Nelson Mandela: il nonno della democrazia sudafricana

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Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2013 muore l’ultimo gigante del XX secolo: Nelson Mandela. Il mondo lo conosceva come Madiba, appellativo che giunge dal nome del clan di appartenenza. Aveva 95 anni.

Nasce nella famiglia reale dei Thembu, di etnia xhosa, in una capanna a Mvezo, tra le colline del Transkei, sulle rive del fiume Mbashe, nel suo sud-Africa.
Negli anni ’40 inizia a guidare le manifestazioni di protesta e di boicottaggio del sistema di segregazione razziale della maggioranza nera.
Apartheid: parola di origine olandese composta da “separato” (apart) e “quartiere” (heid). E’ stata la politica ufficiale, del governo di etnia bianca, del sud-Africa, fino ai primi anni ’90.
La segregazione razziale si esprimeva in un fitto gomitolo di proibizioni, atte a devastare la popolazione nera.
Nei nostri anni ’90, mentre nasce l’Unione Europea, in sud-Africa chi aveva la pelle scura non poteva ancora salire sugli stessi autobus in cui salivano i bianchi.
I neri vivevano ancora nei bantustan, i ghetti fondati espressamente per la popolazione nera.
Mandela condusse una campagna non violenta di disobbedienza civile, aiutando ad organizzare scioperi, marce di protesta e manifestazioni, incoraggiando la gente a rifiutarsi di obbedire alle leggi discriminatorie.

Per questo, nel 1964 dopo il processo Rivonia Trial, guadagnò la condanna all’ergastolo nel carcere di Robben Island. Sul braccio il tatuaggio con il numero 466/64.

Fuori, gli anni ’60 sono il trionfo dell’apartheid. Durante la cruenta lotta anti-apartheid, l’African National Congress, addestrò tra le valli e i picchi del Lesotho schiere di guerriglieri pronti al sacrificio in nome dell’uguaglianza tra bianchi e neri.
Un’Africa montuosa è difficile da concepire. Nel Lesotho, viaggiando su strade che sembrano perdersi nel nulla, con il naso all’insù per godersi lo spettacolo delle cime montuose che interrompono la monotonia di cieli blu cobalto, si dimenticano per un attimo la miseria e le angosce quotidiane di questa gente, avvolta nei loro pesanti teli di lana caprina, i mohair.

Spaccare pietre nelle cave di Robben Island gli ha rovinato gli occhi e i polmoni.
Rifiuta la libertà offertagli dal governo in cambio dell’autoesilio al suo villaggio. “Solo gli uomini liberi possono negoziare” fu la risposta.
Alla fine degli anni ’80, con la fine della Guerra Fredda, anche il Muro di Pretoria comincia a sgretolarsi. Le campagne internazionali e le pressioni interne portano il governo di De Klerk al rilascio di Nelson Mandela.
Nel 1990 torna libero dopo oltre 27 anni. I sudafricani scoprono il suo volto ingrigito, invecchiato e pieno di rughe, come prezzo che si paga quando si vive una realtà così dura.
Nel 1993 arriva il Nobel per la pace. Ma in Sudafrica sono giorni di sangue: bianchi contro neri, zulu contro xhosa, voci sempre più incalzanti di un colpo di stato.
Il 27 aprile 1994, 23 milioni di Sudafricani per ore in coda ai seggi: Mandela presidente.
Per i ragazzi che hanno l’età della democrazia del Sudafrica, Mandela è un nonno. Invece, per quelli che avevano vent’anni nei giorni in cui cadde il muro di Pretoria, l’immagine di Nelson Mandela rimane cucita nella memoria, come un prezioso insetto preistorico bloccato per sempre nell’ambra.
Il suo animale preferito era l’impala, perché “it is alert, curious, rapid and able to get out of difficult conditions easily and with grace”. (è vigile, curioso, veloce e in grado di uscire da condizioni difficili in modo semplice e con grazia).

 

LiberArt “Nelson Mandela: il nonno della democrazia sudafricana” – di Federica Iezzi

 

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