La jihad africana. Gli al-Shabab attaccano la costa kenyana

Nena News Agency – 17 giugno 2014

 

La pacifica vita della città costiera di Mpeketoni è stata sconvolta dall’attacco dei jihadisti di al-Shabab. La scorsa sera sono stati devastati hotel, locali, ristoranti e banche. Assaltata anche la stazione di polizia. Dal 2010 al 2013 i gruppi jihadisti sono cresciuti del 58%. I combattenti attivi oggi sono stimati in più di 100 mila

 

 

di Federica Iezzi

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Mpeketoni (Kenya), 17 giugno 2014, Nena NewsL’attacco della scorsa sera dei jihadisti di al-Shabab nella città costiera di Mpeketoni (nell’ovest del Kenya) ha provocato finora 48 morti. Devastate e date alle fiamme, inoltre, alcune sedi governative e locali pubblici.

Il movimento di al-Qaeda, comunemente localizzato nell’area Afghanistan-Pakistan, si è allargato a macchia d’olio nel tormentato continente africano. I numeri sono impressionanti: sono 24 gli stati africani lacerati dai conflitti armati in cui combattono 146 gruppi armati.

Il selvaggio attacco in Kenya è solo l’ultimo massacro compiuto dall’organizzazione fondamentalista islamica che è balzata all’onore delle cronache negli anni ’90 durante la guerra civile algerina quando provò a fondare uno stato islamico in Algeria. Il gruppo integralista oggi controlla quasi tutte le province meridionali della Somalia, devasta il Corno d’Africa ed esporta violenza anche nei paesi limitrofi. La capitale keniana fu già segnata dalla violenza degli al-Shabab lo scorso settembre quando fu attaccato il centro commerciale Westgate. Le vittime allora furono 67.

Le incursioni degli islamisti somali nelle città costiere del Kenya affacciate sull’isola di Lamu sembrano essere un atto di ritorsione contro gli sconfinamenti dell’esercito kenyota in Somalia che, ufficialmente, prova in questo modo a prevenire qualunque attacco terroristico sul suo suolo.

I movimenti ribelli collegabili ad al-Qaeda in Africa prosperano. Dalla Somalia alla Siria, gli eredi di Bin Laden e dell’organizzazione terroristica nata 25 anni fa, non si limitano ad azioni di guerriglia contro le forze armate locali, ma approfittano della fragilità delle istituzioni politiche per imporre una rigorosa applicazione della shari’a [la legge islamica, ndr].

La caduta dei regimi di Mubarak in Egitto e di Gheddafi in Libia ha agevolato la loro attività. Venendo meno la forte autorità centrale che li reprimeva, i movimenti islamici radicali hanno avuto vita facile nel Sahel.

Il Mali è stato il primo paese a subire quest’onda d’urto. Dal colpo di stato della primavera del 2012, le popolazioni tuareg, alleatesi con il movimento di liberazione dell’Azawad (area del Nord del Mali che comprende le città di Timbuktu, Gao e Kidal), hanno preso il controllo del Paese dopo sanguinosi scontri contro l’esercito regolare maliano. Nelle zone da loro controllate i militanti islamici hanno poi subito imposto un governo basato su una inflessibile interpretazione della shari’a.

La Libia è da sempre sull’orlo di una guerra civile. Soprattutto in Cirenaica, regione ricca di petrolio e roccaforte di gruppi islamici armati. La fine del regime di Muammar Gheddafi ha permesso, attraverso il deserto di Erg Murzuq al confine con il Niger, l’ingresso nel Paese di enormi quantitativi di armi per le milizie salafite di Ansar al-Sharia. Abbondanti rifornimenti che comprendono lanciarazzi, mitra, kalashnikov, arrivano anche per i sunniti di Ansar al-Islam in Tunisia, Boko Haram in Nigeria e al-Shabaab in Somalia.

L’effetto domino ha coinvolto anche la Nigeria. Il gruppo islamico Boko Haram, nato nel 2002, all’inizio era considerato dal governo di Abuja solo un leggero fastidio. Oggi è un gruppo terroristico che domina nel nord islamizzato del Paese ed ha causato la morte di 4 mila persone in soli quattro anni, ha distrutto centinaia di scuole e provocato un milione di sfollati.

Al-Qaeda del Maghreb islamico nasce durante la guerra civile algerina ed è riuscita a radicarsi anche nella Repubblica Centrafricana con il gruppo dei Seleka impegnato nei sanguinosi scontri che vedono contrapposti i cristiani e musulmani. La brutalità delle violenze settarie in corso riporta alla mente quanto accaduto nel Ruanda del 1994. I Seleka hanno devastato interi villaggi ed hanno torturato, stuprato e ucciso migliaia di persone provando quasi un milione di sfollati.

