Tra due fuochi, nel fango di Afrin

Il Manifesto – 25 febbraio 2016

REPORTAGE

Maledetta guerra. Reportage dalla Siria settentrionale, dove migliaia di sfollati cercano scampo dai raid russi su Aleppo e dai cannoni turchi che martellano villaggi e quartieri curdi per proteggere al-Nusra. Il dramma dei bambini senza infanzia in un conflitto senza vinti né vincitori

Robar camp #8

di Federica Iezzi

Afrin (Siria) – Cambiano i nomi delle città, le strade seguite, le terre raggiunte. Rimane costante la fuga di civili stanchi e rassegnati, il flusso di rifugiati, i volti terrorizzati di bambini senza infanzia. Questa è la volta di Afrin, una città della regione curda della Siria settentrionale.

A nord-ovest della provincia di Aleppo, nel più occidentale dei quattro cantoni che compongono il Rojava, continuano a riversarsi migliaia di civili sfollati che cercano salvezza dai bombardamenti su Aleppo.

Ancora 200 mila civili sono rimasti intrappolati nei quartieri orientali di Aleppo, dove l’intensificarsi dei combattimenti ha spezzato le principali vie per l’ingresso di aiuti umanitari. Colpiti i quartieri di Ashrafia, Bani Zaid e Bustan al-Qasr, ultimi siti di passaggio tra i cecchini ribelli e le forze governative.

«Vedo la mia città morta» ci dice Layal, una giovane donna in fuga dal quartiere di al-Shaar di Aleppo.

Valichi chiusi da dieci mesi

Centinaia di raid aerei russi sul nord-ovest della campagna di Aleppo, sostengono senza sosta le forze filo-governative che operano sul terreno. La fuga di altri 100.000 civili sembra non avere scampo tra attacchi aerei e di terra. La scelta è tra la strada 214, verso ovest, fino all’énclâve curda di Afrin, o i valichi turchi verso nord.

Migliaia di rifugiati sono rimasti ammassati per giorni a ridosso degli unici due valichi ufficiali con la Siria, quello di Cilvegözü/Bab al-Hawa, nei pressi della città turca di Reyhantlt, a circa trenta chilometri a est di Ankara, e quello diBab al-Salama, nei pressi di Kilis, a circa di 50 chilometri a sud-est di Gaziantep.

I valichi tra Siria e Turchia sono chiusi da almeno dieci mesi. L’accesso in Turchia è permesso solo per cure mediche, solo a rifugiati con lesioni gravi. A tutti gli altri è stato rifiutato l’ingresso, lasciando anziani e bambini in condizioni critiche, al di fuori dei cancelli e delle reti di filo spinato che indicano il confine turco.

L’ennesimo esodo di massa

Campi spontanei dalle tende fatiscenti e carri armati turchi fanno da quadro all’ennesima migrazione forzata di massa.
Layal ci racconta che dopo giorni rimasta ferma con la sua famiglia fuori dal valico che separa la sua terra da Kilis, ha camminato a piedi, con sua figlia in braccio, per più di trenta chilometri verso Afrin. È stata accolta nel campo rifugiati di Robar e ci dice: «Sto cercando di ottenere ancora una tenda per ripararmi dalla pioggia sempre più intensa di questi giorni. Fino ad ora ho dormito per terra, su vecchi e freddi materassi».

Incessanti i bombardamenti da parte dell’esercito turco, nel disperato tentativo di proteggere le postazioni del Fronte al-Nusra e i salafiti di Ahrar al-Sham, sui quartieri residenziali della città curda di Afrin e sui villaggi limitrofi di Deir Ballout, Hammam, Firera, Hasna, Sanar e Hakjeh, nel nord-ovest della Siria.

L’esercito di Ankara sta bombardato con artiglieria pesante i villaggi sotto il controllo curdo di Menagh, Miremin, Malkiyah, Meranaz, Tannab e Kashtaar, nell’area della città siriana di Azaz.

E prosegue l’avanzata dei combattenti curdi dell’Unità di Protezione Popolare, alleati al gruppo ribelle Jaysh al-Thuwar, costola dell’Esercito Siriano Libero, dal cantone del Rojava di Afrin, verso est. Liberata la città di Azaz dai jihadisti di Jabhat al-Nusra.

