Con Federica Iezzi parliamo del disastro umanitario in Yemen

Mentinfuga – 06/06/2017

 

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Da Sana’a (Yemen), Federica Iezzi – cardiochirurgo pediatrico e curatrice di un sito web di informazione continua (https://federicaiezzi.wordpress.com) – è ancora una volta testimone di un’ emergenza umanitaria per le popolazioni di questa guerra dimenticata da molte parti.

 

Scusi la franchezza della domanda. Perché, secondo lei, della guerra nello Yemen e delle sue atrocità si parla poco e non ci scandalizza? Sono troppo pochi i morti? Figli di un dio minore? Più lontani dalle preoccupazioni per i rifugiati? O cosa?
La complicità occidentale ha generato una sorta di amnesia autocosciente. Le notizie sullo Yemen come ‘guerra dimenticata’ sembra che consentano alla classe politica di continuare a trascurare le sofferenze che affliggono il Paese.
La Comunità Internazionale e il mondo arabo continuano a tollerare indiscriminati attacchi ai civili da parte di un potere statale. La coalizione sunnita, guidata dai sauditi, comprende i paesi più ricchi del Medio Oriente, mentre lo Yemen è un Paese aggredito dalla crisi economica già prima della guerra civile. Questa asimmetria di potere economica spiega perché il governo saudita gode dell’impunità collettiva.
L’approccio della Comunità Internazionale è quello dell’hands-off, preferendo agire attraverso mediatori discutibili piuttosto che impegnarsi direttamente.
La guerra siriana ha monopolizzato l’energia diplomatica mondiale allo svantaggio dello Yemen e di altri conflitti regionali, come Israele-Palestina. Il messaggio non intenzionale a Teheran e agli houthi è stato che lo Yemen non è una priorità.
Accanto a questo quadro, gli sforzi ripetuti delle Nazioni Unite per raggiungere un qualche tipo di risoluzione sulla pace sono stati gravemente sottovalutati.

Nello Yemen non solo è in atto una guerra civile ma le potenze dell’area si stanno affrontando nel paese direttamente o per interposto esercito. Lo Yemen è uno dei teatri di guerra con cui gli stati del Golfo con l’appoggio USA intendono contrastare la presenza e l’attivismo iraniano nell’area. Che idea se ne è fatta e vede spiragli per fermare questa macelleria?
La Coalizione sunnita a guida saudita, spalleggiata dal governo degli Stati Uniti, mira alla repressione di persone già impoverite, al fine di far abortire qualunque ideale di evoluzione.
Questo agevola il cammino delle potenze straniere che appoggiano le fiamme della guerra per servire i propri interessi e perseguire i propri progetti coloniali.
Non c’è niente di più sordido e più basso di coloro che sfruttano povertà e fame del popolo, per raggiungere ciò che non ha ottenuto con i mezzi e i metodi sporchi della guerra.
Cosa sta facendo la Coalizione a guida saudita se non trasformare la penisola arabica, con la sua ricca storia, in mini emirati impotenti che saranno ignorati in tutti i calcoli relativi alle questioni in Medio Oriente?
In passato non si sono mai contate ostilità o disaccordi tra Yemen e i popoli dei Paesi della coalizione. È la pressione del denaro saudita che ha illuminato questi Paesi a partecipare all’assassinio degli yemeniti.
A condurre l’aggressione è uno dei Paesi più ricchi al mondo. Il regno saudita, armato di sconfinate riserve petrolifere, proprietario di ingenti somme di denaro, usato per acquistare un arsenale di armi tra le più letali. Ha raccolto e riunito mercenari senza scrupoli da tutto il mondo arabo e si è armato attraverso un impegno permanente degli Stati Uniti che fornisce copertura politica e logistica e preziosi armamenti per la furia aggressiva.
La cosa più vergognosa del silenzio del mondo arabo e della Comunità Internazionale ha a che fare con le prove di genocidio compiute dalle forze in lotta e con un ingiusto assedio via terra, mare e aria che viola tutte le leggi internazionali e i valori umanitari.

Lei è appena tornata dallo Yemen. Si legge da più parti che siamo di fronte ad un disastro umanitario. È quasi impossibile anche far arrivare gli aiuti perché porti e aeroporti sono chiusi. Può farci un quadro della situazione che ha osservato e vissuto in questi giorni?
Tutte le navi commerciali al momento hanno il permesso di entrare nelle acque territoriali yemenite, dopo un feroce controllo da parte delle forze della coalizione saudita.
Sono completamente chiusi i porti di Belhaf, al-Mokha e Ras Isa.
Al-Hudaydah appare come una delle porte di ingresso allo Yemen, rimanenti sulla costa del Mar Rosso, sotto il controllo degli houthi. Il porto gestisce più del 70% di tutte le merci importate nello Yemen, compresi cibo, medicine e carburante. Gli attacchi aerei nel 2015 avevano già gravemente danneggiato una zona del porto, riducendone la capacità, ma al-Hudaydah rimane oggi l’unica via di salvataggio del Paese.
L’embargo de facto che sta interessando il porto di al-Hudaydah, blocca la catena di aiuti umanitari.
In questa fase del conflitto il porto di al-Hudaydah rappresenta l’obiettivo principale su cui si appresta a convergere l’operazione ‘Golden Spear’, scattata lo scorso gennaio nel distretto nord-occidentale di Dhubab (situato circa 30 chilometri a nord rispetto allo stretto di Bab el-Mandab), con lo scopo di riprendere possesso delle aree in mano ai ribelli houthi situate lungo i 450 chilometri di coste occidentali sul Mar Rosso.
Le procedure di ingresso di medicinali e materiale sanitario, destinati a strutture sanitarie yemenite, possono durare anche sei mesi.
Tutte le navi che trasportano carichi umanitari sono minuziosamente ispezionati in mare dalle forze di coalizione. Le spedizioni commerciali verso i porti occidentali dello Yemen sono soggette a un meccanismo di verifica e di ispezione delle Nazioni Unite per assicurare l’applicazione dell’embargo sulle armi imposto dal Consiglio di Sicurezza.
Il maggior aeroporto del Paese, quello della capitale Sana’a, ormai chiuso al traffico dallo scorso agosto, potrebbe a breve riaprire per voli commerciali una volta alla settimana e per il trasporto di civili che necessitano di trattamenti medici di alta specialità.