Spesso ciò che spinge i miliziani a combattere è la possibilità di trovare un valido mezzo di sussistenza. Sono due gli elementi che accomunano le zone dove opera al-Qaeda in Africa: l’instabilità politica ed una profonda ingiustizia sociale. Quest’ultima, quasi sempre, è la causa scatenante dei conflitti armati o delle insurrezioni. Nena News

Nena News Agency “La jihad africana. Gli al-Shabab attaccano la costa kenyana” – di Federica Iezzi

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SIRIA. Ad uccidere è anche la fame

Siria – Ad al-Rastan (Homs) manca il latte che è spesso disperatamente sostituito da soluzioni di acqua e zucchero

 

Nena News Agency – 14 giugno 2014

Secondo i dati ONU, almeno 250.000 siriani sono a rischio immediato di fame. I lunghi assedi, i bombardamenti indiscriminati dell’esercito governativo e dei miliziani islamici, l’obbligata assenza di aiuti umanitari, hanno come risultato quello di affamare disastrosamente la popolazione civile 

 

Douma (Siria) - by Abd Doumany

Douma (Siria) – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 14 giugno 2014, Nena News  – Secondo i recenti report dell’ONU, nella Siria in preda alla guerra civile ci sono almeno 250.000 persone che si trovano in zone difficilmente raggiungibili dall’assistenza umanitaria e che sono quindi a rischio fame. Quest’anno il World Food Programme, ha previsto di fornire assistenza alimentare a 6,5 milioni di siriani. 4 milioni di persone all’interno della Siria e 2,5 milioni di rifugiati nei paesi limitrofi: Libano, Giordania, Turchia, Iraq ed Egitto.

In terra siriana, nelle maggiori città e nei più isolati villaggi la situazione è sovrapponibile: gli scaffali dei negozi sono desolatamente vuoti. Dalle strade malridotte si vedono campi abbandonati alla noncuranza, si attraversano villaggi che sopravvivono a stento non potendo più contare sui raccolti agricoli. Troppo pericoloso seminare. Manca il gasolio, per permettere il funzionamento dei sistemi di irrigazione, specialmente nelle aree agricole di Idlib, Aleppo e Homs, le più coinvolte nel conflitto. I trattamenti e i concimi sono costosissimi e spesso introvabili.

Le zone orientali del Paese, lambite dalle acque dell’Eufrate, che consentivano la quasi totalità del sostentamento alimentare della popolazione siriana, sono oggi quelle più colpite dai bombardamenti. A questo si aggiunge la siccità che colpisce le colture nelle zone occidentali. Si vedono i primi segni di una ingente carestia.Alla scarsa produzione si sommano le imponenti difficoltà legate alla distribuzione del cibo. Percorrere le strade militarizzate della Siria, tra le centinaia di posti di blocco e attraversando le linee del fronte, è sempre più pericoloso.

Dai dati dell’Ufficio di Statistica Siriana, il costo di pane e cereali sono aumentati del 115%.

Secondo Human Rights Watch nelle campagne che circondano Damasco e Homs cresce la scarsità di cibo. Nelle zone tenute sotto assedio, 288 mila civili sopravvive mangiando olive, verdure di campo, erbe e radici. Quasi ogni giorno si hanno notizie di scontri a fuoco, attentati falliti e episodi di violenza. E poi si fa i conti con  la pratica dell’assedio e con quel che ne consegue: mancanza di cibo, di medicine, di generi di prima necessità.

Lo scorso febbraio il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2139, ha imposto al governo siriano e alle forze dell’opposizione di consentire l’accesso ai convogli umanitari nelle aree abitate dai civili. Nelle aree controllate dall’esercito regolare, le Agenzie delle Nazioni Unite operano con il consenso di Damasco, permesso che viene spesso rifiutato quando l’intervento è nelle zone, faticosamente accessibili, in mano ai ribelli.

Attualmente il World Food Programme trasporta derrate alimentari nel nord-est della Siria, superando il confine con la Turchia, attraverso il passaggio Nusaybin.

Dunque, oggi, ad uccidere in Siria è anche la fame. Dagli ultimi comunicati del Damascus Center for Human Rights Studies, nel solo mese di maggio in Siria sono morte 2422 persone, tra cui 290 bambini.

Secondo le agenzie umanitarie, prime fra tutte Amnesty International, solo nel campo profughi palestinese di Yarmouk, nella periferia sud di Damasco, circa 20 mila persone si trovano in uno stato di estrema povertà e a rischio malnutrizione, per il mancato arrivo degli aiuti umanitari. Le forze ribelli controllano il campo da oltre un anno e l’esercito ha iniziato un assedio lo scorso giugno. Negli ultimi due mesi più 100 persone sono morte per fame o per mancanza di farmaci essenziali. Nel campo, l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente) riesce saltuariamente a consegnare aiuti, solo dopo estenuanti e ripetute richieste di permesso al governo di Assad.

La mancanza di un coprifuoco e i bombardamenti in pieno giorno senza preavviso, da parte dell’esercito di Assad e da parte dei miliziani jihadisti dell’opposizione, rendono impossibile perfino rovistare per strada alla ricerca di cibo. Rendono impossibile fuggire dai combattimenti che infuriano tutt’intorno. Per il Diritto Internazionale Umanitario, colpire zone densamente popolate da civili, dalle quali la popolazione non ha alcun modo di fuggire, e assediarla fino alla fame, è un crimine di guerra. Nena News

 

Nena News Agency “SIRIA. Ad uccidere è anche la fame” – di Federica Iezzi

 

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ALEPPO, civili senza scampo tra le parti in lotta

Zoom in SYRIA: 1st day of Ramadan

Nena News Agency – 11 giugno 2014

 

Il racconto crudo delle giornate tra i combattimenti e i bombardamenti degli abitanti di quella che un tempo era la capitale economica della Siria

 

Douma (Siria) - Douma is bleeding - by Abd Doumany

Douma (Siria) – Douma is bleeding – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi

Aleppo, 11 giugno 2014, Nena News  – Ogni giorno il cobalto cielo siriano è costellato dai barlumi arancioni e dalle nuvole polverose delle esplosioni e dai boati assordanti e improvvisi dei bombardamenti. Le città e i villaggi tremano. La terra trema. Gli scontri sono quotidiani. I bombardamenti continui. Ormai non si riesce più a dormire, né a fare nulla.  Durante la notte per ripararsi dai proiettili intere famiglie trovano rifugio in fossati vicino casa. Nei ripari di fortuna che la gente cerca di erigere con plastica e stracci ci sono bambini che vivono scalzi.

