui disturbi psicosociali, che sono ampiamente stigmatizzati nella cultura somala. C’è la convinzione che la malattia mentale non sia curabile. Così i pazienti perdono la loro libertà non solo a casa ma all’interno dell’intera comunità.

Attualmente le sfide del governo sono orientate verso il potenziamento dei servizi sanitari di base; il ministero della salute solo recentemente ha istituito un ufficio di salute mentale.

Sebbene non ci sono dati ufficiali sulla prevalenza dei disordini psicosociali in Somalia, uno studio condotto nel 2010 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha stimato che almeno una persona su tre ha avuto una qualche forma di malattia mentale, una cifra sostanzialmente più alta che in altri Paesi a basso reddito e devastati dalla guerra.

Camerun – La salute mentale non è ancora una priorità in Camerun. Tuttavia, il ruolo svolto da associazioni, ONG e comunità, coinvolti nella psichiatria e nella psicologia clinica, e la creazione di un dipartimento di psicologia nell’Università di Yaoundé negli anni ’90, hanno fornito un forte impulso al movimento per la salute mentale. Gli sforzi larvali dal 2015 sono considerevoli ma l’implementazione nella promozione, nelle risorse umane, nei finanziamenti e nella legislazione rimangono prioritari. L’integrazione dell’assistenza sanitaria mentale nell’assistenza sanitaria primaria è ancora lontana e nessuna strategia di educazione alla salute mentale è stata discussa ufficialmente dal governo Biya. Punto caldo rimane il reclutamento di professionisti della salute mentale per aumentare la forza lavoro, al momento scadente e insufficiente.

A fine 2016, il ministro della sanità pubblica Andre Mama Fouda ha convalidato una serie di documenti molto importanti che hanno gettato le basi per il sistema di salute mentale del Camerun: politiche e programmi di salute mentale, linee guida sul trattamento di alcuni disturbi mentali.

Sud Africa – E’ vero che un terzo dei sudafricani soffre di malattie mentali? Secondo il South African Anxiety and Depression Group (SADAG), più di 17 milioni di persone in Sud Africa soffrono di depressione, abuso di sostanze stupefacenti, ansia, disturbo bipolare e schizofrenia.

Lo studio SASH (South African Stress and Health) a cui fa riferimento il SADAG, fa parte di un’indagine sulla salute mentale mondiale che è stata avviata e finanziata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Lo studio si è concentrato sui disturbi mentali che erano noti per essere comuni, tra questi: i disturbi d’ansia, come il disturbo di panico e il disturbo da stress post-traumatico, i disturbi dell’umore, i disordini legati al controllo degli impulsi, nonché i disordini legati all’abuso di sostanze stupefacenti. Lo studio esclude i bambini e gli adolescenti con disabilità mentale. Non esiste valutazione sul disturbo da deficit di attenzione/iperattività e il disturbo ossessivo-compulsivo.

Il 30,3% della popolazione adulta del Sud-Africa soffrirebbe di qualche forma di disturbo mentale nel corso della vita. Il disturbo più comune è l’abuso di alcol, pari all’11,4%.

Nigeria – In Nigeria la salute mentale è un argomento di cui si parla ancora a bassa voce. Anche se il Federal Neuro-Psychiatric Hospital, della capitale Lagos, stima che 21 milioni di nigeriani soffrano di malattie mentali, escludendo i 30 milioni di casi non dichiarati.

“Un Paese in via di sviluppo, ti costringe ad ammalarti o sentirti malsano mentalmente o fisicamente” è quanto dichiarato dal Sund Mind Africa, una NGO che si occupa del reinserimento nella comunità di pazienti con malattie mentali.

Una delle tante sfide affrontate dai professionisti e dai volontari che si occupano di problemi di salute mentale in Nigeria è che spesso la malattia psichiatrica viene etichettata come un problema “occidentale”. Quando, al contrario, un Paese è alle prese con problemi di sopravvivenza, come povertà, l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, i disturbi mentali sono facilmente classificabili come malattie dell’opulenza, rendendo difficile la ricerca di aiuto e di trattamento. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la Nigeria è classificata al 30° posto per numero di suicidi tra i 183 Paesi del mondo. Sebbene esistano istituti di salute pubblica che offrono servizi di salute mentale, le statistiche mostrano che solo uno su 50, dei 7 milioni di nigeriani che vivono con la depressione, cerca un trattamento. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Le malattie mentali in Somalia, Camerun, Sud Africa e Nigeria” di Federica Iezzi


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Repubblica Democratica del Congo – Fronteggiando il nuovo focolaio di ebola

Roma, 12 maggio 2018, Nena News

Repubblica Democratica del Congo – Confermati i primi due decessi in Repubblica Democratica del Congo legati all’infezione da virus ebola. L’annuncio del ministro della Salute Oly Ilunga è giunto giovedì dalla città di Bikoro, nel nord-ovest del Paese. Sono già iniziate le manovre di isolamento dei pazienti con sintomi clinici dubbi. Senza misure preventive il virus ha la potenzialità di diffondersi rapidamente, toccando punte del 90% tra i contagi.

Secondo quanto dichiarato dal National Institute of Biological and Bacterial Research, gli esperti sanitari dovrebbero essere in grado di contenere questo focolaio perché l’attuale area colpita è remota.

Nelle ultime cinque settimane, ci sono state 21 sospette febbri emorragiche virali nella zona dell’Ikoko Iponge, compresi 17 decessi. Questa è la nona epidemia di ebola nel paese dal 1976. Nessuna delle epidemie di ebola nella Repubblica Democratica del Congo è stata collegata alla massiccia epidemia in Guinea, Liberia e Sierra Leone iniziata nel 2014 e che ha causato più di 11mila morti.

Sud Sudan – Una fazione di opposizione controllata da Riek Machar, vice presidente del Sud Sudan, il Sudan People’s Liberation Movement – In Opposition (Splm-Io), si unirà al partito di governo, il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan (Splm). L’annuncio arriva alla vigilia dei colloqui di pace, programmati nella vicina Etiopia il prossimo 17 maggio.

La mossa dovrebbe rafforzare la posizione del governo del presidente Salva Kiir. L’Splm si frammentò in diversi gruppi durante la rovinosa guerra civile scoppiata nel dicembre 2013, due anni dopo l’indipendenza del paese dal Sudan, quando le forze leali a Kiir iniziarono a combattere contro Machar.

I precedenti tentativi di pace sono falliti, con un cessate il fuoco firmato lo scorso dicembre che si è frantumato in poche ore e l’ultimo round di colloqui di pace di febbraio che si è concluso in uno stallo. La guerra ha ucciso decine di migliaia di persone e costretto un quarto dei 12 milioni di persone nelle loro case. Più della metà della popolazione ha bisogno di aiuti alimentari secondo i dati delle Nazioni Unite.

Lesotho – Il Lesotho ha investito grosse cifre per il trattamento dei tumori in ospedali fuori dal proprio territorio, ma il tasso di mortalità, a causa dei ritardi nella cura, continua a crescere. Ciò ha spinto il governo alla creazione di un proprio centro oncologico mediante l’assistenza dell’India.

Secondo il ministero della Salute è imperativo fornire i migliori servizi sanitari ai pazienti e ampliare l’accesso alle strutture sanitarie anche nelle aree rurali. Secondo la dichiarazione di Abuja i governi africani sono stati invitati a stanziare nella sanità il 15% del bilancio nazionale. Il Lesotho è fermo all’11,8%, che quasi per intero vanno al Queen ‘Mamohato Memorial Hospital’ e alle cliniche affiliate al Christian Health Association.

Kenya – Almeno 50 persone sono state uccise nella Rift Valley del Kenya dopo la rottura della diga di Patel a Solai, nella contea di Nakuru, in seguito a settimane di piogge torrenziali che hanno costretto centinaia di persone ad abbandonare le proprie case. Quaranta persone sono state salvate, molte altre rimangono ancora intrappolate.

Quasi un intero villaggio è stato travolto dal fango e dall’acqua, secondo quanto dichiarato da Gideon Kibunja, il capo della polizia della contea incaricato delle indagini penali. Almeno 130 persone sono morte e più di 225.000 sono gli sfollati nel paese per le inondazioni causate dalle piogge stagionali. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Ebola in Congo, dialogo politico in Sud Sudan” di Federica Iezzi


APTOPIX Zimbabwe Political Turmoil

Zimbabwe – Campagna elettorale ZANU-PF

Roma, 5 maggio 2018, Nena News

Rwanda – Il presidente rwandese Paul Kagame ribadisce le sue aspre critiche nei confronti della Corte Penale Internazionale. Istituita dallo Statuto di Roma nel 1998 al fine di perseguire e punire genocidi, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimini di aggressione, secondo Kagame ha nel continente africano uno sproporzionato bersaglio.

Negli ultimi anni diversi paesi africani hanno minacciato o annunciato piani per ritirarsi dal tribunale dell’Aia. In realtà, fino ad oggi, solo una delle dieci indagini della Corte Penale Internazionale sono state condotte in Africa, con sospettati di condanna figure provenienti da Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana e Mali.

Il Rwanda non è parte dello Statuto di Roma e lo stesso Kagame, critico costante del tribunale, già nel lontano 2008 lo aveva definito una “istituzione fraudolenta”. Negli anni successivi, la sua posizione è stata interpretata da molti come un mezzo per proteggere i comandanti militari sul loro presunto sostegno ai gruppi ribelli, nella vicina Repubblica Democratica del Congo.

Zimbabwe – Mancano ormai due mesi per le elezioni generali e presidenziali in Zimbabwe. Molto poco è cambiato sotto la nuova amministrazione sui fronti economici, sociali e politici. Il principale beneficiario al momento sembra essere il complesso militare sempre più influente, guidato dall’ex comandante in capo dello Zimbabwe Defence Forces, ora potente vice-presidente e generale in pensione, Constantino Chiwenga.

Il complesso militare, che comprende l’esercito, ex ufficiali dell’esercito e veterani della guerra di indipendenza degli anni ’70, ha iniziato a consolidare il suo potere sugli affari civili occupando posizioni in tutti i rami del governo e rifiutando di riformare l’infrastruttura esecutiva di cui Mugabe ha abusato nei suoi anni di governo.

Chiwenga dunque non controlla solo il Ministero della Difesa, ma i suoi precedenti subordinati hanno posizioni influenti e strategiche nel governo e nello Zimbabwe African National Union – Patriotic Front (Zanu-Pf).

Se Zanu-Pf vincesse le prossime elezioni, Chiwenga sarà perfettamente posizionato alla successione dell’attuale presidente Mnangagwa nel 2023, per completare il trasferimento di potere pseudo-democratico a beneficio delle forze armate. Mnangagwa ha il controllo assoluto della polizia e dei servizi segreti, ha l’autorità di nominare figure della giustizia, della diplomazia, della sicurezza.

In modo preoccupante, la distinzione tra affari di governo e di partito è spesso volutamente offuscata per profitto politico, con eventi governativi che funzionano come raduni di partito e manifestazioni elettorali.

Burundi – Il Burundi ha annunciato ieri il lancio ufficiale della campagna per i controversi cambiamenti costituzionali che potrebbero consentire al presidente Pierre Nkurunziza di rimanere in carica fino al 2034. Si prevede che l’emendamento proposto chiederà agli elettori il prossimo 17 maggio di considerare la variazione dell’attuale limite costituzionale di due mandati presidenziali, di cinque anni ciascuno.

Se approvato, Nkurunziza al potere dal 2005, potrebbe addirittura ottenere altri due mandati di sette anni. Attualmente la costituzione del Burundi consente solo ad un presidente di essere eletto solo per due volte consecutive.

Violenti scontri e manifestazioni si sono susseguite dopo l’annuncio di Nkurunziza di volersi candidare per un terzo mandato nel 2015. L’ex leader dei ribelli ha vinto le elezioni nel 2015, che sono state immediatamente boicottate dall’opposizione. Almeno 1.200 persone sono state uccise nelle violenze, oltre 400mila sfollati. La Corte Penale Internazionale sta ancora indagando su presunti crimini contro l’umanità, sponsorizzati dal governo. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Kagame contro l’Aja, Zimbabwe verso il voto” di Federica Iezzi


Malawi child at school UNDP

Malawi – Nelle scuole con i bambini

Roma, 28 aprile 2018, Nena News

Algeria – Abdelaziz Bouteflika, storico presidente algerino, alla guida del Paese dal 1999, potrebbe concorrere al quinto mandato nelle elezioni presidenziali del 2019. Più del 40% dei 41 milioni di abitanti dell’Algeria ha meno di 25 anni e molti di loro non conoscono altri leader oltre a Bouteflika. Coloro che hanno assistito alla guerra di indipendenza negli anni ’50 e, più recentemente, alla guerra civile degli anni ’90, sono per lo più apatici nei confronti del panorama politico.

L’esercito, sostenuto dal partito al governo, il National Liberation Front, ha svolto un ruolo fondamentale nella politica interna da quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza nel 1962.

Zimbabwe – Migliaia di infermieri dello Zimbabwe sono tornati al lavoro dopo aver sciolto lo sciopero che ha dato il via ad una nuova trattativa con il governo. Più di 15mila operatori sanitari richiedono migliori condizioni di lavoro e migliori salari. Gli infermieri sono tornati al lavoro oggi, anche se le loro rimostranze continuano a sussistere.

Lo sciopero degli infermieri ha seguito una recente protesta simile da parte di medici e insegnanti. È stata la più grande azione di massa intrapresa durante la presidenza di Emmerson Mnangagwa, dopo le dimissioni del longevo presidente Robert Mugabe. Ormai dalle ultime elezioni, Mnangagwa ha promesso di migliorare l’assediata economia del Paese e di cercare investimenti stranieri per migliorare i servizi pubblici.

Ghana – Secondo l’ultima relazione di Reporters Without Borders, è il Ghana la nazione africana con la maggior libertà di stampa. L’indice 2018 del World Press Freedom ha mostrato che il Ghana ha detronizzato la Namibia, in testa nel 2017. In fondo alla classifica rimane l’Eritrea, preceduta da Sudan, Egitto, Burundi, Guinea Equatoriale, Gibuti e Somalia.

Il World Press Freedom Index misura il livello di libertà dei media in 180 Paesi, incluso il livello di pluralismo e indipendenza dei mezzi di informazione, il rispetto per la sicurezza e la libertà dei giornalisti. Un terzo di tutti i media in Africa è di proprietà dello Stato o di uomini d’affari legati al governo. La mancanza di trasparenza che caratterizza l’industria dell’informazione è aggravata da un sistema normativo imperfetto che tende a limitare la libertà di espressione. Esempio lampante è l’Eritrea, Paese che negli ultimi 26 anni non ha lasciato spazio a notizie e informazioni liberamente segnalate. Almeno 11 giornalisti sono attualmente detenuti, senza accuse nè processi.

Malawi – Secondo i dati dell’Unicef il 9% delle ragazze malawiane sotto i 15 anni è sposata e quasi il 30% delle ragazze di età compresa tra 15 e 19 anni sono in stato di gravidanza o hanno partorito. Il matrimonio condanna le ragazze a un circolo vizioso di povertà, le costringe a perdere la scuola e a metterle a maggior rischio di violenza. Il governo Mutharika sta cercando di rispondere al problema con la modifica di legge per aumentare l’età minima per il matrimonio a 18 anni. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Spose-bambine in Malawi, libertà di stampa in Ghana” di Federica Iezzi


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L’Etiopia dei migranti

Roma, 21 aprile 2018, Nena News

Corno d’Africa – Secondo l’ultimo report di Human Rights Watch i richiedenti asilo provenienti in particolare dal Corno d’Africa in Yemen, subirebbero violenze fisiche, torture e detenzioni arbitrarie. Al centro del mirino il sistema di detenzione nella città portuale meridionale di Aden, sotto il controllo del governo yemenita. Il centro è famoso dall’inizio del 2017 per aver detenuto diverse centinaia di migranti, rifugiati e richiedenti asilo etiopi, somali ed eritrei.

Anche l’UNHCR riferisce di detenzioni prolungate, abusi e deportazioni forzate di rifugiati, richiedenti asilo e migranti nello Yemen. Le accuse più rilevanti comprendono l’arresto arbitrario dei migranti in condizioni precarie e la non fornitura all’accesso delle procedure di asilo e protezione, nella città portuale di Hodeida.

Repubblica Democratica del Congo – Più di 250 giudici sono stati licenziati nella Repubblica Democratica del Congo per non avere una laurea valida ai fini di legge e per accuse di corruzione. Il presidente Joseph Kabila ha sanzionato tutte le figure professionali che non soddisfano le condizioni per ricoprire la carica di magistrato. Il paese attualmente conta circa 4mila magistrati.

Non è la prima volta che professionisti della giustizia sono stati licenziati nel Paese africano centrale ricco di minerali. Nel 2009, lo stesso presidente Kabila ha licenziato 96 giudici, accusati di corruzione. Il ministro della giustizia, Mwamba, ha criticato il lento sistema giudiziario e ha affermato che gli arresti e le detenzioni vengono spesso usati come strumenti di intimidazione e terrore contro l’accusato.

Sudan – Il governo di al-Bashir, il Justice and Equality Movement (JEM) e il Sudan Liberation Movement (SLM), hanno manifestato accuse a seguito del fallimento del round negoziale di Berlino. Il JEM ha pesantemente accusato la delegazione governativa di intransigenza e indurimento delle posizioni.

Il governo sudanese ha espresso il suo impegno a costruire la pace sulla base del Documento di Doha redatto nel 2011, accordo mai accettato dai movimenti ribelli. I negoziati di Berlino al momento sembrano rappresentare l’ultima possibilità per i movimenti ribelli di aderire ad un processo di pace in Darfur.

Nigeria – L’iniziativa Home Grown School Feeding è un movimento lanciato nel 2003 e guidato dai governi nazionali per migliorare la vita degli scolari e degli agricoltori. Lo schema fu lanciato per la prima volta a dicembre 2016. Il piano è stato migliorato e reintrodotto dal presidente Muhammadu Buhari come parte dei programmi di investimento sociale nazionale per affrontare la povertà, la fame e la disoccupazione in Nigeria.

Il programma scolastico opera in 20 dei 36 stati nigeriani e ha permesso una corretta alimentazione a quasi sette milioni di alunni in circa 40mila scuole pubbliche. E oltre 68.800 posti di lavoro sono stati creati attraverso l’iniziativa. Il programma pilota in Nigeria, offre in aggiunta servizi sanitari che includono il trattamento delle infezioni parassitarie del tratto gastrointestinale nei bambini delle scuole primarie pubbliche in 17 stati.