Rimangono protetti dalle forze curde dell’YPG, i villaggi di Deir Jamal, Mar’anaz, Ayn Daqna, Kafr Naya, Kafr Khasher, Shayk Isa e Tal Rifaat, a nord di Aleppo, tagliando l’ultima linea di rifornimento che collegava la Turchia ai ribelli islamisti.
Sotto la difesa dell’ala militare del Partito dell’Unione Democratica curdo, il campo di Robar è diventato un rifugio sicuro per le famiglie siriane distrutte dalle conseguenze di una guerra senza vinti né vincitori.

Il Paese ormai è tutto così

Layal ci racconta che sente le esplosioni e vede i caccia sorvolare i cieli grigi: «Camminavo tra gli ulivi per raggiungere Afrin, senza mai smettere di guardare quegli aerei militari sopra la mia testa. Sapevo che dietro di me lasciavo bombardamenti e morte. E sapevo che davanti a me avrei trovato la stessa cosa. Perché la Siria ormai è tutta così».

Da più di una settimana non si ferma il flusso di rifugiati che cerca pace. Circondati da materassi, teli di plastica e tappeti. L’YPG, in assenza di organizzazioni umanitarie internazionali, ha predisposto un piano di accoglienza, mettendo a disposizione mezzi di trasporto, coperte, medicine e riparo negli edifici scolastici e nelle tende che si moltiplicano ora dopo ora.

Tajdin, viso gentile e un’arma in mano puntata verso terra, combatte nell’YPG. «tiamo cercando di fornire assistenza di base – tacconta – ma non è sufficiente. Arrivano tante famiglie con figli piccoli, senza coperte e senza acqua da bere».

Le tende non bastano

Quasi 2.000 le famiglie giunte nel campo rifugiati di Robar, nella regione di Sherawa, nella parte orientale della città di Afrin, in poco meno di una settimana. «Abbiamo poche tende per l’imprevisto afflusso di civili. La maggior parte di loro dorme ancora per terra», continua Tajdin.

I tendoni sono in cattive condizioni, gli impianti idrici limitati, le strutture sanitarie assenti, i servizi igienici incompleti senza sistema fognario. L’acqua potabile arriva da pozzi artesiani costruiti ai margini del campo. Non è invece disponibile energia elettrica per tutte le tende, nei 35 chilometri quadrati di campo.

Il personale sanitario della Mezzaluna Rossa siriana monitora le condizioni di salute nel campo per mezzo di una modesta clinica mobile. Si riescono a gestire agevolmente infezioni respiratorie e gastrointestinali, patologie croniche e traumi contenuti. Per i casi più gravi si fa riferimento all’Afrin hospital, a circa 30 chilometri dal campo, in cui accedono 700 persone al giorno.

Continua la distribuzione di vitamine e addensanti per i casi di malnutrizione, in bambini di età inferiore ai sei mesi. Si fa fatica a garantire una corretta alimentazione a tutti. Distribuiti anche vestiti a neonati e ragazzini.

Campo inizialmente progettato per ospitare al massimo 15 mila sfollati in cinque ettari di terreno, oggi il Robar camp ne ospita almeno 10 mila in più. E l’accoglienza diventa ogni giorno una questione più impegnativa.

Invisibili sulle mappe

Per questo migliaia di profughi vivono in campi spontanei nell’area attorno al villaggio di Raju, nel governatorato di Aleppo. I bambini giocano tra tende di fortuna, legno ricoperto di plastica, cartone e vecchi tappeti. Ogni insediamento, assente nelle cartine geografiche e negli itinerari delle organizzazioni umanitarie, ospita un centinaio di persone.

La crescita esponenziale del numero di campi spontanei rende difficile una distribuzione efficace di servizi e aiuti. Sono spesso collocati in aree rurali inaccessibili. Mancano riscaldamento, acqua e servizi igienici. Quando piove, l’interno delle tende si trasforma in stagni di acqua e fango, nonostante i sacchi di sabbia stipati come protezione.
Tajdin ci racconta che è anche difficile garantire la sicurezza nei campi informali: «Non hanno recinzioni e chiunque può accedere senza alcun permesso».

I colpi di arma da fuoco sono la compagnia quotidiana. Il fumo e la polvere sono quello che resta del panorama. Il grigiore del cielo e le scarpe infangate sono la terra su cui si vive.

Il Manifesto 25/02/2016 “Tra due fuochi, nel fango di Afrin” – di Federica Iezzi

Nena News Agency “REPORTAGE. Siria, profughi tra due fuochi nel fango di Afrin” – di Federica Iezzi

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