Molti non possono andarsene perché sono troppo vecchi, troppo poveri o semplicemente non trovano una via d’uscita dai territori assediati. Decine di migliaia di persone sono nient’altro che ostaggi stretti tra l’esercito siriano, che impedisce a chiunque di entrare e uscire, e i gruppi islamici più integralisti, che hanno fatto di aree come Yarmouk, Jaramana, Hajar al-Aswad, sobborghi della periferia sud di Damasco, la loro roccaforte.

Il regime di Bashar Assad, affermano gli oppositori, lascia entrare nelle città allo stremo pochissime derrate alimentari. Ad Homs, aggiungono sempre gli oppositori,  avrebb bloccato il passaggio delle attrezzature mediche e avrebbe sequestrato negli straripanti carceri, uomini che tentavano di fuggire dall’inferno insieme alle famiglie. Il tutto davanti agli occhi dei miseri figli.

Il frastuono e la polvere tormentano le calde giornate di fine primavera. Macerie, cenere e calcinacci di case, moschee e ospedali sembrano guardare silenziose il resto della distruzione.

Non si contano più morti e mutilati.

Dall’agosto dello scorso anno, denunciano alcuni centri per i diritti umani, sono comparse negli arsenali delle forze governative siriane ex barili di carburante riempiti con tritolo, pietre, pezzi di metallo di scarto, proiettili di artiglieria e petrolio.  Erano armi rudimentali ma l’esercito siriano avrebbe aggiunto a questi barili piccoli alettoni per stabilizzarli durante il volo e detonatori per sincronizzare l’esplosione quando toccano terra.  Gli islamisti che combattono contro il regime sostengono che siano gettati, indiscriminatamente, sui centri abitati colpendo i civili. Gli elicotteri militari, aggiungono gli oppositori, quando lasciano cadere i barili esplosivi non avrebbero alcuna pretesa di colpire con precisione.  Pioverebbero sistematicamente barili sulle case e chi ci vive, su palazzoni residenziali alti, su vie strette, rendendo di giorno in giorno più catastrofico il bilancio di morti e feriti.  Fonti locali riferiscono che solo ad Aleppo dall’inizio dell’anno più di 1.900 persone sarebbero morte per raid aerei, di cui 567 bambini.  I bombardamenti a colpi di mortaio, con autobombe e missili terra-aria, importati pare dalla Russia, sarebbero altrettanto indiscriminati. Il lancio non guidato rende impossibile la distinzione tra civili e combattenti. Così, affermano sempre gli oppositori, piomberebbero bombe sui fornai e su ospedali, colpiti più volte fino a non poter più funzionare.

Tutto rappresenta un’infrazione delle leggi umanitarie internazionali. La Siria non ha mai ratificato  il II protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, adottato nel 1977, che garantisce la protezione dei civili nei conflitti non-internazionali, nelle guerre civili e nei conflitti interni.

Le forze armate siriane negano di colpire in modo indiscriminato e affermano invece di indirizzare i loro attacchi solo contro le formazioni “terroriste”, ossia i ribelli.

Amnesty International continua a chiedere che chiunque sia sospettato di aver commesso o ordinato crimini di guerra o crimini contro l’umanità, tra cui omicidio, tortura e sparizione forzata sia sottoposto alla giustizia.

Secondo gli ultimi report di Save the Children, dei 2.500 medici ufficialmente registrati nella zona di Aleppo ne sono rimasti 36, i quali ormai passano le loro giornate a sanare, con medicine poco reperibili e troppo costose, le vittime delle esplosioni dell’esercito di Assad. Nena News

 

Nena News Agency “ALEPPO, civili senza scampo tra le parti in lotta” – di Federica Iezzi

 

 

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ARABIA SAUDITA. La Mers fa paura ai pellegrini

Nena News Agency – 07 giugno 2014

 

Il governo di Riad ha ridotto il numero di fedeli ammessi a La Mecca per il pellegrinaggio dell’Hajj e alcuni Paesi hanno consigliato di rinviare il viaggio che ha inizio durante il Ramadan (28 giugno-27 luglio) 

 

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di Federica Iezzi

La Mecca (Arabia Saudita), 7 giugno 2014, Nena News –  Il rito del pellegrinaggio a La Mecca da 14 secoli abbraccia i quattro angoli del mondo. Situata nella regione saudita dell’Hegiaz, La Mecca ogni anno accoglie due milioni di musulmani. Il numero di pellegrini, nella città santa dell’Islam prima di Medina e Gerusalemme, è stato ridotto quest’anno dal governo di Riad per la serpeggiante presenza del virus responsabile della Middle East Respiratory Syndrome (MERS). Il principale timore, soprattutto in Arabia Saudita, è che il tradizionale pellegrinaggio dell’Hajj possa scatenare una spirale di infezioni prima che si trovi una cura efficace.