Le stime dell’UNICEF parlano di circa 2,5 milioni di bambini nigeriani sotto i cinque anni di età che soffrono di malnutrizione ogni anno. Con un sistema di monitoraggio della qualità, noto come #TrackWithUs, i gestori del programma hanno invitato i nigeriani a visitare le scuole vicine per verificare se i pasti soddisfano i requisiti standard richiesti. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Abusi sui migranti dal Corno d’Africa, giudici senza laurea in RDC” di Federica Iezzi


Al_Jazeera - RDC

Tra gli sfollati in Repubblica Democratica del Congo

Roma, 14 aprile 2018, Nena News

Repubblica Democratica del Congo – Una recente ondata di combattimenti continua ad affliggere il territorio nord-orientale della regione Ituri nella Repubblica Democratica del Congo. In un’ondata di attacchi che hanno avuto inizio nel dicembre del 2017, decine di migliaia di membri della comunità Hema hanno lasciato le proprie abitazioni per sfuggire agli aggressori Lendu. Più di 40.000 congolesi sono fuggiti dal Paese per cercare rifugio nella vicina Uganda, mentre altre decine di migliaia hanno viaggiato verso la città di Mahagi a nord e verso la provincia di Bunia, a sud. Le tensioni tra le comunità Hema e Lendu esistono fin dal dominio coloniale belga. La comunità Hema è stata obbligata a un accesso sproporzionato all’educazione e alla ricchezza creando un divario socio-economico enorme con la comunità Lendu.

Uganda – L’Uganda ha in programma di introdurre una nuova tassa agli utenti dei social media a partire da luglio per aumentare le entrate statali. Gli attivisti dei diritti umani hanno denunciato l’azione governativa come l’ennesimo tentativo del presidente Yoweri Museveni di soffocare la libertà di espressione e annullare il dissenso al suo mandato. Il ministro delle finanze Matia Kasaija affermato che la tassa verrà addebitata ad ogni utente di telefonia mobile che usa social network. Dei 41 milioni di abitanti dell’Uganda, più di 23 sono abbonati alla telefonia mobile e 17 milioni utilizzano internet. Il governo ha bloccato l’accesso ai social media durante le ultime elezioni generali del 2016, una mossa utilizzata da altri sovrani trincerati in Africa in risposta ai movimenti di base contro di loro. Solo il mese scorso la Tanzania ha introdotto una legge che ha imposto a qualsiasi cittadino gestore di blog o sito web, di pagare una tassa annuale.

Tanzania – Secondo i dati comunicati dal primo ministro tanzaniano, Kassim Majaliwa, le entrate del Paese sono quadruplicate, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, grazie alla vendita della tanzanite. Il presidente, John Pombe Magufuli, la scorsa settimana ha inaugurato un muro di 24 chilometri attorno alle miniere nel nord del Paese come parte degli sforzi per frenare il furto e la conseguente perdita di entrate. Le miniere di Mirerrani in particolare producono rare gemme di tanzanite blu-viola. Magufuli è noto per la sua posizione contro la corruzione che ha portato al licenziamento di alti funzionari governativi.

Kenya – La costruzione del muro di separazione sul confine tra Kenya e Somalia si è temporaneamente fermata, per consentire ulteriori negoziazioni tra i due stati. Il presidente kenyano Uhuru Kenyatta e il presidente somalo Mohamed Abdullahi Farmajo si incontreranno presto per concordare alcune “questioni spinose” prima che il progetto proceda. I governatori delle città di confine Mandera Ali Roba e Gedo Mohamed M. Mohamed hanno riferito che le consultazioni sono in corso da più di due anni sul programma di sicurezza avviato dal governo kenyano. Le questioni da discutere includono la ragione del progetto, i suoi effetti sulle attività quotidiane e il destino delle abitazioni sul confine. Sono state contrassegnate per la demolizione 64 abitazioni lungo il confine per consentire il completamento del progetto, supervisionato dal dipartimento di ingegneria del Kenya Defence Forces. Il Kenya aveva annunciato la costruzione del muro di sicurezza per impedire ai militanti somali di al-Shabaab di entrare nel Paese, dopo l’attacco del 2015 al Garissa University College che ha provocato la morte di 148 persone. Successivamente il progetto è stato trasformato in una recinzione metallica con una trincea parallela. Sono stati completati solo otto chilometri. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Stretta in Uganda sui social, combattimenti in RDC, stop a muro tra Kenya e Somalia” di Federica Iezzi


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Tra Marocco e Algeria

Roma, 7 aprile 2018, Nena News

Sud-Africa – Anche di fronte all’Alta Corte di Durban, l’ex presidente Jacob Zuma continua a proclamare la sua innocenza di fronte alla grave accusa di corruzione durante il suo mandato politico. L’accusa si è concretizzata grazie alla denuncia del principale partito di opposizione sudafricana il Democratic Alliance Party. Si attende il processo per il prossimo giugno.

Zimbabwe – La raccolta e la preparazione del tabacco è una delle attività commerciali più remunerative in Zimbabwe e ogni lavoratore, spesso minorenne, in un quadro generale di illegalità, sarebbe costretto a subire abusi e soprusi secondo quanto dichiarato da Human Rights Watch. Di contro, secondo il Ministero del Lavoro del Paese non esistono dati certi circa le condizioni dei lavoratori di tabacco.

Sierra Leone – Secondo i primi dati del National Electoral Commission il leader dell’opposizione del Sierra Leone People’s Party, Julius Maada Bio, avrebbe vinto le elezioni presidenziali in Sierra Leone con il 54% dei voti, conto il 45% dello sfidante Samura Kamara dell’All People’s Congress.

Ciad – Il noto blogger Tadjeddine Mahamat Babouri, accusato di pesanti critiche verso il regime del presidente Idriss Debyè, stato rilasciato dopo 16 mesi di detenzione ilegale. Molte organizzazioni non governative e attivisti della società civile si erano schierati contro il trattamento repressivo del governo nei confronti del blogger.

Marocco – Il Polisario Front Separatist, appoggiato dal governo algerino, ha inviato suoi combattenti sulla contestata buffer zone del Western Sahara’s al-Mahbes area. I due schieramenti sono in lotta dal lontano 1991. Il movimento Polisario continua a rivendicare la sua autonomia dall’occupazione militare del Sahara occidentale prima dalla Spagna, poi dal Marocco e dalla Mauritania.

Camerun – Il Cameroon People’s Democratic Movement, attualmente partito al potere nel paese, ha vinto la maggioranza dei seggi al Senato, dopo le ultime elezioni. Il partito primeggia in nove su dieci regioni camerunensi. Questo estende ulteriormente il mandato all’attuale presidente Paul Biya. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Zuma a processo, Sierra Leone a Bio” di Federica Iezzi


Ethiopia - Easter tradition

Etiopia – Tradizioni ortodosse pasquali

Roma, 31 marzo 2018, Nena News

Etiopia – Con il venerdì santo in Etiopia iniziano le celebrazioni pasquali dove i credenti pregano e digiunano. È una delle ricorrenze più sacre del calendario, le persone affollano le chiese, negli abiti tradizionali di cotone bianco, per tutto il giorno e tutta la notte. La giornata è segnata da una sequenza appassionata di attività spirituali, di tradizioni e festività. Le chiese ricostruiscono scene bibliche, creando affascinanti esposizioni e rievocando gli eventi della Pasqua.

La cucina pasquale include diverse varietà culinarie che mescolano carne di manzo, agnello, pesce e pollo a ingredienti speziati e alle famose varietà di pane locale tra cui dabo dabo, hibest, ambasha e kocho. La tradizione di arrostire i grani di caffè etiope nel soggiorno delle case permette alle famiglie e agli ospiti di apprezzarne l’aroma rinfrescante.

Cameroon - Easter in church

Camerun – Tradizioni pasquali in chiesa

Camerun – La Pasqua sembra aver perso il suo significato religioso. Per la maggior parte dei cristiani, questa commemorazione religiosa è diventata solo un’occasione per mondani festeggiamenti. La tradizione cristiana in Camerun durante la settimana pasquale prevede numerosi battesimi e prime comunioni. Sempre più giovani scelgono il giorno di Pasqua per il matrimonio.

Ogni chiesa viene decorata con tessuti fatti a mano rappresentanti farfalle, fiori e alberi di banano. E vengono cantati inni cristiani accompagnati dai tamburi nativi africani. Dopo la messa, è la volta delle danze tradizionali. In alcune parrocchie le persone rimangono attorno alla chiesa e si siedono nelle loro piccole comunità cristiane per continuare la celebrazione con riso bollito, pollo e danze tradizionali.

South Africa - Pickled fish for Easter

Sud-Africa – Pickled fish a Pasqua

Sud-Africa – Pesce in salamoia? E’ questa la rituale domanda legata alla Pasqua in Sudafrica. Questa particolare varietà di pesce al curry rappresenta il pranzo pasquale in molte case sudafricane. Il sapore dolce e aspro della pietanza è un gusto che riconoscono tutti fin da bambini.

La settimana di Pasqua tradizionalmente è stata sempre all’insegna della religione e persino i proprietari bianchi di schiavi lasciavano riposare tutti i lavoratori. E proprio per l’occasione preparavano pesce in salamoia, vista l’abbondanza di pesca a Cape Town.

Tanzania - Easter in village

Tanzania – Pasqua nei villaggi

Tanzania – La Pasqua, in origine una celebrazione pagana di rinnovamento e rinascita, è la più antica festa cristiana. Il nome Pasqua deriva dal termine ebraico ‘pesach’ che sta per ‘passare’. Il periodo pasquale dei cristiani in Tanzania inizia il venerdì santo, in cui nelle chiese si celebra il Kesha, una sorta di rievocazione sui fatti storici della morte di Gesù.

La Pasqua è anche un momento per la famiglia, caratterizzato da un via vai frenetico dalle grandi città, verso i piccoli villaggi per trascorrere del tempo con i propri cari. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. La Pasqua dall’Etiopia al Sudafrica” di Federica Iezzi


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Dapchi, Nigeria – Nelle scuole

Roma, 24 marzo 2018, Nena News

Nigeria – Secondo gli ultimi report di Amnesty International, le forze di sicurezza nigeriane non avrebbero risposto agli avvertimenti di uomini armati diretti verso la città settentrionale di Dapchi, nello stato di Yobe. L’ennesimo attacco si è concluso con il rapimento di 110 studentesse, il mese scorso, per la maggiorparte già rilasciate.

L’ONG ha esortato il governo della Nigeria a rendere pubblici i risultati delle indagini.

Quello che è successo a Dapchi è quasi una copia carbone di quanto accaduto a Chibok, luogo di rapimento delle quasi 300 studentesse da parte dei militanti di Boko Haram, ormai quattro anni fa.

Genitori ed educatori nel Paese hanno sollevato una protesta in risposta all’attacco, chiedendo una maggiore sicurezza per le scuole nella vasta regione in cui Boko Haram ha rapito migliaia di persone in quasi un decennio.

Sierra Leone – Il partito di opposizione, il Sierra Leone People’s party (SLPP), con il suo candidato Julius Maada-Bio, ha ottenuto un numero di voti leggermente superiore rispetto al All People’s Congress (APC), con il suo candidato Samura Mathew Kamara, al primo turno di un’elezione storicamente pacifica.

I risultati del primo turno elettorale in Sierra Leone hanno però scatenato una serie di violenze politiche tra accuse di tribalismo nei confronti di entrambi i principali partiti. Il Paese si prepara già al secondo turno, previsto per il 27 marzo.

Molti dei sostenitori del partito al governo in Sierra Leone provengono dai distretti settentrionali, mentre la maggior parte dei sostenitori dell’opposizione vive nel sud. Alcuni membri dei due maggiori gruppi etnici, i Temnes e i Mendes, hanno rivendicato la discriminazione regionale durante i loro rispettivi turni come opposizione.

Rwanda – Quarantaquattro Paesi africani hanno sottoscritto un accordo commerciale storico volto a spianare la strada a un mercato liberalizzato di beni e servizi in tutto il continente.

L’accordo impegna i Paesi a rimuovere le tariffe di importazione del 90% sulle merci estere, a incrementare gli scambi interafricani, a liberalizzare gli scambi di servizi, e in futuro, a includere la libera circolazione delle persone e una moneta unica.

Si chiama African Continental Free Trade Area (AfCFTA), l’accordo stipulato durante la decima sessione ordinaria del vertice dei capi di Stato dell’Unione Africana, tenutosi nella capitale rwandese, Kigali.

Presenti diciannove presidenti, primi ministri e rappresentanti del governo.

Etiopia – Il Congresso degli Stati Uniti, con un forte sostegno bipartisan, voterà una risoluzione contro il governo etiope nella seconda metà di aprile, con oggetto la lotta per il rispetto dei diritti umani e la governance del Paese.

Si chiama H. Res 128 e condanna l’assassinio di manifestanti pacifici, l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza etiopi, la detenzione di giornalisti, studenti, attivisti e leader politici che esercitano i loro diritti costituzionali alla libertà di riunione e di espressione, attraverso proteste pacifiche, e l’abuso del proclama antiterrorismo per soffocare il dissenso politico e civile e le libertà giornalistiche.

La risoluzione è stata approvata all’unanimità dalla commissione per gli affari esteri della Camera alla fine dello scorso luglio e il voto in Parlamento è previsto per il prossimo ottobre.

Essa contiene disposizioni che richiedono sanzioni contro i funzionari etiopi, responsabili di commettere gravi violazioni dei diritti umani, ai sensi del Global Magnitsky Act. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Elezioni in Sierra Leone, Congresso USA contro Etiopia” di Federica Iezzi


RDC - Al_Jazeera

Repubblica Democratica del Congo – Nelle periferie, tra gli scontri

Roma, 17 marzo 2018, Nena News

Sud-Africa – Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha ribadito che nessuno ha il diritto di invadere la terra e di violare i diritti di altre persone. Lo stesso African National Congress (ANC), partito attualmente al potere, si sta impegnando per modificare la Costituzione riguardo l’espropriazione della proprietà senza compensazione. Questo ha spaventato i mercati e evocato le acquisizioni di fattorie di proprietà bianca nel vicino Zimbabwe.

La terra rimane una questione emotiva in Sudafrica: le maggiori proprietà rimangono nelle mani dei bianchi a oltre due decenni dalla fine dell’apartheid e nonostante i programmi del governo che mirano alla ridistribuzione delle ristrette disparità razziali di proprietà. Anche all’inizio di questa settimana, le acquisizioni di terreni in un sobborgo tra Johannesburg e Pretoria hanno provocato scontri con la polizia.

Repubblica Democratica del Congo – Continuano i conflitti etnici nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo. Il leader locale della società civile Jean Bosco Lalu parla di crescente violenza etnica tra i pastori Hema e gli allevatori Lendu nella provincia dell’Ituri. Il numero di vittime è salito a 130 dallo scorso dicembre. Decine di migliaia di persone sono fuggite dalla violenza, tra questi oltre 27mila hanno attraversato il confine con l’Uganda.

Conflitto plurisecolare quello tra Hema e Lendu che ha ucciso decine di migliaia di civili tra il 1998 e il 2003. Negli ultimi anni i due gruppi hanno mantenuto un conflitto di basso livello con occasionali fiammate di violenza. L’anno scorso il conflitto ha costretto quasi due milioni di congolesi a fuggire dalle proprie case.

Kenya – Incontro a sorpresa tra il presidente kenyano, Uhuru Kenyatta, e il leader dell’opposizione, Raila Odinga, per la prima volta dopo le contestate elezioni dello scorso anno: i due hanno annunciato un piano per superare le profonde divisioni etniche e politiche del Paese.

L’incontro è giunto poche ore prima dall’arrivo del segretario di Stato americano (ormai ex), Rex Tillerson. Gli Stati Uniti avevano più volte sollecitato colloqui diretti tra Kenyatta e Odinga per risolvere il conflitto politico.

Zimbabwe – La Corte Costituzionale dello Zimbabwe la scorsa settimana ha portato avanti la sentenza di voto per la diaspora del Paese residente all’estero. Il caso è stato rappresentato dallo Zimbabwe Lawyers for Human Rights (ZLHR) e dal Southern Africa Litigation Centre.

I richiedenti sostengono che i requisiti di residenza imposti dalla legge elettorale contravvengano alla Costituzione che prevedeva diritti politici e consentiva a ogni cittadino dello Zimbabwe di partecipare ai processi politici, ovunque si trovasse. Lo Zimbabwe dovrebbe tenere nuove elezioni generali tra luglio e agosto di quest’anno.

I funzionari della commissione elettorale hanno escluso il voto della diaspora e hanno ribadito che i cittadini non residenti, desiderosi di votare, hanno l’obbligo di rientrare nel Paese. L’opposizione al contrario ha a lungo insistito affinché i milioni di cittadini dello Zimbabwe stabiliti all’estero potessero votare da qualsiasi luogo. Il presidente Emmerson Mnangagwa ha recentemente affermato che il voto della diaspora potrebbe essere possibile in futuro. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. L’ANC tentenna sulla redistribuzione delle terre” di Federica Iezzi


A voter casts her ballot at a polling station during Sierra Leone's general election in Freetown

Sierra Leone – In corso di elezioni

Roma, 10 marzo 2017, Nena News

Nigeria – Medici Senza Frontiere sospende le sue attività mediche nella città nigeriana nord-orientale di Rann, dopo un attacco armato da parte di sospetti combattenti di Boko Haram, verso gli operatori umanitari. L’aggressione si è consumata accanto a un campo che ospita circa 55mila sfollati interni. L’obiettivo dell’attacco sembra essere stato un campo militare, ma il fuoco incrociato tra i combattenti e le forze di sicurezza ha provocato la morte e il ferimento grave di operatori umanitari.

Circa 40mila persone a Rann si affidano quasi interamente ai servizi sanitari umanitari. Lo stato del Borno è la parte della Nigeria più colpita dagli attacchi di Boko Haram, che sono continuati nonostante le ripetute asserzioni del governo e dell’esercito riguardo la presunta sconfitta del gruppo armato. Più di 20mila persone sono state uccise e oltre due milioni sono state costrette a lasciare le loro case dal 2009, da quando il gruppo ha intrapreso una campagna armata nel nord-est della Nigeria.

Mauritius – Vicine le dimissioni del presidente delle Mauritius Ameenah Gurib-Fakim, accusata di utilizzare fondi di un’organizzazione internazionale non governativa per fini personali. L’ONG in questione è la Planet Earth Institute, un’organizzazione che sostiene l’istruzione offrendo borse di studio ai meno abbienti.

Il primo ministro ha presieduto ieri un incontro di gabinetto che ha accettato di avviare un procedimento di impeachment contro il presidente. Gurib-Fakim, un professore di chimica, è stata nominata presidente nel 2015.

