Dall’altra parte del muro

LiberArt – 07/04/2014

 

Missione di cardiochirurgia 

European Gaza Hospital – Khan Younis (Striscia di Gaza)

 

Erez crossing

Erez crossing

 

Khan Younis (Striscia di Gaza) – Quando si sente parlare al telegiornale della Striscia di Gaza, si pensa ad una sorta di Stato.
In realtà è solo un banda di terra incarcerata acutamente tra il blu cobalto del cielo e la salmastra aria marina, le continue violazioni israeliane e i muri egiziani aperti per pochi giorni all’anno. E’ lunga 41 chilometri e larga tra i 6 e i 12 chilometri, dove vivono quasi 2 milioni di persone. Prima di entrare nel terreno di Gaza, pini marittimi, ulivi e palme, immersi in macchie tinteggiate di alberi di mandarino, nascono dalla nuda roccia.
Il sole è cristallino e il cielo è terso. Le case sono basse e sono costruite di bianca pietra granitica.
I cartelli stradali sono più larghi perchè devono contenere le indicazioni in ebraico, in arabo e in inglese. Le persone sono separate da muri e idee.
L’avvolgente inferriata si prolunga dritta e abbandonata nella terra di nessuno arsa e sabbiosa, senza più coltivazioni di datteri, dalla quale osservi e ti senti osservato.
Dall’altra parte del muro. Dentro, la vita è difficile. Non c’è lavoro. Non c’è comunicazione con il mondo.
C’è chi affida il suo pensiero a Internet. Sembrano tutti imprigionati nella loro terra, nelle loro case, nei loro pensieri, nelle loro lotte.

Bisogna farsi bastare l’elettricità per più o meno otto ore al giorno. La rete elettrica di Gaza riceve 160-170 megawatt a fronte di un fabbisogno di 300-350.
Sentire esplosioni sui confini israeliani e egiziani è tutt’altro che raro. Erez, Nahal Oz, Karni, Sufa, Kerem Shalom e Rafah non sono solo punti di ingresso e uscita da questo lembo di terra. Si trasformano repentinamente in teatri di violenze.
Gli uomini non possono nemmeno dare la mano alle donne come saluto. E’ questa la scuola di pensiero sunnita della salafiyya.
La religione non permette contatti fisici tra uomini e donne a meno che non si parli di persone sposate tra loro.
I pescatori palestinesi sono liberi di navigare con i loro modesti pescherecci fino a 3 miglia dalla costa dei territori palestinesi. Ad aspettarli motovedette israeliane, pronte a far fuoco su chi oltrepassa la tenace linea immaginaria che separa Israele dalla Palestina.
Eppure si vede una bellezza con cicatrici profonde, soffocata dalle macerie e ostacolata da muri sotterranei che attraversano la solitudine. E’ concretizzata dalla vita, dalle storie e dai ricordi della gente.
La gente è in gran parte gentile. Come da tradizione araba danno il benvenuto agli stranieri con una tazza calda di tè. Il cibo è semplice e invitante.
I falāfil, polpette fritte e speziate a base di legumi, quali fave, ceci e fagioli tritati con sommacco, cipolla, aglio, cumino e coriandolo, vengono serviti con l’hummus, una salsa a base di pasta di ceci e tahineh (pasta di semi di sesamo) aromatizzata con olio di oliva, aglio e semi di cumino in polvere e prezzemolo finemente tritato.
La quedra, un piatto a base di riso e pollo si consuma con l’immancabile marqūq, la focaccia di pane schiacciata tipica dei paesi arabi.
A dipingere il traffico di Khan Younis sono le poche auto e i carretti straripanti di frutta e verdura trainati da muli o da cavalli smagriti.

Le strade asfaltate sono coperte di sabbia. L’arabeggiante suq domina le strade e i vicoli di Gaza.
Si compra e si scambia ogni tipo di oggetto, dalle kefiah alle ciambelle di pane e sesamo. Le case quadrangolari sono fatte di grossi mattoni. Su molte manca l’intonaco. E’ tutto in costruzione e tutto sembra lasciato a metà.
Le moschee riempiono l’aria. L’adhān del muʾadhdhin segna e scandisce dettagliatamente i frammenti di ogni giornata. Allāhu Akbar. Ašhadu an lā ilāh illā Allāh. Ašhadu anna Muḥammadan Rasūl Allāh. Ḥayya ʿalā al-salāt. Ḥayya ʿalā l-falāḥ. Allāhu Akbar. Lā ilāh illā Allāh. La stessa voce stentorea echeggia per le cinque ṣalāt giornaliere, in luoghi in cui il tempo non conta.
I bambini giocano scalzi, sul terriccio davanti le case. Fanno colazione per strada con frutta o con piatti colmi di ceci.
Le bambine più grandi portano già l’hijab per coprire la testa. All’uscita di scuola indossano tutte il velo bianco e si incamminano a piedi verso le loro case e le incombenze famigliari che le aspettano. Le donne indossano il niqab nero, altre coprono solo la testa con colorati chador. E’ una scelta del padre, del fratello, del marito, dell’uomo.
Si vive nei crateri intervallati da ferraglie accatastate, nelle tormente di sabbia. Il paesaggio cambia giorno dopo giorno.
Cambiano le forme e i colori. Si sciolgoo i nodi di una bandiera invisibile.
I genocidi riconosciuti dalla comunità internazionale sono quattro: Metz-Yeghern, Shoah, Cambogia, Rwanda.
E dove sono: Darfur (totale delle morti, durante più di tre anni di conflitto: 450.000), eccidio di Srebrenica (massacro di oltre 8 mila musulmani bosniaci)? E dove sono, per non parlare di tanti altri, i territori palestinesi?

 

LiberArt “Dall’altra parte del muro” – di Federica Iezzi

 

 

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