Carestia in Somalia. Federica Iezzi, medico sul campo nell’emergenza

@Mentinfuga – 24/03/2017

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Intervista di Cristiano Roccheggiani a Federica Iezzi

Impantanati nella melma delle sabbie mobili della grande crisi economica e sociale che attanaglia le nostre vite, chiuse sempre più ermeticamente nelle nostre città, ci siamo dimenticati ancora una volta dell’Africa. E pensare che a questo Continente, che abbiamo spogliato mentre lo condannavamo a un eterno non-futuro, la nostra civiltà deve tanto. Per il grande debito morale e umano che vi abbiamo contratto; e perché lo sfruttamento sistematico delle risorse ha consentito a tutti noi di poterci permettere vite, nonostante tutto, ancora comode.
Proprio nei giorni in cui ricorre il ventitreesimo anniversario dell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, giungono in queste ore drammatiche notizie dalla Somalia, dove la terza carestia in 25 anni, sta portando alla diffusione di epidemie come colera e morbillo tra le popolazioni, soprattutto, come è solito in queste situazioni, bambini. Testimoni di questa nuova emergenza umanitaria sono ancora una volta i medici volontari che, insieme alle diverse organizzazioni non governative presenti nella zona, cercano disperatamente di portare il loro aiuto nella speranza di ridurre il più possibile le perdite umane.
Tra queste persone meravigliose, dalla generosità e umanità sconfinate, c’è Federica Iezzi. Cardiochirurgo pediatrico, ma anche curatrice di un sito web (http://www.federicaiezzi.wordpress.com) di informazione continua, chiediamo a Federica di farci un resoconto di queste drammatiche ore.

Federica, innanzitutto com’è ora la situazione?
Il numero di persone che necessita di assistenza alimentare in Somalia attualmente è di 6.2 milioni, oltre la metà dell’intera popolazione del Paese, a causa del peggiorare della siccità, della conseguente carestia e della presenza incombente del gruppo estremista islamico al-Shabaab.
Oltre due milioni di persone, che hanno bisogno di assistenza alimentare, sono al momento irraggiungibili a causa delle condizioni di insicurezza.
Più di 363mila bambini sono affetti da malnutrizione acuta, tra cui 71.000 affetti da forme di malnutrizione grave. Secondo il Cluster Nutrizione per la Somalia, se non verranno forniti aiuti con urgenza i numeri potrebbero quasi triplicare: in 944mila rischiano di entrare nel tunnel della malnutrizione nell’arco di quest’anno, inclusi 185.000 bambini che saranno gravemente malnutriti e che avranno bisogno di sostegno urgente salvavita, secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. In questo momento, secondo le Nazioni Unite, più di 50.000 bambini rischiano di perdere la vita.
Solo un rafforzamento massiccio e immediato dell’assistenza umanitaria, potrà evitare al Paese di precipitare nell’ennesima catastrofe.

Quali sono le zone maggiormente colpite? Di che estensione si può parlare? La carestia ha raggiunto anche gli altri Paesi della zona?
Negli ultimi mesi la siccità che ha colpito la Somalia centro-meridionale, e le regioni settentrionali del Puntland e del Somaliland, la peggiore dal 1950, si è intensificata notevolmente a causa del mancato verificarsi delle piogge stagionali. Le condizioni dei bambini che soffrono la fame e delle loro famiglie sono in netto peggioramento. Nelle aree maggiormente colpite dalla siccità molte persone restano senza cibo per diversi giorni.
La siccità attuale ha lasciato interi villaggi senza raccolti, la Comunità ha visto morire il bestiame. I prezzi dell’acqua e del cibo, prodotto localmente, sono aumentati drasticamente. In alcune parti della Somalia il prezzo dell’acqua è cresciuto di 15 volte rispetto al periodo precedente alla siccità e anche il prezzo dei beni alimentari ha subito lo stesso incremento. La conseguenza diretta è lo spostamento in massa dei civili, verso le grandi città somale. Questo ha determinato una promiscuità nei campi profughi non ufficiali nati nelle periferie delle città, con un aumento delle malattie causate dall’acqua contaminata. A complicare il quadro, si contano ad oggi oltre 8.400 casi di diarrea acuta e colera. Più di 200 i decessi.
Secondo l’UNICEF, quest’anno, circa un milione e mezzo di bambini è a rischio di morte imminente per malnutrizione acuta grave, viste le incombenti carestie in Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Yemen. E più di 20 milioni di persone si troveranno ad affrontare la fame nei prossimi sei mesi tra Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Sudan e Uganda. La siccità, che continua ad essere una piaga in Somalia, è secondo le stime peggiore dell’ultima del 2011 che uccise 250.000 persone.