Etiopia – La repressione del dissenso in Etiopia sotto lo stato di emergenza si è intensificata nella regione di Oromiya con una serie di arresti, che includono un docente universitario e blogger, Seyoum Teshome, critico del governo. In un recente post su un think tank che gestisce, Teshome esorta coloro che resistono al regime a prendere le strategie di autodifesa. Secondo il Committee to Protect Journalists l’intellettuale era stato preso di mira fin dal 2016.

Sierra Leone – La Sierra Leone punta a consolidare le sue credenziali democratiche con le elezioni generali, che comprendono la scelta di funzionari presidenziali, legislativi, del sindaco e delle cariche locali.

Il voto dello scorso 7 marzo più acutamente contestato è quello presidenziale che ha sedici aspiranti in corsa. I principali contendenti sono Samura Kamara del partito All People’s Congress (APC) e Julius Maada Bio, leader del partito di opposizione, il Sierra Leone People’s Party (SLPP).

Al momento l’Apc ha vinto 25 seggi su 28 nelle aree rurali occidentali e urbane, nei distretti di Bombali, Tonkokili, Koinadugu e Port Loko. Il Slpp ha vinto i seggi a Kailahun, Kenema, Moyamba, Bonthe, Pujehun e Bo. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. MSF lascia la Nigeria” di Federica Iezzi


Guinea Equatoriale – Campagna per la liberazione del fumettista Ramòn Esono Ebalé

Roma, 3 marzo 2018, Nena News

Guinea Equatoriale  Ramòn Esono Ebalé, narratore grafico, dovrebbe essere rilasciato dalle autorità del Paese dopo il ritiro delle accuse contro di lui.

Il vignettista guineano con i suoi pezzi ha sempre criticato il presidente e i funzionari governativi.

Il Cartoonists Rights Network International lo scorso novembre ha nominato Ramon vincitore del premio “Courage in Cartooning 2017″.

Sia Human Rights Watch che Amnesty International hanno aperto campagne attraverso le quali invitavano il presidente del Paese, Teodoro Obiang Nguema, a rilasciare il giornalista e ad abrogare la legge sulla diffamazione che consente il perseguimento penale ai critici del governo.

Sud Sudan  Dopo oltre quattro anni di guerra civile e una serie di falliti cessate il fuoco, il Sud Sudan è di nuovo vicino all’ennesima carestia.

Quasi due terzi della popolazione è dipendente da aiuti alimentari, secondo le statistiche ONU. Almeno cinque milioni di persone vivono in una situazione di ‘crisi’

Il Paese dell’Africa orientale ricco di petrolio, che ha ottenuto l’indipendenza dal vicino Sudan nel 2011, è stato fatto a pezzi da una guerra su sfondo etnico dalla fine del 2013, quando le truppe fedeli al presidente Salva Kiir e all’allora vicepresidente Riek Machar si sono scontrate.

Da allora, oltre quattro milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, creando la più grande crisi di rifugiati in Africa, dal genocidio rwandese del 1994.

Il conflitto ha provocato la morte di decine di migliaia di persone e ha lasciato oltre la metà degli abitanti dipendenti da aiuti umanitari.

Ghana  Da quando ha ottenuto l’indipendenza nel 1957, il Ghana è concentrato sul miglioramento dell’accesso all’istruzione. L’educazione primaria divenne gratuita nel 1961 e negli anni ’80 importanti riforme potenziarono il sistema educativo.

A settembre 2017, il governo del Ghana ha reso l’istruzione secondaria gratuita.

I benefici sono stati palesi grazie al crescente tasso di alfabetizzazione del Paese. Secondo le statistiche dell’UNESCO del 2010, il tasso di alfabetizzazione tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni è dell’85%.

Nonostante queste misure, molti bambini, in particolare quelli che vivono nelle aree rurali, continuano ad avere difficoltà per la scolarizzazione.

Le crescenti necessità economiche costringono i bambini ad abbandonare la scuola in cerca di lavoro.

La mancanza di finanziamenti oggi per le scuole determina edifici molto poveri o le cosiddette lezioni ‘sotto l’albero’ (insegnamenti all’esterno). A questo si aggiunge carenza di attrezzature, di libri e risorse e scarsa formazione degli insegnanti.

Spesso gli insegnanti vengono sottopagati per diversi mesi perché l’istruzione distrettuale non ha finanziamenti sufficienti.

Malawi  Il Malawi ha lanciato una nuova generazione di vaccini contro il tifo.

A beneficiarne per primo è stato il comune di Nantarande a Blantyre, colpito da un focolaio di febbre tifoide. Intanto gli operatori sanitari stanno conducendo campagne di sensibilizzazione per educare i residenti alla prevenzione e alla cura della malattia.

Circa 24.000 bambini di età compresa tra nove mesi e 12 anni prenderanno parte allo studio finanziato dalla Fondazione Bill e Melinda Gates e approvato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’alleanza mondiale per vaccini e immunizzazione (GAVI) ha stanziato 85 milioni di dollari per aiutare a sostenere l’introduzione di vaccini contro il tifo nei Paesi in via di sviluppo.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Carestia vicina in Sud Sudan, vaccini contro il tifo nel Malawi” di Federica Iezzi


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Repubblica Democratica del Congo – Sfollati interni

Roma, 24 febbraio 2018, Nena News

Repubblica Democratica del Congo – Ancora preoccupazioni da parte delle Nazioni Unite per le violenze e gli sfollamenti di massa che stanno rapidamente aumentando nel sud-est della Repubblica Democratica del Congo. Il conflitto intercomunitario tra Twa, Luba e altri gruppi etnici nella provincia di Tanganica ha innescato espulsioni a spirale e violazioni dei diritti umani, in un quadro in cui non si fermano i feroci scontri tra le forze armate congolesi e le milizie.

L’ondata di violenza nel Tanganica, un’area che ospita circa tre milioni di persone, ha costretto 1,7 milioni di persone a lasciare le proprie case. L’International Rescue Committee ha affermato che oltre 400 villaggi sono stati distrutti tra luglio 2016 e marzo 2017 a seguito del conflitto. Secondo l’Unhcr, la Rdc ospitava 3,9 milioni di sfollati interni, ma oltre 600mila rifugiati congolesi hanno cercato rifugio in oltre 11 altri Paesi africani.

Etiopia – Brusche dimissioni per il primo ministro etiope, mentre la coalizione di governo ha dichiarato uno stato di emergenza di sei mesi mentre cerca di contenere le proteste di massa anti-governative.

E proprio queste proteste sono al centro della decisione di Hailemariam Desalegn di dimettersi. Scoppiate nella popolosa regione dell’Oromia nel 2015, si opponevano a un piano generale di espansione dei confini della capitale Addis Abeba. Lo stato di emergenza è stato introdotto per la prima volta nel 2016 e revocato lo scorso agosto, dopo 10 mesi. Centinaia di manifestanti sono rimasti uccisi negli scontri con le forze di sicurezza dello Stato e oltre 20mila persone sono state arrestate tra diffuse violazioni dei diritti umani.

Togo – L’opposizione togolese ha annunciato la cessazione delle proteste nel Paese dopo il primo round di mediazione politica, guidato dal presidente del Ghana, Nana Addo Dankwa Akufo-Addo. Akufo-Addo e un team di facilitatori hanno incontrato 14 membri della coalizione di opposizione e rappresentanti del governo nel tentativo di risolvere una crisi politica che imperversa nel Togo dallo scorso agosto.

In seguito ai colloqui, il governo ha accettato di rilasciare oltre 40 civili detenuti per il loro ruolo in proteste paralizzanti e violente a livello nazionale. Richieste chiave dell’opposizione riguardano i sondaggi locali e legislativi, nell’ottica della creazione di nuove riforme elettorali e istituzionali .

Tunisia – Continua lo sciopero generale nella città occidentale di Redeyef, in Tunisia, iniziato qualche giorno fa per gli scarsi posti di lavoro e la mancanza di sicurezza. Alla fine del 2017 durante i movimenti sociali, l’unica stazione di polizia è stata distrutta: oltre all’insicurezza generale, anche la semplice richiesta di un documento di identità si incanala in lunghe trafile burocratiche.

A inizio settimana le aziende sono rimaste chiuse tutto il giorno, così come le istituzioni pubbliche. Redeyef è nel bacino minerario, teatro nel 2008 di una violenta insurrezione, repressa brutalmente dal regime dell’ex dittatore Zine El Abidine Ben Ali. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Sciopero in Tunisia, milioni di sfollati in Congo” di Federica Iezzi


APTOPIX South Sudan Child Soldiers

Sud Sudan – Bambini soldato

Roma, 17 febbraio 2018, Nena News 

Liberia – Il presidente liberiano uscente Ellen Johnson Sirleaf è la prima donna a vincere l’ambito premio ‘Mo Ibrahim Prize for Achievement in African Leadership’, nel riconoscimento dei suoi sforzi per ricostruire il suo Paese dopo due guerre civili.

Sirleaf, durante i suoi due mandati, ha guidato un processo di riconciliazione incentrato sulla costruzione della nazione e delle sue istituzioni democratiche.

I precedenti vincitori includono l’ex presidente della Namibia Hifikepunye Pohamba (2014), l’ex presidente di Capo Verde Pedro Pires (2011), l’ex presidente di Bostwana Festus Mogae (2008) e l’ex presidente del Mozambico Joaquim Chissano (2007). Nelson Mandela è diventato il vincitore onorario del premio nel 2007.

Sud Sudan – Più di 700 bambini sono stati reclutati con la forza dal South Sudan’s National Liberation Movement, durante i cinque lunghi anni di guerra civile nel Paese.

Secondo le Nazioni Unite, il numero di bambini reclutati nel Sud Sudan è ancora in aumento.

Molti bambini che sono stati rilasciati non hanno idea di dove siano le loro famiglie. Per gli altri, il combattimento è diventato uno stile di vita. A oggi dunque, la più grande sfida è il reinserimento.

Sudan – La crisi politica del Sudan ha raggiunto il livello peggiore dal colpo di stato del presidente Omar Hassan al-Bashir nel giugno 1989. L’economia al collasso, i conflitti armati in corso tra regime e movimenti armati nel Darfur, nel Sud Kordofan e nel Blue Nile, la corruzione endemica e la lotta di potere all’interno del regime, ha spinto il Paese verso un punto critico.

Il nuovo bilancio di Stato sta di fatto rendendo insopportabile la vita dei cittadini sudanesi medi. I prezzi dei bisogni di base e delle materie prime, compresi pane, medicine, carburante ed elettricità hanno raggiunto un livello senza precedenti. La valuta sudanese sta perdendo valore ogni giorno.

La nuova ondata di proteste popolari ha incontrato pesanti repressioni. Decine di manifestanti, leader dell’opposizione e giornalisti sono stati arrestati dalle forze di sicurezza sudanesi.

Le continue lotte di potere all’interno del governo hanno anche incoraggiato parti della vecchia guardia del regime a rientrare nel gioco politico da direzioni diverse.

Sud-Africa – Secondo Jacob Zuma, l’African National Congress (ANC) non avrebbe fornito una ragione adeguata per la fine del suo mandato da presidente del Sud-Africa.

L’ANC ha sostenuto una mozione di sfiducia contro Zuma per la sua sostituzione con Cyril Ramaphosa, eletto come capo del partito nello scorso dicembre.

Il tempo in carica di Zuma è stato contrassegnato da una serie di accuse di corruzione, seguite da ripetute rivendicazioni della sua innocenza.

Repubblica Democratica del Congo – Le Nazioni Unite hanno espresso profonda preoccupazione per i continui combattimenti etnici nella parte nord-orientale della Repubblica Democratica del Congo.

Più di 22.000 persone sono fuggite dagli scontri tra pastori Hema e agricoltori Lendu nella provincia di Ituri la scorsa settimana, secondo i dati diffusi dall’UNHCR.

Dall’inizio dell’anno almeno 34.000 civili in fuga hanno oltrepassato il confine con la vicina Uganda. E altri 15.000 sfollati interni sono arrivati ​​a Bunia, capitale della provincia congolese dell’Ituri.

Il conflitto etnico tra Hema e Lendu risale agli anni ’70. Le comunità sono state coinvolte in un violento conflitto armato tra il 1998 e il 2003, in cui sono state uccise decine di migliaia di persone. Negli ultimi anni, i due gruppi hanno mantenuto un conflitto di basso livello. L’anno scorso, il conflitto ha costretto 1,7 milioni di persone in tutto il Congo a fuggire dalle loro case.

Nell’ottobre 2017, i dati dell’UNHCR parlano di 3,9 milioni di sfollati interni nel Paese e 600.000 rifugiati congolesi in 11 Paesi africani. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Crisi politica in Sudan, fine di Zuma in Sud Africa” di Federica Iezzi


Somaliland FGM

Somalia – Lotta alle mutilazioni genitali femminili

Roma, 10 febbraio 2018, Nena News 

Somalia – Le autorità della repubblica autonoma del Somaliland hanno emesso una fatwa religiosa che vieta la pratica della mutilazione genitale femminile, promettendo punizioni per i trasgressori. La fatwa pubblicata dal Ministero degli Affari religiosi consente alle vittime delle di ricevere un risarcimento.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la pratica è la maggior causa di emorragie e infezioni dell’apparato genitale femminile, problemi di minzione e complicazioni alla gravidanza.

La Somalia è tra i paesi in cui la MGF è più diffusa. L’organizzazione internazionale riferisce che circa il 98% delle donne somale di età compresa tra 15 e 49 anni hanno subito la procedura. La fatwa arriva meno di un mese dopo l’approvazione da parte del parlamento del Somaliland di una legge che criminalizza lo stupro e richiede pene detentive per i condannati.

Sierra Leone – Anche in Sierra Leone sono iniziate le campagne elettorali per le prossime elezioni generali. Si voterà, agli inizi di marzo, per il presidente e per un nuovo assetto di legislatori.

Dopo dieci anni, Ernest Bai Koroma del partito All People’s Congress (Apc), lascia la presidenza. I due candidati principali che puntano alla presidenza sono il Ministro degli Esteri dell’Apc, Samura Camara, e l’ex leader della giunta, Julius Maada Bio, diventato leader del principale partito dell’opposizione, il Sierra Leone Peoples Party (Slpp).

Kenya – Il governo di Uhuru Kenyatta è ufficialmente incapace di raggiungere il popolo che spalleggia Raila Odinga, per cui continuerebbe a prendere di mira attori dell’opposizione.

Il giuramento di Odinga, tenutosi a Uhuru Park a fine gennaio, come ‘presidente del popolo’ non mette in discussione la legittimità dell’elezione del presidente Uhuru Kenyatta. Tuju, un candidato al gabinetto senza portafoglio, ha accusato Odinga di dirigere episodi di violenza in alcune parti del Paese per il proprio tornaconto.

La maggior parte delle persone che partecipano ai raduni organizzati dall’opposizione proverrebbero dalla comunità etnica di Odinga. Il leader avrebbe ancora ribadito la sua richiesta di nuove elezioni entro il prossimo agosto.

Namibia – La Corte Suprema della Namibia ha dichiarato incostituzionali tutti i termini di carcere che lasciano i trasgressori senza una reale possibilità di essere rilasciati. Secondo il giudice Smuts “equivarrebbero a punizioni crudeli, degradanti e disumane”. Ha aggiunto che tali sentenze violano la dignità umana dei diritti costituzionali del prigioniero.

Il caso specifico che ha fatto nascere la sentenza ha coinvolto quattro condannati per omicidio, imprigionati per oltre 60 anni nel 2002, dall’Alta Corte nella capitale Windhoek.

Secondo l’attuale legge namibiana, chiunque sia condannato all’ergastolo dopo l’agosto 1999, potrebbe essere considerato idoneo per il rilascio in libertà vigilata. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Fatwa contro le mutilazioni genitali femminili in Somaliland” di Federica Iezzi


UNHCR_Nei campi kenyani durante le elezioni

Kenya – Nei campi rifugiati durante le elezioni

Roma, 3 febbraio 2018, Nena News

Kenya – Secondo quanto riferito da Human Rights Watch le autorità keniote avrebbero violato il diritto all’informazione bloccando e pilotando i principali canali di divulgazione, durante e dopo le ultime elezioni presidenziali.

Il rapporto ha messo in evidenza il deterioramento in ambito di diritti umani del governo Kenyatta. Kenyatta avrebbe minacciato di “chiudere e revocare le licenze di qualsiasi sbocco mediatico che trasmetta dal vivo”.

Ad essere incriminato è in particolare il giorno della simbolica inaugurazione di Raila Odinga come ‘presidente del popolo’, sconfitto di fatto alle elezioni da Uhuru Kenyatta. Tre dei principali canali di notizie private del Paese, Citizen TV, KTN News e NTV, hanno sfidato le intimidazioni di Kenyatta. Il risultato fu un’interruzione immediata delle trasmissioni. Questo blocco è stato condannato dalle organizzazioni per i diritti umani, incluso il Committee for the Protection of Journalists.

Etiopia – Il trentesimo vertice dell’Unione Africana si è concluso all’inizio della settimana con un appello a rafforzare l’unità africana e la lotta alla corruzione. Durante il summit, che si è tenuto nella capitale etiope Addis Abeba dal 22 al 29 gennaio scorsi, Paul Kagame, presidente ruandese e attuale presidente dell’Unione Africana, ha sottolineato la necessità di sradicare la corruzione e la povertà nei Paesi africani.

Kagame ha sottolineato inoltre la necessità di un cambiamento di mentalità verso la realizzazione del processo di riforma dell’unione. Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Unione Africana, ha rimarcato il concetto di corruzione come flagello dello sviluppo dell’intero continente.

L’area continentale di libero scambio, la libera circolazione di persone e merci, l’attuazione della decisione Yamoussoukro sul mercato unico e la liberalizzazione del trasporto aereo in Africa sono stati tra i principali argomenti di discussione del vertice.

Sudafrica – In salvo i quasi mille minatori rimasti intrappolati nella miniera d’oro di Sibanye Stillwater, vicino la città di Welkom, dopo un’interruzione di corrente. Le forti tempeste della settimana hanno distrutto le linee elettriche nella zona, causando blackout nelle miniere.

La National Union of Mineworkers del Sudafrica (NUM) e la National Union of Metalworkers in South Africa hanno dichiarato la sospensione temporanea delle operazioni in miniera. Sotto accusa il mancato funzionamento dei generatori di corrente che non sarebbero stati sottoposti a lavori di manutenzione.