La grande moschea di Masjid al-Haram, potrebbe dunque non vedere tra l’ottavo e il tredicesimo giorno del mese di Dhu l-hijjah, ad ottobre, la solita potente affluenza di fedeli, vestiti con due pezzi di tessuto bianco non cucito. Paesi come Tunisia, Egitto e Iran hanno consigliato ai fedeli di rinviare l’Umrah, il piccolo pellegrinaggio, e l’Hajj, il grande pellegrinaggio annuale, che ha inizio per molti musulmani nel corso del digiuno del mese di Ramadan, quest’anno dal 28 giugno al 27 luglio.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato, con dati di laboratorio, 636 casi di MERS e 193 morti legati alla polmonite infettiva che nel 2002 scoppiò in Cina, infettando 8.000 persone e uccidendone quasi 800. La maggior parte dei casi è legata alla penisola arabica, dove attualmente i decessi per MERS sono arrivati a 283. E i casi di contagio sono saliti a 689. Casi confermati in altri Paesi del Medio Oriente, quali Giordania, Kuwait, Oman, Qatar, Emirati Arabi, Yemen e Libano. Casi sporadici in paesi del nord Africa, in Malesia, nelle Filippine, negli Stati Uniti e in alcuni Paesi dell’Unione europea.

Due settimane fa si è tenuto un vertice di emergenza a Ginevra, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sulla minaccia crescente a livello globale del virus MERS. È stata inviata a Gedda una squadra dell’OMS per studi sulle modalità di trasmissione del virus, in vista del grande pellegrinaggio religioso annuale a La Mecca.

Il cammino verso La Mecca, descritto nella Sura al-Hajj del Sacro Corano, rappresenta il quinto pilastro dell’Islam ed è un atto obbligatorio nella vita di ogni musulmano. Dallo scorso ottobre, inizio del calendario musulmano, il numero di pellegrini dell’Umrah in Arabia Saudita  ha già toccato i 4,8 milioni. Quest’anno, vicino alla sacralità della Ka’bah, i pellegrini si trovano a fronteggiare una serie di precauzioni dettate dalle autorità saudite per ridurre al minimo i contagi. Nena News

 

Nena News Agency “A. SAUDITA. La Mers fa paura ai pellegrini” di Federica Iezzi

 

 

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Siria, senza cibo e senza medicine nelle città assediate

Idlib (Siria) – Il primo venerdì di Ramadan all’ospedale da campo di Sarmeen dopo pesanti bombardamenti

 

Frontiere News – 30 maggio 2014

 

Nelle città siriane assediate, da mesi la guerra causa silenziosamente migliaia di vittime per la drammatica mancanza di cibo e di farmaci. 6,8 milioni di persone aspettano improrogabile aiuto, senza elettricità né riscaldamento, con gli occhi freddi di chi ha visto troppa sofferenza

 

Douma (Syria) - A little bit of food but a lot of hope - by Abd Doumany

Douma (Syria) – A little bit of food but a lot of hope – by Abd Doumany

 

di Federica Iezzi 

Douma (Siria) – I penosi anni di ostilità hanno fatto a pezzi ospedali, laboratori e farmacie. Il 60% degli ospedali è danneggiato o completamente distrutto. La metà dei medici ha lasciato il Paese. La medicina e gli ospedali diventano improvvisati.

Dagli ultimi dati divulgati da Save the Children, i neonati scompaiono nel vuoto delle incubatrici a causa della mancanza di elettricità. I più fortunati dispongono di elettricità solo per un’ora e mezzo al giorno. Si amputano arti ai bambini per mancanza di cure alternative. Si muore come negli anni ’20 di morbillo, diarrea o polmonite. Non ci sono antibiotici. Non ci sono anestetici per gli interventi chirurgici.

I pochi medici rimasti, lavorano in scantinati bui. Possono solo centellinare farmaci dalle loro irrisorie scorte. A volte li ottengono dopo lunghe contrattazioni e scendendo a vili compromessi con soldati del governo di Damasco.

Nelle città sotto assedio dei governativi non entra e non esce nessuno. Non entra e non esce niente. Alle organizzazioni umanitarie non è concesso portare nemmeno sciroppi per la tosse ai bambini che vivono nell’instabilità senza fine delle città assediate. Homs è sotto assedio da 716 giorni di fila. I bambini uccisi sono 14.000. Secondo l’UNICEF più di 250.000 persone sono tagliate fuori dagli aiuti all’interno della Siria.

Nelle zone sotto assedio, il governo al-Assad ha tagliato la corrente e le comunicazioni, impedendo l’afflusso di cibo e medicine. Palazzi distrutti, case rase al suolo, quartieri fantasma, isolati e assediati, senza nessun collegamento con il resto dell’umanità, senza che i convogli umanitari riescano a penetrare all’interno.

Secondo le stime dell’UNICEF 2,8 milioni di bambini non vanno a scuola da quasi due anni. Le scuole insieme agli ospedali sono stati convertiti in alloggi collettivi delle forze di al-Assad.

Disattesi regolarmente gli accordi per l’apertura di corridoi umanitari per l’arrivo di beni di prima necessità alla popolazione civile. Falliti miseramente gli accordi di Ginevra I e Ginevra II.