Come si può riuscire a fronteggiare un’emergenza di queste dimensioni? Quali sono i provvedimenti di prima necessità? Di cosa c’è bisogno?
La comunità internazionale deve intensificare i propri sforzi per fare in modo che quel tragico momento storico, risalente al 2011, non si ripeta e sappiamo che agire efficacemente in questa fase può fare realmente la differenza.
C’è bisogno di acqua. I pozzi poco profondi che fornivano acqua alla gente, ora sono asciutti. Nei letti dei fiumi aridi bisogna scavare fino a 15 metri per trovare l’acqua. Nella maggior parte dei casi si tratta di acqua non potabile che viene utilizzata ugualmente per bere, aumentando il rischio di infezioni del tratto gastrointestinale. Bisogna pianificare la trivellazione di nuovi pozzi, scegliendo oculatamente siti.
C’è bisogno di cibo. Le acque somale continuano ad essere controllate dalla moderna pirateria che implica dirottamento, presa in ostaggio e estorsione delle navi commerciali, non permettendo il trasporto in sicurezza dei pacchi alimentari del World Food Programme (WFP).
Manca un rafforzamento del servizio sanitario nei centri di salute primaria locali, con la fornitura di farmaci di base e beni alimentari.
Se si supportasse la gente con acqua, servizi sanitari e mezzi di sostentamento e venisse pianificata una distribuzione di semi e attrezzature per l’agricoltura, l’insicurezza alimentare sarebbe quanto meno un’entità più lontana, così da migliorare l’accesso al cibo e l’accesso alle attività produttrici di reddito.

Come sta reagendo la Comunità Internazionale di fronte a questa ennesima emergenza umanitaria? Ci sono stati interventi ufficiali, ad esempio dei governi?
Secondo Save the Children la risposta della Comunità Internazionale alla minaccia della carestia in Somalia, sta ripercorrendo i gravi errori dell’ultima crisi.
L’UNICEF, con il supporto dell’European Civil protection and Humanitarian aid Operation (ECHO), ha istituito centri di nutrizione nei campi rifugiati, che finora hanno permesso un tasso di recupero del 92,4% per i 42.526 bambini gravemente malnutriti in tutta la Somalia. Il programma ha mostrato grandi progressi a partire dal 2013, fornendo assistenza a migliaia di bambini malnutriti e donne in gravidanza o in allattamento.
Generosi contributi sono stati forniti da donatori internazionali dell’Europa, dell’Asia, del Nord America e dal sistema ONU per servizi salvavita nei campi della nutrizione, della sicurezza alimentare, della salute, dell’istruzione, delle risorse idriche e sanitarie.
Con l’aumento dei bisogni, l’UNICEF e il WFP insieme, necessitano di oltre 450 milioni di dollari per poter fornire assistenza urgente nei prossimi mesi.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha chiesto alla comunità internazionale lo stanziamento di circa 860 milioni di dollari per fornire immediati aiuti salvavita alle popolazioni.