Il Sudafrica ha alcune delle più profonde miniere al mondo, che raggiungono profondità di 4 km. I sindacati a lungo hanno accusato le compagnie minerarie di elargire salari poveri e di lesinare sugli standard di salute e sicurezza. Ci sono stati almeno 76 decessi nelle miniere sudafricane nel 2017, dopo i 73 morti nel 2016. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. AFRICA. Kenya, violato il diritto all’informazione” di Federica Iezzi


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Roma, 27 gennaio 2018, Nena News

Camerun – La libertà di pensiero sul web nelle regioni anglofone camerunensi è ridotta ai minimi termini. Bloccati tutti gli accessi ai social media, per la seconda volta in un anno. L’intera società anglofona del Paese è stata colpita. L’istruzione, i trasferimenti di denaro, l’assistenza sanitaria e le imprese.

Molti politici di lingua inglese hanno denunciato, dall’inizio del 2018, atti arbitrari di violenza, uccisioni, demolizioni di case, dell’esercito camerunese nella zona anglosassone del Paese. Per anni definita come ‘L’Afrique in miniature’ oggi il cuore dei conflitti in Camerun fanno capo a un dibattito sul potere politico: chi lo ha, chi lo vuole, chi se lo merita.

Per decenni, molti paesi della regione sono stati tenuti insieme in modo precario da uomini forti che hanno mantenuto il controllo sul dissenso e sui diritti delle minoranze. Ma sempre più, dal Gambia al Togo al Gabon, una nuova generazione di attivisti chiede diversi sistemi democratici, con l’obiettivo di integrare i gruppi di minoranza da lungo tempo spinti verso le periferie.

I dissensi in Camerun sono iniziati nell’autunno del 2016, quando avvocati e insegnanti delle regioni anglofone hanno iniziato a protestare contro la nomina di oratori francesi nelle scuole e nei tribunali delle loro regioni. La risposta della polizia alle proteste si è presto trasformata in violenza. Secondo quanto dichiarato dall’UNHCR, almeno 10.000 camerunensi di lingua inglese sono fuggiti oltre confine.

Repubblica Democratica del Congo – Gruppi armati non identificati avrebbero commesso omicidi arbitrari, violenze e rapimenti ai danni di civili in fuga nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Secondo i dati delle Nazioni Unite le violenze hanno spinto oltre il confine più di 10.000 persone dall’inizio dello scorso dicembre. Il numero di sfollati interni nel Paese supera 1,7 milioni. Molti civili si sono riversati nei distretti ugandesi di Kanungu, Kisoro e Bundibugyo.

I decenni di conflitti tra esercito e ribelli, aggravati da nuove insurrezioni e tensioni politiche, hanno lasciato 400.000 bambini sulla soglia della malnutrizione nella regione del Kasai.

Etiopia – Continuano le violente proteste nelle regione settentrionale dell’Amhara e in quella di Oromia, in Etiopia, dove permane una forte presenza militare. Le manifestazioni anti-governative non si fermano dal 2015. Per placare la violenza, Addis Abeba ha imposto uno stato di emergenza nazionale nell’ottobre 2016, misura poi revocata nell’agosto 2017.

Tanzania – Secondo il Ministero della Salute tanzaniano, a partire dal prossimo aprile verrà fornita la vaccinazione contro il cancro cervicale, alle ragazze di età compresa tra 9 e 13 anni, sessualmente inattive come prevenzione. Il cancro cervicale è il quarto tumore più comune nelle donne in tutto il mondo.

La Tanzania è tra i Paesi che hanno beneficiato del supporto GAVI (Alleanza Globale per i Vaccini e le Immunizzazioni) per portare avanti i programmi di dimostrazione del vaccino che mirano a lanciare l’immunizzazione a livello nazionale.

Le statistiche dell’Ocean Road Cancer Institute hanno mostrato che un decimo dei 72.000 nuovi casi di cancro cervicale e 56.000 decessi a questo correlato, registrati nei paesi dell’Africa Sub-Sahariana segnalati nel 2000, si sono verificati in Tanzania. Dunque in Tanzania si ammalano più di 50 donne ogni 100.000. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Repressione nelle zone anglofone del Camerun, violenze nella Repubblica Democratica del Congo” di Federica Iezzi


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Somalia – Bambini in una scuola coranica

Roma, 20 gennaio 2018, Nena News 

Sudan – Continuano le tensioni nella regione del Mar Rosso da quando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si è recato in visita in Sudan il mese scorso. I due Paesi hanno firmato 21 accordi di cooperazione nei settori dell’economia, del turismo, delle infrastrutture, della cooperazione militare e dell’agricoltura, che già sono entrati in vigore ufficialmente.

Serdar Cam, capo dell’Agenzia turca per la cooperazione e il coordinamento internazionale, ha affermato che la Turchia sta introducendo progetti per stabilire le infrastrutture di base di cui i Paesi africani avrebbero bisogno. Un’alleanza tra Sudan e Turchia promette una nuova direzione per il mondo musulmano.

Liberia – Il partito di governo della Liberia ha espulso la presidente uscente del Paese, Ellen Johnson Sirleaf, che è stata accusata dai leader politici di ingerenza nelle ultime elezioni presidenziali, in cui il suo candidato Joseph Boakai, ha subito una sconfitta schiacciante. Johnson Sirleaf, premio Nobel per la pace, che è al potere da 12 anni, nega le accuse del partito di aver tenuto incontri privati ​​inappropriati con magistrati prima del voto. La sua amministrazione ha anche affrontato ripetute accuse di corruzione e nepotismo.

Somalia – Un nuovo rapporto redatto da Human Rights Watch afferma che i militanti somali di al-Shabaab, continuano a costringere le comunità rurali a consegnare bambini dall’età di 8 anni per l’indottrinamento al Corano e l’addestramento militare. La campagna di lavoro del gruppo per i diritti internazionali, si è concentrata sulle regioni sudoccidentali della Somalia, dove le comunità sono già devastate da siccità e anni di conflitto. Il gruppo armato ha aperto diversi centri di formazione, con il pretesto di essere scuole religiose in aree sotto il loro controllo. Usano l’indottrinamento forzato e obbligano l’insegnamento di alcune materie, per poi instradare i bambini alla formazione militare. Non è la prima volta che al-Shabab è accusato di reclutare bambini. Bambini di appena una decina di anni sono stati messi in prima linea durante i combattimenti a Mogadiscio nel 2010 e nel 2011 e più recentemente durante l’offensiva su larga scala in Puntland.

Etiopia – Il noto leader dell’opposizione etiope, Merera Gudina, è stato rilasciato dalla prigione federale di Kilinto, alla periferia della capitale Addis Abeba, dopo oltre un anno di detenzione, in seguito all’annuncio del primo ministro Desalegn Hailemariam, atto ad ampliare lo spazio democratico del Paese. Il governo ha finora rilasciato più di 500 persone arrestate sulla scia delle diffuse proteste esplose nella provincia centrale dell’Oromia nel novembre 2015. Le forze di sicurezza hanno arrestato decine di migliaia di persone e ucciso più di 900 manifestanti da quando sono iniziate le proteste del popolo Oromo.

È stato rilasciato anche Rufael Disasa, docente alla Wollega University. Ancora incerte invece le procedure di liberazione per Bekele Gerba, il vicepresidente dell’Oromo Federalist Congress. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Tensione nel Mar Rosso, espulsa la presidente uscente della Liberia” di Federica Iezzi


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Nigeria – Centinaia i rimpatri dai centri di detenzione per rifugiati in Libia

Roma, 13 gennaio 2018, Nena News

Zambia – Nella città di Kabwe le miniere di piombo ufficialmente abbandonate decenni fa hanno lasciato il centro abitato con concentrazioni letali del metallo tossico nel suolo. È il risultato della mancanza di un processo di pulizia mai realizzato dalla chiusura degli impianti di fusione nel 1994.

Nelle comunità colpite, si stima che la quantità di piombo nel suolo sia circa dieci volte superiore al limite di sicurezza. Anche i livelli di piombo nel sangue dei bambini sono superiori alle norme internazionali e causa di danni cerebrali, epatici e all’udito.

Madagascar – Pochi giorni dopo che il ciclone Ava ha piegato il Madagascar, il bilancio redatto dal National Bureau for Risk and Catastrophe Management conta almeno 29 morti e 17mila civili fuori dalle proprie case. Il ciclone ha colpito più duramente la parte orientale dell’isola, lasciando città allagate, edifici crollati, strade danneggiate, colture distrutte e comunicazioni bloccate.

Il Madagascar è uno dei Paesi più poveri al mondo, con il suo prodotto interno lordo che occupa il 164° posto su 175 Paesi, secondo la Banca Mondiale. Eventi devastanti come questo vengono vissuti con maggior sconforto dall’intera popolazione perché si hanno meno possibilità economiche di recuperare.

Sudan – Uno studente è stato ucciso e sei persone sono state ferite durante le proteste che si susseguono in Sudan sull’aumento dei prezzi del pane nella città di Geneina, nel West Darfur. Proteste separate si sono svolte anche in due città del sud-ovest, Nyala e al-Damazin, e nella capitale Khartoum.

I prezzi del pane sono quasi raddoppiati in Sudan dopo la decisione del governo lo scorso mese di tagliare i sussidi e bloccare l’importazione di grano dall’estero.

I funzionari speravano che la mossa avrebbe creato una concorrenza tra le società private che importavano grano, invece un certo numero di panetterie ha cessato la produzione, per semplice mancanza di farina, facendo lievitare i prezzi.

Nigeria – La Nigeria sta cercando di rimpatriare migliaia di suoi cittadini rimasti intrappolati in Libia nella speranza di raggiungere l’Europa. Abusi sistematici, sfruttamento, reclusione e tortura sono il pacchetto per ogni rifugiato nei centri di detenzione libici. Il ritorno in Nigeria da un verso strappa i rifugiati dalle violenze, dall’altro strappa il sogno di una libertà fuori dai confini di un Paese in guerra. Il governo nigeriano ha stimato circa 5.500 rimpatri.

L’Organizzazione Internazionale delle Nazioni Unite per le Migrazioni ha dichiarato che 171.635 migranti e rifugiati sono entrati in Europa via mare nel 2017, quasi il 70% in Italia. Il resto è stato diviso tra Grecia, Cipro e Spagna. Nello stesso periodo del 2016 furono 363.504 gli arrivi. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Proteste per il pane in Sudan, sfollati in Madagascar per il ciclone” di Federica Iezzi


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Zambia – Lottando contro il colera

Roma, 6 gennaio 2018, Nena News

Guinea Equatoriale – Tentativo di colpo di Stato a fine dicembre contro il governo guineano di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, il leader africano più longevo. Sotto accusa mercenari armati provenienti da Ciad, Sudan e Repubblica Centrafricana. Subito dopo il presunto tentativo di golpe, la polizia camerunense ha arrestato un generale militare del Ciad al Kye-Ossi border, tra Camerun e Guinea Equatoriale.

Mbasogo è al potere dal 1979 nella nazione africana ricca di petrolio. Corruzione, povertà e repressione continuano a flagellare il Paese. A peggiorare la situazione, cattiva gestione dei fondi pubblici e corruzione, gravi abusi, tra cui torture, detenzione arbitraria e processi iniqui.

Uganda – Il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni, uno dei leader africani più longevi, ha firmato un disegno di legge volto a eliminare il limite di età presidenziale, precedentemente fissato a 75 anni. La mossa consentirebbe al presidente 73enne di correre per il sesto mandato nel 2021.

Già il parlamento ugandese aveva approvato il disegno di legge a fine dicembre, con 317 voti a favore verso i 97 contrari. La notizia ha acceso proteste diffuse da parte di attivisti per i diritti civili, politici dell’opposizione e leader religiosi del Paese.
Vecchio trucco per Museveni, che anche nel 2005, modificò la Costituzione per eliminare diverse limitazioni, consentendogli di resistere con successo ad un terzo, quarto e quinto mandato consecutivo.

Zambia – Il governo zambiano ha annunciato un ritardo nell’apertura del calendario scolastico del 2018, dopo le ultime 50 vittime del colera, per evitare una contaminazione incrociata che potrebbe aggravare l’epidemia.

Molti bambini provengono da aree descritte come epicentri dell’epidemia e le strutture idriche e igienico-sanitarie delle scuole non sono allo stato attuale in buone condizioni. Più di 2mila casi di casi di colera sono stati registrati in tutto il Paese dall’ottobre scorso. Principalmente colpita resta la provincia di Lusaka.

Il Ministero della Salute ha l’obiettivo di iniziare la vaccinazione entro i prossimi sette-dieci giorni raggiungendo almeno due milioni di persone.

Etiopia – Il primo ministro etiope Desalegn ha annunciato di voler liberare i prigionieri politici e chiudere il noto centro di detenzione Maekelawi. Il singolare annuncio è arrivato ​​dopo che le proteste anti-governative hanno inghiottito gran parte delle regioni di Oromia e Amhara negli ultimi mesi.

Il governo etiope è stato per anni accusato di detenere illegalmente giornalisti, critici e leader dell’opposizione, tra cui Bekele Gerba e Merara Gudina.

Sudan – Il presidente sudanese Al-Bashir ha esteso la cessazione unilaterale delle ostilità negli Stati di Blue Nile e Sud Kordofan per tre mesi. Lo scopo della tregua unilaterale era inizialmente quello di creare un ambiente favorevole per i colloqui mediati dall’African Union High-Level Implementation Panel (Auhip), per porre fine al conflitto armato negli stati di Blue Nile, Sud Kordofan e Darfur.

Ancora assente un accordo sugli accessi umanitari nelle tre aree sotto il controllo dei ribelli del Sudan People’s Liberation Movement (Splm-N). Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Dall’amnistia al cessate il fuoco, le ultime dei presidenti africani” di Federica Iezzi


Liberia_National Democratic Institute

Liberia – Elezioni presidenziali

Roma, 30 dicembre 2017, Nena News

Liberia – Un totale di 5.390 seggi elettorali in tutto il Paese ha aperto le porte a più di due milioni di elettori registrati, per sancire la vittoria di George Weah, candidato al Congresso per il Cambiamento Democratico (CDC). Con il 61% di preferenze, Weah succederà a Ellen Johnson Sirleaf come presidente della Liberia.

Weah aveva già vinto il primo turno lo scorso ottobre con il 38,4% dei voti, rispetto al 28,8% dei voti guadagnati da Boakai.
Sia Weah che Boakai avevano costruito le loro campagne elettorali intorno alla creazione di posti di lavoro, all’istruzione e alla costruzione di nuove infrastrutture.

Circa 250mila liberiani sono morti durante due guerre civili tra il 1989 e il 2003 e, più recentemente, la Liberia ha subito la devastante epidemia di Ebola. Il Paese rimane estremamente povero: oltre l’80% delle persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno.

Sudan – La Turchia incoraggia gli uomini d’affari a investire in Sudan. Consapevole del potenziale economico del Sudan, questo è quanto il presidente turco Erdogan ha riferito durante la sua ultima visita ufficiale nel Paese africano. Sono stati firmati una serie di accordi bilaterali tra i due Paesi per rafforzare i legami in settori come la scienza, la tecnologia, l’industria, la produzione agricola, la silvicoltura, l’istruzione, il turismo, il commercio e l’economia.

Ankara ha ricevuto i diritti per riabilitare la città portuale di Sawakin, nel nord-est del Sudan, con una base navale per imbarcazioni sia civili che militari, sulla costa occidentale del Mar Rosso.

Repubblica Democratica del Congo – Il cobalto è uno degli ingredienti chiave aggiunti nelle batterie elettriche e più della metà è attualmente estratto nella Repubblica Democratica del Congo. Gran parte del cobalto estratto è generato da miniere illegali che impiegano manodopera schiavizzata: lavoratori sottopagati, lavoratori analfabeti e minori.

La denuncia arriva direttamente da Amnesty International, secondo cui anche i bambini sarebbero impegnati, nelle miniere di cobalto, in lavori illegali e in condizioni pericolose.

Etiopia – Lavoratori etiopi privi di documenti hanno dichiarato di essere stati oggetto di gravi abusi da parte della polizia saudita prima di essere espulsi, tra cui torture fisiche e detenzioni forzate. Il numero di etiopi entrati illegalmente nell’Arabia Saudita è aumentato negli ultimi anni: secondo la Regional Mixed Migration Secretariat, lo scorso anno oltre 111mila rifugiati e migranti hanno attraversato lo Yemen devastato dalla guerra, nella speranza di usarlo come punto di transito per entrare nel Paese.

L’Arabia Saudita ha ripetutamente dichiarato che deporterà o imprigionerà i circa 400mila uomini etiopi che vivono illegalmente nel Paese. Circa 250mila stranieri privi di documenti sono già stati detenuti e 96mila etiopi sono stati mandati a casa, molti dei quali con la forza.

Gambia – Ousainou Darboe, ministro degli affari esteri del Gambia, ha informato il parlamento della decisione del governo di ricongiungersi al sindacato del Commonwealth britannico. Nel 2013, il presidente in esilio Yahya Jammeh, ha ritirato il Paese dell’Africa occidentale dal Commonwealth, convinto che il gruppo costituito da 54 membri fosse soltanto un’istituzione neocoloniale.

Oltre al Commonwealth, Jammeh aveva annunciato il ritiro del Gambia dalla Corte Penale internazionale nel 2016. Adama Barrow, attuale presidente in Gambia, così ha annullato entrambe le decisioni subito dopo l’insediamento. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Weah presidente della Liberia” di Federica Iezzi


South Sudan_ UNICEF

Juba, Sud Sudan – Campo rifugiati

Roma, 23 dicembre 2017, Nena News

Etiopia – Almeno 61 persone sono state uccise in nuovi scontri nella zona di West Haraghe, nella regione etiope di Oromia, teatro da anni di proteste di massa esplose nel 2014 contro un piano governativo che avrebbe esteso i confini amministrativi della capitale Addis Abeba. Il portavoce della regione, Addisu Arega Kitessa, ha confermato gli attacchi da parte di combattenti di etnia somala, nei distretti di Hawi Gudina e Daro Lebu.

Libia – Un portavoce della famiglia Gheddafi ha detto che Saif al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex leader libico, si candiderà alle imminenti elezioni presidenziali del Paese, previste nella prima metà del 2018. Per il mondo arabo, Saif al-Islam ha il supporto e le credenziali necessarie per porre fine al caos che attanaglia la Libia sin dal 2011, dopo la cattura e la morte di Mu’ammar Gheddafi.

Il figlio dell’ex dittatore gode del sostegno delle maggiori tribù in Libia e la sua campagna elettorale verterà sull’unificazione delle fazioni che oggi controllano e destabilizzano diverse aree del Paese. Saif Al-Islam è stato rilasciato lo scorso giugno dopo sei anni di prigionia nella città libica di Zintan.

Ricercato dall’International Criminal Court con l’accusa di crimini contro l’umanità durante i tentativi infruttuosi di suo padre di reprimere la ribellione popolare libica, era stato catturato nel novembre 2011.