Le pattumiere hanno sostituito il negozio sotto casa, dove i bambini si precipitavano con poche lire strette tra le mani, per comprare pane e frutta. La gente è affamata. Il regime di al-Assad ha strappato il cibo a 500.000 persone.

Sono passati tre anni dall’inizio del conflitto e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha smesso di contare le vittime. Le stime parlano di più di 150.000 morti. 600.000 feriti. Tutti nel paese sembrano aver perso qualcuno. Il drammatico bilancio è stato diffuso dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, una piattaforma dell’opposizione anti-regime che dal 2007 monitora le violenze nel Paese. Un terzo delle vittime è costituito da civili e di questi almeno ottomila sono bambini.

Il mondo continua a guardare disorientato i crimini di guerra, le accanite torture, l’arbitrario sterminio di Bashar al-Assad. Vane e timide sanzioni su scambi economici e militari, su rapporti politici e quelli bancari. Intanto miliziani qaedisti antigoverantivi della Jabhat al-Nusra hanno privato di acqua potabile i quartieri occidentali di Aleppo, controllati dalle forze lealiste, ormai da settimane. Chi vive sotto assedio non ha elettricità da più di 18 mesi. La gente continua a non avere voce.

Frontiere News “Siria, senza cibo e senza medicine nelle città assediate” di Federica Iezzi

ANA Press – 01 agosto 2014 – “Children eating from the streets of Hajr al-Aswad in Damascus”

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SUD SUDAN, oltre alla guerra il colera: già 23 morti

Nena News Agency – 29 maggio 2014

A Juba in meno di un mese si contano quasi 700 contagi. Il colera ha ucciso già 23 persone. Raddoppiate le dosi di vaccino tra gli sfollati dei campi profughi interni 

 

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di Federica Iezzi

 

Roma, 29 maggio 2014, Nena News  – Sono saliti a quasi 700 i casi di colera registrati in Sud Sudan. Il bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di 23 morti. L’epidemia è per ora confinata a Juba, la capitale della piccola nazione africana, che ha ottenuto l’indipendenza soltanto 3 anni fa. In altre località nel Paese, negli stati di Jonglei, Lakes and Upper Nile, ci sono stati casi sospetti, in attesa della conferma di laboratorio.

La prima conferma di infezione da colera è arrivata il 6 maggio. Il 15 maggio il Ministero della Salute del Sud Sudan ha confermato ufficialmente l’epidemia nella capitale. Una delle aree maggiormente colpite è il distretto di Gudele. Colpite anche le aree: Juba Nabari, Jopa, Kator, Gabat, Mauna, Newsite, Nyakuron e Munuki. I primi 200 casi sono stati trattati al Juba Teaching Hospital, con oneroso dispendio delle già scarse risorse. Medici Senza Frontiere sul territorio del Sud Sudan dal 1983, sta operando duramente per contenere il contagio di colera.

Insieme allo staff di Medici Senza Frontiere, UNICEF, Medair, Organizzazione Mondiale della Sanità e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni hanno supportato con donazioni di medicinali e materiali medicali le strutture sanitarie del Sud Sudan. Inviati letti, kit di laboratorio per la diagnosi di colera, materiale per la clorazione dell’acqua, sali per la reidratazione orale. Inviato personale medico e paramedico di appoggio.

La guerra civile che impera nel Paese da anni e le selvagge violenze tra gruppi etnici hanno provocato mezzo milione di sfollati interni. Attualmente gli scontri tra truppe e ribelli continuano, nonostante l’accordo per un cessate il fuoco, firmato all’inizio del mese a Addis Abeba tra il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e il leader dei ribelli, Riek Machar.

La situazione sanitaria nei campi profughi è drammatica. Condizione che peggiora di giorno in giorno per l’arrivo della stagione delle piogge. La mancanza di acqua potabile nei traboccanti campi profughi costringe gli sfollati ad usare l’acqua del Nilo per bere e per lavarsi le mani, aumentando il rischio di contagio del batterio. Il colera si diffonde attraverso acqua e cibi contaminati. Il numero di casi raddoppia ogni giorno. Nel campi profughi di Mingkaman, Malakal, Bor, Tomping, Melut e Bentiu sono stati installati centri per rispondere all’epidemia di colera, sono state organizzate linee per la distribuzione di acqua potabile, sono state condotte campagne di sensibilizzazione e vaccinazione contro il colera.

Dei 12 milioni di abitanti, più di 80 mila persone tra aprile e maggio sono state vaccinate contro il colera. Nei campi profughi, distribuite due dosi di vaccino per ogni soggetto. Particolare attenzione ai 50.000 bambini a rischio imminente di morte per malnutrizione e ai 740.000 ad elevato rischio di insicurezza alimentare. Nena News

 

Nena News Agency “SUD SUDAN, oltre alla guerra il colera: già 23 morti” di Federica Iezzi

 

 

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NIGERIA, violenze senza fine: Boko Haram fa strage a Jos

Nena News Agency – 23 maggio 2014

E’ di 120 morti  il bilancio dell’ultimo attentato firmato dalla setta islamista che sta seminando i caos nel Paese. Presi di mira mercati, stazioni dell’autobus, scuole, chiese, moschee, caserme. Dall’inizio dell’anno sono state uccise 1.500 persone 