Organizzazioni mondiali come l’UNICEF, la FAO, l’OMS, sono presenti? Come vi supportano?
Il WFP sta sfamando un milione e mezzo di persone nelle zone settentrionali e centrali della Somalia e a Mogadiscio, dove continuano ad arrivare quanti riescono a fuggire dalle zone della carestia. A partire dallo scorso novembre, più di 135.000 persone sono state costrette a spostarsi all’interno della Somalia a causa della siccità.
Quest’anno, l’UNICEF sta lavorando con i suoi partner per garantire cure terapeutiche a oltre 200.000 bambini gravemente malnutriti in Somalia.
Come dato preoccupate rimane quello dell’accesso umanitario limitato, soprattutto alle regioni a sud. Il WFP e l’UNICEF stanno rafforzando gli impegni congiunti per potenziare la risposta nelle aree meno accessibili dove sono a rischio milioni di vite.

Oltre all’emergenza legata alla carestia, ce ne è senz’altro un’altra di carattere sociale, e la complicata situazione politica di tutta la zona del Corno d’Africa non fa altro che peggiorare le cose. Come stanno reagendo la popolazione e i governi, anche nel resto dei paesi colpiti?
Attualmente un’altra emergenza è quella legata al gran numero di rifugiati che sta rientrando in Somalia. Il programma di rimpatrio a Dadaab, campo profughi a nord-est del Kenya, per esempio, continua con una media di quasi 2.000 rifugiati che, a settimana, tornano volontariamente in Somalia. 49.376 rifugiati somali sono tornati a casa dal dicembre 2014, quando l’UNHCR ha iniziato a sostenere il rientro volontario dei rifugiati somali dal Kenya. Di questi 10.062 sono stati sostenuti nel solo 2017. I rifugiati stanno rientrando in particolare nella zona di Baidoa, a nordovest di Mogadiscio, e nella zona di Kismayu, a sudovest della capitale. Molti rifugiati si ritrovano senza un riparo e versano in condizioni igieniche molto gravi. La qualità dell’acqua rimasta, produce diarrea e malaria che si stanno diffondendo rapidamente. Non ci sono latrine per i nuovi rifugiati, le diffuse pratiche non igieniche espongono le Comunità al rischio di gravi epidemie.
Il cambio al governo somalo e la nuova presidenza, affidata a Mohamed Abdullahi Mohamed, dovranno affrontare molteplici sfide: la minaccia rappresentata da gruppi estremisti somali, la carestia incombente, le istituzioni deboli, le fazioni in lotta, il rientro di civili somali da Paesi limitrofi e la disoccupazione dilagante in un Paese in cui oltre il 70% della popolazione è sotto i 30 anni.
Intanto il neo-presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed ha dichiarato lo stato di disastro nazionale. Sa’ad Ali Shire, ministro degli esteri dell’autoproclamata repubblica del Somaliland, ha invocato aiuti urgenti, soprattutto cibo, acqua e medicine per scongiurare la catastrofe.

Una testimonianza, se puoi, del tuo incredibile impegno e coraggio.
In Somalia ho lavorato nel ‘Mohamed Aden Sheikh Children Teaching Hospital’ (MAS-CTH), un ospedale pediatrico costruito grazie al lavoro e all’impegno italiano, ora amministrato totalmente dal governo del Somaliland.
Intelligente modello di cooperazione internazionale, entrato imponentemente nell’assetto sanitario del Paese, il MAS-CTH, incidendo sulle politiche sanitarie del Somaliland, riveste oggi l’importante compito di punto di riferimento per l’intera popolazione pediatrica.
Sono stati oltre 50.000 i bimbi visitati in cinque anni. Sono stati formati medici e infermieri locali. Negli anni il percorso di apprendimento è stato accompagnato da personale sanitario internazionale.
E tutto questo in un Paese dove dispute tra clan, corruzione, violenze, sono state pratiche quotidiane per anni, dal dittatore Mohamed Siad Barre, al fallimento delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, dai governi di transizione e dalle corti islamiche all’intervento militare di Etiopia e Stati Uniti.

Mentinfuga “Carestia in Somalia. Federica Iezzi, medico sul campo nell’emergenza”

Radio Città Aperta “Somalia, la guerra dimenticata e le nostre responsabilità”

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