Sud Africa – Cyril Ramaphosa, attuale vicepresidente del Sudafrica, è stato eletto nuovo leader del Congresso Nazionale Africano (ANC), battendo di un soffio Nkosazana Dlamini-Zuma.

Più di 4.700 delegati hanno espresso il proprio voto. Ramaphosa ha ricevuto 2.440 voti contro i 2.261 di Dlamini-Zuma. Sostituirà Jacob Zuma e quasi certamente correrà per la presidenza del Paese alle elezioni del 2019. Zuma ha sempre cavalcato un’onda populista, promettendo cambiamenti radicali e trasformazione, ha spaventato gli interessi dei bianchi e ingannato i poveri, proteggendo alla fine solo i propri interessi.

Ramaphosa, uomo d’affari e di successo, ha condotto una campagna elettorale per combattere la corruzione, aumentare la crescita economica, rafforzare la governance e aiutare a ripristinare le istituzioni collassanti dello Stato.

Sud Sudan – I leader delle parti in guerra in Sud Sudan hanno firmato un accordo di cessate il fuoco che consentirà corridoi umanitari verso le migliaia di civili coinvolti nei combattimenti. Firmato nella capitale etiope, Addis Abeba, il cessate il fuoco mira a replicare un accordo di pace simile a quello dell’ormai lontano 2015, mestamente crollato l’anno scorso dopo l’inizio di nuovi pesanti combattimenti a Juba. Dall’inizio del conflitto alla fine del 2013, causato da una violenta spaccatura politica tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vicepresidente Riek Machar, migliaia di persone sono state uccise e più di quattro milioni di civili ora vivono come sfollati interni. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Scontri sanguinosi in Etiopia, cessate il fuoco in Sud Sudan” di Federica Iezzi


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Rwanda – Durante il genocidio negli anni ’90

Roma, 16 dicembre 2017, Nena News 

Liberia – La Commissione elettorale nazionale ha ufficialmente annunciato la data del voto presidenziale in Liberia: la nuova tornata si terrà il 26 dicembre. La campagna elettorale dovrà concludersi entro il 24 dicembre.

Ricorso alla Corte Suprema respinto per il veterano leader dell’opposizione Charles Brumskine, candidato del Liberty Party. Dunque il ballottaggio vedrà a confronto il vicepresidente uscente Joseph Boakai, dell’Unity Party, e l’ex calciatore George Weah, guida del Congresso per la Democrazia e il Cambiamento.

Sudan – La Corte Penale Internazionale deferirà la Giordania al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la mancata cattura del presidente sudanese Omar al-Bashir, durante il suo soggiorno nel Paese mediorientale, in occasione del vertice della Lega araba del marzo scorso.

Il Tribunale ha emesso mandati di arresto per al-Bashir nel 2009 e nel 2010 per il suo presunto ruolo in crimini di guerra e crimini contro l’umanità tra cui omicidio, sterminio, trasferimento forzato, tortura e stupro, incluso il genocidio in Darfur, contro i gruppi etnici Fur, Masalit e Zaghawa. La Giordania, in quanto membro della Corte, sarebbe obbligata a eseguire i suoi mandati di arresto.

Al contrario il Sudan non è un membro della Corte, per cui il Tribunale stesso non ha una giurisdizione per indagare su presunti crimini di guerra. Disputa diplomatica simile scoppiò quando al-Bashir visitò il Sud Africa nel 2015 e Pretoria non garantì l’arresto.

Rwanda – Il genocidio ruandese e l’ostruzione dei tentativi di portarli alla giustizia, sostiene un nuovo rapporto, ha visto la partecipazione della Francia. Cunningham Levy Muse è stata commissionata dal governo rwandese per un’indagine sul ruolo della società francese nel genocidio in Rwanda degli anni ’90, che ha sterminato più di 800.000 civili.

Il “Law report” mostra il chiaro coinvolgimento a lungo termine della Francia con le forze genocide, a seguito di un’indagine completa sul ruolo dei funzionari francesi. Il rapporto ha inoltre criticato l’inchiesta del 1998 da parte di una commissione parlamentare francese, che non trovò prove di collaborazione nel genocidio.

Solo lo scorso anno, il Rwanda ha pubblicato un elenco di 22 alti ufficiali militari francesi accusati di aver contribuito a pianificare e portare a termine le uccisioni.

Sud Africa – Al via la 54esima conferenza nazionale dell’African National Congress (ANC), che si terrà a Johannesburg dal 16 al 20 dicembre. L’argomento indiscusso della conferenza è la corsa al nuovo capo di Stato. Il termine di Jacob Zuma come presidente dovrebbe concludersi nel 2019, salvo sorprese.

La competizione principale della conferenza sarà tra coloro che sostengono il presidente in carica e coloro che, pur derivando dalla stessa leadership, sono meno affidabili. Molto sangue è stato versato in Sudafrica negli ultimi anni a seguito della violenza intra-ANC, nel corso delle elezioni. Candidati o consiglieri sono stati attaccati, feriti e addirittura uccisi. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. In Liberia voto il 26, Francia accusata del genocidio rwandese” di Federica Iezzi


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Repubblica Democratica del Congo – Vita da sfollati interni

Roma, 9 dicembre 2017, Nena News 

Madagascar – Continua a rallentare l’ondata di peste in Madagascar. Il numero di nuovi contagi è stato in costante calo nelle ultime settimane, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Tra gli inizi di agosto e la fine dello scorso novembre, il Ministero della Sanità del Madagascar ha contato un numero totale di 2.348 casi, tra cui 202 decessi. 7.300 infezioni sono state curate attraverso trattamenti gratuiti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha risposto con un investimento di 1,5 milioni di dollari come fondo di emergenza, ha erogato oltre 1,2 milioni di dosi di antibiotico e ha seguito capillarmente il lavoro di oltre 4.400 operatori sanitari per la prevenzione e la diffusione della peste nelle zone più colpite.

Sebbene la peste sia endemica in Madagascar, questo focolaio non ha precedenti in termini di velocità e portata. Colpite anche aree in passato non endemiche, con una proporzione maggiore per la sua forma polmonare.

Sudan – Alla vigilia dei due mandati di arresto per Omar al-Bashir, emessi dalla Corte penale internazionale, l’attuale presidente sudanese ha effettuato la sua prima visita ufficiale in Russia, dove ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro Dmitry Medvedev e il ministro della Difesa Sergey Shoygu.

Abbandonate le alleanze del Golfo e degli Stati Uniti, sembra essere in atto un tentativo disperato di al-Bashir di rimanere al potere per le elezioni previste nel 2020. Dunque, il recente riavvicinamento di al-Bashir all’asse russo-iraniano sembra non essere altro che una manovra tattica per ricattare gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita nel fornire sostegno politico e finanziario alla sua presidenza.

Incriminato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio commessi in Darfur, dopo 28 anni al potere, al-Bashir non ha molto da offrire ai suoi alleati o al popolo sudanese. Durante l’incontro, il controverso presidente sudanese avrebbe parlato della creazione di basi militari sulla costa del Mar Rosso e avrebbe rivelato di essere interessato all’acquisto del sistema di difesa aerea russo S-300 e dei jet Su-30 e Su-35.

Repubblica Democratica del Congo – Nell’ultimo rapporto di Human Rights Watch, è stata descritta dettagliatamente la mobilitazione di più di 200 ex combattenti congolesi dell’M23 (Movimento per il 23 marzo), durante le proteste nel Paese, scoppiate dopo che l’attuale presidente Joseph Kabila ha rifiutato di dimettersi alla fine del suo mandato.

Oltre a uccidere più di 60 manifestanti, le forze di sicurezza congolesi e i combattenti dell’M23 hanno arrestato arbitrariamente centinaia di civili nel dicembre 2016. Tra ottobre e dicembre 2016, mentre le proteste contro Kabila si intensificarono, gli alti funzionari congolesi hanno schierato gli ex-ribelli nelle principali città congolesi, tra cui Kinshasa, Lubumbashi e Goma.

Le accuse arrivano tra i rinnovati timori di un ripetersi di violenze, vista la decisione di ritardare il voto al dicembre 2018, atto a spingere per un terzo mandato del presidente.

Mali – Il Mali ha annunciato il rinvio delle elezioni regionali in programma per dicembre, al prossimo aprile. In primo piano le preoccupazioni per la sicurezza a seguito degli ultimi attacchi di gruppi armati ai danni delle forze di pace delle Nazioni Unite, Minusma, e delle forze maliane, al confine con il Niger. Attacchi rivendicati dal Nusrat al-Islam wal Muslimeen, gruppo legato ad al-Qaeda.

Secondo le cifre diffuse delle Nazioni Unite, oltre 146 membri della missione Minusma hanno perso la vita dal 2013 in Mali. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Bashir prova con la Russia, la peste rallenta in Madagascar” di Federica Iezzi


Tripoli, Libia - Durante il viaggio nel Mar Mediterraneo_Medici Senza Frontiere

Tripoli, Libia – Durante il viaggio nel Mar Mediterraneo

Roma, 02 dicembre 2017, Nena News

Liberia – Il vicepresidente uscente Joseph Boakai, dell’Unity Party, e il veterano leader dell’opposizione Charles Brumskine, candidato del Liberty Party, hanno presentato un ricorso alla Corte suprema per chiedere una nuova votazione, dopo che la commissione elettorale liberiana ha stabilito che le irregolarità registrate durante il voto, non hanno influenzato il risultato complessivo.

I due politici gareggiano, all’ombra di George Weah, guida del Congresso per la Democrazia e il Cambiamento, per sostituire il presidente Ellen Johnson Sirleaf, premio Nobel per la pace e primo leader femminile africano eletto.

Boakai avrebbe dovuto affrontare Weah, in una tornata elettorale per il ballottaggio agli inizi del mese, ma la Corte Suprema, a causa di denunce da parte della Commissione elettorale nazionale, aveva sospeso temporaneamente la votazione.

Kenya – Il presidente Uhuru Kenyatta ha prestato giuramento per il secondo e ultimo quinquennio, un mese dopo aver vinto una tornata elettorale controversa, segnata da ritardi e boicottaggio.

Strappando il titolo al principale leader dell’opposizione, Raila Odinga, Kenyatta ha vinto con il 98% dei consensi in un clima elettorale nè libero nè equo.

L’elezione è stata caratterizzata da una bassa affluenza alle urne, con solo il 38% della partecipazione degli elettori, dopo che la Corte Suprema del Paese aveva annullato i risultati delle elezioni presidenziali dello scorso agosto, denunciando illegalità e irregolarità nel processo di votazione.

Libia – Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha tenuto una sessione di emergenza per discutere la possibilità di sanzioni per violazioni del diritto internazionale umanitario, compreso l’uso del tribunale penale internazionale.

La schiavitù e la tratta di esseri umani sono presenti in Libia da anni, nel contesto di uno Stato fallito, con un governo impotente. L’imposizione di sanzioni a tutte le persone coinvolte nel commercio di schiavi in Libia, che reclutano rifugiati e migranti africani, è la soluzione.

Ma mentre l’indignazione si è concentrata sulle autorità libiche, ha ignorato molto il ruolo che l’Unione Europea ha svolto nel consentire tali abusi. L’UE ha spinto a frenare la migrazione e rafforzare i suoi confini, ma non ha fornito percorsi alternativi sicuri e legali per migranti e rifugiati.

Persino le Nazioni Unite hanno condannato l’Europa, come sostenitore delle autorità libiche, nelle attività di detenzione inumana di migranti.

Zimbabwe – Emmerson Mnangagwa, neo presidente dello Zimbabwe, nomina il nuovo governo con membri che sono stati per anni al servizio dell’ex capo di Stato Robert Mugabe.

Distibuite posizioni chiave anche a leader delle forze armate. Nuovo ministro degli affari esteri è il generale Sibusiso Moyo, guida dell’intervento militare che ha rovesciato l’ex presidente. Perrance Shiri, capo dell’aeronautica militare, è stato nominato ministro dell’agricoltura e degli affari territoriali.

Fuori dal governo rimane di fatto l’opposizione del Movimento per il Cambiamento Democratico, di Morgan Tsvangirai, disponibile da sempre a lavorare su un autentico governo di transizione. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Kenyatta presta giuramento tra le polemiche, dopo Mugabe le forze armate sono ai vertici” di Federica Iezzi


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Zimbabwe – Proteste contro Robert Mugabe

Roma, 25 novembre 2017, Nena News 

Somalia – Muse Bihi Abdi del Peace, Unity and Development Party (Kulmiye), ha ottenuto il 55,1% dei voti, nelle ultime elezioni presidenziali in Somaliland, imponendosi su gli altri due candidati Faysal Ali Warabe, leader dell’opposizione del Justice and Development Party (UCID), e Abdirahman Mohamed Abdullahi del Waddani Party.

Il presidente eletto sostituirà Ahmed Mohamud Silaanyo, che non ha concorso per la rielezione dopo il suo primo mandato quinquennale, a causa di contestazioni legate alla cronica carenza di fondi e alle poche soluzioni messe in atto per la siccità che ha paralizzato l’economia somala. Oltre 700.000 persone hanno espresso il loro voto nei più di 1.600 seggi elettorali. L’affluenza complessiva alle urne è stata calcolata pari all’80%.

Zimbabwe – Il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, ha presentato le sue dimissioni dopo quasi quattro decenni come leader del Paese. Mugabe aveva sfidato le richieste di dimettersi dopo la presa del potere da parte dell’esercito guidato da Constantino Chiwenga e dopo l’espulsione dal suo partito di governo Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-PF), mentre il parlamento aveva avviato un procedimento per accusarlo.

Come leader ad interim dello Zimbabwe, in vista delle elezioni programmate per il prossimo anno, è stato nominato l’attuale vicepresidente Emmerson Mnangagwa, già designato come nuova guida dello ZANU-PF. Ieri ha promesso al Paese di essere ‘presidente di tutti i cittadini’.

Nigeria – Martedì scorso almeno 50 persone sono state uccise in un attacco suicida durante la preghiere del mattino in una moschea nell’area di Unguwar Shuwa, nella città di Mubi, nel nord-est della Nigeria.

Attacco non ancora rinvendicato, sembrerebbe essere legato al gruppo jihadista sunnita nigeriano Boko Haram. L’attacco arriva il giorno dopo che il vice segretario di Stato americano, John Sullivan, durante una visita ufficiale in Nigeria, ha promesso 45 milioni di dollari di aiuti al governo Buhari, per migliorare le condizioni di vita nel nord del paese.

Boko Haram è responsabile di oltre 20.000 morti in Nigeria, dalla sua militanza quasi decennale, e dello spostamento forzato di milioni di persone nei Paesi limitrofi, Camerun, Ciad e Niger, supportando una vasta crisi umanitaria. Nei tre stati più colpiti di Borno, Adamawa e Yobe, quasi sette milioni di persone ha bisogno di assistenza umanitaria, più del 50% dei quali sono bambini.

Algeria – Dopo le elezioni legislative dello scorso maggio, l’Algeria è tornata giovedì di nuovo alle urne, questa volta per la scelta dei nuovi leader locali. Più di 50 partiti politici hanno schierato i propri candidati alle elezioni per sindaci e membri del consiglio in 1.541 città e 48 assemblee locali.

La coalizione al governo del National Liberation Front (FNL) e del National Democratic Rally (RND), sembra attualmente continuare a mantenere una solida maggioranza nelle assemblee locali. Con un’affluenza del 46%, secondo il ministero degli Interni, l’FNL si è attestato al 30.56% e il RND al 23.21%, sfondando così la soglia della maggioranza assoluta.

Le campagne elettorali sono passate quasi inosservate alla maggiorparte della popolazione, messe in ombra soprattutto dalla polemica legata alla concreta possibilità che l’attuale presidente algerino, Abdelaziz Bouteflika, opti per un quinto mandato nel 2019.

Guinea Equatoriale – Con quasi il 100% dei consensi, ancora una volta il Democratic Party of Equatorial Guinea (PDGE), vince le elezioni legislative nel paese. Partito al potere per quasi 40 anni, continua a ricevere forti assensi dai 300.000 elettori. Secondo quanto dichiarato dal presidente della Commissione elettorale nazionale, Clemente Engonga Nguema Onguene, il PDGE con i suoi 14 partiti alleati hanno ottenuto i 75 seggi al senato.

Alla camera dei deputati di Malabo è stato eletto un solo membro dell’opposizione, del Citizens’ Party for Innovation, lasciando 99 seggi al partito al governo. Nena News

Nena News Agency “Addio a Mugabe, voto in Algeria, Somalia e Guinea” di Federica Iezzi


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Somaliland – Elezioni presidenziali

Roma, 18 novembre 2017, Nena News

Zimbabwe – Si acuisce la crisi politica in Zimbabwe dopo la decisione del presidente Robert Mugabe, riguardo il licenziamento del vicepresidente Emmerson Mnangagwa, delineato come suo probabile successore. La sua eliminazione sembrava aprire la strada alla première dame Grace Mugabe, fortemente sostenuta dalla lega giovanile dell’Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-PF). Attualmente Mugabe sarebbe agli arresti domiciliari insieme alla moglie e la suo ministro delle Finanze, Ignatius Chombo, dopo il colpo di mano dell’esercito, entrato nella capitale Harare con soldati e mezzi blindati.

Somalia – Una commissione di 60 osservatori internazionali, provenienti da 27 Paesi, finanziata dal governo britannico, ha supervisionato le elezioni presidenziali in Somaliland. Muse Bihi Abdi del Peace, Unity and Development Party (Kulmiye) ha basato la sua linea politica su misure destinate a migliorare la stabilità nelle regioni orientali del Paese. Faysal Ali Warabe, leader dell’opposizione del Justice and Development Party (UCID), ha fondato la sua lotta sociale su un programma anti-clan. Abdirahman Mohamed Abdullahi del Waddani Party, sembra il più critico sui recenti accordi con gli Emirati Arabi Uniti, per lo sviluppo del porto della città di Berbera e per la costruzione di una base militare in Somaliland, solide appoggi per implicazioni finanziarie e geopolitiche future

Eritrea – Al centro di una pesante presenza militare e di un divieto di espressione pacifica delle proprie idee, le vie di Asmara si sono accese di un’insolita protesta lo scorso 31 ottobre. Manifestazioni che hanno lasciato come corteo, nei giorni successivi, almeno 28 morti e più di 100 feriti. Tutto è partito dal tentativo del regime di Afewerki di nazionalizzare la scuola islamica di al-Diaa. Hajji Musa Mohammednur, presidente del consiglio della scuola, attraverso un appassionato discorso, ha apertamente espresso il suo disaccordo. Parole che si sono trasformate immediatamente in un arresto da parte degli agenti della sicurezza statale eritrea. Genitori, insegnanti della scuola e membri della Comunità islamica, che hanno chiesto la sua liberazione, dopo accese proteste sono stati trattenuti in custodia.