 

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Boko Haram rebels

 

di Federica Iezzi

Jos (Nigeria), 23 maggio 2014, Nena News – Davano tutti le spalle all’esplosione. Erano al Terminus Market di Jos. Non hanno fatto nemmeno in tempo a sentirla che erano già tutti riversi a terra, con le fiamme che scaldavano la torrida aria della primavera subsahariana. Corpi fumanti e resti dei passeggeri dei vicini autobus sulla terra bruciata. Scaraventati a faccia in giù venditori abusivi, le donne che cucinavano la manioca e il pesce arrostito, i bambini che mangiavano arachidi. 120 morti, forse di più secondo fonti nigeriane. Centinaia i feriti. Ritorna martellante lo spettro Boko Haram. Paure che incidono sugli aspetti più elementari della vita, appartenenza etnica, religione, diseguaglianze regionali.

L’organizzazione jihadista sta seminando il caos con rapimenti, attentati, violenze e soprusi. Abuja sta diventando teatro di attentati, incendi dolosi e conflitti a fuoco, che colpiscono stazioni di polizia, uffici statali, chiese, moschee, scuole e università e di omicidi di funzionari politici, religiosi e gente comune.

Contro il governo del presidente Goodluck Jonathan, cristiano del gruppo etnico Ijaw, Boko Haram mira al riconoscimento della Shari’a come legge di Stato.

Il gruppo fu fondato nel 2002 da Ustaz Mohammed Yusuf. L’organizzatore materiale del piano di destabilizzazione della Nigeria fu ucciso nel 2009, dal governo del Paese. Da allora prese piede pacatamente la figura di Abubakar Shekau. Boko Haram è un gruppo anti-occidentale che rifiuta e si oppone all’ingerenza straniera.

Oggi gli obiettivi del gruppo sono l’imposizione di un certo modo di vivere e pensare a tutta la popolazione cristiana nel nord della Nigeria, di contrapporsi al sistema di educazione nigeriana di ispirazione britannica e di introdurre la legge islamica in tutto il Paese.

La popolazione nigeriana è divisa quasi a metà tra musulmani e cristiani. Le bande di Boko Haram da tre anni vagabondano inosservate, nel paese più popoloso e ricco di petrolio del continente africano, assaltando chiese, scuole e villaggi, compiendo stragi alla cieca di cristiani e musulmani.

Dopo il barbaro sequestro delle 223 studentesse all’inizio del mese, la settimana di sangue è iniziata con l’uccisione di almeno 47 persone in due attacchi contro i villaggi nigeriani di Alagarno e Shawa, nello stato di Borno, a nord-est del Paese. Martedì l’attentato alla stazione di autobus in una delle vie commerciali più affollate di Jos, ha preceduto l’esplosione dell’autobomba al mercato centrale e  provocato centinaia tra morti e feriti.

Ogni giorno si vedono i gesti dei ribelli in azione, durante le esercitazioni o a riposo. Ma anche il cielo cobalto sopra la terra rossa, con le sagome nere dei combattenti dal volto incorniciato dalla folta barba, alla luce dell’alba o del tramonto e le nuvole polverose delle esplosioni.

A Boko Haram sono attribuiti circa 4mila morti, decine di migliaia di feriti, sfollati e senza tetto. Nena News

Nena News Agency “NIGERIA, violenze senza fine: Boko Haram fa strage a Jos” di Federica Iezzi

 

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Sud Sudan. 20 anni di feroci conflitti

Nena News Agency – 15 maggio 2014

Fame e malnutrizione aggravano la vita a Leer, mentre viene firmato l’ennesimo vano cessate il fuoco

 

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di Federica Iezzi

Leer (Sud-Sudan), 14 maggio 2014, Nena News – E’ una zona paludosa Leer, per lo più sconosciuta al mondo, fino a quando non si trivellò il sottosuolo ricco di petrolio.

Fanno da teatro in questa zona dell’estremo nord del Sud-Sudan, schieramenti ordinati di fucili, proiettili e bombe dei ribelli sudanesi contro quelle degli eserciti governativi, con accanto uno schieramento altrettanto ordinato di corpi di civili uccisi. Qui la popolazione è in gran parte di etnia nuer.

Dopo l’ultima sanguinosa guerra civile, durata più di 20 anni, il Sud-Sudan trova l’indipendenza nel 2011. Fin dalla sua nascita, il presidente del governo del Paese è stato Salva Kiir Mayardit, militare del popolo dinka, cresciuto a Bahr el Ghazal. La regione dell’oro bianco. Il fertile bacino bagnato dalle acque del Nilo.

Nel 1991, in piena guerra civile, Riek Machar, ex vice-presidente del neo sbocciato Paese, provoca la scissione dell’esercito sudanese di liberazione popolare. Il movimento ribelle viene guidato dal suo leader storico, John Garang, guerrigliero di etnia dinka di Bor. La nuova unione recluta soldati di etnia nuer, viene guidata da Riek Machar e si allea con il governo di Khartoum contro l’esercito sudanese di liberazione popolare di Garang.

Gli scontri tra le due fazioni degenerano rapidamente in conflitti tribali, provocando decine di migliaia di vittime.

Oggi ancora contro i civili, spesso sigillati dentro assedi infiniti, si ripetono bombardamenti indiscriminati, esecuzioni sommarie, stupri, privazione dei beni di prima necessità, fino alla fame, arma di guerra che ha sempre consumato la popolazione.