Oltre a bombardamenti e distruzioni le strutture sanitarie vengono derubate di qualsiasi cosa possa essere utile ai contendenti. Per la sua attività di medico quali sono state le emergenze maggiori? E cosa si potrebbe fare dall’esterno per alleviare le sofferenze dei malati e dei feriti?
Ancora prima che il conflitto iniziasse nel marzo 2015, lo Yemen si trovava a fronteggiare molteplici sfide derivanti da anni di povertà e sottosviluppo.
Secondo i dati del Disasters Emergency Committee più di 270 strutture sanitarie nello Yemen sono state danneggiate dagli effetti del conflitto e le recenti stime suggeriscono che più di metà delle 3.500 strutture sanitarie del Paese valutate, sono ormai chiuse o funzionano solo parzialmente.
La maggiorparte degli operatori sanitari è stato costretto a trasferirsi a causa dell’escalation di violenza, lasciando 49 distretti senza medici specialisti. Questo ha lasciato per esempio otto milioni di bambini senza accesso all’assistenza sanitaria di base.
Le malattie non trasmissibili, il diabete, l’ipertensione arteriosa, il cancro stanno uccidendo più persone di proiettili o bombe. Molte di queste condizioni sono facilmente trattabili in circostanze abituali. La fame in aumento ha avuto un impatto diretto sulla situazione sanitaria. D’altronde ogni crisi alimentare è anche una crisi sanitaria. La malnutrizione lascia le persone, in particolare i bambini, più vulnerabili per esempio alle infezione e qualsiasi infezione peggiora gli effetti della malnutrizione.
Non ultima va considerata l’emergenza colera con oltre 49.000 casi sospetti e più di 360 morti. Quasi 15 milioni di persone non ha accesso all’assistenza sanitaria e le grandi epidemie come quella di colera, legata all’acqua non purificata, continua disordinatamente a diffondersi.
C’è disperato bisogno di medicinali di primo soccorso, antibiotici, materiali sanitari per i centri di alimentazione terapeutica, carburante per generatori ospedalieri e ambulanze, acqua potabile per le strutture sanitarie, vaccini.

Immagino che oltre agli operatori stranieri ci siano molti yemeniti nelle strutture sanitarie. Chi sono e cosa fanno? Rispetto alla guerra civile cosa pensano?
Lavorano incessantemente tra il ronzio dei generatori ospedalieri e il rumore delle esplosioni.
Le ferite da guerra non sono le sole necessità mediche che devono affrontare. Lo Yemen sta combattendo una doppia guerra negli ospedali: da un lato mutilazioni e disabilità come conseguenze dirette dei combattimenti, dall’altro malnutrizione, malattie prevenibili e condizioni croniche. I problemi di salute mentale sono completamente ignorati. A causa dell’inflazione incontrollata, la sanità è inaccessibile a grandi porzioni della popolazione.
Tutto il personale sanitario combatte contro gravi carenze di carburante, cibo, elettricità e acqua. Salari bloccati da almeno otto mesi.
Gli attacchi indiscriminati sugli ospedali e sui civili, mirati o inopportunamente etichettati come danni collaterali, aggiungono un ulteriore livello di complessità. Talvolta ci si chiede se ciò che si sta facendo in Yemen vale il rischio che inevitabilmente ci si prende. È una domanda che spesso rimane senza risposta.

Quando e come ha preso la decisione di andare nello Yemen? Credo sia importante far capire la complessità di ciò che accade, anche operativamente parlando, da quando muove i primi passi in Italia fino al suo arrivo sul posto, a chi e come si è protetti?
L’assistenza umanitaria deve raggiunge ogni persona che ne ha bisogno: è questo il principio che dovrebbe muovere la macchina della Cooperazione Internazionale. Il concetto di diritto internazionale umanitario non deve rimanere solo una frase inespressiva.
La protezione non è mai completamente garantita nei teatri di guerra. Esistono delle regole da seguire ed è necessaria una preparazione tale da non gravare sul lungo percorso già difficoltoso del corridoio umanitario.

Intervista a cura di Pasquale Esposito

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