Guinea Equatoriale – Ramón Esono Ebalé è un romanziere e disegnatore satirico, nato in Guinea Equatoriale e residente in Paraguay, vincitore dell’ultimo ‘Courage in Editorial Cartooning Award’, ideato dall’Association of American Editorial Cartoonists. A causa del suo lavoro, attraverso il quale spesso critica il presidente e i funzionari del governo, il fumettista è stato arrestato in una retata, dalle agenzie di sicurezza statali, lo scorso 16 settembre, nella capitale Malabo. In migliaia hanno firmato la petizione avviata da attivisti, amici e familiari che chiedono la sua liberazione. Anche la voce di Human Rights Watch chiede al presidente equatoguineano, Teodoro Obiang Nguema, di liberare il giornalista e di abrogare lo statuto di diffamazione, che prevede il perseguimento penale dei critici del governo.

Mali – A fianco di migliaia di peacekeepers delle Nazioni Unite, truppe francesi e modellatori militari statunitensi, una nuova forza chiamata G5-Sahel, sembra decisa a difendere Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger dal terrorismo a matrice islamica. Conterebbe 5.000 soldati provenienti dai Paesi del Sahel. Il G5-Sahel appare una forza piccola e poco finanziata, sprovvista di soluzioni politiche a lungo termine. Le Nazioni Unite a sostegno della sicurezza, della governance e dello sviluppo regionale dell’Africa subsahariana ha riservato solo il 30% del suo bilancio dal 2013.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Crisi politica in Zimbabwe, presidenziali in Somaliland” di Federica Iezzi


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Repubblica Centrafricana – Sfollati interni

Roma, 11 novembre 2017, Nena News 

Repubblica Centrafricana – Gli sfollati interni in Repubblica Centrafricana hanno superato il milione, secondo i dati delle Nazioni Unite. E altri 500mila civili hanno varcato il confine con Ciad, Repubblica Democratica del Congo, e Camerun. La lotta tra la fazione dei ribelli Seleka e la milizia Anti-balaka ha accentuato l’instabilità nel nord-ovest e nel sud-est del paese, non permettendo l’assistenza e l’accesso di aiuti umanitari nelle zone rurali.

Gli sfollati interni vivono vicino la linea di povertà, senza accesso a mezzi di sussistenza e a servizi di base, quali acqua pulita e potabile, assistenza sanitaria, educazione. Il 41% dei bambini è cronicamente malnutrito. Il 60% delle strutture sanitarie nel paese è gestito da enti umanitari, ma il conflitto ostacola gli operatori ad affrontare le esigenze più urgenti. Degli almeno 40 milioni di richieste di assistenza dall’inizio di quest’anno, solo il 26% è stato evaso.

Liberia – Per ora rimane ferma la corsa elettorale che vede contrapposti l’ex calciatore George Weah e l’attuale vice-presidente Joseph Boakai. La Corte Suprema della Liberia ha ritardato l’elezione presidenziale a data da definirsi. Questo dopo le accuse di frode e irregolarità denunciate dal candidato del Liberty Party, Charles Brumskine.

Secondo quanto affermato da Brumskine, tanti liberiani sono stati privati del loro diritto costituzionale di voto. Questo richiede una rielaborazione delle elezioni, perché vengano superate le norme minime richieste per votazioni libere, eque e trasparenti. La National Elections Commission ha fino al 22 novembre per concludere le sue indagini.

Somalia – La Repubblica indipendente autoproclamata del Somaliland aspetta la sua terza elezione democratica il prossimo 13 novembre, in cui più di 700mila aventi diritto, voteranno nelle 1.600 stazioni elettorali, per un nuovo presidente.

Tre sono i candidati: l’ex ministro dell’interno Muse Bihi Abdi del Peace, Unity and Development Party (Kulmiye), Faisal Ali Warabe guida del Justice and Development Party (UCID) e Abdirahman Mohamed Abdullahi del Waddani Party.

Camerun – Gli scontri nell’area anglofona del paese hanno costretto almeno 2mila camerunesi ad attraversare il confine con la Nigeria, secondo quanto riferito dall’Unhcr. L’agenzia ha pianificato aiuti umanitari per più di 40mila persone in fuga dalle violente regioni del nord-ovest e del sud-ovest.

Le regioni anglofone del Camerun, dopo aver denunciato una crescente emarginazione, continuano a spingere per l’indipendenza. Il presidente Paul Biya ha ribadito la non negoziabilità dell’unità del Camerun.

Kenya – Si conclude dopo cinque lunghi mesi, lo sciopero del personale infermieristico ospedaliero in Kenya, dopo il raggiungimento di un accordo con il Consiglio dei Governatori del paese. Il segretario generale del Kenya National Union of Nurses, Seth Panyako, ha dichiarato che il nuovo contratto collettivo sarà operativo entro 30 giorni.

Ad essere rivendicati dagli oltre 25mila infermieri del paese, durante le decine di manifestazioni, il diritto ad uno aumento dello stipendio e al pagamento delle indennità. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. RCA, oltre un milione di sfollati. Rinviato il ballottaggio in Liberia” di Federica Iezzi


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Kenya – Nei seggi elettorali

Roma, 4 novembre 2017, Nena News

Kenya – La Commissione Elettorale Indipendente (IEBC) ha dichiarato la vittoria di Uhuru Kenyatta, come presidente del Kenya, al controverso ballottaggio del 26 ottobre scorso. Ha vinto con il 98% dei voti espressi, su 290 circoscrizioni. Raila Odinga, leader dell’opposizione ed esponente del National Super Alliance (NASA), ha chiuso con lo 0,9% dei consensi, dopo una pesante campagna di boicottaggio del voto.

Il secondo turno elettorale è stato contrassegnato da una scarsa partecipazione degli elettori, solo il 38% degli aventi diritto ha votato, dunque circa sette milioni di abitanti, rispetto ai 19 milioni registrati. Dall’annullamento delle elezioni dello scorso agosto, più di 50 persone sono state uccise nelle violenze politiche che stanno minando le strade del Paese, di cui almeno 6 in seguito al ballottaggio.

La Corte Suprema deve ancora prendere in considerazione una petizione che interroga sulla legittimità del voto. Tenuto conto delle ambiguità sulla legge elettorale e sul modo in cui la Costituzione è stata interpretata, si prevedono ulteriori aggiornamenti giuridici.

Somalia – Almeno 23 persone sono state uccise nell’ennesimo attentato rivendicato dal gruppo integralista islamico al-Shabaab, nella capitale somala, Mogadiscio. L’attacco, lo scorso fine settimana, ha colpito l’area attorno al Naasa-Hablood hotel, a un paio di chilometri dall’aereoporto.

Dall’inizio di quest’anno più di 20 esplosioni hanno avuto come obiettivo Mogadiscio, uccidendo almeno 500 persone e ferendone più di 630.

La forza militare multinazionale dell’Unione Africana, attualmente di 22.000 unità, dovrebbe ritirare le proprie forze e consegnare la sicurezza del Paese agli agenti somali entro la fine del 2020.

Repubblica Democratica del Congo – Secondo il World Food Programme, almeno sette milioni di civili nella Repubblica Democratica del Congo, fanno i conti con l’estrema scarsità di cibo e la conseguente malnutrizione. Almeno 600mila bambini sono sull’orlo della fame.

Ad essere colpita duramente è la provincia orientale di Kasai, dove gli scontri etnici tra le forze di sicurezza congolesi e il gruppo armato Kamwina Nsapu, hanno costretto un milione e mezzo di civili a lasciare le proprie case, solo nell’ultimo anno. Più di 3.300 persone sono state uccise.

Secondo gli ultimi report dell’UNHCR il numero totale di sfollati interni nel Paese è quasi raddoppiato negli ultimi sei mesi, sfiorando i circa quattro milioni. La Repubblica Democratica del Congo ha dovuto inoltre affrontare l’arrivo di circa 500.000 rifugiati da Burundi, Rwanda, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.

Etiopia – Liberato su cauzione Bekele Gerba, segretario generale del Congresso Federalista degli Oromo (OFC), partito all’opposizione in Etiopia. Accusato di incoraggiare disordini e rivolte scoppiati nella regione orientale dell’Oromia, teatro da anni di proteste di massa esplose nel 2014 contro un piano governativo che avrebbe esteso i confini amministrativi della capitale Addis Abeba, è rimasto in carcere per più di due anni.

Nigeria – Iniziata la seconda edizione di ‘Art X Lagos’ http://artxlagos.com, la seconda edizione della fiera internazionale di arte contemporanea in Africa Occidentale, ospitata dalla Nigeria.

Partecipano più di 60 artisti provenienti da 15 Paesi africani, in 14 gallerie disposte al Civic Centre di Victoria Island, nella città di Lagos. Nove saranno gli espositori internazionali provenienti dai Paesi africani della diaspora, tra cui Sudafrica, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Mali.

Attraverso un ampio e dinamico programma di mostre, colloqui e progetti interattivi, Art X Lagos presenta un’esclusiva fotografia degli artisti contemporanei più promettenti dell’Ovest africano. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Fame in Congo, arte contemporanea in Nigeria” di Federica Iezzi


Kenya Elections

Kenya – Al via il ballottaggio per l’elezione presidenziale

Roma, 28 ottobre 2017, Nena News

Zimbabwe – L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimosso il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, dall’incarico da ambasciatore di buona volontà, dopo le proteste alla sua nomina, manifestate dai donatori e dai gruppi di difesa dei diritti umani. La designazione verteva sulle malattie croniche non trasmissibili come il diabete, il cancro, l’ictus e le malattie cardiache.

Tra le ragioni della nomina, Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’agenzia sanitaria delle Nazioni Unite, aveva definito lo Zimbabwe come un Paese con una copertura sanitaria universale e come Paese promotore politico dell’assistenza sanitaria senza discriminazioni. La verità è che sul territorio c’è un medico ogni 100mila abitanti e che gli operatori sanitari lasciano il Paese alla ricerca di migliori opportunità.

Liberia – Nessuno dei 20 partiti politici ha superato lo scoglio della maggioranza assoluta al primo turno di votazioni in Liberia. La Commissione Elettorale Nazionale ha confermato il ballottaggio tra George Weah, guida del Congresso per la Democrazia e il Cambiamento, e l’attuale vicepresidente, Joseph Boakai, del Partito dell’Unità.

Secondo i risultati finali del primo turno, Weah ha terminato con 596.037 voti, il 38,4% del totale dei voti validi espressi, e Boakai, con 446.716 voti, il 28,8%. Fissato il secondo turno elettorale al 7 novembre prossimo.

Namibia – Nuova nomina per il quartier generale del Ministero della Difesa a Windhoek, a causa del coinvolgimento nella costruzione di una base militare a Suider Hof, edificata a metà dalla ditta nordcoreana, Mansudae Overseas Projects, a seguito della cessazione delle relazioni commerciali tra i due Paesi.

Turbine di preoccupazioni dunque per la Namibia e altri 14 Paesi africani che si trovano a fronteggiare accuse, legate al sostegno del programma nucleare della Corea del Nord, attraverso i progetti intrapresi con il gruppo coreano Mansudae Overseas Projects, a dispetto di un embargo contro Pyongyang, che vieta espressamente la costruzione di fabbriche di armi e basi militari.

Attualmente la Namibia ha cessato tutte le operazioni commerciali legate al governo Kim Jong-un, inoltre tutti i lavoratori della lobby nordcoreana avrebbero lasciato il Paese dell’Africa meridionale.

Kenya – I primi risultati delle controverse elezioni presidenziali kenyane mostrano un Kenyatta destinato ad una schiacciante vittoria, visto il boicottaggio del leader dell’opposizione Raila Odinga.

L’apparente partecipazione al voto del solo 34% della popolazione e le incongruenze nei risultati, hanno sollevato preoccupazioni circa la credibilità di un processo democratico.

Tre persone sono decedute in seguito a scontri armati con la polizia di Stato nella città occidentale di Kisumu, accese proteste anche a Homa Bay e a Kibera, baraccopoli di Nairobi. La Commissione elettorale indipendente (IEBC) ha sospeso temporaneamente il voto in diverse aree, tra cui Kisumu, Migori, Siaya e Homa Bay.

Burundi – Il Burundi lascia come membro la Corte Penale Internazionale. La conferma arriva dopo 12 mesi che il Paese dell’Africa orientale aveva notificato al segretario generale delle Nazioni Unite la sua intenzione di lasciare il tribunale per crimini internazionali indipendente dall’ONU.

Così dopo il ritiro di Sudafrica e Gambia, il Burundi è il terzo Paese africano a lasciare la Corte. Il ritiro del Burundi non pregiudica l’indagine preliminare in corso dal 2016, per le gravi violazioni dei diritti umani, che seguirono l’annuncio del terzo mandato del presidente Pierre Nkurunziza.

Secondo Human Rights Watch, la mossa politica del governo Nkurunziza sembra l’ultimo dei deplorevoli sforzi per proteggere i funzionari dei servizi nazionali e membri dell’intelligence, responsabili delle violenze.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Mugabe fuori dall’ONU, il Burundi dalla Corte Penale” di Federica Iezzi


MSF_Negli ospedali in Somalia

Somalia – Vita negli ospedali

Roma, 21 ottobre 2017, Nena News

Sud Sudan – Le Nazioni Unite non avrebbero inviato truppe di mantenimento della pace nella città di Yei, in Sud Sudan, mentre gli Stati Uniti continuavano a sostenere le forze governative. Questo secondo riservati documenti delle Nazioni Unite e secondo quanto trapelato dal Dipartimento di Stato statunitense.

In un paio di settimane, a partire dalla fine del 2016, Yei è diventato un centro di pulizia etnica dando vita al secondo più grande esodo di civili in Africa, dopo il genocidio ruandese del 1994. Più di un milione di civili è fuggito in Uganda e si contano decine di migliaia di morti.

Attualmente i peacekeepers dell’Unmiss (United Nations Mission in South Sudan) sono circa 12mila, distribuiti in tutto il paese. Secondo i funzionari Onu occorrerebbero almeno 40mila unità per assicurare la pace all’Uganda. Rimangono dunque vulnerabili l’area di Yei e altri importanti centri abitati come Bentiu, Malakal e Wau.

Tunisia – I contrabbandieri tunisini offrono ai migranti una nuova strada per arrivare in Europa. Si parte dai porti tunisini di el-Haouania, Kelibia, Sousse, Mahdia, Safaqis, Djerba, Jarjis per arrivare in Sicilia. Tragitti ben noti dal 2011 ai tunisini che fuggivano dalle turbolenze politiche, provocate dal regime del presidente Zine El-Abidine Ben Ali.

Sono già stati rafforzati i controlli dalla marina militare italiana e potenziate le pattuglie di mare tunisine. Nelle ultime sei settimane, la Tunisia è diventata il nuovo hub per i migranti dell’Africa sub-sahariana. Le stime delle partenze parlano almeno di 2.700 persone già partite.

Uganda – Il Ministero della Sanità ugandese ha confermato un caso di infezione da parte del virus Marburg, responsabile di una febbre emorragica altamente infettiva, simile a Ebola. Il caso, per ora isolato, si è registrato nel villaggio di Chemuron, nel distretto orientale di Kapchorwa.

L’ultimo focolaio di Marburg nello Stato dell’Africa orientale risale al 2014, quando furono identificati 146 casi. Il serbatoio del virus sono i pipistrelli. Non ci sono attualmente trattamenti specifici o vaccini disponibili per Marburg, la terapia è dunque solo di sostegno.

Somalia – Almeno 300 persone hanno perso la vita e più di 400 sono i feriti nell’attacco che ha colpito la capitale somala Mogadiscio, nello scorso fine settimana. La prima esplosione ha distrutto decine di bancarelle e il famoso Safari hotel nel cuore della città. Pochi minuti dopo la prima esplosione, una seconda autobomba è esplosa nel vicino quartiere di Madina. Ad essere colpito è il quartiere Hamar Jabjab (conosciuto anche come K5), che ospita numerosi edifici governativi, ristoranti e alberghi.

Le limitazioni del sistema sanitario somalo impediscono una risposta medica adeguata. Paesi come Turchia e Qatar continuano a fornendo assistenza umanitaria. A uno dei peggiori attacchi in Somalia, i funzionari rispondono con dubbi. Nessun segno, né rivendicazione dal gruppo islamico al-Shabaab, collegato a al-Qaeda.

Ma è il principale indiziato: secondo fonti dell’intelligence somala, l’obiettivo del camion-bomba non sarebbe stato il centro della città, ma la base turca in costruzione nella capitale: a Voice of America-Africa e funzionari dei servizi hanno detto che tutte le segnalazioni precedenti e successive alla strage fanno riferimento alla base turca: “L’obiettivo strategico più importante poiché produrrà un esercito organizzato che [per al-Shabaab] va distrutto preventivamente”, ha aggiunto la fonte.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Rotte migratorie in Tunisia, virus Marburg in Uganda” di Federica Iezzi


WHO_Gi ospedali in Madagascar stanno fronteggiando l'emergenza peste

Madagascar – Gli ospedali cercano di fronteggiare l’emergenza peste

Roma, 14 ottobre 2017, Nena News 

Liberia – Milioni di liberiani martedì hanno votato per eleggere nuovo presidente e nuovi legislatori nella terza elezione del Paese dell’Africa occidentale, dalla fine della guerra civile nel 2003.

Fine mandato per il primo presidente femminile del continente africano Ellen Johnson Sirleaf, dopo sei anni di presidenza, limite massimo regolato dalla Costituzione.

Sono 20 i candidati presidenziali che competono per ottenere il sostegno dei più di due milioni di elettori registrati. Per la vittoria è necessario guadagnare il 50% dei voti più uno. Non c’è un chiaro favorito.

I programmi dei candidati si sovrappongono: lotta alla corruzione dilagante, risoluzione delle cicatrici della brutale guerra che ha afflitto il Paese per 14 anni, opportunità economiche e nuovi posti di lavoro per i giovani, miglioramento delle infrastrutture.

Sudan – Esteso fino alla fine di dicembre il cessate il fuoco da parte del governo sudanese contro i ribelli del Sudan People’s Liberation Movement-North, nelle regioni di South Kordofan, Darfur e Blue Nile.

L’estensione della tregua arriva qualche giorno dopo che gli Stati Uniti hanno revocato le sanzioni legate al processo, per risolvere i conflitti in corso nel Paese, da ormai 20 anni.

Il progresso per la risoluzione di questi conflitti è stata una delle molteplici richieste al governo al-Bashir, da parte degli Stati Uniti, affinché venisse eliminato l’embargo commerciale e venissero rimosse le restrizioni finanziarie che hanno isolato il Paese da anni.