La vita è diventata così incomprensibilmente terrificante. Povertà assoluta, con lo stretto indispensabile per non morire. In questo Paese anche le attività più semplici privano la gente della dignità.

Molte strade sono bloccate, i ponti distrutti, spesso anche le linee telefoniche sono inutilizzabili. L’elettricità è un lontano lusso. Le abitazioni nelle città sono incompiute, con i balconi aperti come bocche sdentate e le finestre offuscate come occhiaie vuote. Gran parte della popolazione è analfabeta.

Secondo l’ONU, i morti dall’inizio dell’insensata lotta politica per il potere sono oltre 13.000. Più di 1,3 milioni di persone sono fuggite dalla loro terra a causa del conflitto di matrice interetnica, sullo sfondo della rivalità tra le tribù dinka e nuer, che ha partorito unicamente massacri e ferocia contro i civili.

3,2 milioni di persone hanno urgente bisogno di assistenza. Solo a Leer più di 270.000 persone non hanno accesso alle cure mediche.

Meno di una settimana fa, ad Addis Abeba, il presidente Salva Kiir e il capo dei ribelli Riek Machar hanno firmato il cessate il fuoco, dopo cinque mesi di duri conflitti armati.

Ora nuvole color rame cariche di pioggia peggiorano la già vacillante sopravvivenza. La stagione delle piogge equivale a una trappola, per le fitte famiglie raccolte accanto alle proprie case, senza tetto e annerite dal fumo. Si sentono le pungenti voci dei bambini che giocano sulle strade con il fango e le grida soffocate dei 250.000 bambini consumati dalla malnutrizione. Nena News

Nena News Agency “Sud Sudan. 20 anni di feroci conflitti” – di Federica Iezzi

 

 

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La Somalia dimenticata, in piena crisi politica ed umanitaria

Nena News Agency – 11 maggio 2014

In costante ritardo la catena di aiuti umanitari in Somalia, dovuta alle difficoltà di accesso in alcune aree del Paese e agli scarsi fondi messi a disposizione dai donatori

 

SOMALIA

 

di Federica Iezzi

Mogadiscio (Somalia), 11 maggio 2014, Nena News – Nella Somalia esposta agli attentati di al-Shabaab, l’organizzazione fondamentalista collegata ad Al-Qaeda, che controlla l’area centro-meridionale del Paese e che destabilizza l’intero territorio dello Stato, si frantumano anche gli aiuti umanitari. Gran parte della popolazione somala convive quotidianamente con denutrizione, malattie e infezioni, il tutto gravate da duri cicli di siccità e carestie.

Il corridoio umanitario nella terra di Afghoy, costruito sulle rovine della strada nazionale che collegava Mogadiscio a Baidoia, e i gremiti campi profughi di Mogadiscio, non sono bastati a scongiurare nei due precedenti decenni, emergenze umanitarie di singolari proporzioni. La carestia, causata dalla guerra tra fazioni nel 1992, ha provocato la morte di oltre 220 mila persone. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite quasi 260 mila somali sono morti di fame durante la crisi umanitaria che ha sconvolto il Paese nel biennio 2010-2012.

Oggi come vent’anni fa la guerra civile demolisce il Paese. Le città appaiono come una guarnigione misera e trascurata. Lungo le strade decine di posti di blocco a poche centinaia di metri l’uno dall’altro, sprofondano nella gretta desolazione. Campi abbandonati all’incuria e alla desertificazione. I villaggi sopravvivono a stento non potendo più contare nemmeno sui raccolti agricoli. Ogni giorno scontri a fuoco e attentati falliti.

Data la dispersione su tutto il territorio di una popolazione prevalentemente nomade e seminomade, la Somalia non è mai stata preda di un governo centrale. Questo delicato equilibrio fu alterato dall’imposizione del dominio coloniale, di un sistema di egemonie tribali.Il Paese continuò negli anni a rimanere ostaggio delle fazioni armate, nonostante tregue e tardivi interventi ONU (missioni UNOSOM I e UNOSOM II) e degli Stati Uniti (operazione Restore Hope), dagli esiti manifestamente fallimentari.

Oggi come vent’anni fa, nel Corno d’Africa imperversano siccità e carestie stagionali, giudicate normali dagli esperti. Il numero delle vittime, incalcolabile. I profughi, decine e decine di migliaia: verso il campo di Dadaab nel nord-est del territorio keniano, che ospita ormai più di 450.000 rifugiati, e verso il sud dell’Etiopia. Come vent’anni fa, sono continui i ritardi negli aiuti umanitari, dovuti alle difficoltà di accesso in alcune aree del Paese e agli scarsi fondi messi a disposizione dai donatori.

Attualmente circa 3 milioni di persone necessitano per sopravvivere di immediati aiuti umanitari. Sono poche le possibilità di trovare un’assistenza sanitaria di qualità, per l’inabilità di trasportare medicine, come cibo, nelle aree controllate militarmente dalle milizie estremiste islamiche. Le autorità sanitarie somale, con la collaborazione di UNICEF, OMS e Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, ha presentato un programma, che si concluderà nel 2016, per il miglioramento dell’assistenza sanitaria di base. Progetto da 8 milioni di dollari.

Per il ritardo della stagione delle piogge, per l’aumento dei prezzi sugli alimenti e per la persistente insicurezza nel Paese, più di 800.000 persone rischiano i danni di una incalzante carestia. La FAO risponde con un progetto annuale da 12 milioni di dollari che prevede la duratura pianificazione del programma alimentare e il dinamico sostegno alla coltivazione locale. Nena News

 

Nena News Agency “La Somalia dimenticata, in piena crisi politica ed umanitaria” – di Federica Iezzi

 

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Repubblica Centrafricana dimenticata

Nena News Agency – 30 aprile 2014

La guerra di religione è esplosa quando i Séléka, ribelli musulmani, a marzo dello scorso anno, hanno rovesciato il governo di François Bozizé e insediato Michel Djotodia, primo presidente musulmano a guidare il Paese, a maggioranza cristiana

bangui

di Federica Iezzi

Roma, 30 aprile 2014, Nena News  – E’ un piccolo paese dell’Africa centro-occidentale, la Repubblica Centrafricana. Nell’ex colonia francese da oltre un anno imperversa una guerra tra milizie islamiche e milizie cristiane. Si contano migliaia di persone mutilate a colpi di machete, ad opera di uomini che usano violenza per sopravvivere. Sconvolte le vite di civili che ancora oggi portano sui loro corpi segni di violenza e di barbarie.

La guerra di religione è esplosa quando i Séléka, ribelli musulmani, a marzo dello scorso anno, hanno rovesciato il governo di François Bozizé e insediato Michel Djotodia, primo presidente musulmano a guidare il Paese, a maggioranza cristiana.

Le milizie di Djotodia hanno via via incrementato le proprie fila con la presenza di soldati jihadisti di Ciad e Sudan. I combattenti islamici dopo aver assunto il controllo del territorio centrafricano hanno irrobustito vigorosamente i numeri di violenze e saccheggi indiscriminati. Loro bersagli principali: civili di religione cristiana e strutture come chiese e ospedali. Hanno dato alle fiamme centinaia di villaggi, torturando, stuprando le donne e uccidendo gli uomini della popolazione a maggioranza cristiana.

Si schierano così contro i Séléka le truppe anti-balaka, a maggioranza cristiana. Si tratta di gruppi esistenti, a livello locale, dal 2009, organizzati per difendere i civili da aggressioni e soprusi. Il risultato di tanta brutalità è una spirale infinita di rappresaglie, mutilazioni, genocidi e pulizie etniche.

All’inizio dell’anno il parlamento della Repubblica Centrafricana ha nominato presidente ad interim Catherine Samba-Panza.

Lo scorso dicembre l’ONU ha dato mandato alla Francia per un intervento militare, destinato a ristabilire l’ordine nel Paese. 1600 soldati francesi, a sostegno della Mission internationale de soutien à la Centrafrique sous conduite africaine (MISCA), formata da 3.600 soldati, indirizzata a salire a 6000. L’ultima missione di stabilizzazione, denominata MINUSCA, autorizza il dispiegamento di 10.000 soldati e 1.800 agenti di polizia, a partire dal prossimo settembre, che subentreranno alle unità militari del MISCA. Obiettivi: la protezione dei civili e l’allestimento di corridoi umanitari, in modo sicuro e senza ostacoli.

La Repubblica Centrafricana fin dalla sua indipendenza nel 1960 ha vissuto fasi politiche tormentate, tra regimi totalitari e colpi di stato. Le prime elezioni politiche in cui Ange-Félix Patassé diviene presidente sono datate 1993. Da allora instabilità, fino al colpo di stato, 10 anni dopo,  in cui il generale François Bozizé prende il controllo del governo. Bozizé rimane il capo indiscusso del Paese fino alla comparsa dei soldati mercenari Séléka.

Oggi le milizie cristiane hanno il controllo di tutte le principali strade del Paese. A rischio la minoranza musulmana della popolazione centrafricana, per l’ondata inarrestabile di omicidi, maltrattamenti e abusi, che sta costringendo intere comunità a lasciare il paese.

Centinaia e centinaia i morti. Solo nell’ultima settimana 600. Sono circa 750 mila gli sfollati interni, 250 mila rifugiati nei paesi confinanti, su una popolazione che non supera i quattro milioni.

Non si arresta l’arrivo nella Repubblica Democratica del Congo (nelle località di Zongo, Libenge e Gbadolite), nel Camerun (a nord nelle località di Mbaimboum e Touboro e nella regione orientale di Lolo) e nel Ciad (nei pressi della località di Bozoum) dei centrafricani in fuga dal quartiere fantasma PK12 (Point Kilométrique 12).

La Repubblica Centrafricana è scivolata prima nel caos, poi nella pulizia etnica dei musulmani. Il genocidio è stato solo schivato, obbligando i civili di fede islamica a fuggire in massa, per mettersi in salvo oltre i confini del Paese.

A Bangui piove senza tregua per giorni. La sera c’è un serrato coprifuoco. Le amministrazioni non funzionano più, banche e stazioni di rifornimento aprono solo un paio d’ore di mattina presto, le scuole sono chiuse. Nelle panchine seminate sulle strade e vicino le università non siedono più studenti che aspettano gli autobus ma giovani soldati che imbracciano kalashnikov. Nena News

 

Nena News Agency “Repubblica Centrafricana dimenticata” – di Federica Iezzi

 

 

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