Burundi – Una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha segnalato abusi di potere, uccisioni, torture, arresti arbitrari, detenzioni, sparizioni e violenze sessuali ai danni dei civili, da parte delle forze di sicurezza e dei servizi di intelligence, del partito al governo in Burundi, guidato dal discusso presidente Pierre Nkurunziza.

Adottate due risoluzioni dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La prima, guidata dall’Unione Europea e con il sostegno di due stati membri africani, il Botswana e il Rwanda, prevede l’istituzione di una commissione d’inchiesta per continuare ad investigare, per un ulteriore anno, la violazione dei diritti umani nel Paese.

La seconda risoluzione prevede l’invio di esperti per una collaborazione con le autorità burundesi al fine di concludere l’inchiesta attraverso sanzioni mirate

Il Burundi rimane uno degli argomenti più discussi. Cina, Russia e Egitto inquadrano la situazione come questione interna del Paese che non interferisce con elementi in materia di sicurezza internazionale.

Madagascar – Il Madagascar sta cercando di contenere un focolaio altamente contagioso di peste. Almeno 30 sono ad oggi i morti e quasi 400 i casi sospetti, in meno di due mesi.

Sulla costa orientale, il Madagascar ogni anno, durante la stagione delle piogge, conta casi sporadici di peste polmonare. Il movimento di persone dalle aree rurali alle grandi città ha permesso un più rapido estendersi del contagio. E le autorità temono che la malattia continuerà a diffondersi.

La peste è una malattia infettiva legata alla povertà. Si diffonde a macchia di olio in luoghi con scarse condizioni sanitarie e inadeguati servizi igienici. Può uccidere rapidamente se non trattata, e può essere curata mediante uso di antibiotici se viene diagnosticata precocemente.

Nella capitala Antananarivo, il governo ha temporaneamente chiuso, per la disinfezione, università e scuole e ha vietato riunioni pubbliche, per cercare di impedire la diffusione della malattia.

Il sistema sanitario non dispone di indumenti protettivi di base e la gente tende spesso ad acquistare medicine a buon mercato nei negozi, piuttosto che nelle farmacie.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Elezioni in Liberia, violenze e abusi in Burundi, focolaio di peste in Madagascar” di Federica Iezzi


UNHCR_National Home Grown School Feeding Programme in Nigeria

Nigeria- National Home Grown School Feeding Programme

Roma, 7 ottobre 2017, Nena News 

Nigeria – Il governo federale nigeriano, ha destinato fondi per il National Home Grown School Feeding Programme. Dunque quasi tre milioni di bambini, di più di 19.000 scuole, saranno i beneficiari del programma, fortemente desiderato dal presidente Muhammadu Buhari

Con 3.325 scuole e più di 800.000 studenti, lo Stato di Kaduna ha oggi il maggior numero di strutture scolastiche coperte nell’ambito del programma. Con l’avvio dell’anno scolastico, più scuole stanno beneficiando del piano alimentare, in linea con il target del governo federale che prevede un’alimentazione sicura e corretta per 5.5 milioni di alunni entro la fine del 2017.

Somalia – Il governo di Ankara ha istituito la sua più grande base militare all’estero nella capitale somala, aumentando la presenza della Turchia nel Paese del Corno d’Africa. Ufficialmente la base addestrerà 10.000 soldati somali e il governo turco fornirà tutto il supporto necessario.

Secondo il premier somalo, Hassan Ali Khayre, l’accademia militare farebbe parte dell’impegno nella ricostruzione di un esercito di stato, soprattutto per fronteggiare la lotta alle milizie islamiche al-Shabaab. Accanto alla politica e agli interessi geopolitici della Turchia, la Somalia conta basi militari degli Stati Uniti, a 110 chilometri a nordovest di Mogadiscio, e degli Emirati Arabi Uniti, nella regione autonoma del Somaliland.

Sud Sudan – Solo due anni dopo l’ottenimento dell’indipendenza sud-sudanese nel 2013, con lo scoppio del conflitto interno, Pechino ha dovuto affrontare la scelta di entrare e sostenere un ruolo di mediazione nel Paese o abbandonare i suoi beni, tra cui campi petroliferi distrutti e saccheggiati.

I gruppi ribelli in Sud Sudan sono ben consapevoli che l’economia dello stato africano è fortemente legato agli investimenti cinesi in petrolio, che costituiscono quasi tutte le esportazioni del Sud Sudan e le entrate governative.

Già nel 2015, il ministro degli esteri cinese, in un incontro a Khartoum ha strappato un accordo per la protezione da attacchi indiscriminati, delle infrastrutture petrolifere della China National Petroleum Corporation. Tale coinvolgimento contraddice il tradizionale approccio della Cina sulla non-ingerenza nella politica interna di stati terzi, ma gli interessi economici e geopolitici di Pechino nel Sud Sudan, hanno stravolto le regole.

Repubblica Centrafricana – Migliaia di proprietari di bestiame sono stati costretti a sostare nei campi di accoglienza nella Repubblica Centrafricana, mentre la crisi interna del Paese si aggrava.

La maggior parte degli sfollati interni appartengono alla tribù fulani, popolo nomade dedito alla pastorizia. Dal 2014 le milizie cristiane anti-balaka hanno perseguitato con una serie di attacchi i pastori fulan, contribuendo all’esasperazione delle forti tensioni musulmano-cristiane. Dall’inizio del conflitto, i fulani vengono accusati di violare le proprietà terriere e le fattorie cristiane, segno di alleanza con il gruppo musulmano Seleka. Temendo abusi e oppressione, centinaia di famiglie fulani continuano a lasciare la propria terra per finire rinchiuse nei campi sfollati o per varcare il confine e raggiungere il Ciad o il Burundi. In Repubblica Centrafricana sono circa 600.000 gli sfollati interni e più di due milioni i civili che necessitano di aiuti umanitari. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Fondi scuola in NIgeria, base militare turca in Somalia” di Federica Iezzi


Sud Sudan razionamento pasti_UNHCR

Sud Sudan – Razionamento pasti UNHCR

Roma, 30 settembre 2017, Nena News

Sud Sudan – Il Sud Sudan è un esempio di come un conflitto possa influenzare la vita e il sostentamento della popolazione, causando una catastrofe umanitaria di scala enorme, riguardo mezzi di sussistenza, agricoltura e sistemi alimentari.

Secondo i dati del World Food Programme, più di 4,9 milioni di persone (oltre il 42% dell’intera popolazione) è attualmente in aperta emergenza alimentare. L’accesso al cibo è stato ostacolato dall’elevato costo dei trasporti, a causa dell’insicurezza lungo le principali vie commerciali sud-sudanesi, e da un forte aumento dei prezzi, correlato ad una severa svalutazione monetaria.

Un bambino su tre soffre di malnutrizione acuta, in particolare nella parte meridionale dell’Unity State e in altre 23 contee. La situazione è stata esacerbata da diete inadeguate, mancanza di acqua potabile, scarso accesso ai livelli di base dei servizi sanitari, a causa della continua violenza comunitaria e della distruzione di risorse rurali, con il conseguente aumento della vulnerabilità di milioni di persone.

Le violenze continuano a limitare l’accesso al mercato economico e contribuiscono alla disgregazione dei flussi commerciali che interessano gli agricoltori, i produttori di bestiame, i consumatori e i commercianti, utilizzando testualmente il cibo come arma di guerra.

Rwanda – La polizia rwandese ha arrestato Diane Shima Rwigara, imprenditrice e attivista per i diritti delle donne, candidata indipendente alle ultime elezioni presidenziali, per presunti reati contro la sicurezza statale.

Attualmente anche la madre e la sorella di Rwigara, Adeline e Anne, sono detenute per reati legati all’evasione fiscale, secondo il Rwanda National Police.

La commissione elettorale rwandese ha accusato Rwingara di falsificare documenti e firme a supporto della sua recente candidatura presidenziale. La leader dell’opposizione non raggiunse il quorum necessario di 600 firme tra la popolazione, denunciando il governo di Kigali di pressioni tra i rappresentanti dei distretti.

Attivisti rwandesi sostengono che Rwingara continua ad essere perseguitata per aver osato sfidare Paul Kagame, attuale presidente della Repubblica del Rwanda, alle elezioni del 4 agosto.

Parte integrante dell’alta borghesia tutsi e figlia di sostenitori del Fronte Patriottico Rwandese (FPR), che liberò il Rwanda dal feroce regime hutu di Juvénal Habyarimana e pose fine al genocidio nel 1994, Diane Rwigara, con il suo People Salvation Movement, continua a perseguire l’intento di promuovere la democrazia e i diritti umani.

Secondo la leader, oggi il FPR sarebbe ostaggio di una minoranza tutsi controllata dal presidente, il ‘clan ugandese’.

Sudafrica – Il più grande museo d’arte contemporanea in Africa ha finalmente, la scorsa settimana, aperto le porte al pubblico. Situato nei pressi del Grain Silo del Victoria & Alfred Waterfront, il core storico del porto di Città del Capo, lo Zeitz Museum of Contemporary Art Africa (MOCAA, https://zeitzmocaa.museum), rappresenta l’anima di una collezione di arte contemporanea e della diaspora africana. Il museo si affaccia sull’isola di Robben, tristemente nota come carcere per prigionieri politici nel periodo dell’apartheid e luogo della lunga detenzione dell’ex presidente Nelson Mandela.

Lo Zeitz MOCAA prevede di offrire una piattaforma per artisti del continente, per esporre i propri lavori, grazie a quasi 100 gallerie, sei centri di ricerca, 18 aree educative, un giardino di sculture sul tetto, sale per esibizioni ed eventi.

Lesotho – Deludenti i primi 100 giorni di carica del Primo Ministro del Lesotho, Motsoahae Thomas Thabane, imprigionato in una spirale di gravi problemi sociali. Permane il clima di una profonda cultura dell’impunità che ha alimentato le violazioni dei diritti umani da decenni, secondo quanto dichiarato da Amnesty International.

Sotto accusa i plurimi omicidi a danno delle forze di sicurezza del Lesotho, in un Paese in cui padroneggia l’instabilità politica. Modelli di arresti arbitrari, accuse di tortura e di altri maltrattamenti, mancanza di progressi nelle indagini penali per uccisioni illegali e attacchi alla libertà di espressione sono il pacchetto politico attualmente in mano al governo del Lesotho.

Partiti dell’opposizione e osservatori per i diritti umani invocano la mediazione della comunità internazionale e del Southern African Development Community per il ripristino di uno stato di diritto. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Fame in Sud Sudan, in Rwanda arrestata la candidata alle presidenziali” di Federica Iezzi


UNHCR_RDC

Repubblica Democratica del Congo – Preghiere per le vittime civili

Roma, 23 settembre 2017, Nena News

Nigeria – Continua la campagna di indipendenza della regione nigeriana del Biafra, condotta dal gruppo separatista pro-Biafra (IPOB – Indigenous People of Biafra), guidato da Mazi Nnamdi Kanu, il quale attualmente sembrerebbe in stato di arresto ad Abuja.

La sua recente detenzione, dopo quella dell’ottobre 2015, è stata nuovamente il catalizzatore di una feroce ondata di dimostrazioni da parte del gruppo etnico Igbo che domina il sud-est nigeriano. Tensione, scontri e arresti, nel corso di manifestazioni pacifiche, sono stati la cornice della settimana nella città di Port Harcourt, nello stato meridionale di Rivers, nello stato di Abia e in quello di Umuahia. Kanu, attraverso Radio Biafra, ha promesso alle autorità e alla popolazione un’agitazione non violenta, per arrivare ad un referendum sull’autodeterminazione.

I gruppi locali che sorvegliano le violazioni ai diritti umani, hanno accusato i militari nigeriani di abusi nel tentativo di mantenere l’ordine, all’interno della campagna denominata ‘Exercise Egwu Eke’. Almeno 150 sostenitori IPOB sono stati uccisi negli ultimi due anni. Centinaia i feriti.

Risale al 1967, l’ultima dichiarazione unilaterale di costituzione di una Repubblica indipendente del Biafra. Scatenò un sanguinoso conflitto interno che durò quasi tre anni e decimò più di un milione di civili.

Repubblica Democratica del Congo – La scorsa settimana, le forze congolesi hanno aperto il fuoco su una folla di manifestanti, nel sud della regione di Kivu, composta da profughi provenienti dal vicino Burundi.

Secondo i report di osservatori MONUSCO (United Nations Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of Congo), rifugiati burundesi manifestavano il loro disaccordo alle autorità locali, riguardo l’espulsione dal Paese di quattro richiedenti asilo. Un ufficiale dell’esercito congolese FARDC (Forces Armées de la République Démocratique du Congo) è stato ucciso negli scontri, portando all’ascesa della violenza. Le forze di sicurezza congolesi hanno risposto con il fuoco indiscriminato sui manifestanti.

Richiesta dalle Nazioni Unite un’immediata indagine sull’accaduto.

Attualmente vivono più di 44.000 burundesi in Repubblica Democratica del Congo. Fuggono da maltrattamenti, sparizioni forzate, assassini e omicidi mirati del governo Nkurunziza. Almeno 2.000 rifugiati abitano la zona di Kamanyola, vicino al confine con il Burundi. Dopo l’incidente, circa la metà di questi rifugiati si è trasferita nelle vicinanze della base MONUSCO.

Camerun – Il quadro legislativo antiterrorismo, emanato nel 2014 in Camerun, per contrastare il gruppo jihadista sunnita nigeriano di Boko Haram, viene utilizzato dalle autorità per arrestare e minacciare giornalisti locali.

Secondo un report del Committee to Protect Journalists (CPJ), sono state segnalate ingenti repressioni sulla stampa locale, in particolare ai danni dei giornalisti che riportano notizie di disordini civili nelle regioni camerunensi di lingua inglese. Con le elezioni che avranno luogo il prossimo anno in Camerun, i giornalisti si autocensurano e si allontanano da questioni politiche sensibili, per paura di rappresaglie.

Con l’attuale legislatura, il giornalista con un’accusa di ‘atto di terrorismo’, viene sottoposto ad un processo militare. Storie di detenzioni arbitrarie perdurano, ad esempio, per i giornalisti dell’emittente Radio France Internationale, per imporre il silenzio ai critici e sopprimere il dissenso civile. Oltre ad arrestare i giornalisti, il governo Biya ha bloccato tutte le notizie riguardanti le manifestazioni per l’indipendenza delle regioni anglofone del Camerun.

Sierra Leone – Riaprono le scuole anche in Sierra Leone per l’inizio ufficiale dell’anno scolastico. Molti residenti, nelle comunità collinari alla periferia di Freetown, continuano a fare i conti con i danni provocati dalla frane e dalle inondazioni nello scorso mese di agosto.

Almeno mille persone hanno perso la vita e 5.000 civili sono rimasti senza casa, continuando ad usare come rifugio temporaneo gli edifici scolastici. Secondo quanto riportato dall’UNICEF, non tutti gli studenti dunque hanno ancora accesso alle loro classi, per mancanza di spazi per l’insegnamento, o di soldi da parte delle famiglie.

Uganda – La polizia ugandese ha arrestato cinque studenti della Makerere University e il sindaco della capitale Kampala, Erias Lukwago, mentre gli uffici del Forum for Democratic Change (FDC), partito di opposizione, venivano sigillati, per contenere le proteste contro la rimozione dei limiti di età presidenziale.

I membri del Parlamento del partito di governo, National Resistance Movement (NRM), appoggiati da alcuni deputati indipendenti, hanno approvato una risoluzione per discutere la rimozione del limite di età presidenziale, attualmente fissato a 75 anni. Obiettivo del dibattito è permettere all’attuale presidente, Yoweri Museveni, di concorrere nuovamente alle prossime elezioni presidenziali fissate al 2021. Già nel 2005 è stato emesso un emendamento costituzionale che ha eliminato il limite di candidatura presidenziale a due termini, per consentire al presidente di correre al terzo mandato, con la conseguenza dell’ennesima vittoria del leader, che guida il Paese ormai da più di 30 anni.

L’ispettore generale della polizia, Kale Kayihura, ha dichiarato che le manifestazioni nelle strade pubbliche, sono causa di violenza e minaccia, per questo alla polizia, pesantemente presente in parlamento e nei centri urbani, è concesso di mantenere la legge e l’ordine, attraverso duri mezzi. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Campagna d’indipendenza nel Biafra, attacchi alla stampa in Camerun, riaprono le scuole in Sierra Leone” di Federica Iezzi


UNDP_Lotta per i diritti delle donne in Tunisia

Tunisia – Lotta per i diritti delle donne

Roma, 16 settembre 2017, Nena News

Tunisia – La Tunisia continua a portare avanti proposte ambiziose per riformare le leggi del Paese su matrimonio e eredità. Solo il mese scorso, il presidente Beji Caid Essebsi aveva annunciato la sua proposta di assicurare l’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto ereditario e di permettere il matrimonio tra una tunisina e uno straniero non musulmano.

Il ministro tunisino della Giustizia, Ghazi Jeribi, ha firmato una circolare per l’annullamento della legge n.216 del 1973, che impediva alle donne tunisine di sposare uomini non musulmani. Mossa che ha incontrato una forte resistenza da parte degli oppositori del presidente e da parte di organismi religiosi internazionali.

Prima d’ora, una donna musulmana non era autorizzata a sposare un non-musulmano. Contrariamente, agli uomini è consentito di sposare donne di qualsiasi fede. Secondo la legge islamica, inoltre, alle donne spetta la metà dell’eredità rispetto all’erede maschio.

Le proposte arrivano subito dopo, il pacchetto di leggi approvato per combattere la violenza contro le donne.

Kenya – L’Independent Electoral and Boundaries Commission ha fissato la data del nuovo turno elettorale in Kenya, durante la sua 204esima riunione plenaria, al 17 ottobre prossimo.

Questo avviene dopo che la Corte Suprema del Paese ha annullato i risultati delle elezioni presidenziali dello scorso 8 agosto e ha assicurato un nuovo voto entro 60 giorni.

Il tribunale ha sostenuto la petizione guidata da Raila Odinga, veterano candidato di opposizione, ai danni del presidente in carica Uhuru Kenyatta.

Le elezioni presidenziali non sono state condotte in conformità con la costituzione, rendendo inutilizzabili i risultati dichiarati. Questo quanto espresso dal capo della giustizia David Maraga.

L’ardua sfida ancora una volta rimarrà quella di autenticare tutte le schede di voto delle 40.883 stazioni elettorali, per determinare la legittimità del risultato della votazione.

Sud-Africa – Posticipato il summit Israele-Africa previsto per il prossimo ottobre, a Lomé in Togo. Il ministero degli Esteri israeliano non ha attualmente fornito una data alternativa all’incontro.

Le motivazioni ufficiali dell’annullamento delle date, sono le attuali proteste in Togo contro il regime di Gnassingbé. La motivazione reale è la minaccia di boicottaggio della conferenza da parte di diversi Paesi africani, guidati dal Sud-Africa.

Il governo Netanyahu ritiene che i Paesi africani e Israele possano trarre vantaggio da una continuativa cooperazione, soprattutto nei settori come l’acqua, l’agricoltura, la salute e la tecnologia.

La storia dell’aggressione imperialista israeliana ai danni del continente africano è chiara. Il flagrante sostegno militare di Israele, per le occupazioni di Sud-Africa e Zimbabwe negli anni ‘70, costò la vita a migliaia di civili. Per non parlare degli stretti legami con l’apartheid sudafricana, in cui Tel Aviv era il principale sostenitore del regime bianco, quando Pretoria era sotto un serrato embargo internazionale. Inoltre, calpestare i diritti degli etiopi e dei rifugiati eritrei e sudanesi, rappresenta il quotidiano disprezzo riservato oggi agli africani residenti in Israele.

Repubblica Centrafricana – Secondo gli ultimi report dell’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, migliaia di persone continuano ad essere sradicate da vaste aree della Repubblica Centrafricana e costrette a fuggire a causa di violenti combattimenti fra le fazioni in lotta.

La crisi politica nell’ex colonia francese, si protrae dal 2013, in seguito alla caduta del governo Bozizé ad opera di una coalizione di gruppi ribelli a maggioranza musulmana, chiamata Seleka. I prolungati abusi del gruppo Seleka ai danni della popolazione cristiana dell’area, hanno portato alla nascita di gruppi di autodifesa, gli Anti-balaka, con l’inizio di una campagna di violenza e il successivo esodo massivo di civili di religione musulmana verso i Paesi limitrofi.

Gruppi armati e milizie hanno commesso abusi dei diritti umani, inclusi uccisioni illegali, torture, maltrattamenti, rapimenti, violenze sessuali, saccheggi e distruzione di interi villaggi. I reati sono sotto la giurisdizione di una sezione speciale della Corte Penale Internazionale.

Il numero di sfollati interni ha sfiorato gli 800.000. In 450.000 hanno lasciato il Paese per Camerun, Ciad e Repubblica Democratica del Congo. Due milioni e mezzo di civili sono dipendenti da assistenza umanitaria.

Attualmente, più di 12.000 peacekeepers delle Nazioni Unite supportano la polizia locale a proteggere i civili e sostengono le attività del governo del presidente Faustin-Archange Touadera, la cui elezione, lo scorso anno, ha contribuito in modo significativo all’aumento delle violenze interne.

Nena News Agency “AFRICA. Salta summit Africa-Israele. Tunisia riforma leggi su matrimonio. Nuove presidenziali in Kenya” di Federica Iezzi


Distribuzione razioni di cibo in Tanzania_WFP

Tanzania – Distribuzione razioni di cibo World Food Program

Roma, 9 settembre 2017, Nena News

Sud-Africa – Previsto per il prossimo 23 ottobre, a Lomé in Togo, un summit Africa-Israele con il chiaro scopo di invertire o abolire la politica pro-araba degli Stati africani. Con il Sudafrica alla guida, Marocco, Algeria, Tunisia e Mauritania, hanno già deciso di boicottare l’incontro.

Tra le cause l’evidente sopraffazione delle minoranze africane in Israele e le discutibili attività di Israele nel continente africano, tra cui il commercio di diamanti, spesso importati illegalmente dall’Africa, come già rivelato da una relazione del 2009 dalle Nazioni Unite.

Durante la visita di Netanyahu in Africa nel 2016, il governo israeliano approvò un accordo da 13 milioni di dollari in pacchetti di sviluppo per i paesi africani. Mossa che voleva soltanto simboleggiare la pretesa di una più stretta relazione economica.

Tanzania – Ridotte le razioni alimentari per i rifugiati nei campi di Mtendeli, Nduta e Nyarugusu in Tanzania nord-occidentale da parte del World Food Programme, per mancati finanziamenti. L’agenzia delle Nazioni Unite fornisce aiuti alimentari ai più di 300mila rifugiati provenienti da Burundi e Repubblica Democratica del Congo con cinque prodotti: farina di mais, legumi, cereali, olio vegetale e sale.

La distribuzione ad agosto ha raggiunto solo il 62% delle 2.100 chilocalorie giornaliere necessarie. Il programma delle Nazioni Unite richiede urgentemente 23,6 milioni di dollari per garantire i bisogni alimentari e nutrizionali fino al mese di dicembre.

Camerun – Il presidente del Camerun, Paul Biya, ha ordinato la liberazione dei leader coinvolti nell’organizzazione della disobbedienza civile non violenta, arrestati nelle regioni camerunensi anglofone a sud-ovest e nord-ovest. Durante le manifestazioni, iniziate alla fine dello scorso anno, si contarono morti, feriti, arresti arbitrari e detenzioni senza processo, secondo i report di Amnesty International.

I leader liberati, citati nell’ordine, includono l’avvocato Felix Nkongho, il dottor Neba Fontem, Ayah Paul Abine, membro del Cameroon People’s Democratic Movement, e l’attivista Mancho Bibixy. Dunque per loro caduta di tutte le accuse davanti al tribunale militare di Yaounde. La richiesta degli attivisti anglofoni rimane la creazione di due Stati federali distinti.

Kenya – Anche in Kenya, dopo un decennio, è finalmente entrata in vigore la legge che vieta l’uso, la fabbricazione e l’importazione di materie plastiche. Previste multe fino a 38mila dollari o pene detentive fino a quattro anni per i trasgressori. Camerun, Guinea-Bissau, Mali, Tanzania, Uganda, Etiopia, Mauritania e Malawi sono tra i paesi africani che hanno già adottato tali divieti.

Ad essere sotto accusa sono principalmente i sacchetti di plastica, come causa principale di danni ambientali, danni ai terreni agricoli, inquinanti dei mari e dei siti turistici. Questo è il terzo tentativo negli ultimi dieci anni di vietare i sacchetti di plastica in Kenya.

Burundi – L’ultimo report delle Nazioni Unite parla di forti prove di crimini contro l’umanità in Burundi, tra cui torture, detenzioni e arresti arbitrari, abusi e uccisioni, commessi da forze governative e da gruppi di opposizione. I fatti risalgono al 2015, dopo che l’attuale presidente Pierre Nkurunziza ha deciso di concorrere per un terzo mandato.

Da allora, tra 500 e 2mila persone sono state uccise durante gli scontri nel paese, più di 400mila civili sono stati forzati a lasciare le proprie case, a causa delle violenze, e decine di attivisti dell’opposizione sono stati costretti all’esilio.

Gli investigatori, nominati dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, lo scorso settembre, descrivono un clima di terrore, alimentato da violazioni, sevizie e omicidi extragiudiziali. Gli abusi erano parte di un attacco generale e sistematico contro la popolazione civile che potrebbero essere considerati come parte di un piano di politica statale.

Nella relazione, gli investigatori hanno invitato il Tribunale Penale Internazionale ad aprire un’indagine. Il governo di Nkurunziza rigetta fermamente le accuse, criticando gli investigatori delle Nazioni Unite e definendoli ‘mercenari’ di un complotto occidentale, con il fine di sottomettere gli Stati africani. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Crimini contro l’umanità in Burundi, summit Africa-Israele in Togo” di Federica Iezzi


Tripoli, Libia – In attesa di attraversare il Mediterraneo

Roma, 02 settembre 2017, Nena News 

Kenya – La Corte Suprema kenyana decide di annullare il risultato delle ultime elezioni presidenziali, per irregolarità nella trasmissione dei risultati.

La commissione elettorale aveva dichiarato vincitore Uhuru Kenyatta con un margine di 1,4 milioni di voti. Il presidente Kenyatta ha dichiarato che avrebbe rispettato la sentenza del tribunale pur non essendone d’accordo, invitando il popolo kenyano a fare lo stesso.

Secondo lo storico avversario, Raila Odinga, promotore del ricorso, la decisione ha segnato un’importante spartiacque nella nazione orientale africana, creando un precedente unico per il continente.

Il nuovo turno elettorale è previsto fra 60 giorni. Si temono nuovi scontri nelle strade.

Libia – Dopo Medici Senza Frontiere, anche Save the Children e Sea Eye lasciano, per minacce e atti di forza, il mar Mediterraneo, vittime del codice di condotta per le ONG, imposto dal Viminale, con il benestare dell’Unione Europea. Al momento, come testimone scomodo, resiste solo l’ONG SOS Méditerranée.

L’attuale strategia politica, discussa al summit di Parigi, mira solo a trasformare la Libia, insieme a Ciad e Niger, in una sorta di ‘buffer zone’ a protezione dell’Europa, dalle migrazioni dell’area sub-sahariana. I cambiamenti demografici che ne risultano, con disordini sociali ed economici, sono già disastrosi per la Libia e l’effetto destabilizzante sulla politica interna non può che inevitabilmente ripercuotersi sull’Europa meridionale.

Somalia – Strage di civili, tra cui tre bambini, alla periferia della strategica città di Bariire, nella regione meridionale di Shebelle, a sud-ovest di Mogadiscio, durante un’operazione militare condotta dall’Esercito Nazionale Somalo, supportato dalle forze statunitensi.

Il capo dell’esercito somalo, il generale Ahmed Jimale Irfid, ha confermato che i civili sono stati uccisi durante un’azione non deliberata.

Catalogato come incidente e come malinteso tra le forze militari e gli agricoltori locali, scambiati per membri delle milizie al-Shabaab, l’episodio ha provocato rabbia e proteste pubbliche, nella città somala di Afgooye.

Nella lotta contro al-Shabaab sono stati impiegati più di cento soldati statunitensi, come sostegno alle forze di sicurezza somale, e sono stati uccisi indiscriminatamente più di 3000 civili dal 2013.

Repubblica Democratica del Congo – Il numero di sfollati dal conflitto nella Repubblica Democratica del Congo è quasi raddoppiato negli ultimi sei mesi arrivando a 3,8 milioni, secondo i dati dell’UNHCR. Circa 33.000 congolesi hanno lasciato il Paese per l’Angola. Inoltre, la Repubblica Democratica del Congo deve affrontare l’arrivo di circa 500.000 rifugiati in fuga da Burundi, Rwanda, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.

Uccise più di 3000 persone nella provincia del Kasai, dopo sanguinosi scontri armati tra forze governative e milizia locale. Situazione sovrapponibile nell’area sud-orientale di Tanganyika e nella regione Kivu. Le violenze sono aumentate, incluse le presunte violazioni dei diritti umani, come omicidi extragiudiziali, tortura e uso dei bambini-soldato.

Sudan – Agenti del Sudan’s National Intelligence and Security Service hanno sequestrato la stampa del quotidiano Akhir Lahza, senza riportare alcuna motivazione. Incriminata sarebbe la critica mossa dal giornale a un discorso di Bakri Hassan Saleh, vicepresidente e primo ministro del Sudan. Seconda confisca del giornale in pochi giorni, dopo le pressioni subite dal governo un anno fa.

Feisal el-Bagir, coordinatore generale di Journalists for Human Rights ha condannato la confisca e ha parlato di violazioni della libertà di stampa.

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Annullate le presidenziali in Kenya, strage di civili in Somalia” di Federica Iezzi


IFRC – Uno sguardo su Freetown, Sierra Leone

Roma, 26 agosto 2017, Nena News 

Kenya – Il partito National Super Alliance (NASA), con a capo Raila Odinga, ha ufficialmente presentato ricorso alla Corte Suprema per i risultati delle ultime elezioni presidenziali che hanno visto riconfermare il mandato a Uhuru Kenyatta.

Ad essere sotto accusa il nuovo sistema di voto elettronico, secondo Odinga manipolato. Pur elogiando il comportamento della giornata elettorale, gli osservatori dell’Unione Africana hanno sollevato preoccupazioni per la trasmissione e il calcolo dei risultati, per discrepanze nei numeri e per l’assenza di fogli originali delle assemblee elettorali.

Togo – #Togoenmarche è l’ashtag che in questi giorni descrive tensioni, proteste e scontri in piazza a difesa della Costituzione del Togo. Nei mesi scorsi è stato respinto un provvedimento dal Parlamento che non impedisce all’attuale presidente Faure Gnassingbé di candidarsi per il terzo mandato consecutivo, dopo i 38 anni di governo del padre Eyadema Gnassingbé.

Migliaia di persone nella capitale Lomé hanno manifestato contro la dinastia della famiglia Gnassingbé. Protesta un paese che è stato governato dal regime militare più antico in Africa.

Sierra Leone – Continua a salire il numero di morti in Sierra Leone devastata da frane e inondazioni. Il bilancio è salito a quasi 500, secondo i funzionari della sanità. Il numero di dispersi supera i 600. E almeno 10.000 persone sono già state costrette a lasciare le proprie case.

Il crollo delle massicce pareti del Mount Sugar Loaf dopo piogge torrenziali hanno completamente seppellito aree della città di Regent, alla periferia della capitale Freetown.

Secondo quanto dichiarato dalla Federazione Internazionale delle società di Croce Rossa e mezzaluna rossa (IFRC) almeno 3.000 persone hanno bisogno di assistenza umanitaria urgente.

Angola – Terminato lo scrutinio delle schede per le elezioni del nuovo presidente angolano, tenutesi lo scorso 23 agosto. Un cambio di passo per il paese. Jose Eduardo dos Santos, lascia la presidenza dopo 38 anni di potere. A capo dell’Angola ci sarà Joao Lourenco, ministro della difesa del governo dos Santos, appoggiato dal Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA).

Contro di lui cinque candidati: Isias Henrique Ngola Samakuva dell’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), Abel Epalanga Chivukuvuku della Convergenza Ampia di Salvezza dell’Angola (CASA-CE), Lucas Benghim Gonda del Fronte Nazionale di Liberazione dell’Angola (FNLA), Benedito Daniel del Partito del Rinnovamento Sociale (PRS), Quintino Antonio Moreira dell’Alleanza Patriottica Nazionale (APN).

Circa nove milioni di angolani sono stati chiamati alle urne.

Gibuti – La Cina continua a prendere piede sul Corno d’Africa con la costruzione di una base militare a Gibuti. La base sarà accanto al Comando degli Stati Uniti a Camp Lemonnier, un’ex base francese con sede nella capitale. Il governo di Ismail Omar Guelleh permette alle presenze militari, l’accesso agli impianti portuali e aeroportuali gibutiani.

Gli analisti sospettano che la base faccia parte del piano cinese di stabilire una forza navale globale, ipotesi che Pechino smentisce. Secondo l’ultimo dettagliato report dell’European Council on Foreign Relations, la Cina negli ultimi anni, ha ampliato i suoi legami militari in tutta l’Africa. Nena News

Nena News Agency “FOCUS ON AFRICA. Ricorsi elettorali in Kenya, inondazioni in Sierra Leone” di Federica Iezzi

 

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ELEZIONI ANGOLA. Il delfino di dos Santos è il nuovo presidente

Nena News Agency – 25/08/2017

Il partito MPLA resta a capo del paese terza economia dell’Africa sub-sahariana, oggi in crisi. Pesano ancora il post-colonizzazione e la guerra civile

Angola UNDP

di Federica Iezzi

Roma, 25 agosto 2017, Nena News – Come preannunciato dalle previsioni, alle elezioni del 23 agosto vince Joao Lourenco, ex ministro della difesa, appoggiato dal Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA), partito finora al governo.

Dopo 38 anni a capo dell’ex colonia portoghese, dunque, José Eduardo dos Santos, lascia il governo angolano. Presidente controverso, cuore della lotta contro il potere coloniale portoghese, autore di fatto di un regime autoritario che però ha istituito una libera economia di mercato, ha permesso all’Angola l’unione al Fondo Monetario Internazionale e ha adottato un sistema multipartitico. Sotto la sua guida l’Angola è uscita dalle ceneri di una sanguinosa guerra civile per diventare la terza economia dell’Africa sub-sahariana, dopo il Sudafrica e la Nigeria, e un magnete per gli investimenti esteri.

Sono stati 1.440 osservatori a monitorare le elezioni, secondo quanto dichiarato dal presidente della Commissione Elettorale Nazionale, Andre da Silva Neto. Il voto presidenziale ha visto contrapposti antichi antagonisti. L’MPLA, partito politico che ha governato il paese dell’Africa meridionale per più di quattro decenni, con il candidato Joao Lourenco, e l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), che combatte ormai per guadagnare il controllo da più di 50 anni, con il candidato Isias Henrique Ngola Samakuva.

Di cornice: Abel Epalanga Chivukuvuku della Convergenza Ampia di Salvezza dell’Angola (CASA-CE), Lucas Benghim Gonda del Fronte Nazionale di Liberazione dell’Angola (FNLA), Benedito Daniel del Partito del Rinnovamento Sociale (PRS), Quintino Antonio Moreira dell’Alleanza Patriottica Nazionale (APN).

L’Angola paga ancora oggi le conseguenze delle battaglie per l’indipendenza e la decolonizzazione. Terminata nel 2002, con la morte dello storico leader ribelle Jonas Savimbi, guida di UNITA, la guerra civile in Angola è durata più di 25 anni, lasciando un paese devastato.

Da allora più di 100 miliardi di dollari sono stati spesi per la ricostruzione. I numeri non sono più alti di quando, negli anni ottanta, le truppe MPLA, sostenute da Cuba e Unione Sovietica, combatterono contro le forze UNITA, sostenute da Sudafrica e dagli Stati Uniti, in cui erano in campo non solo contrasti etnici interni ma interessi stranieri alle risorse petrolifere e diamantifere angolane e alla sua posizione strategica.

Negli ultimi anni, la sfida più grande per l’MPLA è stata la gestione dell’economia angolana. Il paese, secondo produttore mondiale di petrolio greggio, è stato colpito da un calo globale dei prezzi del petrolio, con un crollo dei ricavi da 60 miliardi di dollari tre anni fa a 27 miliardi di dollari nel 2016. Dopo anni di crescente crescita, dunque, l’Angola è scivolata in recessione, con un tasso di inflazione che ha raggiunto il 42% l’anno scorso.

La campagna elettorale di UNITA verteva sulla promessa di aumentare la spesa per istruzione e salute, di combattere la corruzione e di aprire l’economia a maggiori investimenti stranieri. Anche se non è stata mai chiara la provenienza degli eventuali finanziamenti. Unita ha inoltre dichiarato la volontà di alleanza, con il secondo partito di opposizione angolano, la CASA-CE per l’eventuale formazione di un governo di coalizione. Nena News

Nena News Agency “ELEZIONI ANGOLA. Il delfino di dos Santos è il nuovo presidente” di Federica Iezzi

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